Gazzetta Italia 117 (giugno – luglio 2026)
Con in copertina Alessandro Parrello e Oriana Celentano, due dei protagonisti del nuovo serial tv polacco girato tra Varsavia e Polignano a Mare, Gazzetta Italia n.117 propone un meraviglioso numero vacanziero. Oltre alle interviste agli attori Alessandro Parrello e Laura Breszka che ci danno le anticipazioni sul serial Felicità, prodotto da TVP e che sarà in onda dal prossimo settembre, il nuovo numero propone una interessante intervista con lo storico Piotr Podemski sugli 80 anni della Repubblica Italiana. Poi ampio spazio a Genova che si sta fortemente rilanciando a livello turistico e congressuale. Tra gli altri articoli segnaliamo un ricordo dedicato a Gino Paoli, l’intervista al canonico Tomasz Jarosz Membro del Consiglio per la Polonia e i Polacchi all’Estero, l’intervista alla blogger Ula Pedantula, un approfondimento sul controverso film “Salò” di Pasolini e tanti altri articoli e recensioni oltre alle nostre storiche rubriche di motori, cucina e lingua. Correte ad Empik, oppure acquistate il nuovo numero sul nostro sito, ne vale la pena!
Tennis, Italia e Polonia continuano a sorprendere (oltre Sinner e Swiątek)
Il Roland Garros 2026 è appena andato in archivio, con la finale del singolare maschile conquistato ieri da Alexander Zverev in oltre quattro ore al quinto set contro il solidissimo italiano Flavio Cobolli, autore di una prestazione di rilievo e ormai entrato nella top 10 del ranking ATP. L’altro ieri invece, sabato 6 giugno, il titolo femminile è stato appannaggio di Mirra Andreeva, vittoriosa sulla sorprendente polacca Maja Chwalińska, quest’ultima capace di dar vita alla pagina sportiva più incredibile di questa edizione del torneo francese. Un italiano e una polacca in finale dunque, ma non gli attesi Jannik Sinner e non Iga Swiątek, eliminati rispettivamente al secondo e quarto turno dei propri tabelloni. Il primo puntava coi massimi favori del pronostico, vista l’assenza di Alcaraz, al suo primo Open di Francia, unico mancante nella personale bacheca dei Grandi Slam, mentre la seconda ha fatto della terra rossa il suo terreno di caccia preferito, conquistando le edizioni 2020, 2022, 2023 e 2024 (quest’ultima contro l’italiana Jasmine Paolini). Due assenze da un lato insolite, dal momento che parliamo di due fenomeni assoluti (l’uscita dell’italiano pesantemente dettata da una condizione fisica non ottimale ad un singolo game dalla vittoria), ma dall’altro capaci di fornire un grande assist per permettere di allargare la visuale, e comprendere meglio la bontà di un movimento anche collettivo.
Prima di affinare meglio questo concetto, ripercorriamo brevissimamente il percorso dei nostri due straordinari finalisti. Partiamo con Maja Chwalińska, giunta a Parigi con l’ambizione di entrare nel tabellone principale superando le tre gare di qualificazione. Beh, non solo la polacca si è garantita l’accesso auspicato, ma di partite è arrivata a vincerne complessivamente il triplo, cedendo il passo solo in finale per due set a zero contro la numero 8 al mondo Andreeva. La classe 2001, come da lei stesso dichiarato, non disponeva di sponsor e grosse risorse per coprire i costi logistici: l’inattesa impresa firmata in questo Roland Garros, oltre ad averle sportivamente cambiato la carriera, ha anche avuto un forte e giusto impatto sul piano economico. Tanti i colpi di scena nel tabellone femminile, mai grandi come questo ovviamente, ma anche le uscite di Sabalenka e Kostyuk, vuoi per modalità o dinamiche, hanno un po’ sorpreso.
Flavio Cobolli non era invece certo altrettanto quasi sconosciuto ai più, dal momento che aveva già dato più volte prova di essere uno degli italiani più interessanti nel nuovo panorama tennistico. Basti tornare anche a soli due mesi fa, con la vittoria del classe 2002 in quel di Monaco proprio contro Zverev. Il tedesco era reduce da altre cinque sconfitte consecutive di marca italiana, firmate da Luciano Darderi (non molto tempo fa a Roma) e in ben quattro circostanze da Sinner (Indian Wells, Miami, Montecarlo, Madrid), ed oltre ad aver spezzato la “maledizione tricolore”, ha finalmente messo le mani su un titolo grande Slam che ancora mancava nella bacheca del numero 3 al mondo. Un trofeo consegnatogli da un altro grande italiano, Adriano Panatta, iridato a Parigi esattamente mezzo secolo fa. Con l’uscita prematura di Sinner, indubbiamente Sascha era l’indiziato numero uno per la coppa: con più fatica del previsto, certo, ma ora anche con un bel peso in meno per il futuro. Il tabellone del singolare maschile del Roland Garros 2026 vedeva dunque ai quarti di finale ben tre italiani su otto tennisti, con i due Matteo, Berrettini e Arnaldi, a far compagnia a Cobolli. Il derby italiano tra omonimi lo ha conquistato Arnaldi, con Berrettini costretto al ritiro nel corso della gara, mentre la semifinale tra Arnaldi e Cobolli (che aveva sconfitto in rimonta il numero 4 al mondo Auger-Aliassime) non ha avuto luogo per il forfait del primo. Assente dal torneo un altro atleta che sta ben figurando e avrebbe potuto dire la sua, ossia Lorenzo Musetti. Se dunque Italia e Polonia non possono sorridere fino in fondo per quel passettino mancante per il massimo obiettivo nei singolari maschile e femminile, l’Italia può festeggiare però la conquista del titolo nel doppio misto, per merito della coppia Sara Errani e Andrea Vavassori.
Chiudo ora tutto il discorso riprendendo proprio il pocanzi nominato Berrettini. Quando arrivò a giocarsi la finale di Wimbledon nel 2021, superando in semifinale il polacco Hubert Hurkacz, ricordo nitidamente il racconto di doverosa eccezionalità attorno all’evento. Nessuno prima di lui aveva infatti raggiunto l’ultimo atto del Grande Slam Britannico, e bisognava scavare fino al 1959 e 1960 con la doppia vittoria di Nicola Pietrangeli al Roland Garros per ritrovare un italiano in finale in un Open. Ora con Jannik Sinner tutto sembra più normale, scontato, ma non lo è affatto. Piccolo doveroso inciso, quasi come in Formula 1 ora con un Kimi Antonelli fresco reduce nel pomeriggio di ieri dal quinto gran premio vinto di fila, e tutto appare così, assodato, ma pure qui sono dovuti passare 20 anni per risentir suonare l’inno di Mameli sul podio per un pilota. E che dire, tornando a pallina e racchetta, di Iga Swiątek, capace di scrivere pagine di storia senza eguali, già altrettanto nella leggenda del tennis e dello sport polacco e mondiale. Non serve dire altro.
Poco meno di un anno fa celebravo in questo articolo la loro doppia vittoria a Wimbledon con anche un passaggio su cui vorrei nuovamente soffermarmi, perché forse se ne parla troppo poco, e vi invito a leggerlo: l’impatto sulle nuove generazioni, e non solo. Perché quando uno sport va così bene e regala campioni di tale fattura, è una naturale conseguenza la crescita del movimento, in tutto e per tutto. E che si tratti di una storia magari anche potenzialmente estemporanea (non credo, vediamo) come quella della splendida Maja, o di un complesso già più strutturato come quello dei numerosi nuovi giovani tennisti tricolori, tutto è linfa per crescere e far crescere. Ci sono dei numeri concreti, dalle scuole tennis fino ai successivi palcoscenici, e parlano.
Testo: Alberto Mangili
Foto: Roland-Garros
Società degli Italianisti Polacchi: X anniversario
Testo: Maria Załęska e Artur Gałkowski
Traduzione: Maria Załęska
Nel panorama accademico polacco, la Società degli Italianisti Polacchi, conosciuta sotto la sigla SIP, è qualcosa di più di una semplice associazione scientifica. È uno spazio d’incontro e un punto di riferimento riconosciuto. A dieci anni dalla sua registrazione ufficiale, la SIP può essere raccontata come una storia di relazioni, idee condivise e dialoghi che continuano nel tempo.
La data formale di nascita della SIP è il 15 maggio 2015. Ma, come spesso accade, le cose davvero importanti cominciano prima. L’idea della SIP prende forma il 16 dicembre 2013, durante un incontro all’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, allora diretto da Angelo Piero Cappello. Attorno a un tavolo si incontrano circa trenta rappresentanti dell’italianistica polacca. Fu soprattutto un momento di riconoscimento reciproco. Persone che, sparse qua e là, già lavoravano insieme, spesso da anni, si accorsero di far parte di una comunità più ampia. Tutti i partecipanti possono essere considerati oggi fondatori spirituali della SIP. Tra loro ci sono figure che hanno lasciato un segno profondo nella storia dell’italianistica polacca, come Monika Surma-Gawłowska e Stanisław Widłak. È lui ad aver intuito, prima degli altri, che l’italianistica polacca aveva bisogno di una struttura comune, riconoscibile sia nel contesto polacco che in quello internazionale.
Il Comitato Direttivo della SIP, guidato fino al 2022 da Artur Gałkowski e da quel momento in poi da Maria Załęska, riunisce studiosi di spicco provenienti da diversi atenei polacchi. Ognuno porta con sé un’esperienza diversa. Questa varietà è una ricchezza. È ciò che rende la SIP un’organizzazione aperta, capace di riflettere la complessità dell’italianistica contemporanea. Fin dall’inizio, la Società si è costruita attorno a una parola fondamentale: dialogo. Dialogo tra studiosi affermati e giovani ricercatori. Dialogo tra discipline diverse, dalla letteratura alla linguistica, dalla glottodidattica agli studi culturali. Tutti i centri accademici polacchi in cui si insegna la lingua e la cultura italiana trovano nella SIP un punto di contatto naturale.
La SIP funziona secondo un modello comunitario, semplice ma molto efficace. I suoi ingredienti segreti sono la fiducia e l’entusiasmo. Chi vi partecipa lo fa per scelta e per convinzione. L’attività della SIP si fonda sul lavoro volontario dei soci, sulle quote associative, sulla collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura di Varsavia e di Cracovia e con le università che ospitano vari eventi, a cominciare dall’Università Pedagogica di Cracovia dove la SIP ha sede ufficiale.
I convegni della SIP scandiscono il ritmo della vita associativa. Sono stati organizzati all’Università di Breslavia nel 2017, all’Università di Łódź nel 2019, all’Università di Varsavia nel 2022, all’Università della Slesia nel 2024. Adesso l’attenzione si orienta verso l’Università Adam Mickiewicz di Poznań, dove si sta preparando il V convegno SIP, quello del 2026. Ogni incontro è diverso, ma lo spirito resta lo stesso: gli incontri, le discussioni, il dialogo fra la tradizione e le nuove idee. I congressi, insieme alle pubblicazioni che ne derivano, coinvolgono regolarmente studiosi non solo dalla Polonia, ma anche da molti atenei stranieri. È una conferma concreta della dimensione internazionale dell’italianistica polacca. E anche un promemoria che, paradossalmente, ciò che permane davvero è a volte qualcosa di apparentemente effimero: una conversazione fugace, un’intuizione improvvisa, l’inizio di un progetto destinato a prendere forma più avanti.

La SIP promuove inoltre varie iniziative di rilievo. Il Premio per la Migliore Monografia di Italianistica valorizza il lavoro di ricerca e ne riconosce la qualità. Nelle tre edizioni svolte finora sono state premiate le monografie di Natalia Chwaja, Justyna Łukaszewicz e Katarzyna Kwapisz-Osadnik. Le Giornate dei Giovani Italianisti, iniziativa indipendente ma sostenuta dalla SIP, sono invece un vero trampolino di lancio per chi è all’inizio del percorso accademico. Sono incontri importanti che mostrano, in modo concreto, come il futuro dell’italianistica polacca si stia già costruendo, passo dopo passo.
Il decimo anniversario della SIP è stato celebrato con una tavola rotonda dal titolo Passato – presente – futuro degli studi italiani in Polonia. L’incontro, moderato da Maria Załęska e Agnieszka Kwapiszewska, ha riunito soci della SIP, rappresentanti delle istituzioni culturali italiane e studenti di italianistica. È stato un momento di riflessione, di racconto, di aneddoti.
Elżbieta Jamrozik ha ripercorso la lunga storia degli studi italiani in Polonia. Ha alternato il racconto istituzionale a momenti di nostalgia e alle lezioni che arrivano dal passato. Il primo presidente della SIP, Artur Gałkowski, ha evocato una galleria di persone, anzi di personaggi: figure che, con le loro idee e il loro impegno, hanno contribuito a modellare l’identità della Società nei dieci anni della sua storia istituzionale. Fabio Troisi, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, ha richiamato le origini dell’attività dell’IIC in Polonia, sottolineando la solidità delle relazioni costruite nel tempo, anche nel corso della realizzazione di varie iniziative della SIP.
Gli studenti, nei loro interventi, si sono concentrati soprattutto sulla loro esperienza diretta, sul presente. È stato illuminante ascoltare che cosa li attrae oggi allo studio della lingua e della cultura italiana. La prospettiva degli studenti italiani, giunti in Polonia per studiare la loro lingua e la loro cultura, ha messo in luce il valore del programma di scambio Erasmus+, capace di ampliare gli orizzonti. Lucyna Marcol-Cacoń ha sottolineato l’importanza della creatività nella costruzione degli attuali curricula universitari. Matteo Ogliari, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, ha presentato svariate forme di supporto offerte dai due IIC e dal Ministero degli Affari Esteri allo sviluppo degli studi italiani in Polonia.
Il passaggio dal tema del presente al futuro è stato naturale. Gli studenti si sono soffermati sulle possibilità di carriera per i laureati in lingua e cultura italiana e sulle competenze del futuro, sempre più richieste. Continuando il tema, Matteo Ogliari ha guardato al futuro attraverso la lente delle politiche culturali delle istituzioni italiane presenti in Polonia. Fabio Troisi ha invece sottolineato il valore dell’educazione umanistica come preparazione solida per affrontare le sfide del futuro. La tavola rotonda si è conclusa con le osservazioni di Roman Sosnowski sulle digital humanities e sull’intelligenza artificiale come strumenti che favoriscono l’integrazione delle competenze del futuro nei programmi di studio. Non restava che ammettere: il futuro è già qui. Sta entrando adesso sia nelle aule che nelle pratiche quotidiane.
Anche l’anniversario della SIP va letto come punto d’incontro tra passato e futuro. Non è soltanto un momento di bilancio, ma anche di rilancio. La SIP intende continuare a svilupparsi e a rafforzare la propria posizione come punto di riferimento tra gli italianisti, affinché nei prossimi anniversari non manchino nuove storie da raccontare. Perché la SIP non è solo un’associazione, ma una comunità unita dalla passione per la lingua e la cultura italiane, impegnata a coltivare l’amicizia tra la Polonia e l’Italia.
Per le attività della SIP, si invita a consultare il sito: https://stowarzyszenieitalianistow.pl/
Il pistacchio di Bronte: l’oro verde
Il pistacchio, che in siciliano viene chiamato frastuca (dal termine arabo fustaq), non è soltanto un frutto secco: è una pianta con una storia millenaria, quasi quanto la memoria dell’uomo. Tracce della sua presenza risalgono addirittura al 6760 a.C. nell’attuale Giordania, e da allora i suoi semi hanno viaggiato tra deserti e mari, passando di mano in mano, di popolo in popolo.
Non era solo alimento: nelle culture antiche veniva considerato un afrodisiaco potente ma anche un antidoto contro i morsi degli animali velenosi. Un piccolo seme, fragile e forte al tempo stesso, che ha saputo conquistare terre lontane, fino a diventare uno dei simboli siciliani più amati in tutto il mondo.
Il legame tra la Sicilia e il pistacchio è antico come le leggende dell’isola. Se la coltivazione su larga scala è esplosa soltanto nel XIX secolo, le radici di questa tradizione risalgono agli Arabi, che sbarcarono sull’isola nell’827. Furono loro a portare la frastuca, a piantarla prima ad Agrigento e Caltanissetta, e a lasciarle infine il terreno più fertile: le pendici dell’Etna.
Ed è proprio qui, su questa montagna di fuoco e cenere, che il pistacchio ha trovato la sua voce più pura. La lava raffreddata diventa la loro terra e la roccia diventa la loro casa, e la pianta, con la sua tenacia, regala frutti dal sapore che non ha uguali nel mondo. Non a caso il pistacchio di Bronte è conosciuto come oro verde: come l’oro è raro, prezioso e capace di illuminare anche i piatti più semplici. Ma la ricchezza del pistacchio non è solo nella natura, è anche nell’uomo. Ogni due anni, negli anni dispari, gli abitanti di Bronte si arrampicano tra rocce e pendii per raccoglierlo a mano. Le macchine non possono fare nulla, qui il lavoro è ancora quello antico, lento, faticoso. Ed è forse proprio questa fatica che rende ogni frutto più prezioso: come se dentro racchiudesse il respiro di chi lo ha colto, il sudore, la pazienza ma anche la passione.
La raccolta diventa anche festa. Le strade si riempiono di sagre e celebrazioni, i banchetti si tingono di verde, e il paese intero partecipa a un rito che unisce passato e presente. È la prova che il pistacchio non è solo agricoltura: è memoria viva, identità condivisa, racconto di comunità.
Il pistacchio brontese si distingue dagli altri non solo per la sua origine, ma per la sua unicità: un verde brillante che ricorda i prati dopo la pioggia, un gusto dolce e intenso, a tratti quasi vinoso, che resta sulla lingua come una carezza lunga. È più piccolo delle varietà straniere, ma proprio questa concentrazione lo rende così ricercato. Non sorprende nessuno che abbia ottenuto la Denominazione di Origine Protetta (DOP): un marchio che certifica ciò che i siciliani sanno da sempre, che questo frutto non è come gli altri.
In cucina il pistacchio è ovunque: nei pesti, nei torroni, nei dolci di festa e nelle creme morbide come il celebre pistacchioso, tramandato di generazione in generazione. È un ingrediente che unisce le famiglie, arricchisce le tavole e porta con sé un valore simbolico enorme. Non è solo un seme: è un colore, un ricordo, una promessa.
E anche se nel mondo i maggiori produttori sono Iran e Stati Uniti, con Siria e Grecia a seguire, Bronte riesce a difendere la sua piccola grande eccellenza. L’Italia produce solo l’1% del pistacchio mondiale, e di questo il 90% arriva proprio da questo borgo ai piedi dell’Etna. Un miracolo di natura e di tenacia umana.
Il pistacchio non è solo poesia. È anche salute. Ricco di proteine, fibre, grassi buoni e vitamine, aiuta a proteggere il cuore, ad abbassare il colesterolo, a mantenere giovane la pelle grazie agli antiossidanti. È un piccolo scrigno che contiene forza ed energia, un alleato quotidiano di chi sceglie di nutrirsi bene.
Assaporare il pistacchio di Bronte significa entrare nell’anima della Sicilia: sentire il respiro dell’Etna, la fatica degli uomini, la memoria di un popolo. È un frutto che nasce dal fuoco e dalla cenere, e che porta con sé la dolcezza della vita. Come ogni cosa in questa terra, anche lui è fatto di contrasti: duro e delicato, raro e popolare, semplice e prezioso.
Forse è proprio per questo che lo chiamano oro verde: perché non si limita a saziare, ma racconta una storia. La storia di un’isola che ha imparato a trasformare il vento, la lava e la passione in bellezza eterna e così deliziosa.
Giro d’Italia, vetrina a 360 gradi del Bel Paese nel mondo
Come ogni anno il mese di maggio, nell’ottica sportiva tricolore e non solo, va a legarsi indissolubilmente con la Corsa Rosa. La gara ciclistica che per tre settimane attraversa in lungo e in largo lo Stivale, alle volte con partenza da territorio estero (i più recenti esempi Bulgaria quest’anno e Albania lo scorso) e sconfinamenti in itinere (l’intera tappa numero 16 di oggi avrà luogo nell’italofono Canton Ticino svizzero) rappresenta al solito una straordinaria occasione di mettersi in mostra di fronte al mondo intero. L’edizione corrente numero 109 è ormai nel suo vivo, con le prime due settimane ormai alle spalle e l’imminente inizio della terza, ultima e decisiva parentesi, costellata dalle tappe montane maggiormente attese del nord Italia.
Prima di tuffarci per l’appunto nel presente e raccontarvi qualcosa di quel che ho potuto vedere da vicino anche quest’anno, vorrei fare un passo indietro in maniera tale da poter cementare con un dato concreto il titolo del pezzo. Ad ottobre 2025, in quel di Trento ho preso parte a varie conferenze ed eventi in occasione del Festival dello Sport, kermesse principe in materia nel panorama Italiano e della quale vi raccontai qualcosa in un articolo a suo tempo. Il primo incontro cui avevo partecipato era titolato “Giro d’Italia, tra impatti economici e benessere sociale”; un rendiconto, in buona sostanza, di studi concreti riflettenti il tangibile impatto sociale e apporto alla promozione internazionale del nostro Paese, con riferimenti dedicati all’allora ultima edizione. Il numero emerso che più fa drizzare le antenne è il valore generato nei territori che ospitano il Giro, stimato in oltre 2 miliardi di euro. Luoghi, artigianato, cultura, turismo e quant’altro: essere parte di una delle corse più importanti del panorama Mondiale ha chiaramente un ritorno, tanto in termini di “semplice” visibilità quanto, laddove si è ben investito, di concreta revenue.
Riprendiamo il filo del presente e andiamo più precisamente alla tappa numero 15 di domenica 24 maggio, la Voghera-Milano che ho avuto modo di seguire sia alla partenza sia all’arrivo, sotto a un sole cocente ben più feroce delle attese. Dopo due settimane caratterizzate dai tre segmenti bulgari e varie tappe risalendo man mano dal sud al centro Italia, il sabato aveva offerto la prima grande frazione regina Aosta-Pila, con il super favorito alla vittoria finale Jonas Vingegaard arrivato a vestire finalmente la Maglia Rosa sulle montagne. Pur non essendo per un discorso squisitamente ciclistico altrettanto emozionante, tanto da non meritare in tutta franchezza la collocazione domenicale, la tappa piana in terra lombarda ha inaspettatamente portato in dote delle sorprese inattese. Non mi riferisco ovviamente al pubblico, la cui risposta calorosa non si fa mai attendere, come in ogni giornata della Corsa. Dalla piazza di partenza a Voghera e per tutto il percorso sino ai blocchi d’arrivo nella città meneghina, la gente nelle strade ha dimostrato per l’ennesima volta di essere l’anima di questo sport, senza eguale alcuno in altre discipline.
Sul piano tecnico dunque la frazione di 157 chilometri si presentava a tutti gli effetti come una giornata per le ruote veloci, l’ultima prima della “passerella” finale a Roma il prossimo 31 maggio, dove verrà incoronato il vincitore finale. Eppure, come accennavo, la giornata ha regalato un esito che non si vede spesso in questa tipologia di tappe, con l’iniziativa della fuga premiata e un gruppone non in grado di ricucire sui quattro. Tra questi figuravano ben 3 italiani, ma a vincere lo sprint milanese è stato il norvegese Fredrik Dversnes Lavik, cui ho anche avuto modo di stringere la mano al termine di un momento storico per lui e la sua patria. La gara era stata neutralizzata (si giocava solo per la vittoria di tappa, congelando i tempi in classifica) a 16 chilometri dall’arrivo, per un finale di percorso ritenuto potenzialmente pericoloso, su richiesta dei big di classifica. Seconda frazione più veloce di sempre nella storia del Giro, con una incredibile media di di 51,063 km/h.
Tornando in conclusione al discorso generale affrontato in questo pezzo, il Giro d’Italia rappresenta veramente, come esplicato sopra, un palcoscenico mondiale per mostrare l’infinita ricchezza del nostro Paese, e per aprire le porte a moltissime opportunità. Siamo qua ogni volta a ricordarlo in ogni salsa, ma a ragion veduta, poiché alla fine vi sono infatti innumerevoli testimonianze ed esempi pratici che suggellano l’impareggiabile vastità e il frastagliato ventaglio di ricchezze d’ogni sorta che possediamo. Nelle ultime due settimane mi sono ritrovato per impegni calcistici dapprima nella sempre meravigliosa e amata Toscana (non lontano peraltro da Siena, dove quasi esattamente 40 anni fa, il 23 maggio 1986, Lech Piasecki firmò la prima storica vittoria polacca al Giro d’Italia) e poi in Sicilia, un mondo veramente diverso, ma come mille altri nello stesso contenitore chiamato Italia.
Testo e Foto: Alberto Mangili
Ornella Vanoni: Successo “Senza fine”
Quando il 22 novembre 2025 giunse la notizia della morte di Ornella Vanoni, fu chiaro che l’Italia aveva perso una delle sue cantanti più importanti. Con lei scompare una voce che ha accompagnato gli italiani per decenni. La sua morte ha sconvolto l’intero Paese e le sono stati resi omaggi pubblici non solo da altre star della musica italiana, ma anche dal Primo Ministro e dal Ministro della Cultura italiani. La ricordavano non solo come interprete intramontabile della musica pop, ma anche come icona di stile e donna straordinariamente originale.
Definirla una leggenda non è un’esagerazione ma una constatazione di fatto; Ornella era un’artista nel vero senso della parola, versatile, consapevole di sé e profondamente radicata nella cultura italiana. È difficile indicare un altro personaggio che, come lei, abbia segnato con la sua presenza quasi ogni epoca della scena musicale italiana del dopoguerra. La sua carriera, iniziata negli anni ’50, è durata sette decenni e non è stata solo una serie di successi commerciali, ma anche una testimonianza dei cambiamenti estetici, sociali e artistici che hanno interessato la società.
Fin dall’inizio della sua carriera, incarna un ritratto di donna raffinata, indipendente e consapevole della propria forza.
Il legame che la univa al teatro è diventato il fondamento della sua futura grande carriera. Ha plasmato la sua identità artistica sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano, dove ha imparato la disciplina, il minimalismo espressivo e l’attenzione alla precisione del messaggio. Anche il suo caratteristico modo di cantare, ricco di respiri, pause sapientemente utilizzate, sussurri e un’equilibrata lentezza, era il risultato delle sue esperienze teatrali. È lì che ha avuto inizio il suo percorso musicale. Il primo repertorio era composto interamente da canzoni ispirate alle ballate dialettali che raccontavano il mondo della malavita: criminali, detenuti, guardie carcerarie e la vita ai margini della società. Ben presto divenne famosa per le sue canzoni in dialetto milanese, che le valsero il soprannome di cantante della mala.
Gli anni ’70 si rivelarono un decennio fondamentale, che consolidò la sua posizione come una delle voci italiane più importanti. Da quel periodo risalgono le sue opere più grandi e famose, come “Una ragione di più”, “Eternità”, “L’appuntamento” o “Domani è un’altro giorno”. Tutte parlano d’amore nel modo tipico di Ornella: senza scene drammatiche e pathos, ma con classe, raffinatezza ed emozioni vive. In quel periodo intraprese anche diverse tournée mondiali e divenne famosa anche al di fuori dei confini italiani.
Negli anni ’80 importante si è rivelata la sua avventura con il jazz. Nel 1986 ha pubblicato un album con una reinterpretazione di canzoni italiane in chiave jazz, con la partecipazione di eminenti artisti internazionali di questo genere. Il jazz non fu però solo una fase passeggera della sua carriera, ma rimase presente anche nella fase successiva della sua vita artistica. Ne è prova, ad esempio, la collaborazione pluriennale con il sassofonista jazz Gerry Mulligan, che l’ha accompagnata non solo sul palco ma anche nei suoi album.
Il suo stile immutabile, pieno di eleganza e delicatezza femminile, è diventato il suo segno distintivo e l’ha resa un’icona per molte generazioni di italiani. Aveva il controllo assoluto della sua immagine scenica, rimanendo completamente fedele a se stessa.
La sua schiettezza e il suo grande distacco, sia nei confronti del mondo che di se stessa, erano particolarmente apprezzati dalle persone. Legata per tutta la vita a Milano, riusciva a dire con nostalgia ma anche con amarezza che la città era diventata fredda e materialista. Con la sua tipica ironia parlava anche della sua popolarità, ammettendo che, sebbene “L’appuntamento” fosse la sua canzone migliore, ripeterla continuamente sul palco era diventato faticoso per lei. Vanoni non ha mai evitato argomenti scomodi. Ha parlato apertamente della sua lunga lotta contro la depressione, dei ricoveri ospedalieri e della necessità di assumere farmaci, che considerava parte integrante della cura di sé e non un motivo di vergogna.
Ha parlato con sincerità anche della solitudine che l’accompagnava anche quando era circondata da altre persone. Fin dall’infanzia era consapevole della propria diversità, dovuta a un’eccessiva sensibilità che spesso la portava a provare un profondo senso di vuoto interiore e di isolamento dal mondo. Oltre alla musica, anche la sua vita sentimentale era costantemente oggetto dell’interesse del pubblico; sebbene nel corso della sua vita avesse avuto numerose relazioni, ammise di aver amato veramente solo quattro persone. Scherzava anche dicendo che l’amore per lei era tanto importante quanto inutile. Un posto speciale nel suo cuore era occupato da Gino Paoli, suo partner artistico e autore di molte canzoni immortali, tra cui “Senza Fine”, ispirata alla loro burrascosa storia d’amore. Nel 1960 sposò Lucio Ardenzi, dal quale ebbe un figlio, Cristiano. Il loro matrimonio durò solo due anni e lei stessa lo definì un “errore”. Rimasta sola dopo la nascita del bambino, dovette affrontare una situazione personale e professionale difficile, per cui decise di affidare il figlio ai suoi genitori. Nonostante, negli anni successivi ha espresso più volte il rimpianto di non essere stata sufficientemente presente nella sua vita, a causa della dedizione alla carriera.
Ornella si realizza non solo cantando, ma anche in altri campi artistici, esibendosi sul palcoscenico e nei film (tra cui “7 donne e un mistero” del 2021). Era anche uno dei personaggi più noti della televisione italiana, ospite frequente di molti talk show (tra cui “Che tempo, che fa”) e conduttrice di programmi.
La sua creatività e il suo legame con l’arte andavano ben oltre l’immagine scenica: nella sua casa di Milano collezionava opere d’arte, sculture e ceramiche, creando un ritratto culturale dell’Italia e di se stessa. I registi e i fotografi che hanno lavorato con lei hanno spesso sottolineato la sua incredibile “pittoricità”, termine che descrive la sua perfetta capacità di rimanere immobile e occupare tutto lo spazio, come un personaggio in un quadro.
Nel corso degli anni è salita otto volte sul palco del Festival di Sanremo, ha pubblicato 40 album in studio e oltre 100 brani, vendendo oltre 55 milioni di copie in tutto il mondo. Le sue canzoni sono state inserite nelle colonne sonore di numerosi film, rimanendo impresse nella memoria delle generazioni successive. Per il suo contributo alla cultura, nel 1993 è stata insignita dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Ornella Vanoni ha lasciato un’eredità inestimabile. Le sue canzoni sono una testimonianza di autenticità, talento e di un mondo in continua evoluzione. Anche se ha lasciato un vuoto dietro di sé, Ornella Vanoni non se ne va del tutto: è eterna nella sua musica, accompagnando i fan di tutto il mondo e ispirando le future generazioni di artisti.
Torta moka
Torta moka
INGREDIENTI
90 g farina di frumento
8 g di lievito in polvere per dolci
2 pizzichi di sale
2 cucchiaini di caffè solubile
4 tuorli
40 g di zucchero semolato
70 g di latte intero
50 g di olio di semi a scelta
4 albumi
60 g di zucchero semolato
Per la crema:
250 g di formaggio spalmabile
400 g di panna fresca da montare
90 g di zucchero a velo
7 g di caffè solubile sciolto in 30 g di panna calda
PROCEDIMENTO
in una capiente ciotola inserite i tuorli e lo zucchero e mescolate brevemente con una frusta. Aggiungete poi il latte, l’olio e mescolate ancora. Unite ora le polveri: la farina,
il sale, il lievito e il caffè solubile e mescolate bene.
In planetaria o con le fruste elettriche montate a neve lucida gli albumi con lo zucchero e amalgamate al composto di tui e farina mescolando delicatamente dal basso verso l’alto fino ad ottenere un composto uniforme e leggero.
Suddividete l’impasto in due tortiere uguali di 24 cm di diametro rivestito sul fondo con carta forno.
Cuocete in forno già caldo a 160 gradi per circa 30 minuti. Fate raffreddare bene prima di sformare.
Nel mentre preparate la crema: nella ciotola della planetaria o in una boule capiente inserite lo zucchero a velo, il formaggio spalmabile, la panna liquida e il caffè sciolto in 30 g di panna calda e ormai raffreddato. Montate fino ad ottenere una mousse stabile e gonfia.
Disponete il primo disco di torta sul piatto da portata e rivestite con un generoso strato di crema, poi sovrapponete l’altro disco e rivestite la torta di crema. Lisciate bene i
bordi e il top e decorate a piacere.
Ferrari FF – [>>]
[>>] questo simbolo, che i lettori più anziani ricorderanno, indicava nei videoregistratori e nei walkman il pulsante per avanzare rapidamente i film o la musica. A volte era accompagnato dall’abbreviazione FF o F. FWD, dall’espressione inglese Fast Forward. Possiamo interpretare in questo modo anche il nome del modello Ferrari FF, poiché la sua concezione, proprio al ritmo [>>], ha permesso agli italiani di raggiungere nuovi clienti in un segmento che prima non era mai stato di loro competenza.
Per molti aspetti, la FF era unica rispetto alle auto che avevano precedentemente lasciato la fabbrica di Maranello. Infatti, mai prima d’ora, erano stati utilizzati motori V12 a iniezione diretta, così come il cambio a doppia frizione. Tuttavia, ciò che la distingue in modo particolare è che per la prima volta questo produttore ha utilizzato di serie la trazione integrale. La sigla FF nel nome indica proprio questo: Ferrari Four [un’altra novità di questo modello è proprio il suo nome: forse per sottolineare i successi globali del marchio, si è deciso di utilizzare un nome in inglese; naturalmente c’erano già stati modelli come Superamerica o California, ma questi sono comprensibili a tutti gli italiani, mentre “Four” non necessariamente]. Già negli anni ’80 del secolo scorso, a Maranello furono sviluppati due prototipi di auto stradali a trazione integrale, ma si trattava di soluzioni molto complesse, come dimostra il fatto che Ferrari ottenne ben 11 brevetti diversi per la loro implementazione. Purtroppo, questi sistemi si rivelarono troppo costosi per essere prodotti in serie. All’epoca il capo progettista era il famoso Mauro Forghieri, che nel tempo è stato sostituito da Franco Cimatti, responsabile del team di ingegneri che lavorava al cambio FF. Il progetto della carrozzeria è stato sviluppato congiuntamente dallo studio Pininfarina e dal Centro Stile Ferrari, diretto dal 2010 da Flavio Manzoni. Questa potente e pesante vettura, che prima dell’“era ibrida” era, insieme al modello 412 del 1985, la Ferrari più pesante della storia, è tuttavia molto agile e le sue prestazioni, per essere un’auto da strada, danno la sensazione che si tratti comunque di un purosangue Ferrari. Il nome “Four”, ovvero quattro, ha un doppio significato, poiché nella carrozzeria di tipo Shooting brake, ovvero una combi coupé a tre porte, c’è finalmente spazio a sufficienza per i passeggeri sui sedili posteriori. Non si tratta della tipica soluzione 2+2 di Ferrari, dove il divano posteriore era solo convenzionale, qui abbiamo molto spazio per le gambe e sopra la testa. Non solo, per un’auto dalle prestazioni sportive, i clienti hanno ricevuto un bagagliaio enorme da 450 litri, che una volta ripiegati i sedili posteriori arriva fino a 800 litri. Grazie alla trazione integrale, la Ferrari FF non teme le superfici sterrate, bagnate o innevate: in qualsiasi condizione, ogni singola ruota riceve esattamente la potenza necessaria per muovere l’auto senza slittamenti. Anche il comfort e lo spazio interno rendono questa vettura adatta quasi all’uso quotidiano. Alla premiere di Ginevra nel 2011, tuttavia, c’era anche chi considerava questo modello troppo distante dalla tradizione Ferrari. Anche se i tempi erano ormai completamente cambiati, proporre un modello del genere agli appassionati del marchio comportava effettivamente un rischio notevole.

La situazione era simile a quella in cui i fan delle classiche limousine britanniche Jaguar si sono ritrovati improvvisamente con motori diesel nelle loro auto di prestigio e, successivamente, con le versioni familiari. Nessun lord voleva più guidare o farsi accompagnare in auto da un “tirchio” [diesel] o di una pratica [familiare] e, sebbene siano passati più di 20 anni da quei cambiamenti, sono stati proprio essi a determinare l’attuale situazione del marchio di Coventry. Ferrari, con il suo eccellente marketing, è riuscita a evitare questa trappola, come dimostrano gli oltre 2.000 acquirenti della FF, nonostante il suo prezzo di circa un milione di zloty nel 2011. Stiamo parlando del prezzo base, ma se volessimo, ad esempio, riempire l’enorme bagagliaio con valigie in pelle dedicate, avremmo bisogno di altri 10.200 euro, mentre per gli emblemi [i cosiddetti scudetti] Ferrari sui parafanghi anteriori il sovrapprezzo era di 1236 euro, mentre la regolazione elettronica dei sedili anteriori con un’altra novità Ferrari, ovvero la loro ventilazione, costava 5520 euro. Beh, per i clienti Ferrari tali prezzi non erano troppo scoraggianti e molti di loro hanno approfittato di tali opzioni. Tuttavia, non tutti gli utenti di questo modello sono entusiasti, perché la FF ha anche i suoi “difetti”. A parte alcuni piccoli problemi con l’elettronica, il più grande e costoso da riparare era proprio il sistema 4×4 brevettato da Maranello come 4RM , ovvero due cambi indipendenti l’uno dall’altro: un PTU a due marce responsabile della trazione anteriore e un DCT a 7 marce principale che consentiva la guida a trazione posteriore, il tutto più leggero della metà rispetto ai 4×4 standard della concorrenza. Tuttavia, quando si verificavano problemi con questo complesso sistema, i costi di riparazione e spesso di sostituzione diventavano astronomici. La sostituzione del PTU presso un’officina autorizzata costava circa 150.000 zloty. Ancora peggio quando si guastava il cambio DCT: in questo caso si parlava addirittura di un quarto di milione di zloty, di cui 70.000 solo per la frizione. Sebbene non esistano dati ufficiali del produttore al riguardo, secondo alcune opinioni oltre il 10% di tutte le FF avrebbe subito guasti così gravi. Un’auto per tutti i giorni, eh? Tuttavia, se la confrontiamo con la 612 Scaglietti [quella che ha girato la Cina nel 2005 – Gazzetta Italia 84], vediamo che il consumo di carburante della FF, nonostante le prestazioni migliori, è inferiore di quasi il 30%, quindi forse è una Ferrari per tutti i giorni, anche se ricordiamo che si tratta di un V12 “made in Maranello”, quindi con un pieno [91 l] e guidando in modo abbastanza tranquillo si percorrono solo 450 km. Nel 2016 è stato lanciato sul mercato il modello GTC4 Lusso, successore della FF. La forma della carrozzeria, che è cresciuta di alcuni centimetri ed è diventata più aggressiva, non si discosta molto da quella del suo predecessore.
Nonostante l’aumento della potenza a 690 CV, la velocità massima è rimasta invariata. Tutti i sistemi elettronici sono stati aggiornati, compreso quello responsabile dell’intrattenimento a bordo. La novità più importante della GTC4 Lusso è la maggiore manovrabilità e stabilità di guida ottenute grazie all’introduzione delle ruote dell’asse posteriore sterzanti. Un anno dopo è apparsa la versione T con motore V8 turbo e trazione posteriore. Nell’agosto 2020 è stata interrotta la produzione di entrambi i modelli, che dal 2023 sono stati sostituiti dal primo SUV della storia della Ferrari, il modello Purosangue, con trazione integrale. Il tempo dirà se sarà un altro [>>] per Maranello.
Il modello Hot Wheels della serie Elite è “nella media”, né scadente né eccezionale. Molti collezionisti si lamentano abitualmente dei finestrini laterali non chiusi bene, ma a me non dà fastidio. Per arrivare al motore bisogna armeggiare un po’ con il cofano, che [forse solo nel mio caso] è molto ben fissato. Dopo 13 anni in vetrina non ho notato alcun difetto nella verniciatura, cosa che invece capita ai produttori più rinomati. Ah, da Hot Wheels non dobbiamo pagare nulla in più per gli “scudetti” laterali della Ferrari.

Ferrari FF
Anni di produzione: 2011 – 2016
Esemplari prodotti: 2291
Motore: V-12 65°
Cilindrata: 6262 cm3
Potenza/RPM: 660 KM / 8000
Velocità massima: 335 km/h
Accelerazione 0-100 km/h (s): 3,7 s
Numero di cambi: 7+2
Peso: 1790 Kg
Lunghezza: 4907 mm
Larghezza: 1953 mm
Altezza: 1379 mm
Interasse: 2990 mm
Traduzione IT: Wojciech Wróbel
La Grazia: Sorrentino dialoga con Kieślowski
“La Grazia” ha aperto la scorsa Mostra del Cinema di Venezia ed è stato lì dove ho visto il film. Nella sala Darsena all’inizio del Festival, quando ancora si sente questa fame feroce del cinema che scuote, commuove e sazia l’anima. Quando ancora si hanno solo aspettative e nessuna delusione. E sapevo che avrei visto un film tecnicamente perfetto, con delle belle immagini come solo Sorrentino può fare. Non mi aspettavo però questo viaggio introspettivo e così umano, segnato dal dubbio, riflessione e incertezze.
Di chi sono i nostri giorni? La domanda che, come un ritornello, si pone Mariano De Santis (Servillo) il protagonista del film. De Santis è il Presidente della Repubblica. Nessun riferimento a presidenti esistenti, frutto completamente della fantasia dell’autore. Anche se subito viene in mente qualche nome della storia della politica italiana. Vedovo, cattolico, ha una figlia, Dorotea, giurista come lui (magnifica Anna Ferzetti). Alla fine del suo mandato, tra giornate noiose, spuntano gli ultimi compiti: decidere su delicate richieste di grazia a due persone condannate all’ergastolo. Veri e propri dilemmi morali che si intersecano, in maniera apparentemente inestricabile, con la sua vita privata. Mosso dal dubbio, dovrà decidere.

“La Grazia” è una storia perfettamente costruita, toccante e con un’eccezionale interpretazione di Toni Servillo, premiato con la Coppa Volpi per il miglior ruolo maschile. Il premio Oscar torna con un film sui dilemmi e i sentimenti alleggerito con un senso di umorismo sottile e intelligente. Sorrentino solleva i temi morali e politici dell’attualità italiana ma nello stesso tempo mostra un uomo che non riesce a perdonare il tradimento alla moglie. Il padre che non riesce ad avvicinarsi ai figli e il presidente che non riesce a prendere una decisione. De Santis è un uomo bloccato nel passato il che gli impedisce di andare avanti nel presente. E quindi prende tempo nonostante le pressioni da tutte le parti. Narrazione lenta, quasi meditativa fa sì che anche lo spettatore entri nel processo decisivo del protagonista. È con lui passo dopo passo e osserva come quasi arriva alla soluzione per poi mettere tutto in dubbio. È il film sulla ricerca dell’armonia e della pace interiore nonostante il peso delle responsabilità che il protagonista porta sulle spalle.
Questo tipo di inquietudine e di dubbi morali sono un elemento familiare per lo spettatore polacco e forse per questo “La Grazia”, già uscita nelle sale cinematografiche polacche, riscuote così grande successo. Sorrentino da ragazzino era stato impressionato dal “Decalogo” di Krzysztof Kieślowski. Secondo lui i dilemmi morali di cui parlava il regista polacco nei suoi film erano più interessanti e coinvolgenti di qualsiasi altro tema. Tenevano legati alla sedia più di un thriller. “La Grazia” è una prova di reinterpretazione del cinema di questo tipo. Come ha dichiarato il regista “non penso di essermi avvicinato minimamente alla maestria di Kieślowski ma il mio film senz’altro è incentrato sul dubbio”. E nel mondo pieno di certezze, dove tutti sanno meglio degli altri e sono pronti a dare consigli, mettersi in dubbio è una qualità inestimabile.




























