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Essere Giulietta Masina

Il 20 gennaio festeggeremo il centenario del compleanno di Federico Fellini. In questa occasione, in Kino Iluzjon a Varsavia presenterà il monodramma “Nie lubię pana, panie Fellini” (Non mi piaci, signor Fellini) diretto da Marek Koterski, che darà il via a una retrospettiva dei film FeFe. La parte di Giulietta Masina, moglie del grande regista è stata interpretata da Małgorzata Bogdańska, con la quale parliamo del fascino dell’attrice italiana e sulla missione di un teatro in cui tutto il materiale di scena entra in una piccola valigetta.

Ma cos’è veramente il Teatro nella Valigia? Chi l’ha ideato?

L’idea è nostra, direi, in comune.

Cioè tua e di tuo marito, Marek Koterski?

Si. Però forse più di Marek. Dopo venticinque anni di lavoro nel Teatro di Ochota, sono rimasta, ad un tratto, una freelancer e allora mio marito iniziò a convincermi a lavorare su un monodramma. Una volta, in vacanza, Marek iniziò a leggere il libro “Mia cara B.”, di Krystyna Janda e lo ha visto come un ottimo materiale per un monodramma: un viaggio per la vita, un racconto sulla donna che vive al 100%. Quando abbiamo iniziato a viaggiare con lo spettacolo con il Teatro nella Valigia subito ho iniziato a rappresentare lo spettacolo in luoghi speciali: carceri per donne, riformatori per ragazze, centri per tossicodipendenti, ospedali psichiatrici (nell’ospedale di Pruszków c’è una grande scena). Viaggiando per la Polonia ho capito che dare è per me più importante che prendere. Molto spesso ho recitato in luoghi senza un palcoscenico, dove recitavo direttamente tra la gente, distante venti centimetri dagli spettatori. Ho capito di voler arrivare ovunque con il Teatro nella Valigia anche dove la gente non ha possibilità di contatto con l’arte o con la letteratura, con tutto ciò che è un teatro, e il teatro invece non esiste senza lo spettatore.

Dunque il Teatro nella Valigia è un teatro itinerante, ma compatto come una pillola? Nella valigia tieni tutto il materiale di scena?

Si. Una volta Marek disse: una scena vuota, una donna con la valigia e tutto l’universo chiuso nel quotidiano. Quindi è il quotidiano chiuso nelle pillola. Nella “Mia cara B.” la valigia è rossa, nel “Lei non mi piace, signor Fellini” è bianca, perché tutto il monodramma è fatto nella convenzione bianconero come il cinema di una volta. Ma presentiamo lo spettacolo anche nei teatri veri e propri. Siamo particolarmente legati con il Teatro Druga Strefa e con Dzika Strona Wisły.

Perchè Fellini? o meglio Giulietta Masina?

Avevo una grande voglia di fare uno spettacolo sulla mia amatissima attrice italiana.

Ho iniziato a cercare i materiali. Ho coinvolto nel mondo di Giulietta mio marito. Abbiamo fatto un viaggio seguendo le tracce della Masina. Abbiamo visitato Roma, Rimini, il cimitero dove ho depositato fiori sulla tomba di Federico e Giulietta, siamo stati nelle chiese dove si erano tenuti i funerali dei coniugi, abbiamo fatto una passeggiata per Via Margutta, Via Veneto.

Volevo vedere tutti i luoghi legati a Fellini e alla Masina. Tutto questo è stato un modo di avvicinarsi. Essendo a Rimini ho fatto un happening in un piccolo circo da strada. Ho indossato un naso da clown. 

Ti sei presentata nei panni di Gelsomina?

Si! Da sempre sono affascinata dalla figura del pagliaccio.

Avevi un approccio positivo verso il pagliaccio?

Si! Da sempre mi piaceva l’idea di lavorare al circo e fare il clown. Preparandomi al ruolo volevo prendere qualche lezione in una scuola circense di Varsavia ma mi hanno detto che da qualche anno la classe di clown non c’era per mancanza di candidati. Studiando il monodramma ho scoperto che Fellini era affascinato dai pagliacci. Affermava che il pagliaccio è l’artista più grande tra gli attori.

Mi par di capire che la creazione di questo monodramma è stato un processo molto arricchente.

Per essere Giulietta ho imparato di suonare la tromba, ho iniziato a studiare anche l’italiano e il tip tap. Ho iniziato una ricerca su materiali che sono diventati per Marek la base per fare l’adattamento teatrale. Ho visto il documentario “Giulietta Masina: la forza di un sorriso”. Cercando le informazioni su internet, nei libri, ho iniziato a conoscere i fatti dolorosi della sua vita. Leggendo un’intervista con Sandra Milo ho saputo che in un certo momento della sua vita la Masina è stata presa da una forte gelosia. E ne aveva tutti i motivi. Immaginiamoci cosa deve provare un’attrice, premiata con due Oscar, moglie di un regista, mandata nel dropout perché suo marito, genio del cinema si dedica ai film con delle dive dal fisico statuario come protagoniste. Mi disturbava la domanda: come doveva sentirsi lei come donna, moglie e attrice. Il dramma della sua figura va integrato dalla storia della sua maternità, perché la Masina ha perso la prima gravidanza dopo essere caduta dalle scale e il suo secondo figlio morì quando aveva solo tre settimane. Lo spettatore viene a conoscenza di tutti questi fatti seguendo il monodramma.

Masina vive con un genio, il loro rapporto lo vede come l’amore perfetto e praticamente, sin dall’inizio, raccontando la storia del suo amore si pone un gradino sotto rispetto a Fellini, giustificandolo.

Quando si sono conosciuti lui era già un noto scrittore, autore di radiodrammi (in uno di questi appunto recitò la Masina). Fellini ripeteva sempre che sua moglie è sempre stata la sua ispirazione più grande e che senza di lei lui i suoi film non li avrebbe mai fatti e che lei aveva dentro di sé quella forza di bambina, un animaletto sincero, una verità per la quale era tanto apprezzata.

La Masina era amata dal pubblico. Si dice addirittura che Fellini era geloso, perché per strada tutti la riconoscevano e la fermavano.

Ma non noti un certo deficit di femminilità nella sua figura? Nello spettacolo si sentono addirittura le parole: “Da sempre avevo quell’aria da bambina e tutti mi trattavano proprio come una bambina e da sempre mi chiamavano Giulietta”.

Masina soffriva vedendo le bellezze statuarie, le icone della sensualità italiana come protagoniste dei film di suo marito. Mentre a lei assegnava sempre i ruoli delle donne spaventate, represse. Invece di scarpe decoltè Fellini le faceva indossare le scarpe da ginnastica e i calzini. Credo che ogni donna possa capire come si sentisse. Anche da attrice che non recita più deve stare a vedere il marito circondato dalle bellezze. Io, da moglie di un regista, posso dire che per me sarebbe stata una situazione… molto difficile. Lei lo giustificava sempre affermando che Federico è come un ragazzino. È stata una donna molto intelligente. Laureata in filosofia era anche molto credente. A volte ci penso: all’epoca i divorzi non erano una soluzione tanto comune, ma anche se fossero stati un po’ più facili non è che Mesina avrebbe divorziato da Fellini. Ma sono soltanto delle divagazioni. In verità sono stati insieme 50 anni.

Hai parlato delle forte emozioni nel contatto con lo spettatore. Anche se comunemente il monodramma si associa con un monologo, secondo me in questo tipo di rappresentazione teatrale si costruisce un dialogo intenso tra l’attore e lo spettatore. Cosa dici nello spettacolo “Non mi piace, Signor Fellini”? 

Creando questo spettacolo ci rendevamo conto del fatto che la metà del pubblico non saprà neanche chi era Giulietta Masina, e magari una parte più piccola non conoscerà neppure chi era Fellini… Credo che ognuno deve tirare fuori da questo spettacolo ció che lo toccherà in maniera più forte. Per me è di sicuro una storia dolorosa di una donna che amava tanto, con molta devozione ed era tanto sofferente nel suo matrimonio. Ascoltando il racconto della protagonista sulla sua vita molto ricca, seguendo la sua metamorfosi da fanciulla spensierata a donna matura e ferita che deve mettersi in confronto con la verità sulla sua vita di sicuro molte persone riusciranno a riconoscere un frammento della loro storia e ad identificarsi con questa.

I tuoi programmi professionali sono legati con l’Italia?

Si. Ho una scatola magica, ci ho messo dentro una copia del film “Ginger e Fred”, una foto fatta in Italia, il Teatro nella Valigia e in un certo momento tutto ha iniziato ad avvicinarsi. Ho conosciuto l’attrice Karolina Porcari che mi ha invitato alla partecipazione nello spettacolo “La cattiva madre”. In maggio lo presenteremo a Lecce, nell’ambito del progetto “Strade Maestre”.

Abbiamo anche programmi legati con Torino e il tutto mi dice che realizzerò uno dei mie sogni più grande, presenterò “Lei non mi piace, Signor Fellini” in Italia, sebbene non in italiano, avrei dovuto conoscere la lingua molto bene per rendere tutte le emozioni e anche se ho un temperamento italiano, mi piace gesticolare, sono aperta, l’italiano rimane per me sempre una lingua straniera, ma chissà forse riesco a preparare alcune parti, ad esempio le citazioni dai film durante il monodramma, prese da “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “Ginger e Fred”.

E allora la prossima tappa è Torino?

Si, al Cinema Massimo di Torino a settembre di quest’anno nell’ambito del festival si svolgerà anche una rassegna dei film di mio marito, Marek Koterski e dei film di Federico Fellini. I loro nomi si incontrano non per la prima volta nel contesto del festival. Nel 2004 Marek è stato premiato con il Grande FeFe alla carriera durante il festival del cinema dedicato appunto a Fellini.

Sono una vostra spettatrice fedelissima e molto volentieri farei un viaggio a Torino per vederti sul palcoscenico!

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