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Fiat Dino 2000 – I due volti dell’aristocratico torinese

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La FIAT viene associata soprattutto alle auto da città, di massa, insomma a quelle soprattutto economiche. È stato così fin dalla sua fondazione ed è su queste basi che ha costruito il suo successo. Il merito evidente della casa automobilistica è stato quello di aver realizzato, a metà del XX secolo, il sogno di intere classi sociali di provare il senso di libertà che dava avere la propria macchina. Ma la FIAT ha al suo attivo anche modelli che non corrispondono affatto a questo stereotipo. Tralasciando le simpatiche ma, per ovvie ragioni, meno pratiche cabriolet [come ad esempio la Fiat 124 Sport Spider – Gazzetta n. 75], o le versioni sportive realizzate dalla Abarth. La vera “aristocrazia” tra tutti i modelli del marchio torinese è costituita da auto fuori dal comune o prototipi, che sono diventati quasi immediatamente icone dell’automobilismo mondiale. Soprattutto quando si trattava di prototipi, la FIAT sapeva davvero “scatenarsi“, e anche in modo eclatante. Ecco alcuni esempi: nel 1910 costruirono il modello S76, il cosiddetto “Best of Turin”, il che non sorprende visto che vi era montato un motore da 28,5 litri, sì, non è un errore, in grado di spingere quel mostro fino a 200 km/h, all’epoca! Un altro è il “Mefistofele” del 1924, qui il nome parla da sé [cilindrata 21,7 litri], con cui fu battuto il record mondiale di velocità, registrando allora 235 km/h. Pensate solo a come erano le strade a quei tempi, per non parlare della qualità degli pneumatici. Andando avanti di qualche decennio, possiamo dare un’occhiata a un’altra auto di Torino che guardava così tanto al futuro da suscitare ammirazione ancora oggi. Si tratta della Fiat Turbina del 1954 con propulsione… a reazione [d’accordo, i primi passi in questo campo furono mossi un po’ prima dalla britannica Rover]. Oggi l’auto è esposta al Museo Nazionale dell’Automobile; ovviamente non è in vendita, anche se le case d’asta ne stimano il valore a circa 5,5 milioni di euro. Tra questa “aristocrazia” figuravano anche modelli prodotti in numero maggiore, ma per la Fiat il volume di cui parlo [114 esemplari] può essere considerato alla stregua di una serie prototipale. Si tratta del modello 8V prodotto negli anni 1952-54 [Esatto, non V8, come si usa comunemente per definire le auto con motore a otto cilindri alla forma di V, la FIAT non voleva così intralciare la Ford, che aveva in gamma auto con motori V8]. Una variante ancora più rara dell’8V [15 esemplari] è la bellissima versione Supersonic, progettata da Giovanni Savonuzzi e carrozzata da Ghia, attualmente valutata circa 2 milioni di euro. È interessante notare che una di queste auto ultra rare è di proprietà di un polacco. L’auto è in condizioni impeccabili, come confermato dal premio Concorso d’Eleganza Villa d’Este nel 2017. Possiamo tranquillamente includere il modello Dino nella prestigiosa cerchia di questa “aristocrazia torinese” con l’emblema Fiat, poiché è davvero unico, nonostante la sua produzione in due serie [1966-69 e 1969-73] abbia raggiunto un totale di 6068 esemplari Coupé e 1583 Spider. Deve la sua unicità al motore V6 progettato da Ferrari: è infatti l’unico modello Fiat il cui cuore fosse un motore Ferrari. Come ci si è arrivati? A metà degli anni ’50 del secolo scorso, la Ferrari, forte dei propri successi in F1 e nelle gare di endurance, voleva dominare anche la Formula 2. Il giovane Alfredo [Alfredino] Ferrari, neolaureato in ingegneria, convinse il padre a utilizzare in questa classe di gare motori più leggeri rispetto ai V12 tanto amati da Enzo. Insieme al leggendario Vittorio Jano, svilupparono il concetto di un motore a sei cilindri alla forma di V, ovvero il V6. Purtroppo nel 1956, consumato dalla malattia, “l’Ingegnere”, come Enzo Ferrari chiamava suo figlio, morì. Da allora, tutti i motori V6 progettati a Maranello hanno iniziato a essere chiamati «Dino», rendendo così omaggio al contributo fondamentale di Alfredo alla loro creazione. Questi motori hanno iniziato a dare il proprio contributo alle vittorie sportive della Ferrari anche in altre categorie agonistiche. Già nel 1958, per la prima volta nella storia, un’auto alimentata da un motore di questo tipo vinse il Gran Premio di F1 in Francia. Nel 1961, grazie alla Ferrari 156 V6 “Sharknose”, Maranello conquistò il primo Campionato del Mondo Costruttori di F1. La Ferrari 246 SP equipaggiata con un V6 trionfò due volte, nel 1961 e nel 1962, anche nella gara di resistenza Targa Florio. Ma da dove viene il riferimento alla Fiat? A ciò contribuì la Federazione Internazionale dell’Automobile [FIA] annunciando nel 1964 che dal 1967 sarebbero state introdotte nuove regole di partecipazione alle gare di Formula 2. Questa volta, ai costruttori veniva richiesto che le loro auto iscritte alla competizione fossero equipaggiate con motori prodotti in almeno 500 esemplari all’anno. La Ferrari aveva un motore pronto, ma essendo all’epoca ancora una piccola manifattura non disponeva certamente di una tale capacità produttiva. Si chiese quindi aiuto alla Fiat, e il suo proprietario Gianni Agnelli acconsentì volentieri, consapevole che il prestigio crescente a livello mondiale dei motori di Enzo, che avrebbe montato sulle proprie auto, avrebbe rafforzato notevolmente l’immagine della Fiat. La Stampa del 2 marzo 1965 riportò la notizia della conclusione di questo accordo. Per il colosso torinese non fu affatto un problema costruire, a partire da un progetto già pronto, la quantità necessaria di motori, e persino moltiplicarla; si decise rapidamente anche in che modo “incastonare” questo “diamante”. La prima versione presentata fu la Spider, con la carrozzeria progettata da Filippo Sapino, che lavorava per la Pininfarina; ciò avvenne al Salone dell’Auto di Torino nel novembre 1966. Meno di sei mesi dopo, a Ginevra, la FIAT presentò la versione Coupé realizzata dallo studio Bertone su un progetto avviato già nel 1963 da Giorgetto Giugiaro e, dopo il suo passaggio alla Ghia, completato da Marcello Gandini. Le auto differivano non solo per lo stile della carrozzeria, ma anche per le sospensioni dell’asse posteriore, il peso, il fissaggio delle ruote e, soprattutto, il passo. La Coupé, più lunga rispetto alla Spider, offriva quattro posti piuttosto comodi ed era rifinita con materiali più prestigiosi. Nel 1967 anche la Ferrari decise di produrre auto civili su cui montare questo V6. Lo fecero però come nuovo marchio “Dino” [in precedenza così venivano chiamati solo i motori delle Ferrari da corsa], le cui auto venivano costruite contemporaneamente alle Ferrari a Maranello. Perché? Questa è già un’altra storia. 

Il 18 giugno 1969, presso la sede della Fiat in Corso Marconi a Torino, Enzo Ferrari cedette alla Fiat il 50% delle quote della sua azienda; nello stesso anno iniziò la produzione della seconda serie delle Fiat Dino. Sia nella Coupé che nella Spider il motore fu potenziato, sostituendo l’unità in alluminio da 2,0 l con una in ghisa da 2,4 l. Ciò migliorò la durata e aumentò la coppia da 163 Nm a quasi 220 Nm, mentre la potenza salì a 180 CV. Al posto del cambio Fiat è stato utilizzato il cambio tedesco ZF, molto più vantaggioso. Tutte queste modifiche hanno comportato un aumento di peso del nuovo modello, con una conseguente leggera differenza nelle prestazioni. La versione più rara della Fiat Dino è la Spider 2400, la cui produzione si è conclusa con 424 esemplari. Il motore da 2,4 litri, oltre che ovviamente sulla Fiat, è stato utilizzato sulla Dino 246 GT e GTS, ma ha raggiunto la massima fama come propulsore dell’iconica Lancia Stratos HF [Gazzetta 73]. Qui, purtroppo, una triste notizia: il 28 febbraio di quest’anno è scomparso Sandro Munari, il leggendario pilota che proprio con la Stratos vinse il Campionato del Mondo nel 1977.

Tra il 1966 e il 1968 Pininfarina propose alcune ulteriori varianti stilistiche della Fiat Dino: la Coupé Speciale e la Berlinetta, di cui furono realizzati pochi esemplari, nonché prototipi con carrozzeria shooting brake e fari a scomparsa. I loro nomi, Parigi e Ginevra, facevano riferimento ai saloni automobilistici in cui furono presentati.

Entrambi i modellini di oggi provengono da Laudoracing Model. Dal 2013 questa azienda produce piuttosto spesso piccole serie di repliche di precisione di auto italiane. Non è diverso nel caso delle mie Fiat Dino; la Coupé porta il numero 37 su 299 esemplari, mentre la Spider il numero 04/250. Tutti questi modelli sono realizzati in resina, quindi non è possibile aprirli. Purtroppo, già da un po’ di tempo è sempre più difficile trovare altre configurazioni, a meno che non si disponga di un portafoglio davvero ben fornito per potersi permettere modelli in metallo firmati, ad esempio, da CMC o AutoArt. Laudoracing chiede, per un lavoro davvero ben fatto [i progetti dei modelli nascono a Hagenthal-le-Bas in Francia, mentre la produzione avviene in Cina], circa 120 euro. Parlando della vera Fiat Dino, devo ammettere che sia Bertone che Pininfarina hanno infuso nei loro progetti lo spirito della Ferrari; ci penserei a lungo prima di decidere quale versione preferirei avere nel mio garage. Entrambe?!

 

Fiat Dino 2000 Coupe’

Anni di produzione:               1967 – 1969  

Esemplari prodotti:               3670 coupe’/1163 spider

Motore: V6 65°

Cilindrata:                             1987  cm3 

Potenza/RPM: 160 KM / 7500

Velocità massima: 200 km/h

Accelerazione 0-100 km/h (s): 8,9

Numero di cambi: 5

Peso:               1280 Kg 

Lunghezza: 4507 mm 

Larghezza: 1696 mm

Altezza 1315 mm 

Interasse:         2550 mm

Traduzione IT: Wojciech Wróbel

Polska a Bergamo: il fumetto polacco contemporaneo

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Si è conclusa ieri la apprezzatissima quarta edizione del Comicon Bergamo, tenutasi tra il 26 e il 28 giugno presso il polo fieristico della città orobica.  Il Salone Internazionale della Cultura Pop, cominciato nel 1998 a Napoli e da lì in poi divenuto sempre più un punto di riferimento assoluto per il mondo del fumetto e dell’intrattenimento, dal 2023 si è sdoppiato, affiancando dunque alla finestra primaverile campana una seconda estiva lombarda. Numerosissimi gli appassionati che hanno gremito i padiglioni nella al solito ben riuscita tre giorni, tra cui il sottoscritto: frequento spesso di base, se impegni e discorsi logistico-geografici chiaramente me lo permettono, svariate fiere italiane e non solo in materia, ma qui ora c’era un aspetto davvero assolutamente unico, inedito e imperdibile. 

Oltre alle innumerevoli figurine, costruzioni, memorabilia, giochi da collezione e quant’altro, il punto focale  dell’evento è ovviamente legato al fumetto, con la presenza di copiosi artisti di spicco del panorama tricolore ed internazionale. Ma la vera chicca di questa edizione, almeno per me così legato all’indissolubile unione tra Polonia e Italia, in qualsivoglia ambito culturale, è stata la presenza di una specifica mostra dedicata ad artisti polacchi. I lavori di trentuno tra disegnatori e sceneggiatori, nel progetto diretto dalla Galleria d’Arte BWA di Jelenia Góra intitolato “Polska a Bergamo: il fumetto polacco contemporaneo”, hanno impreziosito parte degli spazi del polo fieristico bergamasco. Diversi i generi delle opere, dal sempre amato fantastico al filone educativo, passando per la satira, l’autobiografico e molto altro. Varie anche le tecniche di realizzazione delle medesime, dal canonico disegno a pennino all’ormai quasi egemone tecnica digitale. Diversificate anche le età degli artisti, affermati in patria e all’estero, e molti dei quali presenti in loco per incontrare il pubblico. 

Ho avuto il piacere in particolare di conoscere e chiacchierare con Nikola Kucharska, talentuosa classe 1993 autrice di fumetti e libri per l’infanzia, oltre che illustratrice di giochi da tavolo. Per lei non sono mancati in carriera meritati riconoscimenti in Polonia e all’estero, dove le sue opere sono state pubblicate in numerose lingue, anche in italiano. Oltre a poter sfogliare e apprezzare  sul bancone dello stand polacco alcuni suoi fumetti, caratterizzati da uno stile e un taglio decisamente affine ai miei gusti,  ho anche potuto avere uno sketch personalizzato tutto per me. Nella fotografia qui sotto ecco la bravissima Nikola all’opera. 

Nell’altra fotografia potete invece apprezzare il titolo e la copertina dell’esposizione, gran pezzo di bravura di Ernesto Gonzales, la stessa del meraviglioso libricino che raccoglie tutte le opere presenti e numerose altre informazioni, legate alla mostra in sé ma anche alla storia più in senso lato del fumetto polacco. Una breve ma saliente panoramica dei punti cruciali per l’evoluzione artistica della materia, ad esempio pre e post date di rilievo quali il 1945 e il 1989, fino per l’appunto al fumetto contemporaneo e con la stampa di tutte le tavole in esposizione a Bergamo, chiaramente con testi in italiano. Voglio giusto citare nel novero “retrò” il celeberrimo Kajko i Kokosz, che ha festeggiato il suo cinquantenario nel 2025, e di cui conservo lo speciale francobollo celebrativo emesso dal servizio postale polacco l’anno scorso. Tornando invece prettamente alla mostra, propongo nelle due immagini più sotto un prospetto delle opere nella loro quasi integralità; ve n’erano giusto alcune ulteriori su di una terza parete un pochino più distaccata, rispetto a queste due dirimpettaie. 

È sempre incredibile vivere in maniera così speciale e personale il legame tra Polonia e Italia, a maggior ragione in luoghi a me cari. Poter ammirare tutte queste tavole a Bergamo ha avuto un sapore decisamente speciale, così come allo stesso modo è stato strano ed è sempre particolare apprezzare in Polonia qualcosa che parla del mio territorio. Nel giugno 2021 discutevo a Bergamo la mia tesi di Laurea Magistrale, dedicata alla mia precedente e fino ad allora esperienza a Varsavia e in Polonia. Una delle cose che meglio ricordo di quei tempi è incredibilmente proprio una mostra di fumetti all’Istituto Italiano di Cultura della capitale, in occasione della XX Settimana della Lingua Italiana nel mondo, nell’ottobre 2020. Girando la copertina della mia tesi, la prima pagina con la dedica recita “A Bergamo e a Varsavia, all’Italia e alla Polonia”. Pochi giorni dopo quella tesi sarebbe poi arrivata proprio in Istituto, dove si trova (spero!) tutt’ora. Cinque anni dopo, giugno 2026, eccomi a Bergamo, con tanti anni in più di storie, legami, avventure ed esperienze con la Polonia, e girando la copertina del libricino della mostra, la prima pagina ha appunto il meraviglioso disegno di Nikola Kucharska, il cui significato per me va decisamente oltre quello che si può vedere.

Partecipanti alla mostra (in ordine alfabetico): Kasia Babis, Krzysztof Gawronkiewicz, Ernesto Gonzales, Sławomir Jezierski, Karol Kalinowski, Sławomir Kiełbus, Nikola Kucharska, Tomasz Lew Leśniak, Basia “Asash” Majkowska, Kasia Nie, Piotr Nowacki, Krzysztof Nowak, Krzysztof Ostrowski, Marcin Podolec, Jakub Rebelka, Michał Śledziński, Przemysław “Trust” Truściński.

Sceneggiatori: Grzegorz Janusz, Radosław Kleczyński, Tomasz Kołodziejczak, Maciej Kur, Dana Łukasińska, Aleksandra Motyka, Maciej Parowski, Rafał Skarżycki, Bartosz Sztybor, Jerzy Szyłak, Jacek Waliszewski, Wojtek Wawszczyk, Mateusz Wiśniewski, Dennis Wojda.

Curatore della mostra: Piotr Machłajewski

 

Testo e Foto: Alberto Mangili

 

Siracusa – I racconti polacchi dalla Fonte Aretusa

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Come nella leggenda polacca, Wanda non voleva il Tedesco, così la ninfa Aretusa rifiutò Alfeo, dio greco del fiume, qualche migliaio di anni fa. La dea Artemide trasformò la sua serva in una fonte per salvarla dall’affetto indesiderato. Così la ninfa fuggì fino a Siracusa attraverso acque sotterranee. Così la mitologia spiega l’esistenza di una sorgente d’acqua dolce ricoperta di papiro nel Sud della Sicilia. Scavando un po’ si può scoprire che i legami polacchi con la città di Archimede iniziano proprio dalla Fonte Aretusa.

 

I signori di Wilko

Tra i polacchi che hanno dedicato più pagine all’Italia dobbiamo menzionare Jarosław Iwaszkiewicz. L’autore di Il Libro sulla Sicilia (1956) e Il viaggio in Italia (1977), nei suoi saggi a tema siciliano, non si esprime con particolare tenerezza nei confronti della piccola sorgente d’acqua dolce. La definisce, né più né meno, uno stagno con acqua scura. Accoglie con stoica calma il fatto del tutto eccezionale e unico in Europa, della presenza del papiro dalla cui canna gli antichi Egiziani ricavavano il prototipo della carta. In Europa questa pianta si trova soltanto sulla più grande delle isole del Mediterraneo. Iwaszkiewicz si mostra invece ammirato dall’opera La fonte Aretusa del ciclo Miti, composta nel 1915 per violino e pianoforte da Karol Szymanowski, suo illustre cugino e scrittore non meno talentuoso. La stessa sorgente è celebrata dall’autore di Gli Amanti di Marona in una poesia del 1938 a essa dedicata, intitolata – come non potrebbe essere altrimenti – La fonte Aretusa: Il lamento dei papiri neri presso la chiusa di pietra, il fruscio lieve che sentirai nella profonda quiete acquatica e attraverso il tubare assonnato dei colombi addormentati, di notte, quando ti fermerai presso la Fonte Aretusa (…). Nonostante ciò, anche nei testi degli ultimi anni della sua vita, torna al pensiero che il compositore a lui caro, abbia eccessivamente nobilitato la fonte siracusana.

L’unicità della Sicilia fu fatta scoprire allo scrittore da Karol Szymanowski, per il quale nei primi anni del secolo scorso questa regione d’Italia diventò una fonte inesauribile di ispirazione. Il musicista frequentava assiduamente Taormina, dove si riuniva l’élite del mondo artistico europeo, ma esplorava anche le tracce antiche della cultura mediterranea a Siracusa. Nei Viaggi in Italia leggiamo che Iwaszkiewicz compì il suo primo viaggio sull’Isola del Sole tanti anni prima della stesura della poesia citata. Era il 1918. Tuttavia, in quel periodo l’autore di Brzezina non si muoveva da Elisavetgrad, ascoltando soltanto i racconti siciliani, narrati nientemeno che da suo cugino.

 

Appuntamento con Siracusa

Alle immagini della fantasia toccò confrontarsi con la realtà nel 1932. Fu allora che Jarosław Iwaszkiewicz giunse a Siracusa, richiamato da un telegramma ricevuto da Roma. Il messaggio inviato da Józef Ranjfeld, al quale è dedicato Il libro sulla Sicilia, recitava: Siracusa, lunedì. Abbiamo fissato un appuntamento a Siracusa, scrisse Iwaszkiewicz verso la fine della vita ricordando l’incontro con il caro Józio, così Iwaszkiewicz chiamava affettuosamente Józef Rajnfeld. Dall’appuntamento del lunedì non ne uscì nulla. Rajnfeld aveva bisogno di un’iniezione di soldi per poter salire a bordo della nave a Tripoli. Lo scrittore ebbe così qualche giorno in più, che sfruttò per portare a termine uno dei suoi scritti narrativi più belli, come si sarebbe rivelato col tempo. Proprio a Siracusa, con la Fonte Aretusa davanti agli occhi, mise il punto finale nella stesura del racconto Le Signorine di Wilko. Questo racconto nostalgico narra la storia delle sorelle che abitano la tenuta omonima e di Wiktor Ruben, ormai entrato nella mezza età e segnato dalla prima guerra mondiale; un tempo assiduo frequentatore di Wilko. Non solo gli studiosi di letteratura, ma anche l’autore stesso hanno indicato nel testo elementi autobiografici. Ci sono anche elementi tratti da Siracusa?

 

Iwaszkiewicz trascorse il suo breve ma intenso soggiorno nel maestoso Grand Hotel des Etrangers, consigliato da Karol Szymanowski, che ci aveva soggiornato in precedenza. Ancora oggi i turisti più facoltosi possono godere del fascino di questo luogo. Dalle finestre dell’albergo si possono ammirare non solo i papiri, ma anche il Mar Ionio, che circonda l’isola di Ortigia, la parte più antica di Siracusa. Nonostante l’indiscutibile fascino della città all’estremità della Sicilia, durante le visite successive sull’isola l’autore di Le signorine di Wilko preferì dirigersi verso Palermo. Tornò alla Fonte Aretusa probabilmente solo un’ultima volta, verso la fine della sua vita.

 

Polacco, italiano, fratelli fino in fondo

I locali dividono Ortigia in una zona da visitare al tramonto, quella della Fontana Aretusa e dell’Hotel des Etrangers, e in una parte più adatta alle passeggiate mattutine. Più ci si avvicina all’alba, più l’esperienza risulta completa. Seguendo questo consiglio, nella parte orientale dell’isola ci si potrebbe imbattere nell’Hotel Gutkowski. Parlo di questo nome con Grażyna Czogała, guida turistica abilitata, nonché presidente e cofondatrice dell’Associazione Culturale Italo-Polacca TRISKELES. Successivamente verifico i dettagli nell’album Polonika in Italia. Le tracce dei Polacchi in Sicilia, che riassume la mostra organizzata dall’associazione. All’interno si legge che Jerzy Witold Gutkowski combattè nella Legione Polacca di Józef Piłsudski e nel 1924 diventò marchese grazie al matrimonio con l’aristocratica siciliana Maria Emanuele Loffredo Pulejo. Nel periodo tra le due guerre mondiali ricoprì la carica di console onorario della Polonia a Catania e sua nipote, Paola Pretsch, ricordò Jerzy Witold dando il nome Gutkowski all’hotel da lei gestito.

TRISKELES opera a Siracusa dal 2020. Il team fondatore si è posto l’obiettivo di promuovere la cultura polacca in Sicilia. Da qui viene l’impegno dello scorso anno nella mostra Maria Curie-Skłodowska in Italia e la promozione dell’esposizione Mitoraj. Sguardo, Humanitas, Physis nel Parco Archeologico di Neapolis. L’artista, morto nel 2014 e legato a Pietrasanta in Toscana, gode in Italia di una stima molto maggiore che in Polonia. Mitoraj ha trovato il suo posto a Siracusa, racconta Czogała. Peccato che al termine della più grande esposizione all’aperto delle sculture di Igor Mitoraj – dal 16 aprile 2024 alla fine di ottobre 2025 – non sia rimasta alcuna testimonianza tangibile nello spazio siracusano. Le opere dialogano perfettamente con l’antico retaggio di Ortigia e del parco archeologico (con teatri: greco e romano e l’Orecchio di Dionisio, una grotta nell’area delle antiche cave). Su scala smile per l’ultima volta avevamo visto le opere di Mitoraj ancora in vita dello scultore, nella Valle dei Templi di Agrigento. Dopo quella mostra rimase Icaro caduto nel parco archeologico. Nel 2024 gli organizzatori hanno esteso l’esposizione oltre l’area stessa di Neapolis. La scultura della testa di Teseo è stata collocata sullo sfondo del cratere dell’Etna, mentre un’opera della serie Ikaria è stata posta davanti al castello trecentesco Maniace, all’estremità storica di Siracusa. La figura alata in bronzo, priva di testa, sembrava essere lì da sempre; oggi resta solo un’impronta nel terreno. 

 

Via della Giudecca

Le strette vie di Ortigia invitano a dare un’occhiata dietro l’angolo. La parte storica della città è suddivisa in nove quartieri: Bottari, Duomo, Graziella, Maestranza, Maniace, Mastrarua, Sperduta, Turba e Giudecca, l’antico quartiere ebraico. Alcuni secoli fa a Siracusa viveva una numerosa comunità ebraica, come testimoniano almeno due mikve, distanti tra loro solo poche centinaia di metri. Una di queste, in via Alagona 52, è considerata la più antica d’Europa. Quando Malgorzata e Wojciech Ornat esplorarono i vicoli di Ortigia, si imbatterono in tracce ebraiche. I fondatori della casa editrice Austeria scoprirono prima, durante le passeggiate, via della Giudecca (la via ebraica), poi acquistarono un appartamento in quel quartiere e, infine, nel 2022 aprirono una libreria.

 

La casa editrice è specializzata in letteratura ebraica, da qui la scelta di Siracusa come sede operativa, simile a quanto fatto con l’apertura della libreria a Budapest. Dico a Małgorzata Ornat che si tratta di un’idea imprenditoriale piuttosto insolita. Lei risponde che anche Cracovia, nel quartiere Kazimierz, nel 1992 l’apertura di un luogo dedicato ai libri sembrava irrazionale. Non facciamo un business plan, agiamo in modo sentimentale, seguendo la nostra missione, conclude la cofondatrice di Austeria. Una cosa porta all’altra. Così come l’acquisto dell’appartamento ha condotto all’apertura della libreria, la presenza a Ortigia ha inaugurato la pubblicazione di letteratura legata alla Sicilia. Da qui abbiamo le ristampe di Il libro sulla Sicilia e Il viaggio in Italia, oppure Le città del mondo di Elio Vittorini, scrittore e redattore nato a Siracusa.

 

Alla mostra di Mitoraj fot. Ennio Nassetta

 

Polonika a Siracusa

Grazie alla casa editrice, per la prima volta in polacco è stato pubblicato il libro I Viceré di Federico de Roberto, un ritratto intenso del tramonto dell’aristocrazia siciliana nella zona di Catania. Il romanzo viene spesso paragonato al celebre Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La prima edizione polacca di I Viceré è introdotta da Jarosław Mikołajewski, scrittore e poeta profondamente legato all’Italia, che da anni osserva con attenzione la Sicilia. Uno dei frutti di queste osservazioni è il libro di viaggio Siracusane, in cui l’autore prosegue le storie polacche legate alla Fonte Aretusa. Un’opera di questo tipo poteva essere pubblicata solo dalla casa editrice Austeria.

Traduzione IT: Oktawia Burzak

Polonia e Italia sempre al cuore dello sport: panoramica sui prossimi maggiori eventi

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Via il dente, via il dolore, subito. Il Mondiale di calcio in corso in Canada, Messico e Stati Uniti, in programma dall’11 giugno al 19 luglio, è senza margine di discussione alcuno l’attuale (e non?) evento sportivo più importante al mondo, appunto. L’assenza delle nazionali italiana e polacca fa male, e non può non essere considerata un fallimento, pur con due storie diverse per giungere al triste ma egual esito. Se ben 48 selezioni sono ora impegnate nella maggior rassegna intercontinentale, Polonia e Italia qui non sono purtroppo protagoniste, qui non sono al cuore dello sport, e hanno invece giocato le loro ultime gare, un paio di amichevoli  a testa, a cavallo tra la fine dello scorso mese di maggio e l’inizio del corrente giugno. Ho avuto modo di assistere allo stadio PGE Narodowy di Varsavia al secondo impegno dei biancorossi, mercoledì 3 giugno, un divertente 2-2 contro la Nigeria, suggellato da un gol nel finale dalla lunga distanza del difensore ex Spezia e Venezia Wiśniewski. Un impianto lo stadio nazionale della capitale che mi dà sempre tanta emozione ogni volta che vi metto piede dentro, ma anche solo passandoci davanti da fuori, e che vi propongo come copertina in una fotografia in quell’assolatissima serata pre-partita. La nazionale polacca sta già vivendo e continuerà a vivere indubbiamente un grande ricambio generazionale (basti vedere la distinta del match sottostante, con i biało-czerwony pressoché a pieno regime, a differenza delle Super Aquile con svariate assenze di spicco): negli ultimi anni hanno lasciato il portierone Szczęsny e il muro difensivo Glik , autentici punti di riferimento del reparto difensivo, mentre davanti ci sarà prima o poi da avere a che fare con il naturale addio di Robert Lewandowski. Ad agosto saranno 38 gli anni per il sesto marcatore più prolifico della storia del calcio (sì, proprio di tutti i tempi, solo in cinque han segnato più di lui), e sebbene sia un’autentica macchina, i conti col tempo purtroppo sono un discorso da affrontare per tutti. Io, come qualsiasi altro appassionato, spero di poter apprezzare il più a lungo possibile questo campione, che sta anche probabilmente per uscire dai radar del calcio europeo: terminata l’esperienza al Barcellona, si parla di un trasferimento nella MLS americana. Non sono pronto all’addio alla nazionale, o peggio ancora al calcio, non si vedrà più per tantissimo tempo un giocatore così in Polonia. Occhi puntati per presente e futuro però, come già scritto tempo fa, soprattutto su Oskar Pietuszewski. Anche per l’Italia, alla terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale, quasi tristemente una prassi ormai, si potrebbe affrontare un discorso simile per certi tratti, ma molto diverso per altri. Quello che bisogna assolutamente sottolineare è che nelle due dette amichevoli, entrambe vinte di misura, il tecnico ad interim ed ex selezionatore dell’Under 21 Silvio Baldini ha giocato quasi esclusivamente con ragazzi giovanissimi ed esordienti assoluti nella rappresentativa maggiore,  cercando di dare un importante segnale. Le nazionali giovanili italiane hanno raccolto tanti risultati importanti in questi recenti anni, per ultimo il titolo Europeo Under 17 meno di due settimane fa.  Chissà cosa riserverà il futuro di Polonia e Italia, ma lo potremo cominciare a vedere da fine settembre, con l’inizio per entrambe le nazionali maggiori della Nations League. Girone di ferro per gli Azzurri, ancora ufficialmente privi di un CT, impegnati con Francia, Belgio e Turchia. Per gli uomini di Jan Urban invece gli ostacoli sono rappresentati da Bosnia-Erzegovina, Svezia e Romania. Il mese di settembre vedrà però anche la Polonia ospitare il Mondiale femminile Under 20, alla sua prima partecipazione nella prestigiosa competizione di categoria. Tra le altre 23 squadre impegnate tra Łódź, Katowice, Sosnowiec e Bielsko-Biała, non mancherà ovviamente l’Italia. 

Se per le nazionali ci può dunque e deve essere margine di crescita e terreno su cui lavorare, il discorso deve assolutamente valere anche per le squadre di club dei rispettivi campionati, tanto in patria quanto a livello internazionale. A febbraio e marzo c’era stato il doppio incrocio europeo italo-polacco in Conference League per la Fiorentina contro Jagiellonia Białystok prima e Raków Częstochowa poi. Ero presente sugli spalti in entrambe le gare in territorio biancorosso, giocate ad esattamente un mese di distanza l’una dall’altra il 19. In questo pezzo parlavo per l’appunto della crescita del calcio polacco a livello di ranking internazionale, che avrebbe portato, ed ora ha a tutti gli effetti portato, con l’imminente inizio di stagione fissato a praticamente un mese da oggi, per la prima volta cinque squadre a contendersi un posto nelle coppe europee. Il 21 luglio il Lech Poznań, campione di Ekstraklasa 2025/2026, e la seconda classificata Górnik Zabrze, sfideranno in un doppio confronto nel proprio primo turno dei playoff (il secondo nell’ottica complessiva della Champions League) i danesi dell’Aarhus e i turchi del Fenerbahçe; un sorteggio veramente durissimo quello occorso alla squadra della Slesia. In caso di sconfitte, si retrocede alle qualificazioni di Europa League, dove c’è anche proprio il sopra citato Jaga, ancora ignaro del suo cammino. Quanto alla terza competizione continentale, la Conference League di cui si è parlato pocanzi, ancora il Raków potrebbe farne parte per la stagione 2026/2027, superando come primo scoglio i maltesi del Valletta, ed anche la novità GKS Katowice, che dovrà però attendere per conoscere la propria sfidante. La formazione gialloverde aveva strappato il pass europeo all’ultimo respiro dell’ultima giornata, scavalcando il Legia Varsavia, che affronterà la stagione numero 110 della propria storia senza coppe europee e senza lo storico capitano e giocatore più titolato Artur Jędrzejczyk, salutato nella giornata di ieri. Il campionato prenderà il via subito dopo le prime gare europee, a partire esattamente dal giorno successivo, venerdì 24 luglio; la gara d’esordio alle ore 18 mette di fronte Radomiak Radom e Wieczysta Kraków, terza squadra di Cracovia neopromossa nella massima serie, così come lo storico Wysła Kraków, e che andranno dunque a far compagnia all’ormai stabile Cracovia.  Sulla Serie A italiana, al via praticamente un mese più tardi nel weekend del 22 e 23 agosto, con calendario preciso ancora da definire, ritorneremo con più dettaglio in seguito, sicuramente con un pezzo aggiornato sui giocatori polacchi che saranno ai blocchi di partenza il prossimo anno, così come fatto l’anno scorso.

 

Lasciamo il pallone e saliamo in sella alla bicicletta. Dopo avervi portato un mesetto fa al Giro d’Italia, restiamo sempre nel Bel Paese ma nell’ambito di una competizione estera, ossia il Tour de Suisse. La corsa della vicina Svizzera era considerata fino a qualche anno fa forse la più importante rassegna dopo l’intoccabile trio Tour de France-Giro d’Italia-Vuelta di Spagna, e in questa edizione ha presentato una novità mai vista prima d’ora. Oltre al fatto che per la 89esima edizione si partisse per la prima volta dall’Italia (così come accaduto con il Tour del 2024 e la Vuelta del 2025, eventi storici per me imperdibili), nello specifico da Sondrio, in Valtellina, non così lungi dal territorio elvetico, per la cinque giorni tra il 17 e il 21 giugno è stato previsto che uomini e donne si cimentassero negli stessi giorni negli stessi luoghi nelle stesse tappe, con un chilometraggio ridotto per le seconde. Per la prima volta in vita mia dunque, mercoledì 17 giugno ho potuto vedere una frazione di uomini e donne nel contesto di una gara UCI World Tour nella stessa giornata. Se per gli uomini non vi poteva essere un vincitore annunciato diverso dal fenomeno sloveno Tadej Pogačar, per le donne il discorso era più variegato, vista la presenza di diverse frecce. A conquistare la tappa è stata l’olandese Femke De Vries, ma c’erano anche e soprattutto le quotate campionesse nazionali italiana Elisa Longo Borghini e polacca Kasia Niewiadoma, agli estremi della prima fila alla partenza che vi propongo nella fotografia poco sotto, con le rispettive speciali casacche tricolore e biancorossa. Sulla destra potete anche scorgere la bandiera del via che sarebbe sventolata di lì a poco per mano di quella ragazza col caschetto biondo, a proposito di campionesse… Nientemeno che Arianna Fontana, nativa proprio di Sondrio, l’atleta italiana olimpica più medagliata della storia, bottino arricchito anche nei recenti Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Ancora un paio di giorni dunque per decidere le sorti del Tour de Suisse maschile (possibilità di podio per l’atleta di Sondrio Andrea Bagioli, il cui fratello ha realizzato il trofeo che andrà al vincitore, che storia!) e femminile (al momento comanda la graduatoria proprio Longo Borghini, Niewiadoma insegue con poco meno di un minuto di ritardo). Alle porte per loro e tante altre cicliste e ciclisti c’è l’appuntamento più importante della stagione, ossia il Tour de France, tre settimane nel mese di luglio per gli uomini, 9 giorni ad inizio agosto per le donne. C’era a Sondrio e ci sarà al Tour de France Michał Kwiatkowski, uno dei corridori chiaramente più acclamati anche allo scorso Tour de Pologne, giocando in casa, che vi ho raccontato nel dettaglio e che tornerà ancora ad inizio agosto. Appuntamento da lunedì 3 a domenica 9, con un percorso sempre più variegato in varie e sparse zone del Paese, da nord a sud, con partenza da Gdynia e classico arrivo a cronometro finale a Wieliczka.  L’edizione femminile avrà invece luogo tra il 24 e il 26 luglio, prettamente all’interno del voivodato di Lublino, stavolta quindi prima e non dopo la corsa maschile. 

 

 

Chiudiamo questa panoramica o rassegna che dir si voglia con lo sport che forse ci sta dando più soddisfazioni in assoluto, e non è stato da meno negli ultimissimi tempi, ossia il tennis. Archiviato da poco un leggendario Roland Garros, a fine giugno scatterà l’ora di Wimbledon. L’anno scorso ci ricordiamo bene come è andata a finire, con il doppio trionfo Sinner –Świątek a regalarci il più facile “impettimento” d’orgoglio per i nostri due campioni, autori di una impresa incredibile. Chissà se il prossimo 12 luglio potremo rivivere una situazione simile. L’italiano, che ieri ha effettuato il primo allenamento in quel di Londra, dovrebbe aver smaltito i problemi che lo hanno limitato nel torneo parigino, estromettendolo anzitempo in maniera beffarda. Torneo che è stato vinto con merito da Zverev in finale su un fantastico Cobolli, altro orgoglio tricolore. E sarà proprio il tedesco il principale designato rivale di Sinner, con il mirino puntato anche sul secondo posto del ranking ATP, che sarebbe raggiungibile in caso di approdo in finale, scavalcando l’ancora assente (purtroppo, perché è una mancanza che fa male allo sport, e in qualche misura allo stesso Sinner paradossalmente) Alcaraz. Per quanto riguarda le donne, o più nello specifico le donne polacche, non si potrà certo dire che tutti i riflettori saranno puntati quasi soprattutto come ormai usuale su Iga Świątek, poiché Maja Chwalińska ha fatto qualcosa di troppo grande sulla terra rossa francese, e potrà ora calcare anche l’erba britannica, con gli occhi non solo della Polonia, ma di tutto il mondo addosso. La nuova numero 21 al mondo, salita di quasi 100 posizioni nel ranking dopo l’impresa parigina, ha avuto accesso al tabellone principale londinese mediante card, e giocherà da testa di serie. Tanti gli atleti e atlete italiani e polacchi già inseriti senza dover passare dalle qualificazioni. Per gli uomini mancherà ancora Musetti ma c’è spazio per Berrettini, che raggiunge così anche Arnaldi, Bellucci, Cobolli, Darderi e Sonego. Per la Polonia ecco Hurkacz (battuto proprio da Berrettini in semifinale nel 2021) e Majchrzak (che ha eliminato lo stesso Berrettini lo scorso anno al terzo turno). A rappresentare le donne italiane ci sono Paolini e Cocciaretto, mentre Linette e Fręch completano il quadro delle polacche. Infine voglio ricordare un altro appuntamento tennistico in agosto, tra il 2 e il 9 (stesse identiche date del Tour de Pologne contando anche la presentazione domenicale a Gdynia), ossia l’ATP Challenger Mazovia Open, nel centro sportivo di Kozerki, dove sicuramente cercherò di mettere piede, anche se per allora non avrò forse purtroppo ancora imparato a sdoppiarmi. 

 

Testo e Foto: Alberto Mangili

Pinocchio, un candido bugiardo in un’epoca di verità illusorie

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Nel 2026 ricorre il bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini, meglio noto come Carlo Collodi. La fama mondiale del suo libro “Le avventure di Pinocchio”, uscito a puntate sul “Giornale per i bambini”  a partire dal 1881 e pubblicato per la prima volta in volume nel 1883, è stata ed è ancora tale da generare innumerevoli riletture, trasposizioni e rimaneggiamenti del testo originale, quasi sempre adattate per riflettere meglio la sensibilità, gli interessi e i problemi caratteristici di ogni epoca. Una tradizione che continua ancora oggi, con rivisitazioni nuove e sempre più multimediali della storia del burattino.

In Italia, a cavallo tra Otto e Novecento, si diffuse presto la moda delle “pinocchiate”, ovvero continuazioni o versioni alternative a opera di altri autori, a partire da “Il figlio di Pinocchio” (1893) di Oreste Boni. Fra gli “apocrifi” più curiosi usciti nei primi decenni del XX secolo possiamo menzionare “Pinocchio in Africa” (pubblicato nel 1911, anno dell’invasione italiana della Libia), “Pinocchio in automobile” o “Pinocchio corsaro”; ma anche pubblicazioni puramente propagandistiche come, durante la Grande Guerra, “Pinocchietto contro l’Austria”, o ancora, negli anni Venti e Trenta, le grottesche e quantomeno discutibili avventure di “Pinocchio fascista”. Non mancavano ovviamente pubblicazioni più serie, tra le quali è ancora oggi fondamentale la lettura critica che del libro di Collodi dà un grande scrittore, Giorgio Manganelli, nel volume “Pinocchio: un libro parallelo”, edito nel 1977. Fatto interessante è che nel corso degli anni gli intellettuali hanno proposto le più svariate interpretazioni dell’opera, trovando nella figura di Pinocchio riferimenti a Cristo, a Dante, o ancora a varie tradizioni esoteriche, dall’antichità (“L’asino d’oro” di Apuleio) fino alla moderna massoneria.

A livello internazionale il personaggio di Pinocchio fa pensare innanzitutto al celeberrimo film d’animazione del 1940 prodotto da Walt Disney, ma gli adattamenti cinematografici (e televisivi) del libro sono numerosissimi. In Italia la primissima trasposizione filmica del capolavoro di Collodi risale al 1911, a opera del regista Giulio Antamoro; celebre e apprezzato è lo sceneggiato televisivo in 6 episodi diretto da Luigi Comencini nel 1972, mentre meno riuscito è il film del 2002 diretto da Roberto Benigni, all’epoca reduce dal successo mondiale di “La vita è bella”. Nel corso dei decenni non sono mancati neppure gli adattamenti musicali: basti qui ricordare il famoso disco “Burattino senza fili” (1977) del cantautore napoletano Edoardo Bennato, che usa personaggi e situazioni del libro di Collodi come metafore dei problemi del mondo contemporaneo, o l’album “Pinocchio” (2002) dei Pooh, legato all’omonimo musical portato sulle scene l’anno successivo. Innumerevoli sono anche i fumetti ispirati più o meno liberamente alla storia del burattino, spaziando da versioni destinate ai lettori più piccoli a quelle decisamente più adatte a un pubblico adulto. Nel romanzo di Collodi, del resto, non mancano atmosfere e situazioni oscure, talvolta al limite dell’horror: nel 2024 (2026 in Italia) il libro è stato pubblicato in un’edizione deluxe illustrata dal disegnatore americano Mike Mignola, noto per il suo stile oscuro e suggestivo, il quale già in passato aveva rivisitato la storia di Pinocchio in un episodio della sua serie a fumetti “Hellboy”.

A questo punto possiamo chiederci quale sia la ragione del successo de “Le avventure di Pinocchio”, fonte apparentemente inesauribile di ispirazione per parecchie generazioni di scrittori, registi, disegnatori e musicisti (senza dimenticare gli studiosi di letteratura!). O, ancora meglio, possiamo domandarci quanto peso possa avere, nel 2026, la storia fiabesca ideata da Carlo Collodi. Nel mondo di oggi, in effetti, le distrazioni e i pericoli a cui andrebbe incontro un burattino (o, per estensione, un bambino o adolescente) disubbidiente e bugiardo come Pinocchio sarebbero molto più numerose. In una realtà sempre più digitale, basata sulla comunicazione istantanea e sui reel dei social media, ma anche sulle fake news e sui tanti possibili pericoli del web, le avventure di Pinocchio sarebbero certamente più complicate e ambigue rispetto al XIX secolo. Come distinguere, in una simile realtà, tra verità e bugia? Come resistere alle infinite tentazioni e distrazioni del Paese dei balocchi digitale, disponibili su ogni smartphone?

Negli anni recenti sono apparse varie trasposizioni di “Pinocchio”, a partire dal bel film di Matteo Garrone del 2019, piuttosto vicino al libro originale, che vede il ritorno di Roberto Benigni, stavolta nel ruolo di Geppetto. Un adattamento certo meno fedele, ma decisamente suggestivo, è quello realizzato nel 2022 dal celebre regista messicano Guillermo Del Toro insieme a Mark Gustafson. In questo caso parliamo di un film d’animazione dalle tinte decisamente oscure, che ambienta la storia del burattino nella realtà del ventennio fascista e attinge ampiamente all’immaginario horror prediletto da Del Toro. Il film inizia con la tragica morte di Carlo, figlio di Geppetto, che anni dopo porterà il falegname a creare il burattino nel tentativo di riportare in vita il bambino. La magia che dà la vita al pezzo di legno, però, proviene qui da forze soprannaturali tenebrose e inquietanti, connesse alla morte e all’aldilà. Come segnalano tanto il già menzionato Manganelli quanto, in anni più recenti, il filosofo Giorgio Agamben (nel suo libro su Pinocchio del 2021), luoghi e personaggi del romanzo di Collodi evocano spesso l’immaginario dell’oltretomba, sospesi come sono tra vita e morte, tra esistenza materiale e sopravvivenza spettrale. Nel film di Del Toro il regno dei morti è messo in primissimo piano, portando la trama in direzioni che divergono non poco dall’opera letteraria originale. Interessante è anche la scelta dell’Italia fascista come sfondo storico per la vicenda, una decisione forse inevitabile in un’epoca di forti tensioni politiche e ideologiche come la nostra: ancora una volta, quindi, la “vecchia” storia di Pinocchio si fa specchio più che attuale dei problemi del presente.

Un altro adattamento molto recente è il videogioco “Lies of P”, pubblicato nel 2023 dallo studio sudcoreano Neowiz e appartenente al genere soulslike, ovvero un gioco di ruolo d’azione caratterizzato da un alto livello di difficoltà, a cui si accompagnano spesso atmosfere oscure e una narrazione criptica e di difficile interpretazione. In questa rivisitazione del romanzo collodiano Pinocchio (mai chiamato direttamente per nome) è un automa creato dal geniale inventore Geppetto, le cui avventure si svolgono nell’immaginaria città di Krat, devastata da una ribellione dei “burattini” contro gli esseri umani. Il gioco mescola elementi industriali ottocenteschi, dalla forte estetica steampunk, con altri tipicamente magici e fiabeschi, anche se non mancano toni prettamente horror. Nel corso della storia il protagonista incontra tutte le figure più iconiche del libro di Collodi, come il Grillo parlante che lo guida fra i tenebrosi vicoli di Krat, i sempre astuti e truffaldini Gatto e Volpe, la Fata dai capelli turchini, lo stesso Geppetto o ancora personaggi secondari come Alidoro o Melampo, tutti ovviamente presentati in maniera più oscura e realistica rispetto all’opera originale. Un aspetto interessante è il ruolo svolto nel gioco dalle bugie: all’inizio dell’avventura apprendiamo che “i burattini non possono mentire”, essendo, per l’appunto, automi, mentre la menzogna è cosa squisitamente umana. Con il progredire della trama Pinocchio, un automa diverso dagli altri, deve più volte scegliere se dire la verità o mentire, ma si tratta quasi sempre di bugie a fin di bene, dettate dall’altruismo; e sono proprio queste bugie che, a lungo andare, permettono al burattino di diventare un ragazzo, rovesciando quindi le premesse educative del romanzo. Inoltre, proprio come nel film di Del Toro, anche in “Lies of P” Geppetto decide di creare il burattino dopo la morte del figlio, anche qui chiamato Carlo. Nel gioco, tuttavia, la figura del padre-demiurgo ha tratti decisamente più negativi rispetto alla storia di Collodi e alla maggior parte dei suoi adattamenti, e sarà proprio la ribellione contro la sua autorità a determinare la conclusione della vicenda.

Anche nel XXI secolo, quindi, la storia di Pinocchio può vantare numerose e variegate rivisitazioni e adattamenti. L’opera di Collodi, scrive Agamben, “non è una fiaba, non è un romanzo, non è punto ascrivibile ad alcun genere letterario”; ma, a ben osservare le sue interpretazioni passate e contemporanee, essa appare sospesa anche tra libro per l’infanzia e storia dell’orrore, tra regno dei vivi e regno dei morti, tra messaggio pedagogico e gusto della ribellione (del resto, senza bugie e disubbidienza Pinocchio non avrebbe vissuto nessuna delle sue avventure). Una simile ambivalenza e apertura all’interpretazione rende “Le avventure di Pinocchio” un’opera attuale nel mondo complesso, labirintico e contraddittorio di oggi, in cui sempre più spesso possiamo avere l’impressione che non ci sia un’unica verità. Mi pare calzante, qui, un’altra citazione dal libro di Giorgio Agamben: “La verità non è un assioma fissato una volta per tutte: cresce e diminuisce […] insieme alla vita, al punto di diventare sempre più ingombrante e difficile per chi vi aderisce senza riserve, come il naso di Pinocchio, appunto.” Con questo non voglio certo affermare che la verità non esista, né sia un concetto relativo o puramente soggettivo; anzi, in un mondo dominato dall’informazione, spesso cangiante, virtuale e riscrivibile all’infinito, a cui fanno da contraltare idee e opinioni sempre più rigide, dogmatiche e uniformi (con le ormai proverbiali “bolle” ideologiche e informative), la scelta tra vero e falso, tra bene e male può metterci in difficoltà e lasciarci smarriti, quasi fossimo anche noi dei burattini ingenui e sprovveduti, gettati in un mondo pieno di insidie e di persone pronte a darci cattivi consigli. Per fortuna, grazie alla storia – anzi, alle storie, ormai – di Pinocchio, possiamo orientarci meglio tra le infinite bugie, presunte verità e contraddizioni del contemporaneo, imparando a riconoscere inganni e pericoli e a smascherare i bugiardi, così che alla fine possiamo anche noi diventare, come il personaggio creato quasi 150 anni fa da Carlo Collodi, un po’ più umani e un po’ meno burattini.

Tomasz Skocki è docente di lingua e letteratura italiana presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Varsavia. Nelle sue ricerche e pubblicazioni si è occupato di letteratura coloniale e postcoloniale italiana, dei romanzi di Umberto Eco, della fantascienza e delle tematiche (post)apocalittiche, distopiche e ucroniche nella narrativa contemporanea. Ha curato, con Alessandro Baldacci e Anna Brysiak, tre volumi dedicati ai motivi apocalittici nella letteratura e cultura del XX e XXI secolo: “Narrazioni della fine” (“Nuova Corrente” 163, 2019), “Il futuro della fine” (Peter Lang, 2020) e “Variazioni sull’apocalisse” (Peter Lang, 2021); ha anche curato raccolte di saggi dedicate all’opera di Stanisław Lem (“IF” 28, 2022) e, insieme a Carlo Pagetti, ai temi della storia alternativa (“ContactZone” 1/2025). Attualmente collabora con il gruppo TRAME (Team di Ricerca su Alterità, Marginalità ed Emergenze) dell’Universitas Mercatorum di Roma, il cui primo progetto, in occasione del bicentenario della nascita di Carlo Collodi, è il convegno “L’altro Pinocchio”, che si svolgerà a ottobre 2026.

Gnocchi fatti in casa con crema di porri

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Gnocchi fatti in casa con crema di porri (2 persone)

 

Ingredienti:

  • 400 g di patate farinose
  • 120 g di farina di frumento + q.b. per infarinare
  • 1 uovo piccolo
  • un pizzico di sale
  • 1 porro grande (parte bianca e verde chiaro)
  • 2 cucchiai di burro
  • 1 cucchiaio di olio extravergine d’oliva
  • 250 ml di panna fresca liquida (30% di grassi)
  • 100 ml di latte
  • Parmigiano Reggiano grattugiato q.b.
  • sale e pepe q.b.
  • un pizzico di noce moscata fresca grattugiata
  • 1 cucchiaio di succo di limone

 

Procedimento:

Pelate le patate cotte e schiacciatele fino a ottenere una consistenza liscia. Aggiungete l’uovo, un pizzico di sale e la farina poco alla volta, impastando delicatamente, fino a ottenere un impasto morbido e elastico. Dividete l’impasto in parti, formate dei cordoncini e tagliateli a pezzetti della lunghezza di circa 2 centimetri. Se volete, create le tipiche righe con i rebbi di una forchetta.

Tagliate il porro a fettine sottili e rosolatelo nel burro con l’olio fino a quando sarà morbido e traslucido. Aggiungete sale, pepe e un pizzico di noce moscata fresca grattugiata. Versate la panna e il latte, cuocete per qualche minuto, fino a ottenere una crema liscia. Infine, aggiungete il succo di limone e frullate il tutto.

Cuocete gli gnocchi in acqua salata fino a quando saliranno in superficie, metteteli nella crema e mescolate delicatamente. Servite subito con Parmigiano Reggiano grattugiato e, se volete, una spolverata di peperoncino.

Traduzione IT: Oktawia Burzak

Gazzetta Italia 117 (giugno – luglio 2026)

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Con in copertina Alessandro Parrello e Oriana Celentano, due dei protagonisti del nuovo serial tv polacco girato tra Varsavia e Polignano a Mare, Gazzetta Italia n.117 propone un meraviglioso numero vacanziero. Oltre alle interviste agli attori Alessandro Parrello e Laura Breszka che ci danno le anticipazioni sul serial Felicità, prodotto da TVP e che sarà in onda dal prossimo settembre, il nuovo numero propone una interessante intervista con lo storico Piotr Podemski sugli 80 anni della Repubblica Italiana. Poi ampio spazio a Genova che si sta fortemente rilanciando a livello turistico e congressuale. Tra gli altri articoli segnaliamo un ricordo dedicato a Gino Paoli, l’intervista al canonico Tomasz Jarosz Membro del Consiglio per la Polonia e i Polacchi all’Estero, l’intervista alla blogger Ula Pedantula, un approfondimento sul controverso film “Salò” di Pasolini e tanti altri articoli e recensioni oltre alle nostre storiche rubriche di motori, cucina e lingua. Correte ad Empik, oppure acquistate il nuovo numero sul nostro sito, ne vale la pena!

Tennis, Italia e Polonia continuano a sorprendere (oltre Sinner e Swiątek)

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Il Roland Garros 2026 è appena andato in archivio, con la finale del singolare maschile conquistato ieri da Alexander Zverev in oltre quattro ore al quinto set contro il solidissimo italiano Flavio Cobolli, autore di una prestazione di rilievo e ormai entrato nella top 10 del ranking ATP. L’altro ieri invece, sabato 6 giugno, il titolo femminile è stato appannaggio di Mirra Andreeva, vittoriosa sulla sorprendente polacca  Maja Chwalińska, quest’ultima capace di dar vita alla pagina sportiva più incredibile di questa edizione del torneo francese.  Un italiano e una polacca in finale dunque, ma non gli attesi Jannik Sinner e non Iga Swiątek, eliminati rispettivamente al secondo e quarto turno dei propri tabelloni. Il primo puntava coi massimi favori del pronostico, vista l’assenza di Alcaraz, al suo primo Open di Francia, unico mancante nella personale bacheca dei Grandi Slam, mentre la seconda ha fatto della terra rossa il suo terreno di caccia preferito, conquistando le edizioni 2020, 2022, 2023 e 2024 (quest’ultima contro l’italiana Jasmine Paolini). Due assenze da un lato insolite, dal momento che parliamo di due fenomeni assoluti (l’uscita dell’italiano pesantemente dettata da una condizione fisica non ottimale ad un singolo game dalla vittoria), ma dall’altro capaci di fornire un grande assist per permettere di allargare la visuale, e comprendere meglio la bontà di un movimento anche collettivo.  

Prima di affinare meglio questo concetto, ripercorriamo brevissimamente il percorso dei nostri due straordinari finalisti. Partiamo con Maja Chwalińska, giunta a Parigi con l’ambizione di entrare nel tabellone principale superando le tre gare di qualificazione. Beh, non solo la polacca si è garantita l’accesso auspicato, ma di partite è arrivata a vincerne complessivamente il triplo, cedendo il passo solo in finale per due set a zero contro la numero 8 al mondo Andreeva. La classe 2001, come da lei stesso dichiarato, non disponeva di sponsor e grosse risorse per coprire i costi logistici: l’inattesa impresa firmata in questo Roland Garros, oltre ad averle sportivamente cambiato la carriera, ha anche avuto un forte e giusto impatto sul piano economico. Tanti i colpi di scena nel tabellone femminile, mai grandi come questo ovviamente, ma anche le uscite di Sabalenka e Kostyuk, vuoi per modalità o dinamiche, hanno un po’ sorpreso. 

Flavio Cobolli non era invece certo altrettanto quasi sconosciuto ai più, dal momento che aveva già dato più volte prova di essere uno degli italiani più interessanti nel nuovo panorama tennistico. Basti tornare anche a soli due mesi fa, con la vittoria del classe 2002 in quel di Monaco proprio contro Zverev.  Il tedesco era reduce da altre cinque sconfitte consecutive di marca italiana, firmate da Luciano Darderi (non molto tempo fa a Roma) e in ben quattro circostanze da Sinner (Indian Wells, Miami, Montecarlo, Madrid), ed oltre ad aver spezzato la “maledizione tricolore”, ha finalmente messo le mani su un titolo grande Slam che ancora mancava nella bacheca del numero 3 al mondo. Un trofeo consegnatogli da un altro grande italiano, Adriano Panatta, iridato a Parigi esattamente mezzo secolo fa. Con l’uscita prematura di Sinner, indubbiamente Sascha era l’indiziato numero uno per la coppa: con più fatica del previsto, certo, ma ora anche con un bel peso in meno per il futuro. Il tabellone del singolare maschile del Roland Garros 2026 vedeva dunque ai quarti di finale ben tre italiani su otto tennisti, con i due Matteo, Berrettini e Arnaldi, a far compagnia a Cobolli. Il derby italiano tra omonimi lo ha conquistato Arnaldi, con Berrettini costretto al ritiro nel corso della gara, mentre la semifinale tra Arnaldi e Cobolli (che aveva sconfitto in rimonta il numero 4 al mondo Auger-Aliassime)  non ha avuto luogo per il forfait del primo. Assente dal torneo un altro atleta che sta ben figurando e avrebbe potuto dire la sua, ossia Lorenzo Musetti. Se dunque Italia e Polonia non possono sorridere fino in fondo per quel passettino mancante per il massimo obiettivo nei singolari maschile e femminile, l’Italia può festeggiare però la conquista del titolo nel doppio misto, per merito della coppia Sara Errani e Andrea Vavassori. 

Chiudo ora tutto il discorso riprendendo proprio il pocanzi nominato Berrettini. Quando arrivò a giocarsi la finale di Wimbledon nel 2021, superando in semifinale il polacco Hubert Hurkacz, ricordo nitidamente il racconto di doverosa eccezionalità attorno all’evento. Nessuno prima di lui aveva infatti raggiunto l’ultimo atto del Grande Slam Britannico, e bisognava scavare fino al 1959 e 1960 con la doppia vittoria di Nicola Pietrangeli al Roland Garros per ritrovare un italiano in finale in un Open. Ora con Jannik Sinner tutto sembra più normale, scontato,  ma non lo è affatto. Piccolo doveroso inciso, quasi come in Formula 1 ora con un Kimi Antonelli fresco reduce nel pomeriggio di ieri dal quinto gran premio vinto di fila, e tutto appare così, assodato, ma pure qui sono dovuti passare 20 anni per risentir suonare l’inno di Mameli sul podio per un pilota. E che dire, tornando a pallina e racchetta, di Iga Swiątek, capace di scrivere pagine di storia senza eguali, già altrettanto nella leggenda del tennis e dello sport polacco e mondiale. Non serve dire altro. 

Poco meno di un anno fa celebravo in questo articolo la loro doppia vittoria a Wimbledon con anche un passaggio su cui vorrei nuovamente soffermarmi, perché forse se ne parla troppo poco, e vi invito a leggerlo: l’impatto sulle nuove generazioni, e non solo. Perché quando uno sport va così bene e regala campioni di tale fattura, è una naturale conseguenza la crescita del movimento, in tutto e per tutto. E che si tratti di una storia magari anche potenzialmente estemporanea (non credo, vediamo) come quella della splendida Maja, o di un complesso già più strutturato come quello dei numerosi nuovi giovani tennisti tricolori, tutto è linfa per crescere e far crescere. Ci sono dei numeri concreti, dalle scuole tennis fino ai successivi palcoscenici, e parlano. 

Testo: Alberto Mangili
Foto: Roland-Garros

Società degli Italianisti Polacchi: X anniversario

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Testo: Maria Załęska e Artur Gałkowski

Traduzione: Maria Załęska

Nel panorama accademico polacco, la Società degli Italianisti Polacchi, conosciuta sotto la sigla SIP, è qualcosa di più di una semplice associazione scientifica. È uno spazio d’incontro e un punto di riferimento riconosciuto. A dieci anni dalla sua registrazione ufficiale, la SIP può essere raccontata come una storia di relazioni, idee condivise e dialoghi che continuano nel tempo.

La data formale di nascita della SIP è il 15 maggio 2015. Ma, come spesso accade, le cose davvero importanti cominciano prima. L’idea della SIP prende forma il 16 dicembre 2013, durante un incontro all’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, allora diretto da Angelo Piero Cappello. Attorno a un tavolo si incontrano circa trenta rappresentanti dell’italianistica polacca. Fu soprattutto un momento di riconoscimento reciproco. Persone che, sparse qua e là, già lavoravano insieme, spesso da anni, si accorsero di far parte di una comunità più ampia. Tutti i partecipanti possono essere considerati oggi fondatori spirituali della SIP. Tra loro ci sono figure che hanno lasciato un segno profondo nella storia dell’italianistica polacca, come Monika Surma-Gawłowska e Stanisław Widłak. È lui ad aver intuito, prima degli altri, che l’italianistica polacca aveva bisogno di una struttura comune, riconoscibile sia nel contesto polacco che in quello internazionale. 

Il Comitato Direttivo della SIP, guidato fino al 2022 da Artur Gałkowski e da quel momento in poi da Maria Załęska, riunisce studiosi di spicco provenienti da diversi atenei polacchi. Ognuno porta con sé un’esperienza diversa. Questa varietà è una ricchezza. È ciò che rende la SIP un’organizzazione aperta, capace di riflettere la complessità dell’italianistica contemporanea. Fin dall’inizio, la Società si è costruita attorno a una parola fondamentale: dialogo. Dialogo tra studiosi affermati e giovani ricercatori. Dialogo tra discipline diverse, dalla letteratura alla linguistica, dalla glottodidattica agli studi culturali. Tutti i centri accademici polacchi in cui si insegna la lingua e la cultura italiana trovano nella SIP un punto di contatto naturale.

La SIP funziona secondo un modello comunitario, semplice ma molto efficace. I suoi ingredienti segreti sono la fiducia e l’entusiasmo. Chi vi partecipa lo fa per scelta e per convinzione. L’attività della SIP si fonda sul lavoro volontario dei soci, sulle quote associative, sulla collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura di Varsavia e di Cracovia e con le università che ospitano vari eventi, a cominciare dall’Università Pedagogica di Cracovia dove la SIP ha sede ufficiale. 

I convegni della SIP scandiscono il ritmo della vita associativa. Sono stati organizzati all’Università di Breslavia nel 2017, all’Università di Łódź nel 2019, all’Università di Varsavia nel 2022, all’Università della Slesia nel 2024. Adesso l’attenzione si orienta verso l’Università Adam Mickiewicz di Poznań, dove si sta preparando il V convegno SIP, quello del 2026. Ogni incontro è diverso, ma lo spirito resta lo stesso: gli incontri, le discussioni, il dialogo fra la tradizione e le nuove idee. I congressi, insieme alle pubblicazioni che ne derivano, coinvolgono regolarmente studiosi non solo dalla Polonia, ma anche da molti atenei stranieri. È una conferma concreta della dimensione internazionale dell’italianistica polacca. E anche un promemoria che, paradossalmente, ciò che permane davvero è a volte qualcosa di apparentemente effimero: una conversazione fugace, un’intuizione improvvisa, l’inizio di un progetto destinato a prendere forma più avanti.

La SIP promuove inoltre varie iniziative di rilievo. Il Premio per la Migliore Monografia di Italianistica valorizza il lavoro di ricerca e ne riconosce la qualità. Nelle tre edizioni svolte finora sono state premiate le monografie di Natalia Chwaja, Justyna Łukaszewicz e Katarzyna Kwapisz-Osadnik. Le Giornate dei Giovani Italianisti, iniziativa indipendente ma sostenuta dalla SIP, sono invece un vero trampolino di lancio per chi è all’inizio del percorso accademico. Sono incontri importanti che mostrano, in modo concreto, come il futuro dell’italianistica polacca si stia già costruendo, passo dopo passo.

Il decimo anniversario della SIP è stato celebrato con una tavola rotonda dal titolo Passato – presente – futuro degli studi italiani in Polonia. L’incontro, moderato da Maria Załęska e Agnieszka Kwapiszewska, ha riunito soci della SIP, rappresentanti delle istituzioni culturali italiane e studenti di italianistica. È stato un momento di riflessione, di racconto, di aneddoti. 

Elżbieta Jamrozik ha ripercorso la lunga storia degli studi italiani in Polonia. Ha alternato il racconto istituzionale a momenti di nostalgia e alle lezioni che arrivano dal passato. Il primo presidente della SIP, Artur Gałkowski, ha evocato una galleria di persone, anzi di personaggi: figure che, con le loro idee e il loro impegno, hanno contribuito a modellare l’identità della Società nei dieci anni della sua storia istituzionale. Fabio Troisi, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, ha richiamato le origini dell’attività dell’IIC in Polonia, sottolineando la solidità delle relazioni costruite nel tempo, anche nel corso della realizzazione di varie iniziative della SIP.

Gli studenti, nei loro interventi, si sono concentrati soprattutto sulla loro esperienza diretta, sul presente. È stato illuminante ascoltare che cosa li attrae oggi allo studio della lingua e della cultura italiana. La prospettiva degli studenti italiani, giunti in Polonia per studiare la loro lingua e la loro cultura, ha messo in luce il valore del programma di scambio Erasmus+, capace di ampliare gli orizzonti. Lucyna Marcol-Cacoń ha sottolineato l’importanza della creatività nella costruzione degli attuali curricula universitari. Matteo Ogliari, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, ha presentato svariate forme di supporto offerte dai due IIC e dal Ministero degli Affari Esteri allo sviluppo degli studi italiani in Polonia.

Il passaggio dal tema del presente al futuro è stato naturale. Gli studenti si sono soffermati sulle possibilità di carriera per i laureati in lingua e cultura italiana e sulle competenze del futuro, sempre più richieste. Continuando il tema, Matteo Ogliari ha guardato al futuro attraverso la lente delle politiche culturali delle istituzioni italiane presenti in Polonia. Fabio Troisi ha invece sottolineato il valore dell’educazione umanistica come preparazione solida per affrontare le sfide del futuro. La tavola rotonda si è conclusa con le osservazioni di Roman Sosnowski sulle digital humanities e sull’intelligenza artificiale come strumenti che favoriscono l’integrazione delle competenze del futuro nei programmi di studio. Non restava che ammettere: il futuro è già qui. Sta entrando adesso sia nelle aule che nelle pratiche quotidiane.

Anche l’anniversario della SIP va letto come punto d’incontro tra passato e futuro. Non è soltanto un momento di bilancio, ma anche di rilancio. La SIP intende continuare a svilupparsi e a rafforzare la propria posizione come punto di riferimento tra gli italianisti, affinché nei prossimi anniversari non manchino nuove storie da raccontare. Perché la SIP non è solo un’associazione, ma una comunità unita dalla passione per la lingua e la cultura italiane, impegnata a coltivare l’amicizia tra la Polonia e l’Italia.

 

Per le attività della SIP, si invita a consultare il sito: https://stowarzyszenieitalianistow.pl/