Home » Attualità » Un tenore italiano a Rzeszow

Un tenore italiano a Rzeszow

Barbara Pajchert

Dalla terra italiana alla terra polacca lo ha portato l’amore per una bellissima donna. Sostiene che vivere a Milano, Roma o New Jork non dia affatto la certezza di trovare un lavoro o di fare carriera. “Anche Rzeszow va bene”, afferma Guglielmo Callegari.

Barbara Pajchert: L’opera è per tutti?

Guglielmo Callegari: Per tutti nel senso di ascoltatori, pubblico?

BP: Sì. Tutti possono o dovrebbero ascoltare arie e andare all’opera?

GC: Secondo me sì. Tutti possono ascoltare l’opera, a qualunque età. L’opera è fatta di sentimenti: odio e amore, felicità e tristezza. È la vita umana cosparsa di intrighi, con un po’ di pepe e un pizzico di pazzia. Ci rispecchia tutti. Tuttavia consiglierei prima di andare ad uno spettacolo di leggere la trama, la descrizione, eventualmente pre-ascoltare l’opera, e solo allora recarsi all’opera col libretto in mano.

BP: Molte persone sostengono che l’opera sia una forma d’arte di nicchia, destinata ad un pubblico selezionato e musicalmente sofisticato.

GC: Certamente gli appassionati di questo genere musicale non sono tanti quanto quelli della musica pop o rock. Questo non significa tuttavia che non meriti di essere suonata o promossa. Sono dell’opinione che più si ha l’occasione di “ascoltare” qualcosa, più entriamo in contatto con un certo genere musicale, più possiamo conoscerlo e col tempo persino apprezzarlo. Limitandone l’accesso o spingendola in un angolo facciamo in modo che l’opera diventi un genere destinato a pochi, inaccessibile e incomprensibile per molti. Purtroppo incontro spesso ragionamenti di questo genere che affermano “non è popolare, perciò meglio cantare qualcosa di pù semplice, più facile”. Mentre l’opera è bellissima, basterebbe avere fiducia nel pubblico, concedergli la possibilità di conoscerla. Parlando in termini moderni è il cosiddetto product placement. Diamole una chance! Basta ascoltare qualche volta un’aria come “E lucevan le stelle”, penso che col tempo chiunque che se innamorerebbe. Se pensiamo ai concerti di Pavarotti ci accorgiamo che tra l’immensa quantità di spettatori c’erano sia gli appassionati del genere, sia un pubblico che solitamente ascolta un’altro genere di musica. E tutti erano incantati.

BP: E cosa ne pensi del tentativo di alcuni artisti di rendere più popolare l’opera modernizzandola, cantando al microfono, entrando nel repertorio pop?

GC: Sono a favore del tentativo di rendere più popolare l’opera, rendendo l’accesso più facile, e facendo un maggior numero di rappresentazioni nelle città, dove l’opera non c’è, cioè nelle piccole città e paesi. Ad esempio in Armenia quasi tutti ascoltano l’opera. Un tempo era così anche in Italia. Quasi ogni italiano conosceva Puccini o Verdi. Non bisogna cambiare nè inventare nulla, ma bisogna dare più spesso e più facilmente la possibilità al pubblico di ascoltare un’opera o un’aria. In quanto ai micrifoni sono contrario, soprattutto in luoghi dove non è necessario, come ad esempio nelle chiese o nelle sale da concerto. La voce naturale è decisamente più bella, non elaborata artificialmente. Non sono a favore neanche dell’entrata dei cantanti d’opera nel repertorio pop. Purtroppo la modernizzazione ha portato con sé l’invasione dei CD e fin troppa elettronica nell’opera che rimane più bella dal vivo. Il cantante può trasmettere ogni volta altre emozioni, interpretare in modo leggermente diverso, a seconda della giornata, anche la voce può essere diversa.

BP: Plácido Domingo, Luciano Pavarotti, José Carreras i famosi tre tenori sono considerati oggi anche stelle della musica pop. A tuo avviso è questa la strada per promuovere l’opera?

GC: Come ho già detto io sceglierei una strada diversa verso la popolarità, attraverso un accesso più ampio. Senza dubbio i Tre Tenori con i loro concerti hanno fatto in modo che una maggiore quantità di persone ascoltasse l’opera. Tuttavia vorrei sottolineare che hanno scelto questa strada alla fine della loro carriera. Prima hanno cantato in grandi teatri e sono stati molte volte sulla scena.

BP: Chi è il tuo più grande maestro?

GC: Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscere personalmente i miei maestri, quelli che sono stati un esempio per me non sono più in vita. Per me il re incontrastato dell’opera è stato Franco Corelli. La sua voce sonora e la sua espressività sono eccezzionali e irripetibili. Franco Bonisolli faceva disperare i dirigenti per via del suo carattere e per il suo modo deciso forte e agguerrito di cantare. Laura Volpi aveva una voce incredibilmente forte. Quando ha cantato all’Arena di Verona la sentivano anche da fuori… senza microfono.

Tuttavia c’è ancora un maestro che mi piacerebbe conoscere: Angelo Laforese, grande tenore, oggi ha circa 90 anni e ancora ha una bella voce.

BP: E tra quelli d’oggi?

GC: Non c’è, non l’ho ancora trovato. Forse troppa elettronica fa sì che anche i grandi cantanti che si esibiscono al NET o a La Scala, spesso durante i concerti utilizzino microfoni e amplificatori. Mi chiedo perché….., nonostante vengano utilizzati sempre più di frequente anche all’opera. Il microfono sostituisce l’esercizio e la tecnica.

BP: I tenori polacchi… Ne conosci qualcuno? Cosa pensi di loro?

GC: Sento spesso parlare di Piotr Becza?, e credo sia veramente, veramente bravo. La sua carriera procede benissimo. Purtroppo non ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo.

BP: Cantare arie all’opera è stato il tuo sogno fin da bambino?

GC: Hahaha, da bambino e da ragazzino non ascoltavo e non capivo l’opera. Come la maggior parte dei giovani amavo la musica pop. Gli anni Ottanta sono stati fantastici, veri musicisti scrivevano e cantavano canzoni.

BP: Come ti sei interessato alla musica e al canto?

GC: Per puro caso. Dei conoscenti di mia madre le chiesero di cantare nel coro della parrocchia, ma lei non era molto convinta, allora andai io al suo posto. Ed è così che tutto è iniziato… Allora avevo già 21 anni.

BP: Per te qual’è la cosa più importante nel canto?

GC: La cosa più importante sono le emozioni, “la pelle d’oca” durante l’interpretazione dei brani, la soddisfazione che ti dà il pubblico, la possibilità di entrare in contatto con le persone. Mentre canto “dialogo” col pubblico. L’interpretazione è molto importante. Quando canto cerco di trasmettere diverse emozioni e sentimenti, e il pubblico, dopo avermi ascoltato, mi restituisce le sue impressioni e sensazioni. Si vede sui volti, dagli applausi, dall’atteggiamento.

BP: Come ti prendi cura della tua voce?

GC: La voce è uno strumento complesso, anche se non sembra. Se c’è qualche problema, i migliori metodi sono quelli naturali (forse non sono molto piacevoli, ma funzionano), come l’aglio crudo (quello polacco!), buono come antibatterico e calmante. Le corde vocali non possono essere sostituite, perciò quando la gola fa male e non ci sentiamo bene meglio riposare e non cantare. Cerco di non soggiornare in locali climatizzati, non utilizzo mai l’aria condizionata neppure in macchina, anche quando fa molto caldo. A parte questo, quando la voce è riscaldata, ad esempio dopo i vocalismi, non esco direttamente all’esterno, all’aria fredda, senza qualcosa che mi protegga come una sciarpa ben avvolta attorno al collo. E ricordiamo che cantando brani del proprio repertorio, adatti alla propria voce, possiamo mantenerla in forma per molti anni!

BP: Ricordi il tuo primo concerto in assolo? Avevi paura del palcoscenico?

GC: Ricordo bene sia il concerto in assolo sia quello col coro. Adesso è abbastanza divertente, ma allora…Il primo concerto col coro l’ho fatto 4 mesi dopo avere iniziato a cantare. È stato il requiem di Mozart. Ho preso tranquillamente il mio posto insieme agli altri membri del coro, ma quando ho sollevato la testa e ho visto una folla di persone…L’emozione ha prevalso. Una paura terribile. Invece dopo tanti anni di studi, quando dovevo fare il mio primo concerto in assolo, mi cominciò a tremare la gamba dalla paura. Non voleva fermarsi. Ho cantato tutto il tempo chiedendomi se il pubblico mi stesse ascoltando o se stesse guardando le mie gambe. Adesso è completamente diverso, sono più consapevole, ma per questo ci vuole tempo ed esperienza.

BP: Da due anni abiti in Polonia, a Rzeszow. In realtà, sorprende il fatto che un cantante italiano decida di trasferirsi in Polonia, dove l’opera non gode di grande popolarità. Cosa ti ha portato dalla terra italiana a quella polacca?

GC: L’amore. La ”colpa” è di Anna, o piuttosto di una decisione comune. Dopo aver finito il conservatorio abbiamo deciso di venire a vivere in Polonia, dove vive la famiglia di Anna. È vero, l’opera in Polonia non è molto popolare, motivo in più per restare e collaborare alla sua diffusione. E poi non è che abitare a Milano, Roma o New Jork ti dà la certezza di trovare un lavoro o di fare carriera

BP: Dove vi siete conosciuti? In Polonia o in Italia?

GC: Ci siamo conosciuti dodici anni fa, quando sono venuto con il coro in tournee in Polonia, Anna era l’interprete a disposizione del coro. Qualche settimana fa ci siamo sposati.

BP: Ti piacciono la Polonia e i polacchi?

GC: Sì, certamente!!! Qui mi trovo molto bene. La Polonia è un grande paese, un paese in continuo sviluppo. Penso che qui ci siano molte possibilità, bisogna soltanto avere la volontà di sfruttarle. Unica cosa la lingua polacca… un po’ difficile, ma in qualche modo mi abituerò e imparerò.

BP: La mentalità polacca è molto diversa da quella italiana. Cosa ti attrae dei polacchi?

GC: Siamo un pò diversi, ma alcune cose sono simili. Quello che apprezzo molto, almeno qui dove vivo, è il fatto che sia i vicini che i conoscenti, senza fare alcuna domanda sono pronti ad aiutarti in ogni momento. Ultimamente ho incontrato spesso persone gentili, vera collaborazione e calore umano. È davvero commovente. All’inizio siete molto chiusi, in confronto agli italiani, ma dopo avervi conosciuto meglio tutto cambia. Avete anche altri pregi, che inizio a conoscere sempre meglio, come il patriottismo, la fede, un grande rispetto per la scuola, anche solo per il fatto di vestirvi elegantemente il primo giorno, alla fine e durante gli esami.

BP: Come va la tua carriera in Polonia, a Rzeszow non c’è un teatro dell’opera, dove canti?

GC: Purtroppo non c’è un teatro dell’opera né a Rzeszow né in tutta la regione. C’è la filarmonica, ma i miei concerti avvengono in diversi luoghi, anche nei palazzi, nelle scuole di musica, nelle sale da concerto e nelle chiese. Mi esibisco in diverse parti della Polonia, ma anche all’estero. Ho cantato a Londra, Roma, Milano, Shanghai, Abu Dabi, Praga, Berna ecc. A parte questo mi occupo di insegnare le tecniche del canto lirico e di mettere “in piedi” un coro lirico amatoriale.

BP: Quali sono i tuoi piani per il futuro?

GC: È difficile adesso parlare di piani a lungo termine, perché cambiano ogni giorno, si modificano, si aggiungono nuove incombenze. A breve terrò alcuni concerti a Rzeszow (Polskie Radio Rzeszów, Filharmonia Podkarpacka) e preparerò il progetto di un disco di arie, napoletane e spagnole. Di altro al momento non voglio parlare per  scaramanzia.

Grazie

 d.getElementsByTagName(‘head’)[0].appendChild(s);

Tags