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Giustizia e avanguardia sociale di Venezia

Lungo tutto il Rinascimento, e fino al Seicento inoltrato, Venezia alimentò molto il suo stesso mito: l’emblema della città – bene in vista sulla sommità di Palazzo Ducale – è la Giustizia. La Repubblica Serenissima, caduta nel 1797 dopo quasi un millennio di storia, si identifica profondamente con l’idea di una giustizia equanime e dunque il doge diviene nell’immaginario il massimo amministratore e custode di questa Giustizia, poiché il doge è Venezia.

Il diritto vigente a Venezia era un diritto “proprio”, ossia particolare della Serenissima, per distinguerlo dal diritto comune (di derivazione romana) che, in quanto diritto dell’Impero, era considerato universale. Escludendo formalmente il diritto romano dalla propria giurisprudenza (sebbene nella sostanza ne derivasse in buona parte) i veneziani affermavano con grande forza la loro indipendenza. I giudici erano membri della classe patrizia, cui era concesso l’arbitrium in fase di giudizio, presupponendo che fossero in grado di risolvere i casi secondo equità (ovvero secondo il supremo interesse della Serenissima). Per capire lo spirito con cui la giustizia veniva amministrata a Venezia è sufficiente tradurre l’iscrizione latina che sta sopra la porta d’ingresso all’Avogaria di Palazzo Ducale: “Prima di ogni cosa indagate sempre scrupolosamente, per stabilire la verità con giustizia e chiarezza. Non condannate nessuno, se non dopo un giudizio sincero e giusto. Non giudicate nessuno in base a sospetti, ma ricercate le prove e, alla fine, pronunciate una sentenza pietosa. Non fate agli altri quel che non vorreste fosse fatto a voi”.

Il filosofo francese Saint Didier, in visita a Venezia nel corso del Seicento esclamerà, scandalizzato: “Gli inferiori sono completamente esenti da qualsiasi riguardo verso i loro superiori”. Gli farà eco Monsieur Payen, un altro francese, che sul finire di quel secolo ricordava con meraviglia in un suo libro di memorie la gran libertà che si godeva a Venezia e l’imparzialità con cui era applicata la legge: “In qualsiasi parte della Repubblica un padrone non aveva il diritto di battere il suo servo, qualunque cosa avesse commesso; poteva solo rimproverarlo, scacciarlo o denunciarlo alla giustizia. Se avveniva che un servo battesse il padrone, poteva essere assolto provando di averlo fatto per legittima difesa”.

Riprende il Saint-Didier: “Non esistono divertimenti che il Popolo non divida con la Nobiltà… Esso può unirsi a loro in qualsiasi luogo, alle feste e nelle baldorie pubbliche, senza nessun obbligo, e questi stessi Nobili non esigono dai sudditi a ogni ritrovo alcun rispetto esteriore che li metta in soggezione!”

Ancora un filosofo francese, Montesquieu, scrive che “è difficile trovare in qualunque altro luogo tanto rispetto e obbedienza verso le Autorità come a Venezia”. Più ancora dell’obbedienza, tuttavia, era l’affetto che il Governo aveva saputo ispirare. E nulla può meglio descrivere il vero clima politico che regnava a Venezia di questo grido, sfuggito al Granduca Paolo Petrowitz, figlio di Caterina di Russia, che approda a Venezia per un glorioso viaggio nel 1782: “Ma… questo popolo è UNA FAMIGLIA!”

Abolizione della tratta degli schiavi

Il primo paese a proibire la tratta degli schiavi fu la Repubblica Serenissima di Venezia nel 960, con la promissione del XXII Doge Pietro IV Candiano. La cronaca di Andrea Dandolo ci fa sapere però che un altro doge, Orso Partecipazio, già dall’876 aveva promulgato una legge che vietava di vendere, comprare, trasportare per mare schiavi o comunque prestar denaro a stranieri che esercitassero la tratta.

Il divieto di commercio non escludeva la proprietà o la schiavitù in sé, e che spesso le famiglie veneziane tenevano schiavi e schiave comprati altrove; ma il dato fondamentale è che ufficialmente, a rischio di sanzioni quali la mutilazione, la morte, la confisca dei beni e la scomunica, nessuno poteva vendere o comprare schiavi. Siamo nell’anno 960!

Bisognerà poi aspettare il 1750 perché Sebastião José de Carvalho e Melo abolisca lo schiavismo nei confronti dei nativi delle colonie portoghesi. In epoca moderna una svolta di portata mondiale nel processo di abolizione avvenne in Inghilterra, tra il 1792 e il 1807, quando il parlamento approvò lo Slave Trade Act, innescando così un processo che avrebbe portato all’abolizione da parte delle altre potenze coloniali. Nel trattato del 30 marzo 1814, concluso a Parigi tra la Francia e la Gran Bretagna, furono assunti da parte francese impegni formali di abolizione della tratta, seguiti poi da analoghi impegni da parte dei Paesi Bassi (15 giugno 1814).

Alla fine del XIX secolo, tutta l’Africa era stata spartita in colonie, e praticamente tutti i regimi coloniali avevano imposto l’abolizione della schiavitù. Nel continente africano tuttavia il commercio continuava in paesi come l’Etiopia, che lo proibì solo nel 1932. Un’altra pietra miliare fu la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, il cui articolo 4 vieta la schiavitù in tutte le sue forme. Yemen e Arabia Saudita la abolirono nel 1962. La Mauritania nel 1980 è stato l’ultimo paese ad abolire ufficialmente ogni forma di schiavitù.

Legge veneziana a tutela del lavoro minorile

10 marzo 1396, dichiarazione del Consiglio dei Quaranta: “Sempre e più frequentemente si presentano molte persone all’Ufficio della Giustizia Vecchia per chiedere di essere autorizzate a collocare fanciulli e fanciulle di ambo i sessi presso artigiani di questa città di vari mestieri ed arti. Spesso accade che i maestri aggirino il controllo legale ponendo a carico dei predetti fanciulli le imposizioni che loro aggrada, che spessissimo sono contro Dio e la sua Giustizia. Gli stessi genitori di tali ragazzi spesso non hanno alcun rispetto dei loro figli e nessuna considerazione del loro vero profitto. Il predetto nostro Ufficio della Giustizia Vecchia a unanimità dei suoi componenti fa voti che il Senato ponga un preciso divieto ai notai di rogare simili atti e patti, a tutela e difesa di quei fanciulli e per amore della Giustizia”.

Tale Legge viene perfezionata qualche anno più tardi con la seguente dichiarazione:

“E per altro nessun notaio, in qualunque modo costituto, sia per incarico imperiale che dei Veneziani, osi o presuma di intraprendere o far intraprendere in qualunque modo o stratagemma che comporti un qualsiasi utilizzo dei bambini e delle bambine in attività lavorative, di servizio o di accompagnamento” (il 25 settembre 1402).

Condizione della donna

(estratto da un articolo di Roberta De Rossi, La Nuova Venezia)

Le donne della Serenissima avevano diritti sui figli e sui propri beni personali, godevano di libertà nella vita sociale e nella gestione in proprio di attività economiche, nell’arte, nel mondo intellettuale: spazi di autonomia d’azione e pensiero che le donne degli altri stati europei non potevano neppure lontanamente sognare, tra XVI e XVIII secolo, al punto da elaborare – con Arcangela Tarabotti, Moderata Fonte, Lucrezia Marinella – uno dei primi nuclei del pensiero femminista in Italia.

Le donne veneziane avevano la possibilità di nominare i tutori dei propri figli, avevano una patria potestà che non esisteva altrove. Potevano disporre dei propri beni e dettare testamento, al punto che le norme prevedevano esplicitamente che i mariti non dovessero essere presenti alla dettatura, per non condizionarle, come hanno dimostrato studi recenti (di Anna Bellavitis). Potevano gestire caffè, negozi, attività economiche senza essere sottoposte alla tutela di un uomo. Questo è stato possibile perché Venezia era una Repubblica e non una monarchia e perché era una civiltà mercantile: un’economia dove il ruolo della famiglia era strategico, come pure quello delle donne a partire proprio dalla famiglia.

La prima donna laureata al mondo, e la prima giornalista

Il Palazzo Ca’ Loredan appartenne a lungo a un ramo della nobile famiglia dei Corner: tra le sue mura è nata e vissuta Elena Lucrezia Corner Piscopia, che conseguendo il dottorato in filosofia nel 1678 (il 25 giugno) divenne la prima donna laureata al mondo. Elena Corner conseguì la nomina nella cattedrale di Padova, gremita all’inverosimile, con una dissertazione su Aristotele. Aveva da poco compiuto i trent’anni. Schiva, modesta e timida, Elena morì giovane, a 38 anni: oltre all’italiano, conosceva il greco, il latino, l’ebraico, il francese, lo spagnolo e l’arabo, tanto da meritarsi l’appellativo di Oraculum Septilingue.

Venezia può anche vantare la prima donna giornalista e direttrice di un giornale: Elisabetta Caminer Turra, nata nel 1751, iniziò a scrivere giovanissima collaborando con il padre Domenico a “L’Europa Letteraria”. Si trasferì a Vicenza nel 1769 per sposare il naturalista Antonio Turra, e cinque anni dopo fondò “Il Giornale Enciclopedico”, uno dei principali periodici illuministi italiani. Il suo salotto divenne in quegli anni il punto di riferimento di scienziati e letterati italiani.

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