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Sogni post-net. L’arte dopo Internet, al Museum of Modern Art di Varsavia

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La mostra Private Setting – Art after the Internet è una summa di giovani autori entrati nella scena artistica nel pieno dell’espansione dinamica di Internet e della cultura digitale di massa, in uno spazio pieno di possibilità apparentemente illimitate e caratterizzato da un eccesso di immagini e di informazioni.

Trenta giovani artisti, tutti nati tra il 1980 e il 1990, chiamati a raccolta dal Museum of Modern Art di Varsavia per rispondere ad una domanda precisa: come è cambiata, in seguito al rampante progresso tecnologico dell’ultimo decennio e al contatto quotidiano con i media, l’identità dell’artista e la sua interazione col mondo?

[cml_media_alt id='112319']Urso - Sogni (6)[/cml_media_alt] [cml_media_alt id='112320']Urso - Sogni (10)[/cml_media_alt]

L’allestimento presenta decine di opere (molte delle quali video), tutte costruite su un impianto teoretico che tocca immancabilmente tematiche cardine della filosofia e della sociologia dell’ultimo trentennio: il mondo come rappresentazione, l’estensione totalitaria delle immagini, la messa in discussione del reale a vantaggio del virtuale, il confine sfocato tra privato e pubblico, autentico e fittizio, originale e copia. Questioni cruciali, insomma, su cui l’arte postmoderna ha già abbondantemente discusso, sviluppando osservazioni che questi giovani artisti fanno inevitabilmente proprie, portandole verso i territori estremi – e ancora poco definiti – della cosiddetta Post-Internet Art.

I lavori si presentano con fascino ambiguo, avvolti in un’aura che attrae e distanzia allo stesso tempo. Atmosfere frigide e senso del vuoto dominano le sale, trasportando l’osservatore in un viaggio glitter, dove gli schermi sono presenze vive, che inquietano per la loro freddezza e rassicurano per la loro familiarità. Dai video di Ed Atkins, volti ad esplorare il mondo dell’iperreale con la creazione di complessi ambienti cibernetici popolati da personaggi virtuali e avatar di provenienza incerta, alle installazioni interattive di Daniel Keller; dalle google street views di John Rafman, ai mondi simulati creati da Ryan Trecartin, mirati ad investigare le relazioni interpersonali nell’era della comunicazione di massa e della sovrapproduzione di informazioni.

La sensazione è quella di assistere ad una serie di opere d’arte mai come oggi “temporanee”, come temporanea è l’estetica post-net su cui questi lavori fanno leva. Proiezioni di immagini powerpoint, sovrapposizioni di linguaggi, cortocircuiti kitsch. Sembra singolare che, esclusi rari esempi, molte di queste opere paiono poter funzionare di più se assimilate di fronte allo schermo del proprio computer, libere di potersi attestare come immagini tra le immagini, senza il peso ingombrante dell’istituzione museale che ne certifichi la funzionalità.

Nonostante in generale la mostra non brilli per efficacia, non sempre capace di fornire una analisi mirata e pungente sul tema, preferendo rimanere in un limbo kitsch intrigante ma mai incisivo, l’esibizione propone nel complesso un ampio ventaglio di possibilità legante ai linguaggi fluidi del mondo web. Una scelta se non altro coraggiosa, soprattutto se considerato il contesto polacco, forse mai come in questa occasione aperto così sfacciatamente alle tendenze estetiche del contemporaneo. Private Setting è per questo un tassello importante per lo sviluppo culturale della città, una mostra significativa, perché sintetizza al meglio le bizzarre dinamiche che intercorrono tra l’arte – e i luoghi della sua produzione -, e le attuali logiche neo-liberali del contesto socio-economico nazionale: tutto molto rapido, tutto molto mutevole, tutto molto kitsch! E la “favola postmoderna” di Varsavia continua.

Fino al 6 gennaio 2015

a cura di Natalia Sielewicz

Artisti: Sarah Abu Abdallah and Joey L. DeFrancesco, Korakrit Arunanondchai, Ed Atkins, Trisha Baga and Jessie Stead, Darja Bajagi?, Nicolas Ceccaldi, Jennifer Chan, CUSS Group, Czosnek Studio, Jesse Darling, DIS, Harm van den Dorpel, Loretta Fahrenholz, Daniel Keller, Ada Karczmarczyk, Jason Loebs, Piotr ?akomy, Metahaven, Takeshi Murata, Yuri Pattison, Hannah Perry, Jon Rafman, Bunny Rogers, Pamela Rosenkranz, Ryan Trecartin, Ned Vena

Hockey sul ghiaccio: Italia, doppia sconfitta con la Polonia

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Come annunciato per questa seconda sfida contro la Polonia, l’Italia si presenta con qualche cambiamento. Caffi è il portiere titolare con Da Rin come back-up. Rispetto alla gara precedente ci sono sul ghiaccio Andrea Schina, Rafael Andergassen, Danny Deanesi, Peter Sullmann, Marcello Borghi e Viktor Schweitzer. Una squadra, quindi, molto giovane capitanata per l’occasione da Edoardo Caletti che funge da centro della prima linea con Frigo e Goi.

Inizio molto più equilibrato rispetto a quello del 19 dicembre, quando la Polonia mise subito alle strette la difesa italiana, che anche in questo caso però, dopo aver superato senza grossi problemi una prima inferiorità, deve subire la rete polacca. Pociecha supera Caffi con un disco dalla distanza senza molte pretese. I pericoli per Orobny arrivano dalla distanza con i tiri di Schina e Frigo. Proprio da un tiro di Frigo, l’estremo polacco non ferma del tutto disco lasciando la porta spalancata per il tocco vincente di Caletti: 1-1 . La reazione dei biancorossi non tarda a materializzarsi e Caffi ferma fra palo e gambale il doppio tentativo di Urbanowicz. L’Italia si difende con ordine cercando di aggirare la pressione polacca in contropiede, ma ci pensa Glira con un diagonale nello slot a mettere un qualche timore alla difesa avversaria che si salva per un uomo in area. Ancora bene Caffi sul tiro di Kalinowski dalla media distanza, con il portiere di casa che ci mette la pinza e sventa la minaccia. Il primo parziale termina così in parità sul punteggio di 1-1 e con l’Italia che inizia il periodo centrale con l’uomo in più sul ghiaccio per un fallo di Dziubinski nel finale.

Ad inizio di seconda frazione succede poco o nulla anche se l’Italia sembra più libera mentalmente gioca anche in scioltezza quando c’è da attaccare, tanto che un diagonale di Frei fa gridare al gol dopo aver fatto risuonare la traversa e toccato l’estremo polacco che riesce poi a salvare tutto buttandosi sopra il disco. Al settimo gli azzurri giocano nuovamente in power play, con Simon Kostner che incrocia coi tempi giusti ma trova lo scudo di Orobny pe la deviazione decisiva. Caffi ferma in doppio intervento un tiro in mischia di Guzik ma gli Azzurri continuano a pattinare senza remore, tanto che arriva una carica pesate di Schweitzer leva dalla pista Noworyta, ma sulla superiorità polacca ci pensa Pociecha a riportare avanti gli ospiti con un preciso quanto potente disco dalla blu su cui l’estremo italiano appare coperto per intervenire in modo efficace. La partita resta piacevole, Caletti saggia i gambali di Orobny con un insidioso disco in diagonale e Galant non trova di un soffio il tocco vincente a pochi passi da Caffi. Si va al secondo riposo con la Polonia in vantaggio per 2-1. Da segnalare anche i 10’ disciplinari per Viktor Schweitzer per una carica alla testa.

Il primo squillo del terzo drittel arriva dopo 95 secondi ad opera di Guzik ma Caffi para bene al corpo, mentre poco dopo è Bepierszcz a farsi molto pericoloso su un rebound ma Caffi è ancora bravo. Non può nulla però il portiere del Milano al 43.30, su un altro rimbalzo concretizzato dallo slot da Urbanowicz su tiro di Pociecha, ed ecco servito il 3 a 1 polacco. Gli azzurri provano a reagire e si fanno vedere nei minuti seguenti, ma Orobny è bravissimo sull’1 contro 0 di Goi al 46.52 a salvare il doppio vantaggio baltico. Al 50.16 due minuti di penalità allo stesso Goi costano all’Italia un’inferiorità numerica che i polacchi provano a sfruttare con Kolusz e  Pociecha ma la difesa azzurra regge bene, quindi è ancora Goi a lanciarsi in contropiede solitario dopo l’uscita dalla panca puniti ma Orobny vince ancora il duello diretto. Minuto 54.10 e pericoloso tiro ravvicinato di Kalinowski che termina sull’esterno della rete, quindi sul ribaltamento di fronte è Hofer a sfiorare il gol con una conclusione dalla media distanza, imitato qualche istante dopo dal polacco Rompkowski, sul quale si disimpegna Caffi. Gli ultimi giri di lancette vedono l’Italia provare a spingere per trovare quantomeno il gol dell’orgoglio, ma nonostante il doppio uomo di movimento in più (power play e porta vuota) Orobny è molto bravo a resistere e permettere così alla Polonia di vincere per 3 a 1 anche la seconda amichevole contro gli azzurri. Arriva dunque un’altra sconfitta per gli azzurri, che hanno comunque dimostrato voglia e impegno di proseguire il lavoro di crescita avviato dal nuovo staff tecnico che ha dato spazio a molti giovani. A fine partita comunque grande entusiasmo con il pubblico dell’Agorà che ha applaudito l’Italia, certificando il successo di queste due amichevoli di fronte al caldo pubblico meneghino.

Ivano Zanatta: “Sono molto soddisfatto della gara di questa sera. La squadra ha fatto il possibile. Stiamo provando più giocatori per avere l’esatto quadro di quelli che si possono esprimersi ad un certo livello. Dopo l’EIHC in Ungheria e le due amichevoli di Milano ed i rispettivi ritiri, abbiamo provato complessivamente 60 giocatori. Uno sforzo notevole per non lasciare nulla al caso.”

Stefan Mair: “Ora è il momento di tirare le somme. Per il prossimo impegno della Nazionale a Vienna a febbraio contro nazioni della Top Division come Austria, Slovacchia e Slovenia, cercheremo di convocare un roster molto simile a quello che poi andrà a giocare in Polonia i prossimi Mondiali.”

Italia – Polonia 1-3 (1-0/1-0/1-0)

20 dicembre 2014

Marcatori: 06.43 (0-1) B.Pociecha (G.Pasiut/M.Urbanowicz); 12:53 (1-1) E.Caletti (L.Frigo/C.Willeit); 34:51 (1-2) B.Pociecha (M.Rompowski); 43:30 (1-3) M.Urbanowicz (B.Pociecha/Kowaloska);

Formazione Italia

Portieri: A.Caffi (M.Valle Da Rin)

Difensori: A.Hofer-C.Willeit; L.Casetti-S.Marchetti; A.Sullman-D.Glira; E.Miglioranzi-A.Schina;

Attaccanti: L.Frigo-E.Caletti-T.Goi; M.Borghi-S.Kostner-V.Schweitzer; A.Frei-R.Andergassen-D.Deanesi; M.Sullman-P.Nicolao-T.Migliore;

Coaching Staff: I.Zanatta, S.Mair e R.Scelfo;

Formazione Polonia

Portieri: P.Orobny (O.Raszka);

Difensori: B.Pociecha-M.Rompkowski; M.Kotlorz-P.Noworyta; K.Gorny-M.Bryk; M.Kruczek-J.Wanacki;

Attaccanti: M.Urbanowicz-G.Pasiut-S.Kawalowka; D.Kapica-M.Kolusz-K.Dziubinski; K.Guzik-M.Stryzowki-R.Galant; K.Kalinowski-D.Majoch-M.Bepierszcz;

Allenatore: Jacek Platcha;

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In Polonia treni più veloci grazie al made in Italy. Parte il “Pendolino” per il Varsavia-Cracovia

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Da oggi il Pendolino fabbricato in Italia viaggia anche sui binari della Polonia. Con una corsa di due ore e mezza fra Varsavia e Cracovia è cominciata l’era dell’alta velocità ferroviaria anche in questo Paese dell’Est Europa. Qui le pianure a perdita d’occhio fanno sembrare più facili i 200 chilometri orari che il Pendolino della Alstom tiene per quasi tutto il tragitto (ma nei test le Ferrovie polacche lo hanno spinto fino a 293).In seguito la velocità di crociera salirà a 250 chilometri all’ora, ma prima sarà necessario che la rete ferroviaria si adegui. Del resto è successo così anche in Italia: l’alta velocità ferroviaria è arrivata un poco per volta, coi treni già pronti a correre al massimo e con la rete che si adattava a mano a mano alle loro prestazioni.

Varsavia ha ordinato 20 Pendolini (che si chiamano così anche in Polonia, Pendolini, con il nome italiano non tradotto) quasi tutti già consegnati (l’ultimo arriverà a gennaio 2015). Un contratto da 650 milioni di euro, inclusa la manutenzione per 17 anni. Il gruppo Alstom è francese ma questi treni sono stati costruiti nei suoi stabilimenti italiani di Savigliano (Cuneo, dove si fanno locomotori e vagoni) e di Sesto San Giovanni (Milano, dove si fabbricano i sistemi di trasmissione). La manutenzione è affidata a un centro di assistenza tecnico allestito dalla stessa Alstom (come parte del contratto) neo pressi di Varsavia.

Nel mondo viaggiano adesso più di 454 Pendolini. Questi treni sono omologati in 14 Paesi europei e nel nostro continente attraversano sette frontiere. Più lontano, i Pendolini corrono in Nord America, in Russia, in altri Stati dell’ex Unione Sovietica e in vari Paesi asiatici. Dice Luigi Musso, responsabile globale del progetto Pendolino per la Polonia: “Su 3000 convogli ad alta velocità che viaggiano nel mondo, circa 1200 (Pendolini o altro) portano il marchio Alstom”. E una gran quota è fatta in Italia.

Luigi Grassia (lastampa.it)

“Ida” candidato all’Oscar, il cinema polacco torna protagonista nel mondo?

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(Foto copyright Piotr Suzin)

In occasione dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia abbiamo incontrato Pawe? Pawlikowski, regista dell’apprezzato film “Ida”, che rappresenterà la Polonia nella categoria degli Oscar per il miglior film straniero. Pawlikowski è un intellettuale polacco, che guarda al suo paese con l’imparzialità di chi ha vissuto gran parte della vita all’estero.

 

Questa distanza l’ha aiutata ad affrontare meglio i molti temi polacchi presenti in “Ida”?

 

“In effetti in Ida tocco alcune questioni profondamente polacche: la Polonia e i suoi paradossi, la diversità della gente, la fede, l’identità. Volevo rappresentare un determinato quadro della Polonia che mi è particolarmente vicino, portare sul grande schermo la musica e l’atmosfera di un’epoca. Volevo mostrare lo scontro tra un mondo in cui i traumi negativi della guerra, dello stalinismo, dell’olocausto si mescolano alla necessità di vivere cercando di essere felici. Dentro di me pian piano cresceva non solo la necessità di tornare alla Polonia ma di raccontare esattamente quella particolare atmosfera degli anni Sessanta. Invece, al contrario di quello che molti giornalisti hanno affermato, ci tengo a sottolineare che questo non è un film sui rapporti ebreo-polacchi.”

 

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La Polonia vanta una grande tradizione cinematografica, però ultimamente pare che i registi siano soprattutto concentrati a girare commedie leggere destinate al massimo a fare facili incassi al cinema.

 

“Sì di questi tempi in Polonia si producono tante commedie, ma anche molti film seri, forse fin troppo seri tra cui: ‘Pok?osie’, ‘Daleko od okna’, ‘L?k wysoko?ci’. Mancano invece film in cui la forma e la trama abbiano qualcosa in comune, film in cui più che il tema conti lo sguardo che il regista ha sul mondo, manca qualcosa di più profondamente epico ma comunque diretto. La gran parte dei film che attualmente escono al cinema in Polonia sono o molto commerciali o tesi ad affrontare tematiche sociali (come l’omosessualità) da un punto di vista didattico o della denuncia sociale. Scelte lecite ma per me è più importante mostrare una visione del mondo in cui la forma è coerente con i contenuti della trama, film dove non ci si concentra solo sul gonfiare le emozioni. Per me è importante evitare retoriche politiche, evitare di spiegare la storia, dipingendo per forza i polacchi come eroi o come vittime. La gente è paradossalmente universale ed allo stesso tempo complicata ed il mio obiettivo è proprio questa complicatezza, che io provo ad esporre in una forma diretta.”

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Dalla sua filmografia si avverte una particolare attenzione verso le tematiche politiche, la Serbia, ad esempio, oppure il tema di Stalin. Pensa di fare un film sul dittatore russo?

“Per un certo periodo sono stato vicino a queste tematiche. Per quanto riguarda Stalin volevo fare un film su un suo amico, un pazzo omicida. In passato ho girato documentari su temi politici ma che non volevano assolutamente dare un giudizio politico. Lo scopo del mio lavoro rimane sempre la ricerca di una lettura universale di un determinato tema al di là della contingenza delle azioni. Personalmente non partecipo alla politica. Neppure la capisco. Credo che in realtà non sappiamo niente di niente. Al giorno d’oggi i media riempiono la nostra testa di informazioni facendo del nostro cervello un setaccio, sappiamo tutto di tutti ma sostanzialmente niente. Non mi fido di alcun mezzo di comunicazione. Ho perfino smesso di ascoltare le informazioni (per esempio sull’Ucraina), e non parlo di una situazione politica a meno che non la conosca veramente da vicino. Le notizie che ci forniscono i media, che sono informazioni di seconda mano, sono incorniciate in narrazioni così banali che alla fine perdono il loro senso.”

Lei ha abitato per un certo periodo in Italia, ne è rimasto in qualche modo influenzato?

“È stato fantastico il mio anno in Italia! Avevo 22 anni, scappavo da Oxford dove non riuscivo a concludere il mio dottorato di ricerca e così venni in Italia dove trovai anche un piccolo impiego. Mi piace l’Italia, però non ci potrei vivere, credo sia un paese in cui non conta la meritocrazia. Bisogna continuamente saper trovare e mantenere i contatti giusti e a me personalmente non è mai piaciuto appartenere a dei centri di potere, neanche in Polonia.”

Quali sono i Suoi progetti? Si occuperà ancora della Polonia?

“Sto lavorando su tre film, ma non parleranno dei polacchi in sé, mi interessano le persone in genere, non il fatto che la trama sia ambientata nel mio paese.”

La Polonia vive un periodo di grande slancio economico.

“Sì nel complesso è un momento favorevole. Ora abito a Varsavia almeno sei mesi all’anno e devo dire che amo questa città. Sono un patriota di Varsavia, città dove sono nato e cresciuto. Sono veramente felice di essere tornato e di fermarmi qui così a lungo. E non lo dico tanto per ragioni sentimentali, ma per fatti obiettivi, a Varsavia si sta bene, succedono tante cose, la gente è interessante.”

Ritiene Varsavia una delle nuove capitali europee?

“Certamente è una bella città al centro dell’Europa abitata da una comunità vivace. Se penso a Parigi, dove ho vissuto a lungo, trovo che a differenza di Varsavia la capitale francese è troppo chiusa in sé stessa, troppo sicura, succede poco, è troppo borghese. A Parigi si ha la sensazione di vivere tra dei mobili messi là da tanto tempo e che ora non possono più essere spostati. All’opposto Varsavia è aperta, varia, eterogenea, una città piena di un’energia positiva.”

L’anno scorso al Festival di Venezia abbiamo intervistato Andrzej Wajda in occasione della premiere di “Cz?owiek z nadziei”. Dall’incontro è emersa la constatazione che nei tempi difficili del comunismo, nonostante la censura, si producevano film di qualità che venivano apprezzati nel mondo ed oggi, in un periodo di libertà e successo economico per la Polonia, i film prodotti nel paese non varcano i confini. In pratica l’economia va bene, la cultura no?

“Sono d’accordo solo parzialmente con questa affermazione. Il fatto è che all’epoca la Polonia era la linea del fronte tra due mondi. Durante il comunismo la Polonia era uno dei paesi più interessanti, esisteva una vera opposizione, si lottava per qualcosa. Eravamo la cosiddetta “baracca più felice nel lager comunista”, e nel mondo c’era molta attenzione politica e sociale verso il nostro paese. Adesso la Polonia è un normale stato occidentale e forse siamo meno interessanti. Però convengo sul fatto che oggi è triste registrare come spesso nel cinema polacco vengano copiati modelli occidentali. Ed invece non c’è bisogno di tradurre i problemi polacchi nel linguaggio di Hollywood, ma piuttosto di fare qualcosa di autentico, di interessante dal punto di vista formale e che tenga conto di una visione universale. Non bisogna concentrarsi su cosa un film dica della Polonia ma semplicemente bisogna agire senza complessi. Proprio come fa la Grande Arte che cerca di raccontare qualcosa sull’uomo con tutti i suoi paradossi, tutte le sue complicazioni e lo fa in un modo epico e appunto senza complessi. In Polonia c’è raramente questo approccio disinibito. Si fanno invece spesso film-propaganda su temi politici, che puntano a dare una certa interpretazione di un tema o a colpire un certo punto di vista, in alternativa ci si occupa di fare film che raccontano la mitologia di come siamo grandi, belli ma non compresi dal mondo o, infine, si fanno commedie mediocri. In tutto questo c’è troppo autoreferenzialismo, l’approccio è eccessivamente self-conscious, bisogna al contrario trattare la vita con canoni universali, tarati sull’uomo in genere, non sull’esser polacchi. Dopotutto in Polonia le persone non sono molto diverse da quelle che vivono altrove. La Grande Arte guarda sempre il mondo in una prospettiva eterna e universale.

 

Danzica, Sopot, Gdynia: il calore, il colore e i suoni delle Feste Natalizie

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Anche se i mercatini di Natale non sono ancora così fortemente radicati nella tradizione della Polonia, tuttavia ultimamente sempre più spesso si inscrivono nel paesaggio invernale delle sue città immergendo i suoi abitanti nella magica atmosfera della più importante festività polacca, i cui preparativi cominciano fin da metà novembre.

Già alcune settimane prima delle feste la piazza del Mercato del Carbone di Danzica, ravvivata da luminarie fiabesche e rallegrata da un albero di Natale addobbato con decorazioni realizzate dai bambini di Danzica, si riempirà di decine di stand e bancarelle strabordanti di leccornie e dei prodotti più vari, dai manufatti artigianali alle opere degli artisti locali, passando per i prodotti enogastronomici (vini, birre e liquori, dolciumi, formaggi, salumi e insaccati, conserve della nonna e mille altri prodotti regionali) e finendo con le decorazioni natalizie e mille proposte speciali per regali non banali. Le bancarelle e gli stand formano un intrico di stradine dai suggestivi nomi festivi: via dell’Angelo, via della Cannella, via della Vigilia, via della prima Stella, via del Marzapane, fra cui si diffonde un aroma di spezie e di vin brulé alla maniera di Danzica, servito in speciali boccali di ceramica decorati realizzati per l’occasione e che, dietro il pagamento di una „cauzione”, ci si potrà portare a casa come ricordo.

[cml_media_alt id='112287']Natale Danzica_fot. Stanislaw Skladanowski (11)[/cml_media_alt]Il Mercatino di Natale di Danzica non è però soltanto febbre degli acquisti, ma anche una sfilza di attrazioni di contorno. Dal 12 al 14 dicembre dalla Lapponia arriverà una slitta guidata da un aiutante di Babbo Natale e tirata da due vere renne di nome Rudolf e Kometek. Per la gioia dei bambini verranno messe a loro disposizione gratuitamente anche una giostra con cavallucci chiamata „wenecka karuzela” (giostra veneziana) e una pista da pattinaggio su ghiaccio. Durante i week-end invece il mercatino diventerà scenario di eventi artistici, soprattutto concerti di canti natalizi e spettacoli legati alle rappresentazioni sacre e al presepe. I più piccoli saranno al centro dell’attenzione in parecchie altre iniziative, fra cui attività e giochi didattici improntati all’ecologia e alle energie alternative, animazioni, gare a premi… E naturalmente non potrà mancare la presenza di Babbo Natale, che ascolterà pazientemente tutti i desideri e le richieste dei bambini presenti.

Oltre a tutto questo, come già avvenuto l’anno scorso, per il periodo natalizio verranno aperti al pubblico i locali dell’Armeria Grande, capolavoro del manierismo nordico che oggi fa parte dell’Accademia di Belle Arti e in cui nel periodo natalizio si terranno esposizioni tematiche e si metteranno in vendita opere di giovani artisti locali, come sciarpe di seta dipinte a mano, gioielli artigianali, dipinti e vetri anch’essi realizzati e decorati a mano. Insomma il luogo perfetto per andare in cerca di idee-regalo uniche e originali.

Un mercatino dell’Avvento viene organizzato anche dalla vicina città di Sopot, dove una grande attrazione sarà costituita senz’altro dalla pista di pattinaggio all’aperto allestita appositamente per questo periodo dell’anno. La location del mercatino, Placu Przyjació? Sopotu, ovvero il piazzale che raccorda la lunga, pedonale ulica Monte Cassino e il celebre Molo che si inoltra nel Baltico per oltre mezzo chilometro, non è casuale: il mormorio del mare, mescolandosi alle melodie dei canti natalizi che si levano dal vicino padiglione da concerto, aggiungono ulteriore fascino a un’atmosfera già di per sé magica. Naturalmente, oltre a tutto questo, Sopot resta sempre il punto di riferimento per l’intrattenimento e il tempo libero sia di Tricittà, sia del resto della Polonia, con le sue decine di caffè, birrerie, discoteche, ristoranti e altri locali sempre affollati di giovani e meno giovani posseduti dal dio della notte e del divertimento.

Gdynia dal canto suo preferisce agire più sui sensi della vista e dell’udito puntando con forza sull’illuminazione e sulla musica. Anche se non avrà un mercatino dell’Avvento nel vero senso del termine, tuttavia la dinamica città portuale fin dall’inizio di dicembre si tramuta in una caleidoscopica féerie di luci e colori che valorizzano al meglio il suo splendido tessuto architettonico modernista degli anni Venti e Trenta del Novecento, mentre in Skwer Ko?ciuszki, il grande piazzale che si protende nel mar Baltico con il sempre animato Molo Meridionale, si allestisce il gigantesco palco (2500 mq!) per il concertone di S. Silvestro – organizzato dalla TV Polsat e gremito di star della musica polacca – a cui nell’ultima edizione hanno assistito 150.000 spettatori in piazza e oltre 6 milioni di telespettatori da casa.

Insomma, durante queste feste natalizie, a Tricittà (Danzica, Sopot e Gdynia), la grande conurbazione dela Pomerania di oltre 850.000 abitanti affacciata sul golfo di Danzica, non ci sarà sicuramente da annoiarsi!

www.pomorskie.travel

 

Calendario dei mercatini dell’Avvento a Tricittà

 

Danzica

5 -23 dicembre, Targ W?glowy (piazza del Mercato del Carbone)

 

Sopot

6 -23 dicembre, Plac Przyjació? Sopotu, in fondo alla via Monte Cassino, non lontano dal Molo

 

Carte bancarie Record polacco

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In Europa i polacchi sono il popolo che preferisce sempre più pagare i beni acquistati in negozio con un carta di credito senza contatto: il 69% la utilizza regolarmente. E c’è anche una minoranza (il 14%) che ricorre allo smartphone. La Polonia è dunque in vantaggio rispetto alle altre nazioni del continente sul fronte delle nuove tecnologie.

A poco a poco anche i tedeschi, e soprattutto gli italiani, si lasciano sedurre dalle transazioni elettroniche di ultima generazione, mentre i francesi sono i principali appassionati degli assegni, che invece stanno scomparendo negli altri stati.

In questo contesto variegato Bruxelles intende uniformare i sistemi di pagamento attraverso un unico modello di versamenti e prelievi e con la diffusione in grande stile delle carte bancarie. Tutti uguali, anche davanti alla cassa.

La Francia rimane comunque in vetta nell’utilizzo delle carte di credito tradizionali, come sottolinea uno studio del Crédit Agricole Cards & Payments condotto da Harris Interactive. I francesi ricorrono a questo strumento più dei cugini italiani, dei tedeschi e anche dei polacchi per pagare i generi alimentari e i viaggi, mentre in Polonia prediligono il contante per la spesa e le medicine. Quanto alla Germania, la tradizione dell’uso di banconote e monete resta ben radicata nella vita quotidiana.

Hogwarts esiste… Ma in Polonia. Ecco il primo college per aspiranti maghi!

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La triste verità è che nessuno di noi ha ancora ricevuto la lettera di Hogwarts: sono anni che aspettiamo, ma i gufi non hanno mai bussato alla nostra porta.
Forse, sempre in tema di regali di Natale anticipati, qualcuno ha finalmente trovato la soluzione giusta per noi poveri maghi mancati.

Stiamo parlando della Czocha College of Witchcraft and Wizardry, la prima e unica scuola di magia al mondo, situata non nel Regno Unito… ma bensì in Polonia. Si è divisi in casate, si mangia in sale comuni e si dorme in stanze che ricordano in tutto e per tutto quelle di Harry Potter: cosa possiamo volere di meglio?
L’unica vera differenza con Hogwarts è la durata dei corsi. Non aspettatevi infatti di passare sette anni dentro al college: le sessioni scolastiche durano solo 4 giorni (alla modica cifra di 300 euro).

Ok, il sogno di diventare maghi e streghe comincia a scricchiolare, ma ricordiamoci che è l’ultima possibilità che ci rimane. A fine corsi, tutti gli studenti sono tenuti a sostenere gli esami che, se superati, consentono di portarsi a casa gli S.P.E.L.L.S (Senior Protective Enchanter’s Lifelong License). Di cosa si tratta? Di veri e propri crediti universitari da maghi.

Volete provare l’esperienza? La prossima sessione si svolgerà ad aprile, e le iscrizioni apriranno l’11 dicembre. Qui di seguito alcune immagini della Czocha College of Witchcraft and Wizardry (e lo spot ufficiale).

Silvia Nicoletti – www.bestmovie.it

I bambini del dottor Korczak

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Le utopie, scriveva Elias Canetti, hanno un che di dimesso che fa sì che gli uomini ne siano respinti. Non le utopie pedagogiche. A volte viene il sospetto che i pedagoghi siano forse i veri rivoluzionari. Essi paiono aver capito che il mondo si può migliorare soltanto partendo dall’educazione dei bambini: insegnando loro i valori di eguaglianza, fratellanza, libertà e solidarietà è possibile realizzare dei cambiamenti profondi e tentare di mettere al sicuro il futuro dell’umanità. Se questo però non lo si fa nei primi anni, fino all’adolescenza, dopo è troppo tardi e tutto diventa più difficile. La testa e il cuore delle persone adulte non si cambiano, ormai sono troppo rigide e piene di pregiudizi. A quel punto, gli individui vanno convinti. Ma non è facile persuadere le persone ad andare, per esempio, contro i propri interessi. Questo pensava l’ebreo polacco Janusz Korczak. E queste furono anche le convinzioni di Socrate, Comenio, Pestalozzi, Piaget e di tutti quei pedagoghi che hanno ragionato e sperimentato come far crescere, con amore, i futuri uomini.

La prima volta che sentii parlare del dottor Janusz Korczak fu alla scuola elementare: la Scuola città Pestalozzi di Firenze, fondata nel 1945 nel quartiere popolare di Santa Croce, dal pedagogista Ernesto Codignola. Una scuola dove si ritrovavano ragazzi e insegnanti diversi per estrazione sociale, orientamento religioso (cattolici, ebrei, valdesi) e politico, che della tolleranza e della comprensione reciproca facevano una regola di vita. Una scuola largamente sperimentale sia sul piano didattico, che su quello dell’organizzazione democratica della vita comunitaria: veniva cogestita, sia dagli adulti che dai ragazzi, come una piccola città, dotata di un’amministrazione in miniatura con tanto di sindaco, assessori, consiglieri comunali e corte di giustizia. Da questi aspetti derivava il nome della scuola. Venivano valorizzate le attività manuali (come tipografia, falegnameria, orto, giardino) e altre attività importanti per la formazione culturale (come il giornale e la biblioteca). I ragazzi rimanevano a scuola fino al tardo pomeriggio, disponendo anche del servizio mensa (dove, a turno, aiutavano le cuoche a cucinare). Il motto, e la filosofia sorniona, di Scuola-città era: Festina lente (“affrettati lentamente”), un motto attribuito all’Imperatore Augusto dallo scrittore Svetonio. Un motto che era stato usato, accostandolo alla figura di una tartaruga con la vela, da Cosimo I dei Medici e scelto dall’editore e tipografo veneziano Aldo Manuzio.

Questo metodo pedagogico Janusz Korczak lo apprese nel 1901, quando, da Varsavia dove stava studiando medicina, decise di recarsi a Zurigo per approfondire la conoscenza dell’opera del grande pedagogista e riformatore svizzero Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827), come lui orfano di padre e fondatore di scuole-convitto (a Neuhof, Stans, Burgdof e Yverdon) dove si praticò un metodo educativo che cambierà il modo d’intendere l’insegnamento elementare in tutta Europa. Korczak rimase a studiare in Svizzera fino al 1906. Quel metodo, lo applicherà in Polonia nelle scuole degli orfanotrofi ebraici che dirigerà.

Tra le molte immagini che ci mostrano il dolore, le umiliazioni, la fame e la morte che segnarono il dramma del Ghetto di Varsavia, ce ne sono due che raccontano una storia diversa. Una, mostra gli eroici rivoltosi male armati che, nell’aprile del 1943, vendettero cara la pelle e mandarono all’Europa un segnale di riscossa contro i tedeschi e, l’altra, ci fa vedere l’anziano dottor Korczak, assieme all’educatrice capo Stefania Wilczy?ska e gli altri suoi collaboratori, che, il 5 agosto del 1942, guidarono un corteo di bambini ebrei orfani che marciavano fino al treno che li avrebbe deportati nel campo di sterminio di Treblinka, cantando e tenendosi per mano, dietro le loro verdi bandiere. Un’immagine (posta significativamente a conclusione del bel film del regista polacco Andrzej Wajda, Korczak, del 1990) che colpisce per la dignità e il coraggio. Queste furono le caratteristiche, assieme all’umanità e al rispetto per i bambini, della vita del dottor Korczak: un uomo grande non soltanto alla fine della sua vita, ma anche per le sue idee e per le cose che fece e scrisse.

Janusz Korczak si chiamava in realtà Henryk Goldszmit e nacque a Varsavia (che allora apparteneva all’Impero Russo) il 22 luglio del 1878 (o 1879: il padre per molti mesi si era “dimenticato” di iscriverlo al registro), da una famiglia ebraica parzialmente assimilata, liberale, legata alla cultura e alle tradizioni polacche.
Korczak era molto legato ai suoi genitori e la loro scomparsa fu un trauma che lo segnò profondamente. Il padre, famoso avvocato, morì nel 1896, dopo una lunga malattia mentale (forse provocata dalla sifilide) che aveva prosciugato tutti i beni della famiglia. Da quel momento Henryk dovette mantenere la madre che morirà nel 1920 di tifo esantematico, proprio mentre stava curando della stessa malattia il figlio, contagiato nell’ospedale dove lui lavorava. Ai suoi genitori Korczak dedicò un libro: Sam na sam z Bogiem. Modlitwy tych, ktòrzy sie nie modla (A tu per tu con Dio. Preghiere per coloro che non pregano, 1922). Mentre, nel “racconto didattico” Spowiedz motyla(Confessione di una farfalla, 1914), accennò ai suoi complicati legami familiari e anche alle sue tendenze sessuali: «Nei miei sogni erotici compaiono delle donne. Ma anche dei ragazzi».

La caratteristica principale di Korczak fu di avere un enorme bisogno di donare amore (di riceverne si preoccupava meno: gli bastavano un sorriso o la fine di un pianto). La sua dedizione totale ai bambini non va confusa con l’attrazione sessuale. In molti pedagoghi, del resto, i sentimenti nei confronti dei bambini stanno su un confine sottile, ma, salvo rare eccezioni, il loro amore per i fanciulli non è legato a un interesse erotico. Korczak visse in una “grande famiglia” fatta di collaboratrici, assistenti e centinaia di bambini orfani e poveri. Un’esistenza che lasciava poco spazio alla dimensione privata. Ma la decisione di non sposarsi, non avere una propria famiglia, e, soprattutto, dei figli fu dettata anche da una lucida, amara, consapevolezza: «Uno schiavo non ha diritto ad avere bambini. Io, ebreo polacco sotto l’occupazione zarista, (nel 1911) ho scelto di servire il bambino e la sua causa» (lettera a Mieczys?aw Zybertal, 30 marzo 1937).

Nel 1899 Korczak-Goldszmit iniziò a studiare medicina all’Università di Varsavia. Ma la sua precoce passione fu la letteratura. Si cimentò nello scrivere testi e drammi teatrali, che furono firmati con lo pseudonimo di Janusz Korczak, nome di un eroe di un romanzo dello scrittore polacco Jòzef Ignacy Kraszewski (1812-1887), autore di romanzoni storico-patriottici come, appunto: Historia o Janaszu Korczaku i o pi?knej miecznikównie: powie?? z czasów Jana Sobieskiego (La storia di J.K. e della bella portatrice di spada: romanzo dei tempi di Jan Sobieski, 1874). Questo pseudonimo letterario (che celava il suo ebraismo) divenne, per convenienza, il suo nome ufficiale.

Nel 1901, Korczak pubblicò il suo primo romanzo-feuilleton: Dzieci Ulicy (Bambini di strada) e, nel 1904, il romanzo Dziecko Salonu (Il bambino del Salone) che lo rense famoso. Nel frattempo ebbe modo di soggiornare, per motivi di studio, a Berlino, Parigi e Londra. Nel 1909 venne arrestato per le sue idee politiche (a favore dell’indipendenza della Polonia) e passò un certo periodo nella cella col famoso sociologo socialista polacco Ludwik Krzywicki. Uscito, prese contatto con la Società di aiuto agli orfani, divenendone membro della direzione, e occupandosi della costruzione di un Orfanotrofio modello per i bambini ebrei. Questa è la forma di “impegno politico-sociale” che trovò più utile per tentare di salvare tanti bambini e costruire un futuro alla Polonia e anche al suo antico popolo disperso nella diaspora.

Così, il 7 ottobre del 1912, assieme all’educatrice Stefania Wilczy?ska, alla quale era legato da un’affettuosa amicizia che però non ebbe un’evoluzione e rimase sempre un rapporto professionale, aprì un Orfanotrofio in via Krochmalna, 92. Era quello il centro del quartiere ebraico (a Varsavia, su 1.300.000 abitanti, 350.000 erano ebrei). Un luogo affollato e povero: si chiamava così dal polacco krochmal (amido). Era la via delle lavanderie ebraiche. In via Krochmalna, al numero 10, viveva lo scrittore, premio Nobel per la letteratura (1978), Isaac Bashevis Singer (1904-1991): «La mia casa paterna in via Krochmalna a Varsavia era una casa di studio, un tribunale, una casa di preghiera, un luogo dove si narravano storie e si celebravano anche matrimoni e banchetti chassidici. (…) Ho ascoltato da mio padre rabbino e da mia madre tutte le risposte che la fede in Dio può suggerire a chi dubita o cerca la verità. Nella nostra casa e in molte altre case ho capito che i problemi eterni erano più attuali delle ultime notizie che si leggevano su un giornale yiddish».

La Casa dell’Orfano (Dom Sierot), fondata da Korczak e inaugurata il 27 febbraio 1913, fu una vera e propria società dei bambini, organizzata secondo i principi della giustizia, della fraternità, dell’uguaglianza nei diritti e i doveri tra educatori e alunni. Lì vennero bandite le punizioni corporali e la privazione del cibo, metodi violenti (e inefficaci) applicati con grande frequenza nelle famiglie e nei collegi di tutto il mondo. Korczak definì questi metodi, nel 1923, “punizioni criminali”. Nel 1914 Korzczak fu richiamato in guerra, come ufficiale medico dell’ esercito russo, e dovette lasciare alla sua assistenze, per un lungo periodo, la direzione dell’ospedale: dal 1915 al 1917 lavorerà in un ospizio ucraino per bambini, vicino a Kiev. Là terminò il suo libro fondamentale: Jak kocha? dziecko (Come amare il bambino). Non fece in tempo a smobilitare che, nel 1919, dovette tornare al fronte, questa volta con l’uniforme di ufficiale dell’esercito polacco, nella guerra polacco-russa. Lavorò all’ospedale per le malattie infettive dell’importante città industriale di ?ódz.

Nella Polonia tornata, seppur tra mille difficoltà sociali, nazionali ed economiche, un paese sovrano e indipendente, Korczak si dimostrò una miniera di iniziative e pubblicazioni. Nel 1921, avendo ottenuto in dono un terreno con degli edifici a Goc?awek, vicino a Varsavia, vi istituì un Centro di vacanze estive per i ragazzi della Casa dell’Orfano (chiamato “Rózycka”, Rosellina). In un campo preso in affitto mise all’opera i suoi bambini nel giardinaggio e nell’agricoltura, teorizzando il fatto che un elemento molto importante della crescita è il saper procurarsi il cibo (e i fiori) con il proprio lavoro. Componente essenziale della sua attività pratica e teorica di pedagogo, fu la pubblicazione di romanzi per l’infanzia: Król Marcius Pierwszy (Il Re Mattia I) e Król Marcius na Wyspie Bezludnej (Il Re Mattia sull’Isola Deserta), entrambi del 1923. Ma un grande successo di pubblico e critica lo ottenne, nel 1924, con un libro destinato espressamente ad adulti e piccini: Kiedy Znów B?d? Ma?y (Quando sarò di nuovo piccolo), che fu, tra l’altro, la lettura preferita del futuro Premio Nobel per la poesia, Czes?aw Mi?osz. Una sorta di Peter Pan (1904), ma senza il rifiuto della crescita e della maturità.

Nel 1926 creò una rivista scritta apposta per i bambini (Ma?y Przegl?d: La piccola rivista), pubblicata come supplemento al giornale ebraico, scritto in polacco, Nasz Przegl?d (La nostra rivista). Fu allora che iniziò a collaborare con la radio dove, dal 1934, condurrà la popolare rublica “Piccole chiacchiere di un vecchio dottore”.
Nel 1929 pubblicò il suo celebre manifesto dei diritti dell’infanzia: Prawo dziecka do szacunku (Il diritto del bambino al rispetto): un testo perfetto, ancora insuperato. Iniziò a insegnare Pedagogia all’Università libera di Varsavia e pubblicò un “libro scientifico” assai all’avanguardia: Prawid?a ?ycia(Le regole della vita). Nel 1931 mise in scena al Teatro Ateneum uno spettacolo satirico dirompente: Senat Szalenców (Il Senato dei folli), con il grande attore Stefan Jaracz nel ruolo principale (soltanto nel 1978 il testo ottenne, dalla censura comunista, il permesso di essere rappresentato: fu il primo spettacolo teatrale che vidi, quando capitai per la prima volta a Varsavia).

Molto importante fu il viaggio di tre settimane che Korczak fece, nel giugno del 1934, in Palestina, per andare a trovare i suoi vecchi collaboratori e studenti che si erano trasferiti nel kibbuz di Ein Harod (vi ritornerà nel 1936). In Israele, sono sopravvissuti alcuni suoi studenti, da lui salvati, in quanto orfani, dalla strada e dalla delinquenza. Alcuni di loro lo hanno, nel dopoguerra, ricordato con affetto e testimoniato del suo pionieristico lavoro. Korczak fu per loro un pedagogo-amico, laico ma attento a trasmettere i valori della cultura ebraica, totalmente dedito al suo lavoro, fatto con grande rispetto e affettuosa tolleranza.

Allo scoppio della guerra, nel settembre del 1939, quando a Varsavia dominavano la paura e la confusione, Korczak lanciò alla radio appelli alla calma e a organizzare azioni di mutuo soccorso, per mettere al sicuro prima di tutto i bambini. Nonostante che Korczak venisse insistentemente e ripetutamente sollecitato a trasferirsi all’estero (da organizzazioni internazionali, dai suoi collaboratori preoccupati per la sua salute e, persino, da ufficiali medici dell’esercito tedesco che conoscevano il suo lavoro), decise senza esitazioni di rimanere a vivere con i suoi bambini nella “casa comune”.
Nell’ottobre del 1940 i tedeschi ordinarono a tutti gli ebrei di Varsavia di trasferirsi nel Ghetto (che arriverà a contenere fino a 400 mila persone). Malgrado l’opposizione di Korczak, anche i suoi orfani vennero costretti a stare dentro al Ghetto. Furono sistemati nella vecchia Scuola di Commercio (ulica Ch?odna, 33) che divenne una sorta di isola-fortezza dove i bambini vivevano rinchiusi ma, per quanto possibile, sereni e non esposti alle azioni violente dei tedeschi e dei collaborazionisti. Korczak si trasformò in un abilissimo procacciatore di cibo al mercato nero e impiegò tutta la sua influenza per ottenere dall’esterno dei fondi che premettessero ai bambini di sopravvivere.

Un anno dopo (dicembre 1941) l’orfanotrofio venne trasferito nel vecchio Club dei commercianti (ulica ?liska, 9) e le condizioni di vita dei bambini peggiorarono. Il Ghetto era diventato l’anticamera per i viaggi senza ritorno nei campi di sterminio: quasi ogni giorno venivano organizzate retate e deportazioni. Ormai malato, Korczak fu costretto a organizzare una sede di fortuna, per i 600 bambini che affollavano il suo ospizio, nella ulica Dzielna al 39. Lì, a partire dal maggio 1942, iniziò a scrivere il suo diario notturno. Salvatosi miracolosamente dalla distruzione, questo diario, fu pubblicato per la prima volta in Polonia nel 1958, a cura dello scrittore Igor Newerly, e costituisce una delle testimonianze più importanti e lucide del Ghetto di Varsavia. Da esso veniamo, tra l’altro a sapere che, su ispirazione di Korczak, uno degli ultimi gesti collettivi dei suoi bambini fu, l’8 giugno, un giuramento solenne di “coltivare l’amore per gli esseri umani, per la giustizia, la verità e il lavoro”. Fino all’ultimo non smisero di fare come avessero un futuro, come se il Male non ci fosse e non li riguardasse. Rimanere umani è la grande lezione che Korczak seppe trasmettere di fronte all’annientamento.

Il 18 luglio, prima della chiusura della Casa dell’orfano, Korczak fece mettere in scena ai suoi piccoli ospiti Il corriere dello scrittore indiano Robindranath Tagore (autore proibito dalla censura nazista). La storia di un bambino malato, rinchiuso nella sua camera, che muore sognando di correrre per i campi: «per abituare i bambini ad accettare la morte come qualcosa di delicato».

Francesco Cataluccio – www.ilpost.it

Polonia, oltre 2mld di euro di investimenti nelle rete ferroviaria nel 2015

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Nel 2014 il gruppo PKP (Ferrovie dello Stato), o, più precisamente, la società PLK competente in materia della rete ferroviaria, registrerà poco meno di € 1,8 miliardo investito nell’ammodernamento e ristrutturazione della rete esistente. A questa somma vanno aggiunti ca. € 470 milioni spesi nell’anno in corso per lavori di manutenzione.

Nel 2015 l’ammontare degli investimenti crescerà ulteriormente – si stima che supererà € 2,1 miliardi, inclusa la fase conclusiva del progetto di ammodernamento del tratto Varsavia-Gdynia, di cui il costo complessivo supererà € 2 miliardi. In effetti tra 1 anno il viaggio da Varsavia a Danzica (ca. 400 km) durerà di 160 minuti. Altri appalti importanti attesi nel 2015 riguarderanno i tratti Breslavia-Poznan, Sochaczew-Swarzedz (Varsavia-Poznan) e importanti lavori nel nodo ferroviario di Varsavia.

Nel 2016 invece si prevede un sostanziale calo di questa spesa, tutto ciò in attesa dell’operatività effettiva dei fondi UE stanziati alla Polonia nell’ambito della prospettiva 2014-2020.  (ICE VARSAVIA)

Ballottaggi in Polonia, conferme per i candidati di Piattaforma Civica (PO)

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Si è svolto domenica 30 novembre in Polonia il secondo turno delle elezioni amministrative, che ha riguardato in particolare i sindaci delle maggiori città del paese. Ballottaggi per molti versi inediti, considerando che nel 2010 in molte di queste città il partito di governo Piattaforma civica, di centro-destra, era riuscito a eleggere i propri candidati già al primo turno. Il partito della premier Ewa Kopacz e del nuovo presidente del Consiglio europeo Donald Tuskha comunque conquistato anche questa volta le città più importanti, addolcendo la sconfitta del primo turnoavvenuta a vantaggio del partito di Jaroslaw Kaczy?ski, Diritto e giustizia (PiS).

Nella capitale Varsavia, è stata rieletta per il suo terzo mandato consecutivo Hanna Gronkiewicz-Waltz, ex presidente della Banca centrale, che proverà ora a realizzare le sue promesse elettorali soprattutto in materia di infrastrutture, con il prolungamento della seconda linea della metropolitana per altre undici stazioni, la costruzione di asili nido e scuole materne, così come la costruzione di nuove piste ciclabili o l’acquisto di materiale rotabile del trasporto pubblico. La sindaca uscente ha ottenuto al ballottaggio il 58,64% dei voti (al primo turno si era fermata al 47,1%), battendo il rivale del PiS Jacek Sasin che ha conquistato il 41,36% dei voti. Gronkiewicz-Waltz ha inoltre affermato che non intenderà candidarsi per un quarto mandato tra quattro anni.

Nessun problema a Danzica per un altro candidato di Piattaforma civica, Pawe? Adamowicz, che ottiene addirittura la sua quinta elezione consecutiva alla guida della città (la prima è avvenuta nel 1998): con il 61,25% dei consensi ha sconfitto per la seconda volta consecutiva il candidato del PiS Andrzej Jaworski (38,75%). Nessuna rottamazione, dunque, per il quarantanovenne Adamowicz, leader della protesta studentesca negli ultimi anni del regime del generale Jaruzelski, che anzi si è subito messo al lavoro per la nuova giunta municipale.

Ancora una riconferma arriva da Breslavia. Il sindaco uscente Rafa? Dutkiewicz (in carica dal 2002) al primo turno ha visto crollare il suo consenso dal 72% del 2010 al 42,4%, ma al ballottaggio ha superato, pur senza un ampio margine (54,72%), la rivale del PiS, Miros?awa Stachowiak-Ró?ecka (45,28%).

La sfida più agguerrita, fin dal primo turno, è stata invece quella di Poznan. Qui al primo turno il sindaco uscente Ryszard Grobelny (espulso da Piattaforma civica nel 2010 e ricandidatosi come indipendente) aveva ottenuto solo il 28,6%; alle sue spalle, l’accesso al ballottaggio era stato ottenuto proprio dal candidato del suo ex partito, Jacek Ja?kowiak, che aveva ottenuto il 21,45%, meno di 2 punti percentuali in più del rappresentante del PiS. Di fronte a un risultato così deludente per il sindaco uscente al primo turno, un sorpasso era considerato probabile, e così è stato: Ja?kowiak ha vinto con il 59,1% contro il 40,9% di Grobelny, che ha governato la città negli ultimi sedici anni.

Stefano Savella – www.votofinish.eu