I viaggi sono la migliore università: intervista a Elżbieta Dzikowska

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traduzione it: Dominika Wałęka

 

Elżbieta Dzikowska ha visitato quasi tutto il mondo, dall’Asia all’America Latina. Come viaggiatrice e storica d’arte ha fatto conoscere il mondo ai polacchi e l’Italia è il suo luogo preferito. 

Spesso inizio con la stessa domanda, ovvero con le parole di Federico Fellini che diceva: “i sogni sono l’unica realtà”. Ha mai fatto il sogno italiano?

Bisogna ricordare che ai tempi della mia gioventù non si poteva né desiderare né sognare. Per tutta la mia vita ho lottato anche con l’insonnia. Neanche gli sciamani mi hanno aiutato, ma almeno, grazie alla ricerca di un rimedio per i miei disturbi, ho avuto l’occasione di girare un film e di scrivere il libro “Czarownicy” (Stregoni). L’importante è non arrendersi. Così preferivo non sognare l’Italia, ma andarci. È stranissimo, ma l’Italia ha cominciato ad affascinarmi prima ancora che ci andassi, non sapevo quasi nulla di questo Paese, eppure qualcosa mi attirava. Forse sognavo l’Italia senza rendermene conto. Quando finalmente ci sono andata i sogni non mi servivano più. Tutto è diventato reale. L’Italia è, per me, il Paese più importante dal punto di vista della cultura e, nonostante i tanti cambiamenti che vi avvengono da secoli, sa rimanere se stessa e coltivare la propria identità. 

Per Lei l’Italia è qualcosa di più di un paesaggio straordinario?

È un terra in cui si intrecciano naturalmente le mie due identità: viaggiatrice e ricercatrice d’arte. Non sono soltanto una sinologa, ma anche una storica dell’arte e considero i viaggi una condizione necessaria per accedere alle opere, agli artisti e ai fenomeni. Il contesto italiano – dai musei e dalle chiese alle esposizioni temporanee –  offre possibilità infinite. Si presenta come un “archivio vivente” del passato e come un laboratorio della contemporaneità. 

Ai tempi della PRL (Repubblica Popolare di Polonia), quando non si poteva né desiderare né sognare, Lei doveva affrontare non solo migliaia di chilometri, ma anche barriere politiche, finanziarie e mentali. La sua storia dimostra quanta determinazione fosse necessaria allora per scoprire il mondo. 

Il primo viaggio in un paese lontano fu quello in Cina nel 1957. Allora ero una giovane studentessa di Sinologia all’Università di Varsavia e un viaggio in Cina rappresentava un’opportunità straordinaria per un contatto diretto con la cultura, che fino ad allora avevo conosciuto solo dai libri. Bisogna ricordare che era il periodo in cui la Polonia si trovava nel blocco dei paesi socialisti e le relazioni con la Cina, benché fossero tese politicamente, permettevano lo scambio accademico. Il viaggio in sé fu un’impresa difficile, richiedeva tanti permessi e due giorni di volo. Dopo questa esperienza sognavo di non dover più affrontare le turbolenze durante il volo. Ammetto che, nel mondo, ho paura di due cose: la maleducazione e le turbolenze in aereo. 

La seconda grande avventura fu il primo viaggio in Sud America, all’inizio degli anni Sessanta. Erano tempi in cui un passaporto era un lusso e il biglietto quasi irraggiungibile. Ho deciso di partire su una nave mercantile diretta in Messico. Il viaggio è durato tre settimane, in una angusta cabina, in compagnia di persone sconosciute, con accesso limitato ai comfort. Il budget era minimo, sufficiente solo per i pernottamenti e i pasti più economici. Quell’esperienza mi ha insegnato a viaggiare con attenzione, in stile da reporter.

La lista dei luoghi nel mondo che Lei ha raggiunto e che ha visto, è impressionante. Eppure, quando in un’intervista Le è stato chiesto qual era il suo luogo preferito sulla Terra, Lei ha risposto: l’Italia. 

Per me viaggiare è un’università e l’Italia mi permette di frequentare i migliori studi possibili. In realtà, concluderli è impossibile, perché c’è sempre qualcosa da scoprire. Viaggio in Italia da decenni, ci sono stata innumerevoli volte, eppure ci sono ancora regioni, come la Sardegna, che mi aspettano. Su quest’isola si trovano oltre settemila monumenti dell’età del bronzo. Ci sono tante testimonianze della presenza umana, come a Iglesias, una cittadina della costa occidentale, dove si trovano miniere risalenti all’epoca nuragica. Tutto questo mi sta aspettando! 

E il suo primo viaggio in Italia?

Credo che il primo sia stato un viaggio con la mia amica Barbara Weber a Perugia, siamo andate all’università per imparare l’italiano. Dopo aver completato il corso, abbiamo comprato il biglietto “tremila chilometri” e prendevamo i treni da una stazione all’altra: abbiamo visitato Firenze e siamo arrivate fino in Sicilia. Nel corso degli anni sono tornata a Firenze molte volte e vi ho persino trascorso la Pasqua con un’altra mia amica, Barbara Szubińska. Non esistono collezioni paragonabili a quelle di Firenze. È la culla del Rinascimento, che da secoli affascina per il suo patrimonio artistico e architettonico. Il punto più importante è ovviamente la Galleria degli Uffizi, l’antica sede degli uffici dei Medici, trasformata in museo già nel Cinquecento. Mi piace anche tornare alla Galleria dell’Accademia, famosa soprattutto per il monumentale David di Michelangelo.  

Che significa per Lei viaggiare?

Viaggiare insegna a conoscere il mondo e, a volte, insegna anche il coraggio e la fiducia in se stessi. Durante il soggiorno a Roma ho partecipato a un congresso internazionale della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura). Desideravo tanto realizzare un’intervista con il direttore di questa organizzazione, ma… né l’ambasciatore né gli altri diplomatici riuscivano ad aiutarmi. Che cosa ho fatto? Ho scritto un piccolo biglietto con una domanda: “Signor Presidente, può concedermi un’intervista?” e l’ho consegnato all’ingresso della sessione inaugurale del congresso. Poco dopo l’assistente del direttore generale della FAO mi ha invitato con il suo consenso. 

E poi ci sono stati i viaggi con suo marito Tony Halik.

Con mio marito, per vent’anni, quasi ogni anno viaggiavamo in macchina da Varsavia a Genova. Lì lasciavamo la macchina e ci imbarcavamo sulla nostra barca, con cui navigavamo nel Mar Ligure. Niente riusciva a fermarci, nemmeno il pacemaker che era stato impiantato a Tony. Cinque giorni dopo essere uscito dall’ospedale eravamo già in mare, visitando Portofino o l’insediamento nascosto di San Fruttuoso. Il mare impone disciplina: il tempo è capriccioso, i porti hanno i loro ritmi.  Per salpare bisogna essere preparati, ma anche fidarsi delle proprie decisioni. È la stessa logica che applico nel mondo dell’arte: prima la ricognizione solida, poi conclusioni coraggiose.  

Cosa le hanno insegnato i numerosi viaggi alla Biennale di Venezia? 

La Biennale insegna a essere vigili. Da un’edizione all’altra cambiano i temi, i linguaggi e persino i modi di guidare il visitatore. Da anni uso Venezia come un barometro: verifico dove si sono spostati gli accenti –  verso la politica, l’ecologia, il corpo, la tecnologia – e quindi se le narrazioni polacche si armonizzano con la corrente o vanno controcorrente. La prima volta che sono andata alla Biennale risale agli anni Novanta su invito di Roman Opałka. Quegli anni hanno portato momenti significativi che hanno permesso all’arte polacca di farsi conoscere dal pubblico internazionale. Nel 1993 Roman Opałka ha presentato la sua opera pittorica “Liczenie do nieskończoności” (Contare fino all’infinito), creando una toccante meditazione sul tempo e sulla transitorietà. Le sue opere,  schiarite gradualmente fino al bianco totale, sono diventate uno dei simboli più forti dell’arte concettuale del XX secolo e a Venezia hanno ricevuto un enorme riconoscimento. Quattro anni dopo, nel 1997, Katarzyna Kozyra ha presentato “Łaźnie” (Le terme), un’installazione video che ha aperto un nuovo capitolo nel pensiero sul corpo e sull’identità. L’opera, premiata dalla giuria, ha suscitato dibattiti a livello internazionale. Nel 1999, invece, Mirosław Bałka ha presentato le installazioni minimaliste che affrontavano memoria, sensualità e storia, spesso riferendosi all’esperienza dell’Olocausto e alla transitorietà.

Che tipo di città è Venezia per Lei?

È il più grande museo  a cielo aperto. Piazza San Marco con la sua basilica maestosa, i cui mosaici dorati raccontano la storia della città. Il Palazzo Ducale, l’antica sede dei dogi e simbolo della potenza politica. Per me una tappa obbligatoria sono anche le Gallerie dell’Accademia, dove si possono ammirare i capolavori di Bellini, Carpaccio e Tiziano. E poi il Museo Peggy Guggenheim, ospitato in un palazzo sul Canal Grande, con opere di Picasso, Pollock, Kandinsky e Miró. Questo museo contrasta con l’arte antica di Venezia, mostrando come la città sia diventata uno spazio di dialogo tra le epoche. Venezia è per me la città più bella del mondo, anche se non sono mai riuscita a trovarla vuota, l’ho sempre vissuta affollata. Avere un contatto personale con lei diventa sempre più difficile. Tuttavia, riesco a trovare i miei angoli. Ho persino un amico commerciante a Burano dove compro vestiti e mi fà lo sconto.

Scoprendo l’Italia quanto sono stati importanti i suoi incontri con Igor Mitoraj.

Ho conosciuto Mitoraj alla fine degli anni Ottanta a Pietrasanta, dove aveva il suo studio. Lì, insieme a mio marito, abbiamo girato un film che è stato poi presentato nel programma televisivo “Pieprz i wanilia” (Pepe e vaniglia). Qualche anno dopo, insieme a Wiesława Wierzchowska, ho organizzato alla Galleria Zachęta di Varsavia una mostra con le sue opere, in cui erano esposti anche lavori di altri artisti polacchi che creavano all’estero. Di Mitoraj conservo il ricordo di un uomo straordinariamente modesto, gentile e tranquillo, che realizzava sculture monumentali.

Lei ha conosciuto molte culture, quindi Le è più facile trarre delle conclusioni. Come definisce gli italiani?

Gli italiani sono il popolo più aperto del mondo, non è solo un’affermazione generica, ma un fatto costruito nei gesti quotidiani: i sorrisi ai propri interlocutori, l’atteggiamento cordiale, gli inviti spontanei. Ricordo l’Italia come un Paese in cui la barriera tra me e la gente del posto svanisce, proprio come in Tibet, dove ho visto la gente con i sorrisi più belli.