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Fra culto della parola e imperitura verità del mito. Conversazione con Renato Gabriele

Sono trascorsi dodici anni da quando il poeta, scrittore e saggista italiano Renato Gabriele è stato per la prima volta in Polonia, ospite di un evento letterario e musicale organizzato dalla fondazione italo-polacca CracoVitalia e dal Kolegium Europejskie Uniwersytetu Jagiellońskiego. La serata, svoltasi presso il teatro Witkacy di Zakopane, vedeva protagonisti anche i celeberrimi Jacek Cygan e Jerzy Filar con la sua chitarra. Da questo incontro, reso indimenticabile dall’affratellante alternanza linguistica, dalle atmosfere liriche profondamente umane, pur diverse nel tono e nei registri, e dai caldi interventi musicali, ebbero inaspettatamente inizio rapporti di confidenza e amicizia che avrebbero portato alla costruzione di nuovi ponti culturali fra Polonia e Italia. L’anno successivo vedeva la luce l’edizione in lingua italiana dei componimenti in versi di Jacek Cygan da me curata (Ambulanza. Poesie mediterranee, Bonobo 2007). Per Renato Gabriele l’invito in Polonia nel 2006 inaugurava invece un’appassionata esperienza a contatto con i maggiori autori del novecento letterario polacco. Ad oggi è stato ospite di numerose e prestigiose iniziative organizzate da atenei italiani ed esteri con la collaborazione delle autorità diplomatiche polacche. Ha dato altresì alle stampe l’antologia intitolata Sette saggi di poesia polacca (Lithos, 2010). Per l’opera da egli svolta in favore della cultura polacca in Italia, è stato insignito dal Ministro degli Esteri polacco dell’onorificenza di Cavaliere “Benemerito” della Repubblica di Polonia. Hanno scritto di lui personalità di rilievo quali Jarosław Mikołajewski, Alicja Rosé e Lucia Pascale.

Il suo più recente ritorno in Polonia, questa volta a Cracovia per un incontro presso la libreria Italicus, ha offerto l’opportunità di una conversazione incentrata sulla sua opera considerata globalmente, sui processi creativi che ne sono a monte. Ad integrazione delle numerose interviste all’autore presenti sul web e in vista dell’edizione polacca di Elegie del cercatore di conchiglie, ripropongo in questo spazio le domande che hanno consentito di rilevare con maggior efficacia gli aspetti più originali e i momenti più significativi dell’arte e della poetica letteraria di Renato Gabriele.

La tua scrittura è caratterizzata innanzitutto da un sorprendente rigoglio lessicale. Si va dal repertorio biblico al vernacolare e all’inflessione dialettale attraverso l’intero trascorso storico letterario italiano e una scrupolosa terminologia attinente ai più vari ambiti disciplinari. La cura del dettaglio, del particolare sia fisico che astratto, nell’ambito di un descrittivismo fortemente suggestivo, sembra andare di pari passo con l’imperativo di ritrovare e restituire alle cose e alle realtà psichiche, compresi gli stati d’animo, nomi spesso dimenticati, divenuti tristemente desueti. Con il tuo repertorio linguistico assolvi dunque all’autorevole compito di recuperare e salvare dall’oblio il ricchissimo patrimonio lessicale italiano. È questo uno dei principali intenti realmente a monte della tua opera?

Renato – La questione, da te posta molto precisamente, dà risalto ad una caratteristica precipua della mia scrittura, quella che generalmente le viene riconosciuta ictu oculi. E tu lo fai con critica puntualità. È vero, la scelta della lingua è per me fondamentale e assolutamente non casuale. Mi spiego iniziando con l’affermare, a totale mio rischio, che la lingua ”media”, quella che Giacomo Devoto definisce in tal modo, cioè la lingua della comunicazione ordinaria, quella dei notiziari, è quanto di più lontano vi sia dalla mia intenzione e dalla mia pratica scrittoria. Ogni mio libro, che sia di poesia o di narrativa e finanche di saggistica, espone una sua speciale escogitazione linguistica; intendo che ogni libro costituisce un “in sé” linguistico speciale, che rende entusiasmante l’avventura della scrittura. A ciò si ricollega quello che tu hai individuato come rigoglio lessicale, che va a sua volta inteso come una “passione del dire”, una sorta di smania comunicativa che non si attiene ai tracciati della sfibrata convenzione, che va sempre di più stremandosi in una involuta ricerca di modi automaticamente condivisi, come altrettante “parole d’ordine”, ma che invece ricerca la più intensa espressività, alta o bassa che sia. Insomma, se parliamo di scrittura poetica, non voglio dire che il lessico adottato debba conformarsi ad una curialità stentorea, anzi!, ma che debba presentare le caratteristiche proprie di un dettato eccezionale, unico, assoluto, qual è ogni volta una poesia che sia tale. Per me non si tratta di ricercare preziosità lessicali, né relitti alla deriva, quanto piuttosto di dispiegare l’intero panorama verbale a mia disposizione e di adottarne a mio piacimento questo o quell’oggetto. Ecco dunque il ritrovato dialettale, ecco quello dal sapore desueto, ecco quello neologico. Ne sortisce una lingua del tutto mia, una mia privata e personale lingua, che io uso anche in talune occasioni quotidiane e che rende i miei percorsi talvolta impervi tal altra affabilmente persuasivi. Come, altrimenti, accedere alla parola profetica della poesia, come raccontare la bassura o l’elevatezza dell’animo umano, come strutturare il canto o le lacrime delle cose? Tua vai oltre tutto questo e mi domandi se io parta da un intento. Rispondo che quella che io ho definito come la passione del dire, parte da una fascinazione risalente ai tempi della primissima infanzia, una passione che a grado a grado, con il crescere della consapevolezza, si è sempre più accompagnata ad una intenzionalità, quella che tu hai suggerito con la tua domanda. Tene verba, res sequentur”, questo è poesia! Quanto al repertorio linguistico, dirò che io sono letteralmente intimidito – e questo è bellissimo, è bellissima questa stupita sottomissione, questo deferente inchino- davanti all’immensità del dizionario del Battaglia, quell’opera monumentale, immensa, in cui la nostra lingua si santifica. Dovrei raccontare le mie infantili navigazioni nel dizionario, alla scoperta delle parole, dall’una passando all’altra in successione logica e concettuale; dovrei dire della mia fiducia nel riscatto di ogni condizione personale attraverso la lingua; dovrei raccontare il piacere estremo provato da adolescente nella lettura del Decamerone, nel sapore fisico e reale di ogni parola di quella parola piena della luce aurorale…

In particolar modo i tuoi componimenti poetici e i tuoi romanzi, che presentano un poetare in prosa, rivelano ora più ora meno apertamente la lezione stilistica e poetica dei classici della letteratura italiana in virtù di una scrittura memore del dolce stil novo e delle rime petrose, di un lessico romantico e del culto novecentesco della parola. Quali autori ritieni abbiano influito maggiormente sulla nascita del tuo stile? Sussiste in tale circostanza anche una matrice straniera?

Renato – Ancora una volta devo riferire di una passione. Di questo si tratta, di una passionata trama di vita che in qualche modo si è sovrapposta fino a coincidere, ad una trama di letture: disordinate, caotiche, non finalizzate né strutturate in vista di un percorso di formazione quale potrebbe suggerire un maestro, ma sempre improntate al piacere intimo della scoperta, alla suggestione dei nuovi mondi a cui la lettura, ogni lettura e oserei dire anche quella pessima, ci introduce. Meraviglia delle meraviglie, favola delle favole! O “beata solitudo” della lettura: per me la sola beatitudo dell’adolescenza. Nella mia formazione ha contato molto la precocità di certe esperienze; ho già detto del Decamerone, che ho letto a quattordici anni per intero, e così dell’Orlando furioso, letto a quell’età, e dei Promessi sposi, letto e riletto prima che fosse materia di studio al ginnasio, così de I Buddenbrook. Fondamentale è stata la lettura dei poeti elisabettiani, quella di Cesare Pavese, così alieno da certo lirismo imperante e da certo ermetismo religiosamente professato; folgorante è stata la lettura di W.C. Williams, maestro della beat generation, e sopra tutte quella di T. S. Eliot. Termino dando cenno del privilegio di aver letto, a diciannove anni, l’Ulysses nella prima edizione italiana uscita da Mondadori. In questo ambito va ricercata l’origine del mio stile, così credo.

Il mito, onnipresente nei tuoi componimenti, conferisce loro un’ascendenza profondamente mediterranea di tangibile universalità. Tra le figure ricorrenti più emblematiche assumono particolare rilievo la terra, il sangue, l’uomo e la donna. È lecito ritenere che al riferimento mitico sia legato il senso più profondo della tua opera di scrittore?

Renato – Constato con piacere che l’ approfondimento del mio lavoro da parte tua è di notevole livello, e me ne compiaccio. Proprio così, allo stesso modo in cui la mia lingua si piega duttilmente a tutti gli usi trascolorando dalla versificazione di intonazione per così dire “classica”, senza per questo applicarsi a nessun tipo di restaurazione aulica, ad una versificazione assolutamente “contemporanea”, senza per questo rinunziare all’acuzie della riconoscibile forma poetica –con l’assoluta riprovazione del “poetichese” tanto stucchevolmente praticato, allo steso modo, dicevo, la materia contenutistica include passaggi, e, si badi: non citazioni ma allusioni, illuminazioni fuggevoli quanto icastiche, riferibili al mito come condizione eterna dell’animo umano fissato nei suoi momenti emblematici. Del resto io sono nato in una terra di miti e di essi mi sono nutrito sempre, non considerandoli come bagaglio culturale e di erudizione, ma come fermento di sentimenti sempre attuali e condivisibili. Sono nato infatti a due passi dal più antico culto di Diana, la Diana Tifatina; a due passi dall’antica Capua, dai culti mitraici, dal culto delle Madri. Dalle mie parti vi sono luoghi che portano ancora i nomi di Giove, di Apollo, di Bellona, di Giano…Tutto questo è il mio entroterra, al quale non mi è consentito di rinunciare. La mia terra è intrisa di mito e io ne sono imbevuto profondamente.

La tua poesia, ma anche la tua prosa, che le è affine, si presta ad essere recitata. Le tue stesse letture costituiscono un’esperienza forte per chi vi assiste, tale è la carica espressiva ed evocativa, la tensione emotiva che riesci a creare in virtù di palesi doti drammatiche. Ritieni sia questa la forma in cui la tua scrittura trovi la sua massima realizzazione?

Renato – Dico subito che io considero la poesia come una forma di comunicazione profonda e immersiva, al pari della musica. Credo che larga parte della poesia possa causare una risposta emotiva nell’ascoltatore, una risposta simile a quella della musica. Insomma il verbo della poesia non è “audio” bensì “sentio”, nel senso che essa provoca l’aisthesis: non solo la sensazione ma anche la percezione. Ne consegue che il mio modo privilegiato di trasmettere la parola poetica è quello, appunto, della parola, della phoné . Per questo ho da molti anni intrapreso la strada della performance poetica. Ho tenuto negli anni un grande numero di codeste rappresentazioni, più di trecento, riscuotendo sempre un vasto consenso, un gradimento partecipativo ed emozionato. Ho letto poesie in molteplici situazioni, in molti luoghi e varie condizioni. Dici bene tu, si tratta di possedere questa inclinazione alla parola drammatiche, che in me si fa poesia drammaturgica. Non per nulla ho pubblicato e rappresentato anche drammi, cinque lavori che, ancora una volta, mostrano una inflessione chiaramente poetica, sicché alla fine sarei incline a riconoscermi, prima che in ogni altra forma di scrittura, che pur ho frequentato, in quella poetica.

Il tuo passo narrativo reca l’andamento precipuo di un continuum che asseconda il fluire delle idee, del pensiero. In questa naturale continuità narrativa risiede la maggiore affinità con la musica. Una particolare sensibilità musicale affiora, al contempo, attraverso la citazione di strumenti musicali antichi e moderni nonché l’impiego, in certi passi, di un lessico specifico di questa disciplina. Che rapporto c’è fra la tua scrittura e la musica?

Renato – L’ho detto, tutta la mia scrittura risente di questa affinità. Del resto la poesia recitata, qual io la sento, ha proprio questa caratteristica di essere un insieme di pensiero e di canto, l’heideggeriana dichtung: una tensione senza remissione di tono. Voglio aggiungere che io giungo a dissimulare questa recitabilità musicale secondo i canoni del verso classico, spezzandolo e fratturandolo senza annullarne la vocazione musicale. Basti esaminare, a tal proposito, i versi iniziali di Elegia del cercatore di conchiglie:

Aspettando il mio treno notturno

                                percepivo il deserto

                                                       di nebbia

trapelare oltre l’ultimo scambio

dove l’occhio fosforico splendeva.”

Io sono un ascoltatore appassionato di musica, spaziando in diverse forme senza preclusioni ma con alcune predilezioni, che sono la musica barocca e i suoi classici strumenti, la musica medievale, le consonanze, il canto gregoriano…

Quest’anno sei stato ospite speciale nella grande manifestazione europea “Poesie in città” su invito dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia. Quali argomenti hanno ispirato il tuo intervento al Teatro Reale dell’Orangerie di Varsavia il 23 aprile scorso?

Renato – Il caso ha voluto che la manifestazione fosse ispirata alla poesia della libertà e che a tal fine fosse stato scelto un mio componimento molto giovanile intitolato Liberazione. Come ospite speciale ho letto, preceduto dall’interpretazione in lingua polacca di due attori, un mio componimento poematico intitolato Elegia del giardino segreto, un vero cavallo da battaglia per me, tanto più che il libro che contiene questa elegia, e che risale ormai a circa trent’anni fa, verrà presto ripubblicato in Italia. D’altro canto, la mia Elegia del cercatore di conchiglie verrà fra pochi giorni portata sulla scena con l’allestimento e la cura di un importante docente di teatro nell’Università di Tor Vergata, e regista teatrale, Angelo Favaro.

Dunque Liberazione è stata recentemente esposta lungo le vie di Varsavia nella magistrale versione linguistica di Jarosław Mikołajewski, mentre le Elegie del cercatore di conchiglie saranno a breve pubblicate in Polonia nella traduzione curata da Lucia Pascale e Zofia Anuszkiewicz. Quale tua opera desidereresti fosse la prossima a raggiungere il lettore polacco?

Renato – Penserei ad un romanzo, direi Appena ieri eravamo felici.

Renato Gabriele è tra i pochi autori italiani ad assistere in Polonia, vita natural durante, ad una distribuzione delle proprie opere in lingua originale e ad una loro presenza sugli scaffali di biblioteche consolari e private. I suoi scritti attendono, anche in questa parte del mondo, di essere studiati e analizzati su vari livelli, dall’esplorazione del lessico e delle immagini ricorrenti, attraverso lo studio delle tecniche narrative, fino all’approfondimento dei contenuti, da nuove e interessanti prospettive precipue di questi meridiani europei.

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