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L’insurrezione di gennaio (1863), il canto del cigno del romanticismo polacco

Nei 123 anni di occupazione straniera che la Polonia scontò dalla fine del Settecento alla fine della Grande Guerra ci furono diverse insurrezioni armate miranti alla riconquista dell’indipendenza. Tra le maggiori c’è la cosiddetta Insurrezione di Gennaio (powstanie styczniowe), che esplose il 22 gennaio 1863 e proseguì fino all’autunno 1864.

Come l’Insurrezione di Novembre (powstanie listopadowe) del 1830, scoppiò nel zabór russo, la zona di occupazione sotto il controllo dello zar. L’ascesa al trono di Alessando II nel 1855 aveva infuso nei polacchi la speranza che i rapporti con Mosca potessero cambiare. Questa convinzione si tradusse in un attivismo politico e culturale che i russi frenarono con l’instaurazione della legge marziale, ma che servì comunque a preparare l’organizzazione della rivolta qualche anno più tardi. Gli irredentisti tennero testa alle truppe zariste per diversi mesi, ma la rivolta terminò come quelle che l’avevano preceduta: con una sonora sconfitta.

Il romanticismo aveva contribuito in maniera nient’affatto secondaria alla costruzione di un vero e proprio mito insurrezionista, all’affermazione dell’idea che l’indipendenza andasse strappata con la forza all’occupante attraverso la lotta armata. Già Mickiewicz aveva parlato della Polonia in termini messianici: una Nazione che, al pari di Gesù Cristo, si sacrifica per poi risorgere e per la salvezza propria e di tutti i popoli europei. E’ un’immagine suggestiva e potente, ma la realtà, come si sa, ha la tendenza a ricordarsi di noi anche quando la ignoriamo e a farcela pagare per questo.

Il fatto che poeti e artisti glorificassero la superiore forza morale che i polacchi opponeavano ai russi non impediva a questi ultimi di opporre a loro volta la superiore forza delle armi di cui disponevano. Della disfatta si poteva costruire un mito, ma lo spettacolo della repressione era comunque violento. Questo martirio patriottico tese a riproporre quello della generazione precedente e fu altrettanto vano, per quanto si cercasse di attribuirgli un significato etico.

Il prezzo pagato dai polacchi per l’insurrezione fu se possibile maggiore di quello pagato per le iniziative di sedizione precedenti. Ci furono esecuzioni, incarcerazioni, deportazioni in Siberia, confische e l’ennesima ondata di emigrazioni a cui si era già assistito dopo l’insurrezione del 1830, ma questa volta i russi non si fermarono qui. Quel poco che restava alla Polonia in termini di autonomia fu soppresso. A Varsavia un’università russa prese il posto della Szkoła Główna e la lingua russa fu imposta come lingua ufficiale dell’insegnamento, dell’amministrazione e del commercio. Alla Polonia fu persino tolto il proprio nome: sebbene lo zar conservasse il titolo di re di Polonia, il regno assunse una denominazione molto più anonima, quella di kraj nadwiślański (il Paese sulla Vistola).

La repressione, la rifora agraria, il mutamento della società e l’incipiente industrializzazione si accompagnarono nella seconda metà dell’Ottocento a una polemica antiromantica. Finito era il tempo dell’idealismo sentimentale intorno alla lotta armata, insensato e anacronistico. Bisognava puntare sul progresso sociale ed economico, sull’istruzione degli strati sociali più bassi e sul rafforzamento della classe media. Attraverso una lenta e graduale rigenerazione civile si sarebbe potuto pensare ad un’eventuale riconquista dell’indipendenza, ma in una prospettiva di lungo periodo, non più immediata e violenta.

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