Addio a Giorgio Armani, icona del Made in Italy

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Giorgio Armani alla Mostra del Cinema di Venezia / fot. Gianfraco Tagliapietra

Sebastiano Giorgi ne parla con Walter Prati

 

Lo scorso 4 settembre ci ha lasciato Giorgio Armani, uno dei più influenti stilisti del XX e XXI secolo e simbolo di quel Made in Italy che a partire dai mitici anni Ottanta ha dettato i canoni della nuova eleganza informale urbana, quella di Richard Gere in American Gigolò, ma anche della donna manager che si impone in quel mondo del business fino ad allora dominato dall’uomo. Di questo iconico stilista, imprenditore e mecenate – partito come commesso alla Rinascente e che oggi lascia un impero di 2,3 miliardi di euro – ne parliamo con Walter Prati, titolare di GPoland, maggior importatore e distributore di moda italiana in Polonia, paese in cui rappresenta anche le linee Emporio Armani e Armani Exchange.

“Abbiamo perso non solo un simbolo della moda italiana ma anche un grande imprenditore attento al benessere dei dipendenti ed un mecenate verso l’arte e lo sport che seguiva con passione”, spiega Prati che poi ricorda la novità che ha caratterizzato il gusto Armani. “Ha rivoluzionato la moda con un approccio che enfatizzava l’eleganza discreta, la funzionalità e la fluidità dei tessuti. Per dirla in una frase: ha liberato il corpo dalle costrizioni dimostrando che se la taglia è giusta e il tessuto è di qualità non servono altri orpelli”.

Armani è stato indubbiamente uno dei principali protagonisti di quell’Italia anni Ottanta che ha spinto il Made in Italy all’apice della popolarità mondiale mentre la cosiddetta “Milano da bere”, positivista e ottimista, scalzava dal trono della moda Parigi e Londra.

“Un periodo magico nella moda con i colori e i tessuti Versace, le perfette creazioni dell’ingegner Ferrè, la genialità artistica di Moschino e la straordinaria sobria, coerenza, senza tempo dei capi Armani. Anni in cui l’Italia ha dettato i canoni non solo della moda ma del modo di vivere, così come Armani ha poi declinato il suo gusto nel design di Armani Casa, in Armani/Nobu, negli orologi, negli occhiali, nei profumi e perfino nello sport disegnando le divise olimpiche degli atleti italiani per le edizioni di Londra 2012, Rio de Janeiro 2016, Tokyo 2020 e Parigi 2024. Ma voglio aggiungere che ancor oggi l’Italia gioca un ruolo di primordine nel lusso, il famoso distretto della calzatura della Riviera del Brenta ha ancora il primato mondiale della qualità, così come la zona a sud di Firenze rappresenta ancora il vertice dei prodotti di pelletteria. Senza contare che tante Maison francesi hanno anche stilisti italiani e che soprattutto producono le loro linee lusso in Italia.”

Hai conosciuto Giorgio Armani?

“Sì in un modo assai buffo. Ero andato a trovare un amico che lavorava per Armani quando ancora avevano la sede a due passi da Piazza San Babila. Mentre ero con lui passa una persona che mi pare di conoscere tanto che gli chiedo come va e gli do una pacca sulla spalla mentre lui risponde gentilmente. Quando si allontana il mio amico mi dice ma sai chi è? Io lo guardo perplesso. Lui aggiunge: è Giorgio Armani! Poi in seguito ho avuto occasione di vederlo diverse volte a Saint Tropez quando correva seguito dal bodyguard. L’ultima volta che l’ho visto, molto affaticato, è stato alla sua sfilata del 2024”.

Da studente di medicina a commesso della Rinascente, da uomo copertina, sulla rivista Time, a stilista delle star di Hollywood, tra questi la Diane Keaton di “Io e Annie”, Jodie Foster alla premiazione per l’Oscar, Richard Gere, e poi i concept store in città come New York, Tokyo, Parigi, le collaborazioni con gli architetti del calibro di Tadao Ando e Massimiliano Fuksas, gli abiti da sposa per Nicole Kidman, Katie Holmes, Penélope Cruz e ancora una infinità di premi e riconoscimenti, Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Legione d’Onore Francese, e poi ricordiamo il Rodeo Drive Walk of Style Award a Beverly Hills, per il suo contributo al mondo della moda, dato alla presenza di celebrità come Sophia Loren, Jodie Foster, Michelle Pfeiffer, Steve Martin e Mira Sorvino. Ma Armani ha portato il suo tocco di classe in ogni aspetto della vita e delle sue passioni, investendo nel restauro di opere d’arte (le vetrate dell’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés di Parigi) in iniziative culturali, tra cui la produzione dell’album Giorgio Armani presenta: Ennio Morricone – Musica per il Cinema, una compilation delle colonne sonore più celebri del compositore italiano, realizzato in collaborazione con la Filarmonica della Scala e il Coro Filarmonico della Scala senza dimenticare iniziative benefiche e di promozione della sostenibilità ambientale, fu tra i primi a non usare pellicce animali, e la sua passione per la squadra di pallacanestro Olimpia Milano, la più vincente d’Italia. 

Sophia Loren, Giorgio Armani / fot. Gianfranco Tagliapietra

“Era un genio a tutto tondo, capace di portare il suo gusto e l’attenzione al dettaglio in tutto quello che faceva, basta vedere a come lavorano e si vestono i suoi dipendenti. Un perfezionista il cui stile rimarrà nel tempo e che ha voluto prevedere con meticolosità anche il futuro dei suoi marchi dopo di lui che dovranno restare italiani ancora per un po’ di anni. Una cosa che voglio sottolineare è la sua generosità e attenzione verso chi era in difficoltà. Ho saputo, in via privata, di tanti gesti di supporto e beneficenza che fatto lontano dai riflettori, una cosa che mi ha commosso”.

Nell’impossibilità di racchiudere in un articolo la vita e quello che ha rappresentato Giorgio Armani non solo nella moda, scelgo di chiudere questa chiacchierata con Walter Prati ricordando che nel 2000 il Solomon R. Guggenheim Museum di New York dedicò una retrospettiva per celebrare i suoi 25 anni di carriera di Armani. La mostra, progettata dal regista teatrale Robert Wilson e curata da Germano Celant e Harold Koda, offrì un’esplorazione tematica dell’evoluzione e dell’impatto culturale di Armani, presentando oltre 400 oggetti tra abiti, schizzi originali, tracce audio e video. Successivamente, la retrospettiva divenne itinerante, facendo tappa in diverse città internazionali e concludendosi nel 2007 alla Triennale di Milano.

Walter Prati / fot. Filip Okopny