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Walter Prati: i polacchi amano la moda straniera

Dei 251 miliardi di euro di giro d’affari della moda mondiale, Italia e Francia hanno quote simili che si aggirano sui 17 miliardi. Ma mentre in Francia il settore è in mano ad una trentina di grandi gruppi in Italia il business è declinato in un ampio tessuto produttivo fatto di centinaia di imprese. A livello mondiale l’Italia rimane il paese di riferimento per la moda e il triangolo geografico lombardo-emiliano-veneto è l’epicentro produttivo di un settore che vale 4 punti di PIL del Belpaese. Nato a Brescia Walter Prati viene proprio dal cuore di questa laboriosa area industriale. Pioniere nel settore stock (l’acquisto delle rimanenze) e nell’apertura di negozi in vari mercati. Prati è il fondatore di GPoland, realtà di spicco nel mercato della moda in Polonia, da oltre 20 anni canale distributivo dei maggiori brands italiani nel territorio polacco. Quando ti sei avvicinato alla moda?

“Ho iniziato negli anni Ottanta nel settore degli stocchisti, con il mio socio diventammo leader europei nelle aperture di negozi outlet sia in Italia che all’estero. Negli anni Novanta alla ricerca di nuove opportunità guardai all’Est Europa. La Polonia mi sembrò il paese giusto in cui investire, con un grande potenziale fashion ancora inesplorato. Nel 1995, in via Swietokrzyska a Varsavia, aprimmo, un negozio Max Mara, il primo punto vendita del segmento del fashion di lusso aperto in Europa orientale. Qualche tempo dopo ne aprimmo un secondo in Chmielna e poi una boutique multimarca di lusso in Plac Trzech Krzyży. Via via siamo arrivati ad essere il maggiore importatore di marchi italiani della moda in Polonia e il riferimento per tutte le aziende che vogliono penetrare questo mercato.”

Puntare sulla Polonia si è rivelata un’ottima scelta?

“Nel 2004 sono entrati nell’Unione Europea otto paesi dell’area orientale, un totale di 80 milioni di persone di cui quasi la metà polacchi. Questi numeri fanno della Polonia uno dei paesi più attraenti per l’export italiano. Qui il mercato della moda è cresciuto in maniera costante dagli anni Novanta al 2006, quindi c’è stata un’impennata fino al 2009, seguita da un rallentamento protrattosi fino al 2012, e poi di nuovo ripresa. La nostra azienda ha continuato a crescere in maniera costante. Attualmente siamo un’agenzia che gestisce oltre 50 marche italiane (tra cui, Emporio Armani, Trussardi Jeans, Love Moschino, Elisabetta Franchi, Gas, Furla, Lju Jo, Patrizia Pepe) contando su una organizzazione di circa cento professionisti il cui cuore operativo è la sede di quasi 8 mila metri quadrati a Varsavia.”

Come descriveresti il mercato fashion polacco?

“Quando all’estero si pensa alla Polonia molti la accomunano erroneamente ai canoni estetici, un po’ eclatanti, dei russi, invece i polacchi hanno un approccio più discreto al fashion e con una maggiore attenzione alla qualità del prodotto. Per i marchi italiani presenti su questo mercato è l’abbigliamento femminile a determinare l’80% del fatturato. Bisogna comunque fare attenzione al fatto che la clientela polacca non è particolarmente attratta dal prodotto di nicchia o di tendenza. Qui il cliente è più diffidente che entusiasta e quindi tende a scegliere un marchio noto, al contrario di quanto avviene in Francia e Italia dove c’è una grande attenzione alle nuove tendenze e ai brand di ricerca.  Al contempo il cliente polacco sta evolvendo e si sta aprendo al cambiamento, dalla mia esperienza del mercato credo che l’evoluzione del gusto locale porterà sempre più a guardare alla ricercatezza e alla qualità. Da qualche tempo anche l’uomo polacco ha iniziato a prestare attenzione al vestire, anche se escluderei che possa mai diventare “modaiolo” come l’uomo italiano.”

La moda è un fattore che riguarda soprattutto le grandi città?

“Diciamo che la richiesta di moda è diffusa ovunque ma l’offerta è diversa a seconda dell’area geografica. Varsavia, Cracovia, Wroclaw e altre grandi città polacche sono ormai realtà in cui si respira un’atmosfera internazionale e quindi sono più ricettive ad una proposta di look più fashion. Per fare un esempio, una pochette colorata che esce dal taschino della giacca da uomo te la puoi permettere a Varsavia e Cracovia, mentre in altre città ti guardano ancora come fossi una persona eccentrica. Detto questo non possiamo però dimenticare il ruolo rivestito da televisione, internet e social media, che oggi fanno entrare nelle case di tutti gli abiti indossati da star, blogger, influencers e che diffondono capillarmente, senza barriere geografiche, il gusto e le tendenze internazionali.”

L’Italia dagli anni Settanta ai Novanta ha scritto la storia della moda ma oggi, di fronte all’esplosione del fast fashion a prezzi stracciati, sta perdendo terreno?

“Il mercato è cambiato non c’è dubbio. Oggi anche chi si può permettere una borsa Gucci o Louis Vuitton poi magari la accompagna ad un vestito Zara o HM. È la conseguenza della globalizzazione dei mercati e del gusto, non ritengo che la moda italiana sia penalizzata dall’avvento del fast fashion. In Polonia le marche italiane, sia della fascia premium che del fast fashion, vanno molto bene e hanno ancora enormi margini di crescita. Tutto sta nel saper cogliere il Fast fashion come un’opportunità e non una minaccia”

L’online sta stravolgendo le modalità di vendita?

“Non si può negare che l’online stia crescendo con percentuali in doppia cifra e questo è un problema per il negoziante ma, guardando in prospettiva, non riesco ad immaginare la vendita esclusivamente tramite internet. Il negozio fisico- dove un cliente può guardare, toccare e provare i prodotti – rimane un traino imprescindibile per l’acquisto online.”

E i marchi polacchi?

“In Polonia ci sono molti stilisti creativi e una lunga tradizione manifatturiera che aveva in Lodz uno dei maggiori centri europei di produzione tessile. Il mercato della moda polacca sta evolvendo velocemente e ci sono stilisti emergenti che mi auguro possano avere successo ed affermarsi in ambito estero. In futuro mi piacerebbe poter supportare i marchi polacchi nel processo di espansione nel resto d’Europa.”

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