Affidarsi alla follia

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Dopo aver esordito come narratore nel 2008 con la raccolta di racconti Spirale (Città Nuova, Roma), a cui ha fatto seguito tre anni dopo il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, Milano), Stefano Redaelli, che vive e insegna a Varsavia da diversi anni, giunge ora con Beati gli inquieti, pubblicato nel 2021 presso la casa editrice abruzzese Neo Edizioni, a un libro straordinariamente denso, sentito e meditato, che è stato candidato, subito dopo la sua uscita, al Premio Strega, nonché successivamente rientrato, fra gli altri riconoscimenti, nella selezione ufficiale del Premio Campiello.

Questo romanzo però non ha unicamente incontrato un immediato consenso di critica ma anche un notevole riscontro fra i lettori, arrivando ormai, in pochi mesi, alla sua terza ristampa. Felice e tutt’altro che scontata accoglienza, è il caso di sottolineare, per un’opera che mette al centro della narrazione la sofferenza psichica, dandole direttamente la parola, spostando coraggiosamente, e convintamente, l’orizzonte del proprio discorso dal patologico all’epifanico, dal documento alla fiction, dal quadro clinico a una ricerca spirituale o ancor meglio religiosa del senso. In Beati gli inquieti Redaelli si affida alla follia, con un atteggiamento di radicale pietas, in forza di una esigenza di complicità che lo porta a scrivere non tanto per circoscrivere una esperienza limite, quanto per esserne circondato.

In questo romanzo la finzione permette di dare voce a ciò che sfugge al referto medico e rimane nel silenzio. Affidarsi alla follia significa allora, in Beati gli inquieti, ricercare rivelazioni dove ci aspetteremmo di incontrare solo il disgregarsi della ragione o il ritratto senza anima di una cartella clinica. Redaelli non scrive, dunque, sulla follia, ma con la follia, le si pone accanto, la ingloba, con rispetto, tramite una scrittura ispirata e al contempo cristallina, leggera e lacerata, invasa dal mistero e dalle ragioni di una alterità, di uno smarrimento che si rivolge a tutti e riguarda tutti.

La trama prende avvio a partire dalla decisione di Angelo, ricercatore universitario e scrittore, di comporre un libro sulla follia, e, per tale motivo, di studiarla sul campo, dal vivo, dall’interno di un centro di salute mentale. Angelo vuole ossessivamente toccare con mano questo tema che lo assilla, e come San Tommaso sente la febbrile, quasi sacrilega, necessità di immergere il suo dito nelle piaghe di una misteriosa verità che lo coinvolge e lo interroga. Con il procedere della narrazione il protagonista entra sempre più in un rapporto simpatetico con i pazienti, che dovrebbe osservare dall’esterno, e in confl itto con la psichiatra. La narrazione si fa così, man mano che si procede nella lettura, più concitata e spiazzante, con un susseguirsi di epifanie e sofferenze in cui urla il “troppo umano” di ogni esperienza limite. Una particolare inquietudine, quasi da racconto di spettri, sembra in defi nitiva impossessarsi del motore stesso del discorso, catturando fi gure e storie, grazie a un immaginario capace di covare (e scovare) la beatitudine dentro l’inquietudine.

Beati gli inquieti è in definitiva un libro che accoglie la dignità del vissuto della pazzia,vi si relaziona empaticamente, mostrando come per avvicinarsi alla rappresentazione del disturbo mentale l’unica strada sia quella di un’autentica stretta di mano, di un riconoscimento e un incontro che rifiuta paratie protettive e muri mentali. Redaelli, per far ciò, parte dal contributo più fertile dell’antipsichiatria di Franco Basaglia, che riconosceva nella follia una esperienza costitutiva della condizione umana, aggiungendo: “In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragionequanto la follia”. Ai limiti operativi cui è però poi andata incontro la pratica basagliana, Redaelli risponde dando forma, tramite la finzione, a una “comunità della cura”, per usare le parole dello psichiatra e saggista Eugenio Borgna, nonché invitandoci, nel suo romanzo, ad aprirci alla follia, ad accoglierla per celebrare la dignità della creatura sofferente, la sua prossimità al sacro. Fra interrogazione spirituale ed esistenziale, epifanie e crisi interiori, grumi di tenebra e rivendicazioni ostinate di gioia, Redaelli dà vita ad una narrazione a più voci in cui risuonano le parole del Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry così come il discorso della montagna di Gesù, l’Horla di Guy de Maupassant e la Terra Santa di Alda Merini. In Beati gli inquieti, in definitiva, la follia non rappresenta uno specchio deformato della cosiddetta ‘normalità’, ma un perturbante avvicinamento alle proprie zone d’ombra e di abbacinante luce, una vera e propria catabasis alle radici dell’identità. Il romanzo intreccia così maschere e confessioni, individuando come “apriti sesamo” un patto di fiducia con la follia, una complicità che fi nisce per riconoscerle il valore di peculiarissima e inattesa maestra di vita.

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