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Il frutto proibito

Emiliano Caradonna

 Inutile divagare. Appena si legge “il frutto proibito” si pensa subito alla lucida mela che addentò Eva e che segnò la cacciata di tutti noi dal Paradiso. La cosa del tutto bizzarra riguardo ciò è che nella Bibbia il frutto della mela non viene nominato. Mai.

Alcimo Ecdicio Avito, Arcivescovo di Vienne dal 494 al 523 acquisisce una notorietà letteraria grazie ad un poema intitolato De spirirualis historiae gestis che tratta di temi biblici cominciando dal peccato originale per arrivare alla traversata del Mar Rosso. Egli reinterpretò, spiegandoli, i fatti biblici e volle colmare alcune lacune. Tra cui quella del frutto dell’albero della conoscenza, del bene e del male; infatti il frutto non viene menzionato fino a che l’arcivescovo, istruito dai suoi superiori e da un’intuizione geniale scrisse per la prima volta “Una mela, tra quelle sull’albero fatale, avvolta da odore soave, si propose con sospiro insinuante e si offrì a Eva”.

La Chiesa in quel periodo si trovava a combattere contro i barbari eretici e bevitori assidui di sidro (le vigne oltralpe faticavano ad attecchire) e fu così spuntò sull’albero del peccato una succulenta Royal Gala o per essere campanilisti diremo una bella e rossa Annurca (detta anche la Regina delle Mele, tipica dell’Italia meridionale). Così, con un frutto ben piazzato i barbari vennero visti come esseri demoniaci e le mele iniziarono ad avere la reputazione di frutto della perdizione.

Addirittura Plinio nel suo Naturalis Historia descrive degli esseri mostruosi che si nutrono solo dell’odore delle mele e che chiama Trispithami, ma non fu l’unico perché anche l’alchimista Vincent de Baeuvais nel suo Speculum Naturale affermava che un frutto che acquista di consistenza anziché perderla con la maturazione non può essere altro che opera del demonio.

Sembrerebbe a questo punto che fosse stata ordita una vera e propria congiura contro quel ciò che assunto una volta al giorno toglie il medico di torno (all’epoca ciò ancora non si sapeva), ma la diffamazione di cui fu oggetto questo frutto nel cristianesimo non servì a farne diminuire il consumo, ma soltanto a mettere in guardia i nuovi convertiti dai pericoli delle dottrine eretiche. Il mito cristiano addirittura stabiliva che i consumatori di mele stavano – in questa vita – spianando la loro strada per la discesa verso gli inferi.

Stewart Lee Allen, in un arguto e pungente libro intitolato In the devil’s garden del 2002 parla di un incontro con un monaco sul monte Athos che fu in grado di spiegare sapientemente come mai, oltre al collegamento con i barbari mangiatori di mele, fu scelto proprio questo frutto a fare da capro espiatorio.

Il monaco che lo ospitava tagliò due fettine sottili di mela porgendone uno al suo ospite e gli fece notare come il rosso della mela ricordasse le labbra di una donna e come il bianco al suo interno ricordasse i denti di essa. Poi tagliò la mela a metà e mostrò i semi facendo notare che vista così una mela poteva rievocare vagamente l’organo sessuale femminile. Ma non fu tutto qui, perché come prova finale egli tagliò una nuova mela trasversalmente e mostrò la stella a cinque punte che si veniva a formare: davanti agli occhi di Allen si materializzava un pentacolo, marchio di Satana. Cosa si poteva aggiungere ancora dopo che la mela aveva dimostrato che alla vista era il più peccaminoso tra i frutti? Mancava il gusto. Quel sapore dolce, delizioso, zuccherino che accarezza le nostre papille appena la nostra lingua tocca la polpa si trasforma presto in acido, pungente, asprigno in netto contrasto con le sensazioni provate all’inizio così come il diavolo che inizialmente ci lusinga dolcemente e poi ci induce all’amaro peccato.

Ad aggiungere benzina al fuoco l’analogia della mela con una donna. Fu infatti Eva a corrompere Adamo e non viceversa. Insomma, la comunione mela + donna, secondo la chiesa cristiana non poteva portare in altro posto che non fosse l’inferno.

Anche Walt Disney celebra la peccaminosità della mela dandola da mangiare all’innocente Biancaneve e anche questa volta è una donna (la strega cattiva) che decide di offrire questo frutto.

Se quindi una donna decidesse di offrirvi una apple-pie sapientemente cucinata –la ricetta la fornisco solo contattandomi privatamente- e voi come Adamo non foste così fermi sui vostri princìpi e decideste di accettare, allora  sareste sicuri di incappare in un peccato…di gola, ovviamente e da lì avrebbe inizio la vostra discesa verso gli inferi.

Ma il segreto, la cosa più bizzarra di questa antologia del frutto del peccato ho deciso di lasciarlo per l’epilogo. Ho voluto chiudere con una domanda che potrebbe rendere incerti tutti i vostri precedenti convincimenti.

Secondo i musulmani infatti il frutto del peccato sarebbe il fico. Ciò si può anche leggere nella Genesi (3,7). Infatti è proprio il fico ad essere l’unico albero menzionato nella descrizione del giardino dell’Eden. E di cosa si ricoprirono i nostri due sventurati avi una volta resisi conto di essere nudi? Proprio di foglie di fico. Forse perché erano sotto di esso a commettere il peccato?

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