
La Regina delle Dolomiti torna ad ospitare le Olimpiadi dopo 70 anni. Un’era geologica, se la tariamo sulla velocità del mondo contemporaneo, che Cortina ha attraversato con l’aplomb di una nobile signora passando dal primo boom turistico, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio anni Sessanta – simboleggiato dall’esilarante “La Pantera Rosa” del 1963, diretto da Blake Edwards, con Peter Sellers nei panni dell’Ispettore Clouseau e la magnifica Claudia Cardinale, in gran parte ambientato nella conca ampezzana – alla Cortina degli anni Ottanta quando al motto “siamo tutti ricchi”, e se non lo eravamo ci indebitavamo per esserlo, divenne il cuore della mondanità invernale italiana immortalata dai celebri “cinepanettone” di Carlo Vanzina. Per parlare della Cortina contemporanea che riaccoglie i Giochi Invernali siamo andati a scomodare l’infaticabile Francesco Chiamulera inventore ed organizzatore del Festival letterario “Una Montagna di Libri”, personaggio di spicco della comunità ampezzana del 21° secolo.
Al di là delle enormi ricadute mediatiche cosa porta in concreto l’Olimpiade a Cortina?
“I Giochi sono una imperdibile occasione di rilancio infrastrutturale. Per abitare la montagna e per lavorarci ovviamente abbiamo bisogno di collegamenti e servizi di qualità. La mia speranza, che è anche una convinzione, è che queste Olimpiadi siano l’occasione per sfatare il luogo comune che aleggia da 40 anni su Cortina, quando amici e visitatori dicono: “bella, bellissima, ma vi siete un po’ seduti sugli allori”.
1956-2026, dopo 70 anni che Cortina è quella che accoglie per la seconda volta i Giochi Invernali?
“Come aveva notato Edward Morgan Forster all’inizio del secolo scorso, noi torniamo nei luoghi di villeggiatura e vacanza e pensiamo alle precedenti volte in cui c’eravamo venuti, ovvero spetta ai luoghi di vacanza il compito ingrato di ricordarci che il tempo passa. Cortina negli anni è cambiata, è un paese di montagna con 5 mila abitanti che vivono il loro territorio sapendo di dover affrontare un turismo sempre più esigente e cercando di non perdere la connessione con il passato. E il nostro Festival, a suo modo, contribuisce a mantenere vivo il filo rosso della storia di questa città”.

Andiamo al punto: com’è nata la rassegna letteraria “Una Montagna di Libri”?
“È nata per gioco. Nel 2009, quando ero ancora uno studente di Storia dell’Università La Sapienza, ho avuto l’idea di invitare a Cortina scrittori e giornalisti che già a conoscevo. Seguendo il saggio consiglio di una amica “se fai una cosa falla bene” e grazie al supporto di alcune persone di Cortina abbiamo organizzato fin dalla prima edizione un cartellone con vari appuntamenti e presentazioni. Certo non potevo sapere quanto poi questo Festival sarebbe cresciuto rivestendo anche un ruolo importante nella mia vita. L’idea di base era quella di far rivivere la tradizione degli “Incontri con l’autore” che in passato avevano portato a Cortina personaggi come Giovanni Comisso, Dino Buzzati, Ernest Hemingway, Vladimir Nabokov, Goffredo Parise. Volevamo riconnettere Cortina a quel suo passato culturale in cui grandi personaggi della letteratura venivano qui in vacanza ma anche per praticare il mestiere della scrittura”.
Una rassegna che negli anni ha saputo ritagliarsi un ruolo significativo tra i Festival letterari.
“In queste ultime edizioni registriamo circa 20 mila presenze di pubblico all’anno. Un pubblico che partecipa ai circa 70 eventi, tra estivi e inverali, che organizziamo portando a Cortina scrittrici e scrittori da tutto il mondo. Quest’anno avremo anche un calendario specifico legato ai Giochi Olimpici e Paralimpici”.

In un’epoca dominata dalla velocità, dalla frammentazione e dall’urgenza dell’attualità, che spazio rimane per la letteratura intesa come “tempo lungo di riflessione profonda”?
“La letteratura per fortuna è ancora un’esigenza che non è smarrita, in questo convulso presente ed anzi probabilmente se la passa molto meglio del giornalismo. Il nostro Festival è una occasione per trasformare il sacrosanto piacere solitario della lettura in una esperienza sociale, nello stare insieme intorno ai libri. E dal nostro piccolo osservatorio colgo che il pubblico ci segue con entusiasmo mostrando un grande bisogno di approfondimento”.
Letteratura come spazio di riflessione che ci aiuta a comprendere meglio la società in cui viviamo?
“In un’attualità segnata da orribili vicende geopolitiche il leggere testi apparentemente più distanti dalla contingenza diventa un modo per guardare in un altro modo e anche capire meglio il presente rispetto al limitarsi alle informazioni quotidiane. L’ultimo esempio di questo ruolo della letteratura sono i due libri dell’ucraino Andrei Kurkov “Diario di un’invasione” e “La nostra guerra quotidiana” grazie ai quali ho capito che quello che leggevo quotidianamente sulla guerra in Ucraina non mi aiutava a capire l’intera vicenda. La letteratura ha ancora quella sorta di primato di inquadramento di una vicenda che viene dal raccontare guardando il mondo dall’alto, a volo d’uccello, con distacco. In questo senso la letteratura ti comunica degli aspetti che il giornalismo quotidiano tambureggiante non ti fa cogliere”.
Noti nel pubblico di “Una Montagna di Libri” una crescente attenzione al presente? E una specifica voglia di comprensione profonda?
“Apro una piccola parentesi sugli autori che indagano il presente suggerendo ai lettori di Gazzetta Italia il libro “Quello che possiamo sapere”, l’ultimo di McEwan che ambienta il racconto in un futuro distopico post disastri, sia ambientali che bellici. Per quanto riguarda invece il rapporto tra il pubblico di “Una Montagna di Libri” e l’attualità una cosa ho notato in modo chiaro: le persone percepiscono la contraffazione e la natura imbrogliona del sistema dei talk show e dell’informazione televisiva italiana. Noi organizzatori di Festival letterari ci sentiamo sempre di più come simbolica e forse disperata alternativa al sistema fallace e colpevole dell’informazione televisiva che su alcune questioni cruciali, come ad esempio la guerra in Ucraina, informa inducendo lo spettatore a schierarsi in una sorta di inaccettabile referendum tra posizioni che vengono riportate come uguali e alternative ma che non sono affatto equivalenti! La posizione della legittimità e del diritto internazionale viene parificata a quella di invasori e dittatori come se fosse tutto uguale, come fosse una scherzosa vicenda in cui ci si può dividere a seconda delle simpatie. Al nostro Festival, che è variegato e si occupa delle più diverse materie, noto che molti partecipano esasperati dall’aver compreso che limitandosi alla sola informazione televisiva non si capisce nulla della realtà in cui viviamo. Insomma abbiamo praterie in cui correre liberi parlando e informando sui le più diverse tematiche. Quando abbiamo invitato Anne Applebaum sotto le Tofane a parlare di Europa dell’Est e di democrazia il pubblico numeroso la ascoltava come se si abbeverasse da una fonte miracolosa. E anche quando trattiamo argomenti apparentemente lontani dall’attualità i lettori presenti sanno che comunque da ogni incontro si porteranno via concetti e riflessioni che gli serviranno in seguito per costruirsi un quadro migliore della società in cui viviamo. Insomma se ascoltiamo Colm Tòibìn parlare di Thomas Mann esprime punti di vista eterni e non relegati agli anni Venti del secolo scorso. La letteratura è maestra di vita”.


Quando parliamo di presente non possiamo non domandarci come l’intelligenza artificiale stia rapidamente entrando nella nostra vita e quindi anche nella letteratura, cosa ne pensi?
“È una cosa affascinante e angosciante allo stesso tempo, di certo un tema che non va sottovalutato. Sarebbe facile dare risposte confortanti del tipo “l’intelligenza umana è insostituibile”, ma invece non possiamo esserne certi. L’unica cosa che sappiamo è che la AI non è una macchina. Finora abbiamo inventato macchine che davano risposte prevedibili e agivano su comando umano, non avevano iniziative proprie. Con l’AI siamo entrati un’altra dimensione. Ci sono libri molto interessanti, tra cui quello dello scrittore-informatico Nello Cristianini, che raccontano come ciò che noi sappiamo sulla AI è minore di quello che non sappiamo. Di certo, come sostiene Emmanuel Carrère, non possiamo minimizzare questo tema tanto che sto pensando ad un incontro per “Una Montagna di Libri” in cui sul palco dialoghiamo con una intelligenza artificiale. Un libro che consiglio caldamente ai lettori di Gazzetta Italia è “If Anyone Builds It, Everyone Dies” in cui gli autori Eliezer Yudkowsky e Nate Soares sostengono che se nasce una intelligenza artificiale generale allora l’umanità morirà perché le esigenze dell’uomo saranno irrilevanti rispetto a quelle della AI. Insomma oggi sulla AI possiamo socraticamente sostenere che sappiamo di non sapere”.















