
Traduzione it.: Agata Pachucy
Il primo romanzo di Chiara Valerio pubblicato in Polonia dalla casa editrice bo.wiem è un libro che sfugge alle semplici categorizzazioni. Apparentemente ricorda un’indagine e il racconto di una ricerca quasi ossessiva della verità sulla morte di un membro della comunità in un paesino piccolo. D’altra parte, è una meditazione sulla memoria, un tentativo di comprendere il mondo e la propria identità. Valerio combina la narrazione classica con un flusso di coscienza introspettivo, creando un testo dalla struttura mosaica, composto da frammenti, ricordi, sottintesi e pettegolezzi.
L’azione si svolge negli anni Novanta, nel microcosmo della provincia italiana di Scauri, che Valerio descrive con precisione quasi matematica, dove ogni dettaglio ha importanza. In questo mondo “tutti sanno tutto di tutti”, ma ciò che viene considerato conoscenza è un insieme di supposizioni e ricordi incerti. Su questo sfondo conosciamo la protagonista, Vittoria, una donna arrivata in città da Roma vent’anni fa. È accompagnata da una ragazza giovane, Mara, che “sembra sua figlia”, ma non sappiamo bene quale sia il rapporto che lega le due donne. Vittoria, priva di un protettore maschile, indipendente, autosufficiente, diventa per Scauri una figura affascinante e inquietante. Compra una casa e una barca, vive secondo le sue regole, incuriosisce gli abitanti del paese. Tuttavia, non ha bisogno degli uomini, decide da sola con chi parlare, a chi dare fiducia e da chi allontanarsi. Si dedica alle sue passioni: le piante, l’arte, gli incontri sociali e prende sotto la sua ala protettrice altre donne. In una comunità dominata da regole patriarcali è sorprendente che una donna acquisti il ruolo decisivo. Come ha ammesso Valerio durante l’incontro di presentazione al salone del libro di Cracovia, la letteratura serve anche a creare il mondo che vorremmo. Vittoria ama il mare: fare il bagno è per lei un rituale di purificazione, un momento in cui simbolicamente si libera dal peso delle convenzioni e dalle aspettative. L’acqua, che torna spesso nel romanzo, può essere una metafora della sua libertà. Il momento in cui la protagonista si immerge nel mare è una scena esteticamente memorabile: sembra una sirena, attira lo sguardo degli altri, suscita desiderio, ma anche inquietudine. Vittoria sceglie il mare perché solo lì può essere pienamente se stessa. E la sua morte, sebbene formalmente riconosciuta come incidente, contiene in sé un elemento di controllo: è lei a decidere quando andarsene, come se volesse mantenere il potere sul proprio destino fino all’ultimo momento.
I momenti della vita di Vittoria li osserviamo come se stessimo guardando attraverso il buco della serratura dopo la sua morte, spiandola come fanno gli abitanti del paese, che si trasmettono a vicenda ciò che è “sospetto” e “sentito dire”. La confidente di tutta la sua storia diventa Lea Russo, un’avvocatessa quarantenne, per cui la morte di Vittoria è allo stesso tempo uno shock e un risveglio. È lei che simbolicamente prende il controllo, rompendo il velo di silenzio che circonda la verità sulla morte della donna. Non a caso il libro inizia con una citazione di Teresa Cremisi: “Nessuno riesce a controllarsi alla perfezione” e “La verità è che a furia di far collezioni, di cose, di piante, di tutto, si finisce a poco a poco col voler farle anche con le persone” di Micol Finzi-Contini.

Lea Russo conduce una vita stabile. Fa l’avvocato, è sposata con un professore e ha due figlie. Apparentemente ha poco in comune con Vittoria, ma Valerio costruisce la loro relazione come una tensione tra due forme di dominio. Vittoria controllava le persone, Lea invece, prende il controllo della narrazione dopo la morte dell’amica. È lei che raccoglie le voci degli abitanti, ricostruisce il passato, decide quali ricordi conservare. Cerca di scoprire la verità su Vittoria e sulla città di Scauri. In questo modo assume il ruolo di narratrice e custode della memoria.
Scauri non è solo uno sfondo del racconto. È il terzo protagonista del romanzo: un organismo vivente che respira, parla, ascolta e tace. La città è una comunità intrecciata di pettegolezzi, mezze verità e supposizioni. Si parla continuamente di Vittoria e ogni frase pronunciata costruisce una nuova versione della sua storia. In questo senso, Vittoria diventa la città stessa: il suo centro e la sua storia, il suo mito. Era presente a tutti gli eventi importanti e il suo nome ritorna nelle conversazioni come un’eco. Come l’acqua, si riversa nella memoria degli abitanti. In questo modo Valerio mostra in modo eccellente i meccanismi del potere provinciale, basato non sul denaro o sulle istituzioni, ma sull’informazione. Il sapere è la valuta di Scauri. Luigi, il marito di Lea, sa tutto perché la sera ascolta i racconti dei vicini nel bar del quartiere o per strada e li ripete, trasmettendo apparentemente per caso ciò che tutti “dovrebbero” sapere. Il pettegolezzo diventa qui uno strumento per mantenere l’ordine sociale. Donne e uomini vi partecipano in modi diversi: gli uomini ripetono, le donne elaborano. In questo senso la narrazione su Vittoria diventa in parte una rivincita femminile: è una donna (Lea) a dare forma a una storia che gli uomini non hanno mai compreso. Lo stile di Valerio è magnetico. La scrittrice rinuncia al dialogo classico introducendo una forma di flusso continuo di pensieri in cui i confini tra ricordo, realtà e finzione sono fluidi. Costruisce una narrazione che, come le sue protagoniste, sfugge alle regole e alle classificazioni.

“Chi dice e chi tace” è una storia sul bisogno di autodeterminazione, sull’emancipazione che non sempre assume la forma di ribellione, ma a volte si esprime anche nel silenzio, nello sguardo, nella scomparsa consapevole. Vittoria è una donna che decide su se stessa fino alla fine; Lea trasforma il suo silenzio in una storia. Valerio scrive che la memoria è una forma di potere e il racconto un atto di controllo. Nel mondo raccontato dall’autrice non esiste un’unica verità, ci sono solo voci che si sovrappongono, si annullano, si ripetono. È proprio da esse che nasce il tessuto della città e l’identità dei personaggi. Gli abitanti di Scauri “scambiano informazioni”, come ha scritto l’autrice, e ciò che cresce da questa rete è la storia comune di donne che, nonostante i limiti, “parlando o tacendo”, creano il loro linguaggio e la memoria, e in conseguenza anche il loro posto nel mondo.















