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Home Blog Page 312

Diana Łapin

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Un’artista vera, nella qualità e nel talento al livello dei fotografi più famosi al mondo. Come le sue opere, in continua evoluzione. Nuovo colore dei capelli, nuova pettinatura, fotografie fashion, artistiche, eventi. A Diana piace sorprendere ed è presente dovunque: nelle librerie, nei gala di MTV italiana, nell’architettura, alle passerelle di Fashion Week a Londra e perfino nella politica. Residente fissa nel Nord Italia (Genova, e adesso Milano) sta preparando nuovi progetti importanti: una sessione fotografica per LUI, rivista italiana prestigiosa, qualche mostra e poi… segreto! Se non ci fosse un segreto non ci sarebbe neanche una sorpresa, e la sorpresa è una cosa che, nel caso di Diana, aspettano tutti!

Come ti sei trovata a Genova?

A Genova mi sono trovata grazie al programma Erasmus, nel 2006, arrivando dall’Università di Wrocław (Filologia Classica e Meditteranea). Ho vissuto lì fino all’anno scorso, recentemente mi sono trasferita a Milano. Genova è una città difficile. Bella, però con poca possibilità di sviluppo. Devo molto a Cosimo De Mercurio, purtroppo prematuramente scomparso, che dopo aver visto per un caso una mia mostra mi ha proposto una cooperazione. Grazie a lui ho conosciuto tanti miei clienti, collaboratori ed amici. Ho anche conosciuto gente e compagnie meravigliose però purtroppo il mercato genovese è generalmente molto difficile e chiuso. In Italia adesso vorrei svilupparmi a Milano. Vorrei trovare contatti anche per poter lavorare di più all’estero: adesso a volte capita che lavori in Germania, a Londra…ecc. Non escludo la possibilità di lavorare in un altro paese, però non voglio perdere i contatti con l’Italia.

Sei un’artista molto apprezzata. Con chi collabori?

Grazie. Sono ancora una “freelancer libera”(mi permetto di usare questo pleonasmo), collaboro con le agenzie di pubblicità, per tante compagnie, architetti e professionisti in vari campi. Alcuni dei miei clienti fissi ed importanti si possono trovare sulla mia pagina www.dianalapin.com. Inoltre inizio una nuova collaborazione con un’agenzia di modelle a Milano. A volte lavoro in Polonia con l’agenzia Grabowska di Bielsko-Biała, nel febbraio sarò al London Fashion Week e farò due sessioni con una stilista giovane di Amburgo e con uno stilista polacco Darien Mynarski. Alcune mie fotografie sono state presentate in riviste di moda internazionali come CHAOS Magazine (NY), Tantalum Magazine, Ellements Magazine e altri. Fra poco saranno pubblicate anche le nuove sessioni in LUI Magazine di Milano.

Tanti cognomi polacchi. Che pensi del mercato della moda a Polonia?

Il mercato della moda in Polonia ha grandi possibilità di sviluppo. Finora ho lavorato con grande piacere con Anna Drabczyńska e il già menzionato Darien Mynarski (che abita e lavora a Londra) però per quanto riguarda gli stilisti polacchi, non vorrei adesso dare nomi a caso, perché ho appena iniziato a conoscerli e con la meravigliosa specialista in PR di Wrocław, Joanna Gołębiewska, vorremmo approfondire questo mondo in Polonia. Negli ultimi anni ero più concentrata sul mercato italiano.

Chi ti ha insegnato a fare foto fashion?

Per quanto riguarda le fotogriafie fashion, le prime esperienze le ho fatte con Artur Bieńk a Bielsko-Biała. Preferisco la presenza di un uomo nella fotografia. Nella fotografia fashion mi sento vicina all’arte, anche se è un settore molto consumista. L’effetto della collaborazione tra stilisti, truccatrici, parrucchieri, modelli e fotografi è una cosa bellissima.

Partecipi alle sfilate di moda a Milano o Londra?

Sono stata invitata da Milk Tv di Berlino al Berlin Fashion Week qualche anno fa, poi ho partecipato alla sfilata della scuola di moda di Amburgo JAK. A Milano, anche se ho già dei clienti, non sono molto presente in quest’ambiente e devo dire che mi fanno più piacere le sessioni fotografiche che le sfilate. Per le sfilate è importante la base tecnica e la conoscenza delle regole però non è la fotografia creativa che io amo. Mi sento libera quando posso lavorare nel mio campo: fashion, ritratto, o le fotogriafie commerciali. Ovviamente non dico “no” alle sfilate che sono comunque una bella esperienza.

Fai parte di tante associazioni fotografiche, e sei fondatrice di PLIT. Che cos’è?

Da 2008 sono membro di ZPAF, l’Associazione dei Fotografi d’Arte Polacchi, è la più grande e più importante associazione di fotografi in Polonia. Per diventare membro si deve passare un esame e presentare un proprio progetto di fotografia non commerciale. Faccio anche parte della Art Commission di Genova, un’associazione artistica che organizza eventi, mostre, concorsi nei vari campi dell’arte sia a Genova che in Italia e all’estero. PLIT è un progetto polacco-italiano. Abbiamo organizzato Il Festival Per Bambini contemporaneamente in alcune città polacche e italiane, in cui hanno partecipato fotografi di Polonia (tra cui alcuni di ZPAF), Italia, Olanda, Russia. Durante la mostra sono state organizzate attrazioni per i bambini e le famiglie. Adesso sto lavorando ad un nuovo progetto per PLIT creato grazie alla volontà di cooperazione internazionale, ovviamente soprattutto tra i paesi che hanno maggiore influsso sulla mia vita.

Quale fotografo apprezzi di più?

Nelle fotografie di moda cito soprattutto Ruven Afanador, Eugenio Recuenco, Annie Leibovitz o il polacco Szymon Brodziak. Nella fotografia reportage moderna secondo me molto all’avanguardia è Steve McCurry, però raccomando di guardare tutti i suoi lavori ed evitare i ritratti più famosi che ovviamente sono belli però non mostrano le sue abilità nel reportage. Molto interressante è il famoso autore italiano Franco Fontana le cui opere sono in una zona di confine tra la fotografia commerciale, il paesaggio e la fine art.

Tu organizzi anche mostre e hai cooperato con tanti personaggi di spicco. Nel prossimo futuro potremmo vederti in Polonia?

Si, organizzo ed aiuto ad organizzare eventi, tra gli altri con Art Comission. In questo momento sono molto concentrata su Milano. Ho già menzionato il progetto per PLIT, però per il momento non posso anticipare nulla perché è ancora in fase di creazione. Poi seguo un progetto molto importante, Lens on Wine, che è nato in Italia ed è destinato a Polonia e Russia: offriamo tour in Italia con attrazioni e workshop nei settori alimentari e turistici. Chi è interessato può contattarmi. Ultimamente ho anche partecipato in qualche mostra e concorso a Genova, mentre in Polonia probabilmente organizzeremo una sessione fashion artistica con la vicemiss di Polonia. Per quanto riguarda gli altri eventi progettiamo con Art Comission alcune mostre a Milano in collaborazione con la Galleria Porpora e una mia mostra con la rete di librerie Feltrinelli. La mia cooperazione con gli architetti oggi riguarda la pubblicazione del libro dell’Università di Architettura con Massimiliano Giberti. Faccio anche una serie di copertine per la casa editrice Libero di scrivere che dovrebbero poi essere raccolte in una esposizione. Ci sono tantissime altre idee in cantiere e sono sempre aperta a collaborazioni tra Italia e Polonia. Contattatemi! Vale sempre la pena di provare!

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Le maschere di carnevale

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Ingredienti:

Per la frolla:

  • 500 g di farina 00
  • 300 g di burro morbido
  • 200 g di zucchero a velo
  • 3 tuorli d’uovo
  • la buccia grattugiata di 1 limone piccolo
  • i semi di 1 bacca di vaniglia
  • 1 cucchiaino piccolo di sale fino

Per la glassa:

  • 50 g di albume a temperatura ambiente
  • 300 g di zucchero a velo setacciato
  • succo di limone filtrato
  • coloranti alimentari in gel

A piacere:

  • perline di zucchero colorato
  • piccoli fiorellini o decorazioni in pasta di zucchero bianca o colorata

Procedimento:

Prepariamo la pasta frolla. In una capiente ciotola mettere la farina, il sale, il burro morbido a pezzetti e lo zucchero a velo; aggiungere anche gli aromi e iniziare a lavorare il tutto con le punte delle dita, intridendo la pasta fino a formare un composto sabbioso. Aggiungere a questo punto i 3 tuorli d’uovo e impastare. Trasferire l’impasto sul piano di lavoro, continuando a manipolarlo finché non avrà una consistenza omogenea e liscia. Avvolgere in pellicola trasparente, schiacciare e riporre in frigorifero per almeno 2 ore.

Togliere l’impasto dal frigo almeno 30 minuti prima dell’utilizzo, in modo da farlo tornare plastico e malleabile. Accendere il forno a 175° in modalità ventilata.

Stendere la frolla ad uno spessore di 5-6 mm, aiutandosi con della farina per non fare attaccare l’impasto al piano di lavoro. Con l’apposito stampino, o con una sagoma in cartoncino che avrete creato voi (in questo caso, aiutatevi con un coltello ben affilato, correndo attorno alla sagoma) ricavare le maschere.

Posizionarle su una teglia rivestita di carta forno e cuocerle per circa 12 minuti, o finché non sono leggermente dorate. Farle raffreddare bene.

Prepariamo la glassa:

In un grande contenitore mettere l’albume e, con le fruste elettriche, iniziamo a schiumarlo. Poi aggiungere lo zucchero a velo, tutto in una volta, e accendere, alla minima velocità, le fruste elettriche. Poi aumentare al massimo la potenza e montare per almeno 5 o 6 minuti, fino ad ottenere una glassa molto consistente e bianchissima.

Suddividere la glassa in più contenitori. Miscelare, in un bicchiere, il succo di un limone con un po’ di acqua calda: aggiungere, con un cucchiaino, un po’ della miscela alla glassa, in modo da ammorbidirla. La glassa deve avere una consistenza finale abbastanza fluida. Colorare, con qualche goccia di colorante alimentare a piacere, le diverse ciotoline: potete sbizzarrirvi con la fantasia. E’ carnevale!

Trasferite il composto in tasche di plastica usa e getta e con delle forbici molto affilate tagliate una piccolissima parte della punta: il buco deve essere davvero molto piccolo.

Ora siete pronti a decorare i biscotti!

Partendo dal bordo, ricalcate con la glassa i contorni della mascherina e i buchi degli occhi. Poi riempite tutta la superficie creata dai bordi. Con la glassa bianca create i pois sulla glassa colorata di fondo, oppure dei fiorellini o dei disegni di fantasia.  Potete utilizzare anche piccoli fiorellini o decorazioni in pasta di zucchero per rendere le vostre maschere più ricche, oppure perline in zucchero colorato.

Lasciate asciugare la glassa sui biscotti per alcune ore.

Buon appetito!

Allenamento funzionale ad intervalli per accelerare il metabolismo

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È possibile combinare in maniera possibilmente più agevole e semplice il potenziale aerobico e anaerobico per sfruttare appieno la sinergia di entrambi i tipi di esercizio ?

L’allenamento a intervalli consiste nell’aggiungere al programma di esercizi, elementi caratterizzati da un alto grado di combustione calorica, sulla base del metodo interruttivo e la divisione del lavoro in determinate parti. L’intero allenamento è composto da unità di tempo che intrecciano lo sforzo con il risposo, e le interruzzioni vengono accorciate ad ogni ciclo successivo. I brevi periodi di riposo sono rigorosamente definiti in ogni ciclo, così come l’intensità ed il numero di ripetizioni. La variabile forza e impatto degli esercizi differenzia la nostra frequenza cardiaca nelle singole fasi, il che può dare degli ottimi risultati nel bruciare il grasso corporeo. Gli intervalli ad alta intensità presentano ulteriori vantaggi. Per fare un grande sforzo dopo la pausa, il corpo ha bisogno di grandi quantità di energia, questo significa che si bruciano più calorie rispetto ad un classico esercizio aerobico.

Cerchiamo di spiegarlo meglio. Per esempio, quando facciamo, diciamo, 20 minuti di jogging, durante la corsa il nostro cuore lavora con intensificata forza, migliorando la circolazione del sangue nell’organismo. Questo naturalmente stimola il metabolismo e, di conseguenza, il consumo di calorie. Possiamo, tuttavia, aggiungere alla corsa regolare uno sprint di 30 secondi (scatto molto veloce) che fa bruciare di più, perché in un momento diamo una scossa importante al corpo, stimolandolo per un breve periodo a un lavoro fortissimo. I vantaggi dell’aumento spontaneo di metabolismo sono dovuti principalmente al fatto che il corpo è improvvisamente costretto a rilasciare un’ulteriore energia in un breve tempo, e per farlo deve essere attivato il meccanismo che sblocca un’extra energia che dobbiamo bruciare.

È proprio lo stimolo inaspettato che intensifica lo sforzo dopo la pausa di riposo l’elemento fondamentale in questo tipo di training. Il punto chiave nell’efficacia di intervalli sta nel ciclo energetico del corpo umano durante l’esercizio. Ecco, dopo aver raggiunto un certo livello di forma, funzionale per il nostro fisico, il corpo tende a stabilizzarsi a questo livello. Pertanto, è necessario scambiare delle normali esercitazioni con delle improvvise accelerazioni di movimenti, brevi scosse ma molto intense e impulsive. L’obiettivo non è quello di prolungare uno sprint da un minuto a 20 (questo può essere raggiunto attraverso un allenamento continuo e stabile), ma aumentando la velocità e l’intensità di picchi energetici, sporadici e imprevedibili. Il corpo ha infatti una sorta di memoria metabolica, che in pratica si traduce in una tendenza di sviluppare alcune abitudini nell’utilizzo di energia, dovute ad un uniforme e regolare esercizio fisico, anche di elevata intensità, il quale, in realtà può effettivamente distruggere tutti i nostri sforzi mirati alla perdita del peso.

Ad esempio, quando inizi a correre per la prima volta, diciamo per 5-10 minuti, poi successivamente 15 min. e così via, il tuo corpo richiede una grande quantità di energia. Dopo qualche tempo, il corpo si abituerà a questo sforzo e sarà in grado di soddisfare il fabbisogno energetico, senza un rilascio inutile di energia supplementare. La versione più classica dell’allenamento ad intervalli è cosiddetto HIIT (high intensity interval training), cioè l’applicazione variabile di jogging e sprint alternati, ma in realtà può essere eseguito durante molti tipi di allenamenti aerobici. Sei in palestra, nel parco, in casa, nel giardino, puoi tranquillamente fare un mini allenamento HIIT. Ogni tipo di attività, se svolta nel modo giusto, può essere considerata un elemento di training: si tratta di effettuare una certa azione ad alta intensità in un determinato periodo e poi prendere una pausa. Il trucco durante i corsi organizzati in palestra, è quello di preservare la diversità dell’allenamento, in modo che il corpo non abbia mai il tempo per annoiarsi, alternando riposo e sforzo e lavorando attivamente su diversi livelli energetici. Nel programma di training ci deve essere uno spazio per le sorprese e svolte improvvise, che oltre ad aumentare il livello del metabolismo, migliorano semplicemente l’umore. Un allenamento monotono, prevedibile e noioso è efficace solo sulla carta.

Consiglio: Per esempio, invece di trascorrere un’ora al giorno su un allenamento costante, dividete il tempo in brevi esercizi e fatene di più in meno tempo. Inoltre, invece delle estenuanti ore trascorse in palestra, vale la pena di aggiungere un paio di sforzi brevi durante la giornata, svolgendo delle attività normali: salire rapidamente le scale piuttosto che aspettare l’ascensore, iniziare la giornata con una breve camminata fino alla fermata dell’autobus o prima di accendere il motore dell’auto. Potete anche parcheggiare a pochi isolati dal vostro ufficio e fare a piedi un pezzo di strada. La funzionalità dell’interval training è che l’efficacia e quindi il miglioramento dello stato fisico e la salute fa si che diventiamo più forti e diventano meno faticose per il nostro corpo tutte le attività quotidiane, che richiedono alte dosi di energia.

Kamil Koszak

Personal trainer e allenatore di gruppo specializzato in allenamento funzionale e tra gli altri nelle arti marziali. Co-fondatore e coordinatore del progetto StrefaTreninguFunkcjonalnego # STF 69

Ponti degli innamorati: una moda italiana?

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In molte città europee tra le coppie si sviluppa sempre di più il fenomeno dei ponti degli innamorati e della cosiddetta “lucchettomania”. In Polonia tra le città che hanno tali ponti ci sono tra le altre: Breslavia, Varsavia, Cracovia, Pozna?, ?ód?, Bydgoszcz e Szczecin. La moda è cominciata nel 2006 con un lucchetto solo, un lucchetto poi fittizio, raccontato nel libro di Federico Moccia “Ho voglia di te” (romanzo di cui è stata fatta anche una versione cinematografica). Nel libro troviamo una scena dove i protagonisti, come segno d’amore, attaccao un lucchetto sul Ponte Milvio a Roma, e buttano la chiave nel Tevere. I lettori (specie gli adolescenti italiani) hanno colto l’idea al volo e molto presto su Ponte Milvio i lucchetti sono cominciati ad apparire davvero! A partire dall’Italia il lucchetto quale simbolo d’amore si è diffuso subito in tutta Europa e anche in Polonia, anche su internet (vi consiglio un sito piuttosto curioso: www.padlockoflove.com). Questo mese, in occasione di San Valentino, vi presento i miei tre ponti degli innamorati preferiti!

1. Colonia | Hohenzollernbrücke

Uno degli elementi principali del paesaggio della capitale della Renania Settentrionale-Vestfalia in Germania occidentale. Proprio qui, nel gennaio 2009, ho conosciuto il fenomeno dei ponti degli innamorati. I tedeschi non sarebbero loro se non avessero usato questo luogo per farne un’occasione per una battaglia socialmente importante. Così per esempio, ad aprile dell’anno scorso, sul ponte sono stati allacciati migliaia di lucchetti creando la scritta: “FREE THE FORCED” (ing. liberare le forzate), attraendo l’attenzione sulle vicende delle donne forzate al matrimonio. Nonostante alla fine io non sia riuscita ad allacciarci un mio lucchetto proprio, è uno dei miei ponti preferiti, per il suo valore sentimentale. A chi non è mai stato a Colonia: ne raccomando di cuore la visita! Le dimensioni e la bellezza mozzafiato del duomo Kölner Dom sono davvero impressionanti.

 

2. Breslavia | Ponte Tumski

Il ponte degli innamorati più famoso della Polonia. Gli abitanti e i turisti allacciano i lucchetti alle sue ringhiere blu, buttando la chiave nel fiume Odra. È chiamato “Ponte degli Innamorati” anche a causa di una leggenda urbana, secondo cui lì aspettano le persone in cerca d’amore. A quanto pare bisogna prima andare dal ponte alla vicina cattedrale e pregare per questa intenzione, poi accarezzare sulla testa la statua del leone alla guardia dell’ingresso. In seguito possiamo tornare ed attendere i risultati. Ho avuto l’occasione di vedere il ponte di persona circa un anno fa e, come tuta Breslavia, mi ha colpito un sacco!

 

3. Varsavia | Ponte degli Innamorati a Wilanów

Probabilmente il ponticello più carino e piccolino che si possa immaginare! Infatti è un po’ di una passerella sopra il ruscello Potok S?u?ewiecki, chiamato colloquialmente… “Smródka” (smród-fetore, questa etimologia diventa molto chiara in estate). Il ponticello ha assunto una nuova funzione in risposta alle aspettative degli abitanti della capitale e ha scaricato un po’ il Ponte ?wi?tokrzyski, che ancora di recente era il luogo di culto principale dei “lucchettomaniaci”. I cuori illuminati danno un fascino insolito al ponticello, creando un tunnel sopra le teste degli innamorati. Meraviglia!

Il fascino del Piemonte: tra piste da sci, tartufo, vino e… Torino!

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«ll Piemonte è una terra bella e accogliente che sa conquistare ogni turista. Noi ci auguriamo che quelli polacchi siano sempre di più, per cui vi aspettiamo!» Questo è l’invito che l’assessore al Turismo della regione Piemonte Alberto Cirio dedica ai cittadini polacchi che hanno intenzione di trascorrere le vacanze in Italia. Ogni anno sono infatti circa 20mila i turisti che dalla Polonia si spostano in Piemonte, numeri però, che l’assessore Cirio vorrebbe far crescere e consolidare insieme al rapporto di amicizia tra i due Paesi.

Le occasioni per visitare il Piemonte non mancano, a cominciare dagli importanti eventi legati al turismo della fede di cui la regione sarà protagonista a cavallo tra il 2014 e il 2015,  sottolinea Cirio:  «dalle attesissime celebrazioni per il bicentenario della nascita di Don Bosco, in occasione del quale tornerà tra la primavera e l’estate del prossimo anno anche una nuova Ostensione della Sacra Sindone, alla spettacolare Passione di Sordevolo, una rappresentazione di teatro popolare che, da due secoli, porta in scena un intero paese con più di quattrocento persone coinvolte tra attori e comparse, per assistervi arrivano moltissimi turisti perfino dagli Stati Uniti».

Numerosi saranno poi gli eventi sportivi come «il passaggio del Giro d’Italia per gli amanti del ciclismo, con la nuovissima “cronometro dei vini” Barbaresco-Barolo in arrivo il 22 maggio 2014 sulle splendide colline delle Langhe, del Roero e del Monferrato, candidate con i loro vigneti a diventare Patrimonio dell’Umanità Unesco» aggiunge sempre  l’assessore Cirio.

Senza contare  la “perla” del Piemonte, l’eccellenza turistica, la più grande attrazione turistica “il Tartufo bianco d’ Alba che viene celebrato ogni anno in autunno dalla più grande fiera internazionale dedicata a questo pregiato e profumatissimo fungo. L’84^ Fiera Internazionale del Tartufo si terrà nella città di Alba dall’11 ottobre al 16 novembre durante i fine settimana il sabato e la domenica.

«L’enogastronomia” spiega Cirio “è una delle eccellenze del Piemonte. Prodotti della terra unici, chef stellati e paesaggi incantati che vanno dai laghi alle montagne, con le vette piemontesi a fare da palestra a cielo aperto sia in estate che in inverno, con oltre 1300 km di piste olimpiche per sciare ai massimi livelli».

53 stazioni sciistiche, 14 snowpark, 300 impianti di risalita, per un totale di oltre 1.300 km di piste, conosciute a livello internazionale, dove è possibile praticare non solo sci alpino, ma anche fondo, tavola e slittino. Tra le località rese celebri dai XX Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006, spiccano Sestriere (una cittadina che sorge a 2035 metri sul colle omonimo, tra Val Chisone e Valle di Susa vicino al confine con la Francia)

Sauze d’Oulx e Bardonecchia, prediletta dagli amanti dello snowboard. A due passi da esse, nel cuneese, ci sono Limone Piemonte e il comprensorio Mondolè Ski (Artesina, Prato Nevoso, Frabosa Soprana).

«Il Piemonte” prosegue Cirio  “è anche la casa del golf italiano, con più di 50 circoli prestigiosi incastonati su tutto il territorio, e dello shopping con alcuni tra i più grandi outlet d’Europa che propongono le grandi griffe della moda a prezzi vantaggiosi». Il Serravalle Designer Outlet Village del circuito inglese McArthurGlen nella città di Alessandria, per esempio,  è stato uno dei primissimi Outlet Center ad aprire in Italia ed è considerato oggi uno dei più grandi Outlet Village d’Europa.

«E poi naturalmente” aggiunge l’assessore Cirio “c’è Torino, con i suoi eleganti portici, i palazzi reali e la Reggia di Venaria, i caffè storici, il Museo Egizio e il Museo del Cinema e molto altro ancora.  La Polonia è una terra bellissima, fatta di città monumentali meravigliose e di una tradizione culinaria eccellente, con cui ho un forte legame personale per via del Papa che più ho amato. Per la nostra regione è un mercato molto interessante da sviluppare»

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Pappardelle al ragù di cinghiale

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Le pappardelle al ragù di cinghiale sono un robusto primo piatto di origine toscana, per la precisione della zona di Grosseto, ma che troviamo anche nella tradizione culinaria dell’Umbria e dell’alto Lazio. Il piatto si prepara tagliando finemente al coltello la carne marinata di cinghiale, per poi farla rosolare con un trito di cipolla, carote, sedano e spezie. Si aggiungono poi del vino rosso, la passata di pomodoro, e si fa bollire il tutto per almeno un’ora e mezza. Per accompagnare le pappardelle al ragù di cinghiale è consigliabile un buon vino rosso corposo.

Ingredienti per 4 persone

  • Cipolle bianca 150 g
  • Sedano gambi 150 g
  • Carote 150 g
  • Rosmarino in polvere 1 pizzico
  • Salvia in polvere 1 pizzico
  • Alloro in polvere 1 pizzico
  • Pomodori passata 1 l
  • Peperoncino piccante 1
  • Sale quanto basta
  • Olio extravergine di oliva 1/2 bicchiere
  • Vino rosso corposo 300 ml
  • Latte 1 bicchiere
  • Aglio 2 spicchi
  • Pepe nero macinato a piacere
  • Cinghiale polpa magra 500 g
  • Pappardelle 500 g

Preparazione

Marinare la polpa di cinghiale nel vino rosso contenente aglio, cipolla, sedano e alloro per un giorno intero. Passate le 24 ore, mondate e tritate la cipolla e l’aglio e fateli rosolare in un capiente tegame contenente l’olio di oliva; aggiungete il sedano e la carota precedentemente tagliati a cubetti piccolissimi e lasciateli rosolare anch’essi insieme alle spezie.

Dopo 5-10 minuti unite la polpa di cinghiale precedentemente sgocciolata e tagliata finissima con il coltello (oppure, per maggiore comodità, tritatela con un tritacarne); fate rosolare anch’essa e poi unite il sale e il vino rosso. Quando quest’ultimo sarà completamente sfumato, aggiungete la passata, e lasciate cuocere a fuoco lento, girando di tanto in tanto, fino a che il ragù non sarà ben denso; se occorresse, aggiungete al ragù dell’acqua calda per portare a termine la cottura, che dovrebbe durare ancora un’ora circa (in tutto circa 1 ora e ½ -2, a seconda della tenerezza della carne). Quindici minuti prima del termine della cottura aggiungete il latte, mescolate bene e lasciate terminare la cottura.

Cuocere le pappardelle in abbondante acqua salata e poi aggiungetele al sugo, servire con parmigiano.

Buon appetito!

Kaneli: Misteriosi nuovo venuti dal Sud

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Nella parte antica del cimitero evangelico augusteo a Varsavia si trova la modesta tomba della famiglia Kaneli, la famiglia dei vinificatori italiani di Varsavia, tomba che si può vedere anche on-line sul sito del cimitero. Nella tomba sono sepolte due generazioni della famiglia: Krystian e Anna Kaneli e i suoi figli, Antoni e W?adys?aw, i fratelli di mia nonna Emilia. Dov’é il mistero?

La famiglia viene da Canelli, città situata nei dintorni di Torino, nel Piemonte, regione famosa per la coltivazione della vite. Ma lo spelling del cognome indica che fu polonizzato oppure la famiglia viene dalla Grecia (il che sarebbe coerente con il fatto che durante la seconda guerra mondiale i tedeschi dicevano che la mia mamma, la nipote di Emilia Kaneli, aveva il tipo greco della bellezza).

Nell’archivio locale di Canelli presso la parrocchia di San Tommaso non sono riuscita a trovare informazioni sulla famiglia. Prima del mio viaggio, il consolato polacco a Milano mi ha informato che nel 1994 la città è stata colpita dall’alluvione e una parte dei documenti d’archivio è stata distrutta.

La prima informazione sull’arrivo della familia in Polonia viene dal XVII secolo e indica Cracovia, dove Kazimierz Bonifacy Kaneli diventò il proprietario di un caseggiato. Nel 1831 per la partecipazione nella Rivolta di Novembre (precisamente per la Battaglia di Ostro??ka) ricevé l’Ordine Virtuti militari di quinta classe. Quale era la parentela tra di loro? Difficile da stabilire oggi. Invece, a Varsavia il cognome apparve per la prima volta nelle Tariffe di Varsavia dal 1787, dove si può trovare che uno dei Kaneli noleggiava una casa di legno in via ?liska.

L’azienda Canelli si è sviluppata nel corso dei secoli XVII/XVIII e funziona ancora oggi sul principio della distribuzione dei guadagni. I cugini italiani della mia famiglia avevano paura che i miei antenati non se la cavassero perché sono tornati ad occuparsi del tradizionale mestiere di famiglia solo dopo alcuni fallimenti in altre attività commerciali come una fabbrica di tessuti e il commercio di carne. Tuttavia con le viti ebbero successo e l’azienda cominciò a svilupparsi velocemente. I suoi fondatori furono W?adys?aw e Jan Kaneli, fratellastri. Quando cercavo le traccie che confermavano l’esistenza dell’azienda sul mercato varsaviano ho trovato alcuni dettagli interessanti.

Durante le spartizioni della Polonia non c’era l’obbligo della registrazione delle aziende, perché lo stato polacco non esisteva. Per questo è difficile stabilire la data della fondazione dell’azienda.

L’unico segno dell’esistenza è l’informazione nell’elenco telefonico dal periodo dell’occupazione. Il fondatore W?adys?aw Kaneli all’epoca era morto, ma nell’elenco tedesco c’era ancora il suo cognome. Invece, nel dopoguerra quando suo fratello Jan gestiva l’azienda non sono riuscita a trovare nessun dato che confermasse l’esistenza del deposito di vini importati, forse era sotto un altro nome.

Nell’archivio delle note moderne in Piazza Hankiewicz a Varsavia, ho trovato solo una concisa informazione che negli anni Cinquanta del secolo scorso la cartella con le note riguardanti le aziende straniere del periodo prima guerra fu persa durante l’inventario.

Ho visto Jan Kanelli, mio bisnonno, solo una volta. Era un italiano tipico. Basso, riccio di capelli, scuro di carnagione. Il vino era il senso della sua vita. Amava la musica e la poesia, di certo gli anni Cinquanta del secoolo scorso non erano l’epoca migliore per gente come lui. Non stava bene nella Polonia del dopoguerra, nella quale la vita sociale veniva brutalizzata. Come gli altri titolari d’azienda anche lui fu privato della sua proprietà.

Il nuovo consiglio d’amministrazione gli propose l’incarico di dirigente, perché il suo nome era noto nel mondo degli alcolici di qualità, mentre i consiglieri erano esperti di alcoli mediocri come la vodka. La loro cooperazione aveva poca possibilità di sucesso, comunque Jan morì dopo poco.

Sono stata al suo funerale. Avevo 9 anni, ma ricordo il suono triste del violino che esprimeva le emozioni dell’epoca passata.

Non so se potrò mai trovare risposta a domande che per ora sono retoriche. Quando i miei antenati vennero in Polonia? Furono i bis-bis-bisnonni oppure ancora generazioni precedenti?

Durante le mie ricerche ho trovato informazioni riguardanti W?adys?aw Kanelli, collegato con associazione polacco-bulgara fin dall’Ottocento. Ma non sono riuscita a trovare se lui era mio nonno oppure fosse solo una similitudine di nomi… Ma “in vino veritas”!

Questo è un frammento della storia della famiglia. Se qualcuno avesse informazioni su questa famiglia sarei felice se mi potesse contattare scrivendo all’indirizzo mail: mariadybowska@interia.pl.

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Pan Tu Nie Stał rilancia lo stile PRL

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Come scrivono sulla pagina web www.pantuniestal.com, il loro sogno era di ripristinare “l’estetica semplice dei tempi passati”. Cosìhanno trasformato la passione per il design dell’epoca PRL (Repubblica Popolare di Polonia) in tutta una serie di accessori umoristici e confezioni per donna e uomo, “per sani e malati”. Ma ora vi presento la metà del duetto matrimoniale PTNS, Justyna Burzyńska.

 

Justyna, quando e come è nata l’idea di Pan Tu Nie Stał?

L’idea è nata dall’amore per il buon design polacco. Nell’infanzia venivamo saturati con cultura visuale specifica, a cui attualmente torniamo e la serviamo nell’edizione moderna ai nostri clienti. I primi stimoli visuali, giocattoli, libri, vestiti, oggetti dall’ambiente circostante hanno avuto un impatto sostanziale sulle nostre preferenze estetiche. Dal 2006 con mio marito Maciek scrivevamo un blog che aveva per scopo promuovere il design polacco di qualità. A casa abbiamo una vasta collezione di carte di tutti tipi, degli anni 60 e 80. Poster, illustrazioni per libri, copertine delle riviste, pacchetti, etichette… Ne pubblicavamo le foto sul blog, sono molto colorati e interessanti. PTNS era per noi un hobby, un passatempo. Volevamo avere un negozio che sembrasse un vero appartamento degli anni 70: con armadio a parete e tappeto turco, con atmosfera accogliente. Il tutto si è svolto molto gradualmente, tramite il blog, poi le prime produzioni di t-shirt a casa, la stampa nel garage, fino all’apertura del negozio online e la produzione professionale. All’inizio nell’assortimento di PTNS c’erano solo t-shirt con sovrastampe, ma poi abbiamo ampliato l’offerta anche con altri gadget.

 

Cosa significa per voi Łódź? Qual è la vostra relazione con la città e quale il suo influsso nel vostro lavoro?

Łódź è la mia città nativa, ci abito da sempre, mi sento legata inconsciamente con questo luogo. Maciek proviene di Zamość, è venuto qui per studiare e il primo anno per lui è stato come un colpo alla testa! Abitava a Stare Bałuty in un appartamento affittato da un alcolizzato. Però ora ha ormai messo radici in questa città. Łódź sta cambiando. Magari non siamo ancora Berlino, ma non abbiamo nulla di cui vergognarci. Divertimento? Abbiamo LDZ Alternatywa, cioè concerti gratuiti ogni settimana, il festival del cinema sotto le stelle “Polówka”, ecc. La produzione dei nostri articoli si svolge a Łódź e nelle sue periferie, ma non supera i confini del distretto. È la nostra strategia per mostrare che pure a Łódź si possono creare cose buone! Perciò vogliamo enfatizzare che le nostre magliette vengono cucite a Łódź, le sovrastampe sono fatte in luogo, tutti gli accessori: etichette, pelle, bottoni sono anche di produzione locale.

 

Sui vostri prodotti, nel vostro negozio e perfino sul vostro sito web è molto evidente il linguaggio dell’epoca di PRL. Come siete riusciti a riprodurre quell’atmosfera con tale fedeltà?

Ci ispira la lingua polacca. Espressioni e locuzioni nel vecchio stile, ormai dimenticate e fuori circolazione, per esempio: sprawunki (zakupy-spese), bonifikata (zniżka-sconto), absztyfikant (adoratore), ecc. Anche il linguaggio della vecchia pubblicità: fantastico, molto chiaro, pieno di significato. Non tutto al tempo era “migliore”, “per gente straordinaria”, “più conveniente” e così via.

 

Si nota l’interesse dell’estero per la moda polacca stile PRL?

Non abbiamo molti ordini dall’estero, visto che siamo un marchio specifico. Bisogna capire la nostra cultura, fare certe associazioni mentali per apprezzare questi prodotti.

 

Quale sarà la direzione del vostro sviluppo? Da dove prendete l’ispirazione per creare nuovi modelli?

In primavera apriremo un negozio a Varsavia! Vogliamo continuare ad ampliare l’assortimento, anche quello “fashion”. Ascoltiamo le opinioni dei nostri clienti, accettiamo i loro suggerimenti, e facciamo i modelli che chiedono.

 

Talvolta collaborate con altri marchi e designer. Personalmente qualche tempo fa mi sono comprata da voi un set di quadernini bellissimi di Nieladaco.

Con Łukasz di Nieladaco Maciek ha lavorato nello studio di progettazione grafica Fajne Chłopaki. Łukasz si occupava come hobby di legatoria e poi ha iniziato a produrre taccuini. Ha progettato e prodotto per noi quaderni speciali.

 

Le vostre tecniche di fabbricazione assomigliano un po’ a quelle di PRL?

Vecchia tipografia, progetti esteticamente coerenti: tale minimalismo ha un fascino insolito. Nei nostri prodotti dominano cartone grigio, materiali naturali. Anche nella stampa di nostra scelta il fattore umano è molto importante. Una volta abbiamo ordinato biglietti da visita in una piccola stamperia. Non hanno abbinato i colori e la qualita era scarsa. Ma a noi è piaciuta, perché dietro questo lavoro si vede l’attività umana più che quella di una macchina senz’anima. Anche l’idea del riciclare ci sta molto al cuore. Per decorare il negozio abbiamo usato roba di recupero: mobili fatti da un nostro amico falegname con i pezzi della sua casa in demolizione, poi dai clienti abbiamo ottenuto armadi metallici usati che una volta erano negli ambulatori medici. Il negozio è decorato anche con un vecchio televisore sovietico.

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I personaggi del film di Paolo Virzì

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di Emanuela Medoro

Descrivo per sommi capi i personaggi del film che PaoloVirzì ha tratto dal romanzo “Il Capitale Umano” di Stephen Amidon. Ovviamente tralascio il finale.

La vicenda, un giallo con un morto ammazzato e la ricerca del colpevole, è raccontata in modo scaltro ed avvincente, mettendo in sequenza il punto di vista dei personaggi. Lascia con l’amaro in bocca, senza speranza perché mostra una fetta di umanità fatta di squali e vampiri, gente priva di valori e sentimenti, dedita soltanto al denaro ed ai lussi.

Il capitalista: è il titolare di un fondo d’investimento, che promette interessi dal 30 al 40% su capitali che accetta a partire da mezzo milione di euro, che, secondo il contratto, devono costituire il 20% del patrimonio dell’investitore. Avuto un capitale di 700.000 mila euro, liquida l’investitore con un assegno di 70.000 euro, dicendo che purtroppo le cose non sono andate come previsto.

Il furbetto: un immobiliarista senza troppi scrupoli, avido di danaro e di crescita sociale crede alle promesse del capitalista, entra a contatto con lui frequentando i suoi preziosi campi da tennis. Con qualche successo nello sport riesce a costruirsi con lui un apparente rapporto di amicizia. Ed investe nel suo fondo una somma che non aveva, presa in prestito da una banca.

La moglie del capitalista: da giovane ebbe qualche aspirazione artistica e fece delle esperienze di attrice di teatro. Abbandonò l’arte per sposare il capitalista.

Lo scrittore e regista teatrale: la moglie del capitalista prende un vecchio teatro abbandonato, con l illusione di riportarlo all’attività originale. Entra in contatto con un teatrante da strapazzo, con cui intreccia una relazione, illudendosi di poter diventare un’attrice professionista. Quando i locali del teatro vengono destinati a diventare appartamenti, lui la scarica malamente, togliendole ogni illusione.

Il figlio del capitalista: giovanissimo, alcolizzato.

La figlia del furbetto: in cerca della sua felicità, frequenta tipi poco raccomandabili. Tralascio volutamente di parlare di un amico di quest’ultima, per non svelare il finale. La storia prende il titolo da lui.

Ambiente: la Brianza, ville eleganti e strade perfette, prati e macchine importanti, campi da tennis e piscine. Potrebbe essere qualunque altro luogo abitato da ricchi, in Italia o nel resto del mondo.

Un amaro ritratto del capitalismo nell’Italia di oggi che non ha bisogno di commenti.  

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Polski sukces – TVP Polonia24

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Wywiad Dorota Kozakiewicz redaktor naczelna Gazzetta Italia