Anna Ziaja – casa polacca, casa italiana

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traduzione it: Sara Kmak

Anna Ziaja nel 1979, si è laureata con lode presso la Facoltà di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Varsavia con diplomi in pittura, presso lo studio del prof. Jacek Sienicki, e arti grafiche, nello studio del prof. Andrzej Rudziński. Da 46 anni divide la sua vita tra la sua casa in Polonia e l’Italia. L’album “Anna Ziaja. W pełnym świetle / In piena luce, paintings 1980-2020” in polacco, italiano e inglese è appena arrivato sul mercato. 

I titoli delle sue opere si riferiscono chiaramente all’Italia?

La luce dell’Europa meridionale mi ha formato come artista e mi ha fatto capire cosa è più importante nell’arte. Ritorno a visitare luoghi in Italia che ho già visto perchè una volta ero impotente davanti all’arte dei grandi maestri, solo oggi capisco davvero i loro risultati creativi. Un luogo di visite frequenti è la Galleria Estense di Modena e sebbene non sia il museo più famoso d’Italia, le opere di Guercino, Cosme Tura, Guido Reni e il famoso Trittico di Modena di El Greco esposte sono state e sono tuttora per me un punto di riferimento per il mio pensiero sulla pittura. Una grande bottega di artisti sensibili che sono stati l’humus delle più importanti realizzazioni dell’arte italiana. È in questi luoghi che puoi vedere gli standard che i nostri predecessori hanno stabilito e io continuo ad esplorare questa conoscenza inestimabile. 

Com’è iniziata la sua avventura italiana?

Sono stata portata in Italia dalla passione per i film di Bernardo Bertolucci, per capirlo bene bisogna immaginare l’atmosfera di quei tempi e scoprire il suo affresco cinematografico “Novecento”. Sono arrivata a Modena nel 1976, subito dopo il terremoto in Friuli-Venezia Giulia, e nel cuore della notte ho visto scene come quelle di un film di Bertolucci! Mi sono innamorata di questa terra. Così l’Emilia è diventata il “mio” luogo dove vivere. Vivo a Modena da 46 anni, unendo il meglio della sensibilità italo-polacca. Entrambi questi mondi si integrano a vicenda e completano il mio percorso artistico.

La sua casa “italiana” è qui.

Rimango nella casa e nello studio estivo circa 6-7 mesi all’anno, posso farlo perché i miei figli hanno completato l’istruzione obbligatoria. Dopo mesi trascorsi a Varsavia, è qui che prendo le distanze e ricarico le batterie, così che poi con nuova energia, inizio la successiva fase di lavoro e lo sviluppo di nuove idee. In Italia guardo e leggo i miei maestri sempre più consapevolmente. E come fa ogni artista, lavoro sui miei strumenti di espressione artistica. Ho sempre cercato di mantenere il meglio delle tradizioni polacche e italiane, in modo che i miei figli conoscessero bene entrambe le culture. A Varsavia, tutto il mio ambiente è subordinato alle esigenze dello studio, ho assolutamente tutto ciò che è necessario per il lavoro creativo. Adoro questo casino! È un posto così stimolante. Quasi tutte le mie idee per le prossime tele nascono lì.

Con chi crea questa “casa italiana”?

Con mio marito Giorgio. Ci siamo incontrati a Rimini. Ero lì per una specie di “en plein air” subito dopo il primo anno di studio. Affascinata dal paesaggio, ho abbozzato tutto quello che potevo, spiagge piene di gente in pose bizzarre, che si muovevano davanti a me come in una cornice cinematografica, il mare e la pineta intorno a Rimini (chi ci è stato, sa di cosa sto parlando). È stato amore a prima vista. Mio marito è la mia forza nei momenti di dubbio e mi aiuta molto. Io curo la creatività e lui si occupa di tutta la logistica e della documentazione. Gli devo molto.

Nel 1980, subito dopo la laurea, ha avuto la sua mostra d’esordio a Roma.

Sì, ma anche se ho trascorso molto tempo lì, specialmente i viaggi di studio durante i miei giorni da studente, non è stata Roma a formarmi. Sono stata maggiormente influenzata dai soggiorni a Milano, Ferrara, Firenze e Mantova, Arezzo, Sansepolcro e persino a Castiglione Olona, un piccolo paese vicino a Varese, dove c’è un bellissimo Battistero con affreschi di Masolino da Panicale. Rimasi incantata di fronte a questo bellissimo mondo ispirato dall’immaginazione dell’artista. I miei maestri sono anche: Piero della Francesca, Masaccio o Domenico Ghirlandaio e maestri veneziani come Vittore Carpaccio o Giovanni Bellini. Una rivoluzione nel mio pensiero sull’essenza della pittura e dell’arte in generale è stata anche la mostra retrospettiva dei dipinti di Balthus (Balthasar Klossowski de Rola), che ho visto a Venezia in occasione della Biennale del 1984. Nelle opere di questi giganti dell’arte è racchiuso ciò che mi interessa della pittura. Attenzione al mondo che ci circonda, espressa ogni volta con i nostri strumenti e la nostra sensibilità.

Nei suoi dipinti ci sono echi della fascinazione per l’opera di Pablo Picasso, per il romanzo “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust e per il realismo magico della letteratura iberoamericana?

L’intransigenza di Picasso mi ha sempre affascinato, e il suo “trovare” piuttosto che “cercare” come diceva lui è diventato per me un approccio importante al processo creativo. Nel romanzo di Proust, invece, sono più incuriosita dalle descrizioni dei dettagli della vita quotidiana e delle relazioni tra i personaggi, che costruiscono l’intera atmosfera. Il mondo intorno per me è sempre stato un’ottima scusa per costruire la struttura della tela e lo spazio pittorico. La pittura è un’arte non ovvia, non letterale, ma magica. La mano del maestro fa emergere l’opera dal profondo della propria immaginazione e mostra al mondo una nuova versione del talento, che nel tempo cambia, creando un nuovo linguaggio espressivo, che è il segno distintivo di ogni grande artista.

In una delle interviste ha detto: “In effetti, nessuna comprensione tra le persone è possibile”.

Questo è quello che penso, perché ho l’impressione, guardando gli eventi attuali, che le persone non siano più d’accordo tra loro su nulla. Ci stiamo allontanando sempre di più gli uni dagli altri. Non siamo più curiosi l’uno dell’altro, ma cerchiamo comunque di stabilire contatti che possano proteggere ognuno di noi dal sentirsi soli. Guardo queste relazioni mentre tengo il mio diario interiore e voglio parlarne nella mia pittura, voglio far parlare il bel linguaggio della tavolozza dei colori, l’amore per gli animali e la natura, dove l’armonia di tutti questi elementi dà tregua al cuore tormentato dell’osservatore. Preferisco questo volto migliore dell’uomo e posso esprimerlo solo attraverso metafore e riferimenti a codici culturali noti a noi tutti. Ho dedicato la mia vita alla pittura e non me ne pento.

Lei viene definita colorista, perché nei suoi dipinti cani, cavalli, uccelli sono astrattamente colorati, viola, arancione, blu.

Questo è un grande complimento e vorrei ringraziare tutti coloro che la pensano così. Aderisco anche al principio, seguendo Emil Bernard, che prima che qualcosa diventi un elemento dell’immagine che si sta costruendo, è prima di tutto una macchia colorata che decide e determina tutto il resto. Amo la luce e il colore visto in tutta la sua brillantezza, il più puro possibile e capace di esprimere emozioni. Un colore che non lascia indifferente lo spettatore.