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Gazzetta Italia 102 (dicembre 2023 – gennaio 2024)

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Una meravigliosa veduta delle Langhe piemontesi apre la 102^ Gazzetta Italia. Un numero impreziosito dall’intervista all’eclettica artista italo-polacca Monika Mariotti, dall’articolo dedicato al celebre marchio di cappelli Borsalino e da una serie di stimolanti proposte di viaggio in Italia tra cui il racconto dei giri in solitaria per il Bel Paese della blogger Mirka Jeske. E per la serie Polonia da visitare segnaliamo l’articolo di Elisa Baioni sulle meraviglie naturalistiche dello Slowinski Park Narodowy. Non mancano poi le tradizionali rubriche di cucina (in particolare di Emilia Romagna, Friuli e Piemonte), benessere, motori (la storia della Lamborghini 350), letteratura, fumetti, angolo linguistico ed etimologia. Insomma correte agli Empik o scriveteci per non farvi sfuggire questo numero 102 che vi consentirà di partecipare anche ai nostri vari concorsi con premi. Buona lettura!

Un combattente italiano a Poznań

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traduzione it: Agata Pachucy

Per la popolazione di Poznań l’Insurrezione della Wielkopolska rappresenta uno dei momenti storici più importanti, una vittoriosa rivolta di liberazione nazionale, con orgoglio ricordata ancora oggi in tutto il Paese. Vi parteciparono migliaia di cittadini della Grande Polonia, desiderosi di liberarsi dalle catene della schiavitù imposta dall’oppressore prussiano.

Storia tragica

Per la libertà della Wielkopolska, oltre agli abitanti della regione, combatterono anche i rappresentanti di altre nazioni. Uno di loro era l’italiano Novizzo Cittadini e vale la pena ricordarlo, soprattutto in occasione del 125° anniversario della sua nascita che ricorreva il 21 agosto scorso.

Questo soldato di fanteria italiana, catturato durante la famosa battaglia italo-austriaca di Caporetto, fu esiliato dalla sua patria per decisione del nemico e finì in un campo per prigionieri di guerra a Strzałków. In seguito Cittadini fece un viaggio attraverso l’Europa, che lo portò nella Grande Polonia.

Quando l’accordo tra gli Alleati e i tedeschi che pose fine alla Prima Guerra Mondiale portò alla liberazione dei prigionieri detenuti nel campo, Cittadini, invece di tornare subito in patria, decise di unirsi al popolo combattente per la libertà della Grande Polonia e di schierarsi al loro fianco contro l’aggressore tedesco. Purtroppo la sua storia, pur segnata da un atto eroico, fu molto triste. L’italiano non ebbe mai l’opportunità di partecipare a un combattimento diretto con il nemico. Mentre puliva la sua arma, per sbaglio, si sparò allo stomaco. In seguito dello sfortunato incidente morì dopo pochi giorni a causa delle gravi ferite riportate.

Simbolo

Sembrerebbe che questo evento debba chiudere la sua storia. Tuttavia, Novizzo Cittadini divenne un simbolo importante per i polacchi e per il loro rinato Stato. La sua sepoltura si svolse con i massimi onori. Alla cerimonia funebre parteciparono illustri rappresentanti della Polonia, dell’Italia e molti abitanti di Poznań. L’evento dimostrò simbolicamente l’amicizia tra le due nazioni e sottolineò inoltre il riconoscimento da parte dell’Italia della rinascita della Repubblica polacca. Dopo il funerale, la figura di Cittadini continuò a suscitare un vivo interesse e molte persone vollero saperne di più. La stampa locale scrisse molto sul soldato italiano caduto, ma purtroppo molti degli articoli dell’epoca erano imprecisi. Spesso confondevano il suo nome e persino la sua unità, dipingendolo come un aviatore. Cittadini divenne un simbolo della lotta comune “per la nostra e la vostra libertà”, che ricorda gli eventi del XIX secolo, quando molti polacchi parteciparono attivamente alla lotta per l’unità d’Italia. Il ricordo di Novizzo Cittadini è ancora vivo. Il merito è dell’associazione Polonia – Italia di Poznań i cui membri visitano ogni anno a giugno la tomba del soldato nel parco della Cittadella. Questa tradizione, come la storia stessa dell’associazione di Poznań, risale agli anni Trenta del secolo scorso. Già allora i membri ricordavano il coraggioso italiano, il suo contributo simbolico alla nostra regione e all’amicizia italo-polacca.

Charity Bazaar e rifugiati ucraini a Łowicz, il grande cuore degli Italiani in Polonia

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È stato un generoso weekend prenatalizio all’insegna della beneficenza. Ieri nel palazzetto Torwar a Varsavia si è svolto il tradizionale Charity Bazaar organizzato dallo SHOM (Association of the Spouses of Heads of Mission in Warsaw), con il patrocinio della First Lady Sig.ra Agata Kornhauser-Duda, e giunto alla XVI edizione. Grandissimo il successo dello stand preparato dall’Ambasciata Italiana che ha portato ad una importante raccolta di fondi, una delle migliori degli ultimi anni, il cui dettaglio sarà reso noto nei prossimi giorni. Uno stand vivace, ricco di prodotti di qualità offerti dalle tantissime aziende italiane che hanno partecipato all’iniziativa caritatevole, che si è giovato del contributo di una trentina di volontari tra cui membri del COMITES e del Lions Club Warszawa Centrum. Uno stand nazionale supportato dall’ambasciatore in persona, Luca Franchetti Pardo con la moglie Marta Azevedo le cui crostate di marmellata sono andate a ruba insieme a buon espresso.

Un weekend di beneficenza iniziato il sabato con la visita a Lowicz dell’Ambasciatore Luca Franchetti Pardo con la moglie Marta per incontrare le donne e i bambini ucraini che hanno trovato rifugio e lavoro grazie alla generosa iniziativa dell’imprenditore italiano Umberto Magrini che ha messo a disposizione una struttura ricettiva col tempo dotata di scuola di musica, spazi di ricreazione, biblioteca ed ora anche arricchita da una graditissima macchina per lo zucchero filato regalata dall’ambasciatore e dalla moglie, insieme ai pacchi natalizi distribuiti sabato a tutti i bambini. Una iniziativa di assistenza straordinaria quella di Lowicz resa possibile anche dal supporto di AVSI Polonia, sabato scorso presente con il suo presidente Donato Di Gilio, e del Lions Club Warszawa Centrum rappresentato da Francesco Paolo Montefusco e Domenico di Bisceglie.

Donato Carrisi: storie che ipnotizzano

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Roma 13/1/16 - Recorrido por Roma con el escritor Donato Carrisi en los escenarios de su novela " El cazador de la oscuridad"- Foto: Vicens Gimenez/Duomo Ediciones

In Polonia è appena uscito il suo film Io sono l’abisso, tratto dall’omonimo libro, e nello stesso tempo è stata pubblicata la traduzione del secondo romanzo del ciclo su Pietro Gerber: La casa senza ricordi.  Lei è più contento per la traduzione del libro, oppure per il film?

È come chiedermi se voglio più bene il mio primo figlio o il mio secondo figlio, non è facile rispondere. È strano uscire contemporaneamente con un film e con un libro, però sono i due lati di Donato Carrisi. 

Sicuramente è abituato al successo che ottengono le sue opere in Italia e all’estero. Come è arrivato a questo punto: come è cominciata la sua carriera di scrittore?

Tutto iniziò nel 1999 grazie ad un libraio che mi consigliò di leggere Il ragno di Michael Connelly. All’inizio mi rifiutavo di leggere thriller, poi però ho dato una chance a Connelly e ho capito che il thriller era la mia strada. All’inizio avevo scritto delle sceneggiature e la mia ambizione era quella di fare il regista. Però nessuno credeva che si potesse scrivere un vero thriller italiano. Mi sentivo un po’ come Sergio Leone quando ha cominciato a fare i western, perché non c’erano scrittori di thriller italiani. E allora che cosa ho fatto? Ho trasformato la prima sceneggiatura in un romanzo: Il suggeritore. E da lì è cominciato tutto. Dopo aver pubblicato una serie di romanzi sono tornato al cinema ed è stato più facile a quel punto fare anche i film. La cosa incredibile è che Connelly proprio nel 1999 vinse, in Italia, il Premio Bancarella e dieci anni dopo, nel 2009, l’ho vinto io con Il suggeritore

Quali sono state le altre fonti di ispirazione per quanto riguarda il thriller?

Tutti i maestri che mi hanno ispirato poi sono diventati miei amici: Ken Follet, Dan Brown, oppure Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stephen King. All’inizio li leggevo e quando poi li ho conosciuti, ho capito che eravamo molto simili. E sono stato accolto molto bene da questo circolo di scrittori di thriller. 

E lei si aspettava di ottenere un successo mondiale?

In parte sì, ma è come se avessi un sesto senso. E come se una vocina dentro di me mi dicesse: “scrivi questo libro, perché questo libro piacerà”. E non so come spiegarlo, era un’ispirazione più che una presunzione. Mi sentivo veramente ispirato.

Il grande tema delle sue opere sembra quello della responsabilità del male. Nel Suggeritore, così come nel ciclo su Gerber e in Io sono l’abisso, il male viene, in un certo senso, ispirato. Chi è quindi responsabile del male?

Noi tutti siamo responsabili del male. Però la nostra tendenza è quella di volerci liberare dalla responsabilità: se succede qualcosa, noi ci assolviamo. Anzi, quando vediamo il mostro, questa cosa ci solleva; additandolo, chiamandolo appunto “mostro”, lo rendiamo immediatamente diverso da noi. Invece i mostri ci assomigliano. Il serial killer, il protagonista di Io sono l’abisso che è un mostro per eccellenza, non è affatto mostruoso, anzi, è un uomo invisibile che sembra innocuo. Se non fosse così, non sarebbe seriale, non potrebbe uccidere così tanto in una corsa del tempo. 

In Io sono l’abisso c’entra anche la responsabilità sociale. La situazione patologica nel nucleo familiare, la mancanza dell’effettivo aiuto da parte della società formano un serial killer. Il male si può spiegare o giustificare?

Giustificare no, spiegare sì: anzi, abbiamo il dovere di spiegare il male, perché l’unico modo di prevenirlo è conoscerlo. Soltanto avvicinandoci e guardandolo meglio riusciamo a riconoscerlo in futuro. Il male è sempre il frutto di un’educazione, di un ambiente. È difficile che una persona che è nata in un ambiente protetto poi diventi malvagia, a meno che non sia una malvagità patologica. 

In Io sono l’abisso affronta il problema della violenza femminile: nel libro il tema è ancora più approfondito che nel film. L’arte può contribuire alla sensibilizzazione della società verso certi temi? 

Certo. A me è successo dopo quel libro e dopo il film di ricevere molti messaggi da parte di donne che non si erano rese conto di essere le vittime di violenza, soprattutto psicologica. Mi scrivevano: “io sto con un uomo che non ha mai alzato un dito ma tutte le volte che litighiamo io temo che lo faccia, ho paura che lo faccia, ma non l’ha mai fatto”. Ecco, quella paura è sufficiente, è già violenza l’incutere in qualcun altro quel timore. 

Nelle sue ultime opere la violenza viene mostrata in contesti meno ovvi, come la violenza da parte della madre in Io sono l’abisso, oppure da parte dei bambini nel ciclo sull’ipnotista, soprattutto ne La casa delle luci. Considera la violenza intrinseca alla natura umana?

Non parlerei di violenza, parlerei di male. Il male è intrinseco alla natura umana e non è detto che si manifesti sotto forma di violenza. La violenza è solo la forma più riconoscibile. Non c’è bisogno che una madre picchi un bambino per fargli del male, è più che sufficiente che lo respinga. 

In Io sono l’abisso si mostra il contrasto tra menzogna e verità. La verità è crudele, come la madre, che si chiama, forse non a caso, Vera. Quale sarebbe la relazione tra verità e menzogna dal punto di vista di uno scrittore?

Bella domanda. Allora partiamo da una considerazione psicologica. Ogni essere umano mente almeno cinquanta volte ogni giorno: piccole bugie, piccoli atteggiamenti, questo fa parte proprio della natura umana. È una cosa quasi inconsapevole. Ha diverse sfaccettature la menzogna. A volte è uno strumento di difesa, altre volte uno strumento d’attacco o un atteggiamento sociale. Per esempio, la famiglia della ragazzina con il ciuffo viola utilizza la menzogna come strumento sociale. Ecco, è questo che fa il thriller: si serve delle menzogne per raccontare delle storie, da lì nasce il mistero, da lì nasce la suspence: dal disvelamento di una bugia.

Da dove è nata l’ispirazione per il ciclo su Pietro Gerber? Perché si è interessato all’ipnosi?

Era molto tempo che pensavo di scrivere qualcosa sull’ipnosi. Ho capito che la strada giusta era utilizzare un ipnotista di bambini, perché si pensa sempre che la mente dei bambini sia piuttosto elementare, semplice da esplorare; invece è un labirinto in cui ci si può perdere. E poi mi sono sottoposto all’ipnosi, appunto, per capire come funzionasse il meccanismo. E sono andato nello studio di una bravissima ipnotista di Milano, che adesso è diventata una dei miei consulenti. Era un bel pomeriggio di primavera, c’era un bel sole fuori e lei guidava la mia trance. Io però pensavo: “ma quand’è che finisce tutto questo”, ero pienamente cosciente. E dopo mezz’ora ho aperto gli occhi e ho scoperto che fuori dalla finestra era buio. Non era passata mezz’ora, erano passate tre ore e io non me ne ero accorto. L’ipnosi è proprio questo: è un viaggio dentro sé stessi. Aumenta il contatto con sé stessi e invece svanisce il contatto con la realtà che ci circonda.

Il ciclo su Gerber è ambientato a Firenze. 

Sì, ma ho tolto da Firenze i turisti. Li ho tolti tutti e così Firenze è proprio autentica. 

Perché Firenze?

Perché Firenze è una città magica. Adesso è diventata un lunapark, un po’ come Venezia, invasa dai turisti e quasi irriconoscibile. Firenze dietro ogni angolo nasconde un segreto, ogni piccolo pezzo di pietra ha una storia, è incredibile. Bisogna inoltre capire se l’ambiente è semplicemente una scenografia o un personaggio: Firenze nel ciclo su Gerber è una protagonista. Non credo che questa storia avrebbe la stessa efficacia se non fosse ambientata a Firenze.

Esiste un legame tra l’ipnotista e il narratore? Il compito di uno scrittore è anche quello di incantare la gente?

Beh, si spera di sì. Non è detto che ci si riesca tutte le volte, però la speranza è fondamentalmente quella. 

Come scrive di solito? Secondo un’agenda rigida oppure in modo più indisciplinato?

Non credo che esista lo scrittore che si metta lì a scrivere dalle sette del mattino per dieci ore. Sarebbe come essere un impiegato. No, io esco molto di casa per andare a cercare le storie, i personaggi. Questo è molto importante: viaggiare e sentire. Infatti, ci sono due anni di ricerca dietro ogni mio libro. Il punto di partenza è sempre una storia reale, metto insieme più storie di solito. E poi la scrittura è l’ultima cosa. Sono molto indisciplinato quando scrivo, posso scrivere a qualsiasi ora del giorno. Quando vengo colto da un’idea, da un’ispirazione, devo scrivere. 

Le letture, invece? Quanto e cosa legge?

Leggo di tutto. Io dico sempre agli aspiranti scrittori: “dovete leggere almeno (!) centotrenta libri l’anno”. È proprio il minimo indispensabile. E leggo veramente di tutto. Sono onnivoro, non leggo solo thriller, chiaramente. Leggo saggi, romanzi d’amore, cose del passato, cose molto recenti, non ho limiti. 

In Polonia i suoi libri sono molto amati. Qual è il suo rapporto con il pubblico straniero?

Ottimo, perché i libri uniscono. Le storie sono universali quindi possiamo venire da culture diverse, però le emozioni umane sono sempre quelle. Il cinema, la letteratura sono dei ponti che uniscono i popoli. 

Come si sente vedendo i suoi libri tradotti in varie lingue?

È molto gratificante. Immaginare che in questo momento quando noi parliamo c’è qualcuno dall’altra parte del mondo che sta leggendo il mio libro è un bel pensiero. Come se ci fosse qualcosa che va al di là di me. Perché le storie non mi appartengono. Una volta che le ho rinchiuse in un libro, è come se non fossero più mie. Appartengono a chi apre quel libro e decide di sfogliarlo. 

Ha un messaggio da trasmettere al pubblico polacco?

Sì: che vorrei essere lì, vorrei entrare nelle sale cinematografiche, sedermi accanto agli spettatori, così come faccio in Italia. Vorrei entrare nelle librerie per cercare quelli che sfogliano i miei libri. È un gran rammarico questo, infatti, spero di venire presto e rimediare. Vorrei venire in Polonia anche perché ci sono stato un paio di volte in passato, ma veramente di sfuggita. Quindi vorrei approfondire la conoscenza della Polonia. E sarebbe interessante ambientare qualcosa in questo Paese.

Ottima idea! Così potremmo diventare anche dei suoi consulenti, per quanto riguarda Varsavia per esempio che secondo me si presta bene ad essere l’ambiente per un thriller.

È perfetto [ride, n.d.r.]. Io trovo che abbiate delle ambientazioni thriller straordinarie. Non ancora esplorate poi, tra l’altro. Quindi sì, sono convinto che si possa fare. Sarebbe una cosa interessante mettere l’Italia e la Polonia in contatto: questi due mondi che sembrano diversi ma secondo me sono veramente molto simili.

Speriamo quindi che venga presto. La ringrazio.

Grazie. Ci vedremo a Varsavia l’anno prossimo. Che tempo fa oggi a Varsavia?

C’è il sole.

Ah, bene! 

Credo che tra un anno sarà già pubblicata la traduzione polacca del terzo volume del ciclo su Pietro Gerber uscito ultimamente in Italia, La casa delle luci. A me è piaciuto tanto.

Ha già letto La casa delle luci?

Sì, certo.

Benissimo. Arriveranno poi altre Case, in futuro. 

All’IIC di Varsavia gli artisti italiani e polacchi omaggiano Italo Calvino

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Cinque artisti italiani, cinque artisti polacchi, due curatori. Sono questi i numeri della mostra Qfwfq. Storie di artisti in movimento, recentemente inaugurata nelle sale dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia. Visitabile fino al prossimo 6 dicembre, la rassegna pone in dialogo alcuni degli artisti più interessanti e affermati delle scene culturali di entrambi i Paesi, mettendo insieme un nucleo esteso di opere ispirate al tema del viaggio. 

Alla base del progetto espositivo (curato da Leonardo Regano e Alex Urso) c’è infatti l’idea del viaggiare: un concept complesso e sfaccettato, per l’occasione declinato alla figura di Italo Calvino, protagonista nel centenario della nascita. Il titolo stesso della rassegna fa riferimento a Qfwfq, personaggio de Le Cosmicomiche e di Ti con zero: un viaggiatore che si muove oltre lo spazio e il tempo conosciuto, preso metaforicamente come testimone e narratore del tragitto di visita. In ognuna delle opere in mostra, e sul filo della poetica del grande scrittore italiano, il tema del viaggio e delle migrazioni viene dunque affrontato dai singoli artisti con linguaggi e modalità differenti, mettendo a segno un racconto corale dedicato a senso del partire e del tornare

Così è per Karolina Grzywnowicz, che nella sua installazione sonora porta la dimensione del viaggio in una connotazione storica e politica, legandola alla memoria collettiva e identitaria di un popolo. Every Song Knows its Home è un archivio digitale che raccoglie alcuni dei canti popolari che accompagnano il viaggio dei rifugiati. Anche Radek Szlaga e Alex Urso legano la loro ricerca al tema delle migrazioni, attraverso una serie di dipinti su tela e collage di carta nei quali foto private ed elementi riconducibili alle loro esperienze personali si intrecciano a frammenti di mappe e cartine geografiche di territori vissuti o sognati. 

Accende invece i riflettori sulla storia di Cristina Calderón la serie di disegni di Elena Bellantoni, artista che ha fatto della pratica relazionale l’aspetto centrale della sua ricerca: le quattro opere in mostra sono il risultato dell’incontro con l’ultima persona vivente che, da madrelingua, parlava lo yaghan, antico idioma dei nativi americani stanziali nella Patagonia meridionale argentina. 

Il percorso di visita include inoltre una serie di fotografie in bianco e nero di Giuseppe Stampone ispirate alla sua terra d’origine, l’Abruzzo; un prezioso ed esteso collage di Diana Lelonek riconducibile al paesaggio della Slesia; la complessa installazione di Jacopo Mazzonelli (una citazione inedita delle 27 bandiere dell’Unione Europea); tre opere intime ed emozionali di Marta Nadolle, e una delicata scultura in tessuto firmata da Claudia Losi

Iconica e rappresentativa è infine la serie di fotografie e sculture del polacco Michał Smandek, nelle quali alcuni vulcani italiani si palesano agli occhi del pubblico interagendo con degli oggetti presenti in sala. Il “viaggio” di Smandek, tra Italia e Polonia, conclude idealmente il percorso di visita, unendo i dieci artisti nel segno del dialogo e della riflessione comune.

Xylella – un nemico venuto da lontano

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foto: immagini dal documento “il tempo dei Giganti” di Davide Barletti, Lorenzo Conte, Bari, Dinamo Film 2023

Se ti capita di prendere un aereo da Varsavia a Bari e decidi di andare a visitare Lecce, percorrendo la superstrada e guardando verso est, vedrai il mare e il cielo che si fondono gradualmente fino a toccarsi all’orizzonte in un blu intenso. Un lembo di terra ti separa dal mare: in un movimento immobile ed eterno il paesaggio è segnato dal rosso della terra argillosa e dal verde argentato delle chiome dei “canuti” ulivi. Gli alberi sono lì da sempre, sembrano contemplare silenziosi il mare. Questo era il paesaggio che ammiravo quando tornavo a casa fino a qualche anno fa. Adesso non più. Il paesaggio è cambiato. Quel verde dalle chiome d’argento degli ulivi secolari sta ormai quasi scomparendo, sostituito da un grigio spento, sinonimo non più di vecchiaia e saggezza, ma di morte. Tutto ciò è il risultato di un batterio, la Xylella Fastidiosa, che ha decimato una pianta, l’ulivo, vissuta in questa regione per centinaia di anni. Si tratta, dicono, della “peggior emergenza fitosanitaria al mondo”. La gran parte di questi alberi infatti ha una storia centenaria se non millenaria, ha visto il susseguirsi di popoli e civiltà ed ora sta morendo.

Questa è una storia che, di primo acchito, riguarda solo il “mondo vegetale”, ma che ha delle incredibili assonanze con un’altra pandemia che di lì a pochi anni avrebbe colpito il “mondo umano”. La narrazione di questo disastro ambientale però è stata spesso frammentaria e poco chiara. Soprattutto per me che non vivo più in quei luoghi. Le notizie arrivavano, ma le spiegazioni no. L’unica cosa chiara era vedere il rapido procedere dell’essiccamento degli ulivi, in direzione contraria rispetto al mio ritorno a casa. I campi un tempo verdi, pian piano si dipingevano di nero, dal Salento fino alla provincia di Bari. Per capire allora come sia possibile che un albero così longevo stia velocemente sparendo, mi sono dovuto informare leggendo il libro “La morte dei Giganti” del giornalista salentino Stefano Martella. Andiamo però con ordine. Per capire come siano andate le cose bisogna per prima cosa fare un passo indietro.

È l’estate del 2013 e nelle campagne del Salento i contadini e gli imprenditori agricoli da qualche mese osservano con ansia qualcosa di inusuale e mai visto fino ad allora: gli alberi di ulivo stanno seccando ad una velocità impressionante. Gigantesche sculture di legno improvvisamente stanno vedendo le proprie chiome diventare marroni e appassire. Nel giro di poco il tronco secca e gli alberi muoiono. Intanto nella sede dell’Istituto del Cnr di Bari alcuni ricercatori, guidati dal Direttore Donato Boscia, analizzano i rami degli ulivi essiccati. Dalla diagnosi molecolare risulta la presenza di un patogeno da quarantena: la Xylella Fastidiosa; tutto ciò è molto strano perché questo tipo di batterio non ha mai colpito l’ulivo. I ricercatori pensano ad un errore e ripetono le analisi. Il risultato però non cambia. La Xylella è un batterio che intacca gli xilemi degli alberi, vale a dire le vene che portano la linfa, e inibisce la circolazione di acqua e minerali. L’albero senza linfa non fa la fotosintesi e in poco tempo secca e muore. Questo batterio però ha bisogno di un insetto per passare da una pianta all’altra: una cicala chiamata “Sputacchina” perché, per proteggersi dai predatori, produce bava. La cicala si nutre della linfa degli ulivi, portando con sé il batterio da una pianta malata ad una sana. La Xylella si sta diffondendo a macchia d’olio e non si fermerà se non si agisce in tempi brevi. Lo stato d’emergenza viene dichiarato.

Viene nominato un commissario straordinario per la gestione dello stato di emergenza: Giuseppe Silletti, comandante della Regione Puglia del Corpo forestale dello Stato, il quale propone, sotto le direttive dell’Unione Europea, un piano di eradicazione di tutte le piante malate nella zona infetta, il trattamento con diserbanti e insetticidi per eliminare l’insetto vettore in una zona cuscinetto e il monitoraggio delle zone limitrofe per capire se il batterio si sta diffondendo. Sono misure drastiche che servono per arginare il diffondersi della Xylella. Misure che assomigliano a quelle prese per frenare il diffondersi del Covid. Ma le analogie non si fermano qui. Una volta annunciate le misure si scatena uno psico-dramma collettivo. La gente scende in piazza chiedendo di fermare lo sradicamento, fanno barricate per fermare le ruspe e dal mondo della cultura e dello spettacolo si alzano moltissime voci in difesa degli ulivi. Il risultato è che il piano viene bloccato, a causa anche dell’atteggiamento ondivago della politica, che sulla carta accetta il piano dell’Unione Europea, ma nei fatti non le attua, appoggiando le opinioni della piazza per un semplice tornaconto elettorale. In più serpeggia tra la popolazione l’idea di un complotto ai danni di quella pianta centenaria simbolo dell’identità della Regione. Tra le varie idee complottiste quella più accreditata è che il batterio, qualche anno prima dell’inizio della pandemia, sia stato introdotto da una società di ricerca scientifica di nome Allelyx (Xylella scritto al contrario) durante un convegno scientifico organizzato a Bari per studiare i pericoli di questo batterio. Il batterio inspiegabilmente è scomparso dai laboratori. Si è diffuso nell’ambiente. Secondo la vulgata dietro a tutto ciò c’è un deus ex machina, con un nome noto a tutti: la Monsanto. La multinazionale avrebbe intenzione di eradicare gli ulivi autoctoni per impiantare i suoi ulivi geneticamente modificati. E per fare questo diffonde un batterio attraverso una sua società satellite che si chiama come il batterio stesso ma al contrario. Il complotto è servito: peccato però che il batterio portato al convegno sia di un ceppo diverso da quello trovato nel Salento e che il focolaio, Gallipoli, sia a 200 km da Bari. Infine, Allelyx in effetti esiste veramente ed è stata acquisita dalla Monsanto. È una società brasiliana formata da un gruppo di ricercatori che studia la Xylella da sempre, da prima che la Monsanto l’acquisisse, ed è proprio per questo che si chiama così.

La popolazione però non può accettare che quella pianta secolare possa morire. Tra i primi a farne le spese è il gruppo di ricerca che ha scoperto la presenza del batterio nell’ulivo. La lista dei capi d’accusa è lunghissima: va dalla diffusione colposa di una malattia delle piante, all’inquinamento ambientale, fino alla distruzione o il deturpamento di bellezze naturali. Tutti capi andati in archivio. In archivio invece non è andato il costante avanzamento dell’infezione sanitaria, che ha colpito ventuno milioni di piante, con oltre ottomila chilometri quadrati di territorio, pari al 40% del territorio regionale. La produzione di olio è calata da venti tonnellate a tre tonnellate. Si stima che le perdite economiche relative a tutta la filiera siano intorno a oltre 1,6 miliardi di euro. Se si fossero messe in atto quelle misure forse non avremmo questi numeri sottomano.

Ma allora se non è un complotto da dove arriva questa Xylella? Il batterio è sbarcato in Europa attraverso una pianta di caffè proveniente dal Costa Rica ed è arrivata al mercato florovivaistico di Taviano, un paesino vicino a Gallipoli, l’epicentro dell’epidemia. Qui ha trovato terreno fertile per diffondersi rapidamente: un clima temperato, un territorio votato alla monocoltura e delle piante indebolite da anni di uso di diserbanti hanno fatto deflagrare la bomba. Bomba che ha creato un cortocircuito nel “mondo umano”: la fiducia è venuta meno e la ricerca delle responsabilità ha preso il posto della ricerca delle soluzioni. L’Unione Europea è colpevole per non aver mai adottato una politica di controllo sulle piante venute da altri continenti, la politica locale ha mostrato incapacità di prendere dei provvedimenti malvisti dall’opinione pubblica e i coltivatori e gli imprenditori agricoli sono responsabili di non essersi presi cura di quella pianta secolare in maniera organica in quanto interessati solo al profitto. Inoltre la scienza è stata vista dall’opinione pubblica come un nemico, come qualcosa di contro natura. In una fantomatica età dell’oro in cui l’uomo è tutt’uno con la natura, la scienza è vista come un elemento di rottura. Anche la scienza stessa però ha delle grosse responsabilità in tutto ciò: pensa che la sua verità sia auto-evidente e che questo credito di verità le debba essere elargito in maniera fideistica. Ma così non è: la scienza è solo uno dei linguaggi che l’uomo usa per abitare il mondo. Il linguaggio però è ciò che rende umano l’uomo. Se il leone ruggisce, la pianta fa la fotosintesi, l’uomo parla. Quindi il linguaggio è l’uomo e la scienza è uno dei linguaggi. Da sempre. L’uomo però è natura. Pensare l’uomo fuori dalla natura solo perché possiede il linguaggio, crea solo delle catastrofi. Quindi anche la scienza è, e deve pensarsi, come natura. Forse è necessario ripensare l’uomo in questi termini per superare la divisione tra uomo e natura e recuperare la fiducia tra gli stessi uomini.

Forse è proprio questo quello che questa tragica vicenda ci può insegnare. Ora si è finalmente smesso di cercare un colpevole e si sta cercando una soluzione. C’è chi reimpianta una specie di ulivo autoctona, che per il momento sembra immune alla Xylella. C’è chi invece ha iniziato a piantare gli alberi di Quercia e di Leccio, presenti sul territorio prima che tutto venisse riconvertito alla coltura dell’ulivo per ragioni produttive. E c’è chi sta provando a innestare le varie specie di piante, per trovare una pianta immune al batterio. A questi progetti stanno partecipando ricercatori da tutta l’Europa, perché se ora le condizioni climatiche per il diffondersi del batterio sono ottimali nel sud Europa, tra qualche anno potrebbero esserlo nel centro o nel nord. Se muoiono gli ulivi che rappresentano il 60% del verde di una regione, bisogna trovare una soluzione per poter vivere in una terra abitabile. Alla fine quello che riguarda il mondo vegetale e animale, riguarda per forza di cose anche il mondo umano.

 

1  S. Martella, La morte dei Giganti. Il batterio Xylella e la strage degli ulivi millenari, Milano, Meltemi Editore, 2022. Da questa approfondita ricerca è stato tratto anche un interessante documentario diretto da Davide Barletti e Lorenzo Conte che si chiama “Il tempo dei Giganti.”

 

Italy Ambassador Awards, Poland Edition 2023

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Foto: Dariusz Dudzik

In un’epoca in cui il turismo di massa spesso sale negativamente alle cronache della stampa, per i comportamenti irrispettosi dei turisti o per l’invasione di alcune delicate città d’arte o spiagge inserite in contesti naturali da tutelare, ecco che il ruolo degli influencer di viaggio si fa ancora più importante per stimolare comportamenti virtuosi tra i viaggiatori suggerendo al contempo viaggi interessanti verso luoghi meno battuti o nuovi modi per visitare con intelligenza mete iperturistiche.

Per queste ragioni sottolineiamo l’importanza degli IAW “Italy Ambassador Awards – Poland edition 2023” svoltisi lo scorso giugno a Cracovia con cerimonia di premiazione e cena di gala nella splendida cornice del Hotel Stary, organizzati da Italy Ambassador Awards in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia e con il patrocinio di ENIT e del Consolato Italiano di Cracovia.

Marzena Latosińska, Maria Magdalena Milczarek, Svetlana Trushnikova, Matteo Ogliari, Izabela Krzanowska

“Gli Italy Ambassador Awards – Edizione Polonia 2023, rappresentano un momento speciale per gratificare coloro che contribuiscono in modo speciale a promuovere le relazioni bilaterali tra Italia e Polonia. Questo premio testimonia l’importanza dell’amicizia e della cooperazione tra i due paesi che amo così tanto”, dichiara Izabela Krzanowska direttrice di IAW Poland.

Ania i Marcin Nowakowie

Durante la serata gli influencer hanno presentato le loro esperienze e la passione che li spinge a parlare dell’Italia attraverso i canali social Instagram, Facebook, TikTok, Youtube. Al termine delle presentazioni, una giuria internazionale ha selezionato il vincitore, che parteciperà di diritto alla finale del concorso italiano Italy Ambassador Awards a Firenze il prossimo novembre. I vincitori del Premio IAW Poland Edition 2023 sono stati ANIA & MARCIN NOWAKOWIE, con la loro pagina Instagram “wedrownemotyle”, con la seguente motivazione: “Per aver svolto un ruolo significativo nella promozione del turismo polacco in Italia, incoraggiando lo scambio culturale e l’arricchimento reciproco”. I vincitori hanno ricevuto bellissimo trofeo realizzato da famoso scultore polacco Kamil Zaitz. Sono poi stati assegnate anche alcune menzioni speciali da parte dei partners di IAW Poland Edition: Gazzetta Italia ha premiato Bartek Kiezun (krakowski makaroniarz) e Karol Weber (Inspektor_hotelowy), i ristoranti Sant’Antioco e Santa Caterina hanno premiato Katarzyna Wartalska (@wlochoterapia), Tre Sorelle ha premiato Bartek Kiezun – (krakowski makaroniarz), Mattia Centini – (throwback pasta), Kinga Gajewska, (kingagajatravels), Karolina Wiszniewska (italia_e_cucina), infine NORTHCOAST ha premiato Mattia Centini – (throwback pasta). Tutti i partecipanti hanno avuto attestati per il loro lavoro di promozione turistica sui social come Content Creator, per la competenza dimostrata e la responsabilità etica. La giuria, presieduta dalla fondatrice del Premio Italy Ambassador Awards Svetlana trushnikova insieme alla direttrice IAW Poland Izabela Krzanowska, era composta da rinomati professionisti appartenenti a varie categorie fra i quali: Matteo Ogliari (direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia), Katarzyna Likus (Console onorario di Cracovia), Sebastiano Giorgi (Direttore della rivista Gazzetta Italia), Brian Hauch Fenger (Managing Director AMKA Poland), Odoardo Spataro (titolare di KATANE gelato siciliano), Justyna Czekaj Grochowska (titolare di Portobello), Antonio Maglietta (titolare dei ristoranti Sant’Antioco e Santa Caterina), Piotr Wrona (titolare del Ristorante Tre Sorelle), Sebastian Synowiec (Direttore Horeca North Coast). La serata è stata impreziosita dall’esibizione del giovane talentuoso sassofonista Julian Brodski e dalla mostra dei quadri “L’Italia accogliente” dell’artista Michal Zakrzewski.

Karol Weber, Bartek Kiezun

Confindustria Polonia taglia il traguardo delle 100 imprese associate

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Due traguardi nel segno del 100. Questo il numero delle edizioni di Gazzetta Italia e 100, da alcune settimane, è anche il numero di imprese associate a Confindustria Polonia, l’Associazione degli imprenditori italiani che operano nel mercato polacco. Nata nel 2019, l’Associazione ha raccolto rapidamente l’adesione di una nutrita truppa delle tante aziende italiane presenti in Polonia, che si traduce in una rete di imprese rappresentate che operano in tutto il territorio polacco, con una particolare concentrazione nelle regioni di mazowieckie, śląskie e dolnośląskie. «Nonostante un primo periodo caratterizzato dalle gravi circostanze legate alla pandemia che abbiamo fortunatamente superato, il percorso di crescita dell’Associazione fino ad oggi è stato netto e motivo di orgoglio, come certifica l’importante traguardo appena raggiunto» spiega Alessandro Saglio, Direttore Generale di Confindustria Polonia, che aggiunge «Confindustria Polonia ha superato in breve tempo la fase di “start up” e si presenta oggi come una realtà consolidata e pienamente operativa nel supporto alla comunità imprenditoriale italo-polacca».

Il 2023 dell’Associazione è stato particolarmente intenso e ricco di eventi che hanno messo al centro la costruzione di ponti economici, sociali e culturali tra la Polonia e l’Italia. Le iniziative dell’Associazione hanno spaziato da eventi legati a specifici settori economici, come il recente “Work Smart: il lavoro che cambia in periodi di sfide”, durante il quale sono stati esplorati i principali trend legati al mondo del lavoro, fino a progetti legati alla beneficenza e al dialogo tra la cultura italiana e quella polacca. Grande attenzione è stata inoltre data all’attualità: i temi legati agli sviluppi della guerra in Ucraina e, in particolare, dell’apporto delle imprese italiane nel futuro processo di ricostruzione del territorio ucraino sono stati al centro di incontri e conferenze durante le quali Confindustria Polonia è stata parte attiva.

La partnership strategica con player quali Targi Kielce (tra i leader nel settore fieristico in Polonia) costituisce un valore aggiunto di fondamentale importanza, anche nella promozione di eventi in rappresentanza del Sistema Italia in Polonia. In particolare, la partecipazione del team di Confindustria Polonia a varie fiere organizzate da Targi Kielce durante l’anno (tra cui STOM, dedicata al settore della lavorazione dei metalli e Plastpol, dedicata al settore delle materie plastiche) ha consentito di raggiungere direttamente le imprese italiane presenti, favorendo il networking associativo. La partecipazione dell’Associazione alle fiere di settore ha consentito inoltre l’organizzazione di eventi tematici e di approfondimento all’interno delle fiere stesse, come il seminario “Industria italiana delle macchine per materie plastiche e gomma: relazioni con la Polonia e prospettive per il futuro”, organizzato durante Plastpol.

L’anno si concluderà in continuità con i mesi già trascorsi, con il ritorno di appuntamenti ormai diventati dei punti fissi nella programmazione di Confindustria Polonia e l’organizzazione di nuovi eventi. «A settembre vivremo un momento molto importante per la nostra Associazione, con l’organizzazione dell’Assemblea dei soci che sancirà il rinnovo del consiglio direttivo. In autunno partiremo per la consueta serie di appuntamenti del Roadshow di presentazione della Guida Paese Polonia 2023, il documento informativo di Confindustria Polonia giunto alla sua terza edizione. Non mancheranno inoltre nuovi eventi di approfondimento, come quello dedicato alla cybersecurity previsto per il mese di novembre. Chiuderemo l’anno con un momento di convivialità, per salutare insieme ai nostri soci il 2023 e accogliere il nuovo anno durante la Cena di Natale» spiega il direttore Saglio che, in chiusura, ringrazia i soci e partner strategici di Confindustria Polonia «Senza il prezioso supporto di Generali, PLOH, Rina e Senatrans non avremmo potuto raggiungere il prezioso traguardo dei 100 soci. A loro va il nostro plauso per averci sostenuto fin dal primo momento, arrivando insieme a festeggiare questo primo ma grande traguardo».

Wisława Szymborska e l’Italia

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fot. Michał Rusinek

Nella ricorrenza del centenario della sua nascita, avvenuta il 2 luglio 1923 a Kórnik (Polonia), Wisława Szymborska viene omaggiata in tutto il mondo da iniziative che ne celebrano la grandezza poetica. In particolare, al di fuori della Polonia, dove l’intero 2023 è stato proclamato anno di Wisława Szymborska, fanno scalpore il numero e la qualità degli eventi dedicati all’Autrice in Italia. 

foto: archivio della Fondazione Wisława Szymborska

La lunga serie di avvenimenti è stata aperta il 27 marzo dalla prima nazionale a Roma dello spettacolo Ascolta come mi batte forte il tuo cuore. Poesie, lettere e altre cianfrusaglie di Wisława Szymborska con la regia di Sergio Maifredi, da un’idea del professor Andrea Ceccherelli (Università di Bologna) e del professor Luigi Marinelli (Università La Sapienza, Roma). Lo spettacolo, un percorso tra parole ed emozioni in musica, è già stato rappresentato anche a Milano e Genova e – da qui alla fine dell’anno – approderà in altri importanti teatri italiani. Il 16 giugno è stata inaugurata a Genova, al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, la mostra Wisława Szymborska. La gioia di scrivere, che sarà visitabile fino al 3 settembre. L’esposizione è stata curata da Sergio Maifredi con le scenografie di Michał Jandura e raccoglie, tra le altre cose, 85 collage eseguiti dalla Poetessa, massime e versi estratti (e proiettati su parete) dai suoi componimenti, frammenti ingranditi del suo taccuino. Per la fine di novembre è in programma, inoltre, un grande convegno incentrato sull’opera di Szymborska alla Sapienza di Roma; subito dopo, due giornate dedicate all’impatto dei suoi testi in Italia si terranno alle università di Bari e di Napoli.

Tutte queste iniziative restituiscono tangibilmente il successo che i versi di Szymborska hanno riscontrato in Italia, un “caso poetico” senza eguali nel nostro Paese. Qui da noi si stima che un piccolo editore possa vendere tra le 150-300 copie di un libro di poesie particolarmente fortunato; mentre un editore medio riesca a piazzarne un migliaio circa, in caso di buona riuscita. I dati relativi al 2020, i più recenti che si possano reperire, dicono che dall’inizio dell’anno fino all’inizio di ottobre il libro di versi più venduto aveva raggiunto le 9.000 copie (ma il centesimo della classifica non aveva raggiunto neanche il migliaio). In quel periodo, solo 38 titoli avevano superato le 2.000 copie vendute e solo 7 le 5.000. Ecco, in un contesto simile la raccolta più venduta di Wisława Szymborska successiva al Nobel del 1996, Vista con granello di sabbia (Adelphi, 1998), nel 2006 aveva già accumulato 5 ristampe e 13.000 copie; oggi, Vista con granello di sabbia è alla 18° ristampa.

Per il successo editoriale di Szymborska in Italia, tuttavia, il punto di svolta è certamente rappresentato dalla pubblicazione da parte di Adelphi de La gioia di scrivere, uscito in prima edizione nel 2009. Si tratta di una silloge pressoché completa dei versi dell’Autrice, cui sono seguite alcune raccolte più esigue: l’ultima, Canzone nera, risale al 2022 e mette assieme i versi composti da Szymborska tra il 1944-1948. La gioia di scrivere, dal momento della sua comparsa sul mercato editoriale, è arrivato alla 20^ ristampa, seppure con numeri di stampa ogni volta diversi, a seconda della ricorrenza o occasione specifica che li motivasse.

foto: Michał Rusinek

C’è un episodio, in particolare, in cui si stringe ulteriormente il legame tra l’Italia e la Poetessa, e dopo il quale le vendite dei suoi libri registrano una nuova, clamorosa impennata. Il 5 febbraio 2012 (pochi giorni dopo la scomparsa di Szymborska), durante la trasmissione Che tempo che fa?, Roberto Saviano si sofferma su un verso della poesia Ogni caso, definendolo il più bello della poesia d’amore novecentesca: “Ascolta/come mi batte forte il tuo cuore”. La notte stessa, tramite i canali di vendita on-line, La gioia di scrivere registra la vendita di 800 copie; nei giorni immediatamente successivi, Adelphi esaurisce due ristampe da 15.000 copie l’una.

Roberto Saviano, peraltro, non è l’unico intellettuale ed artista italiano che abbia espresso il proprio apprezzamento per la poesia di Szymborska. I suoi versi sono finiti in una canzone di Jovanotti, Buon sangue (“Si nasce senza esperienza,/si muore senza assuefazione”, da: Nulla due volte); la sua arte ha spinto Vecchioni a dedicarle il brano Wisława Szymborska: “E quando canti chiedo/Ma chi le ha dato il cuore/La legge del sospiro/Per scrivere parole?”. Nel film Cuore sacro di Ferzan Özpetek (2005) dalla borsa di una piccola ladra cade a terra un volumetto di poesie di Szymborska; mentre Magnifica presenza (2012) dello stessa regista si apre con una dedica alla Poetessa appena scomparsa. Andrea Camilleri inserisce i versi di Szymborska all’interno di una delle avventure di Montalbano, Il metodo Catalanotti; mentre Umberto Eco, il 27 marzo 2009, di fronte all’Aula Magna di Santa Lucia a Bologna gremita da oltre 1.500 persone, esprime tutta la sua passione per l’autrice polacca lì presente leggendo il testo di Possibilità (“Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando./Preferisco prendere in considerazione perfino la possibilità/che l’essere abbia una sua ragione”) e chiosando con: “Preferisco Wisława Szymborska”.

foto: archivio della Fondazione Wisława Szymborska

Di certo tutte queste figure della realtà italiana della cultura e dell’arte, dall’estero basta ricordare le dichiarazioni di enorme stima da parte di Woody Allen (“La reputo una grande artista, che ha un’enorme influenza sulla mia gioia”), hanno fatto da garanti dell’importanza poetica di Szymborska, arrivando al grande pubblico in maniera più diretta rispetto ai canali canonici della critica letteraria. Al momento del confronto in solitudine tra il lettore e i versi della Poetessa, necessariamente, sono poi emerse tutte le qualità dei suoi componimenti e quelle di chi li ha restituiti in italiano. A Pietro Marchesani, storico traduttore di Wisława Szymborska, scomparso pochi mesi prima della Poetessa, dobbiamo anzitutto il merito di una fedeltà rigorosa al testo impreziosita da alcune mirabili scelte personali.

Volendo addentrarci nei motivi per cui i versi di Szymborska siano così diffusi in un Paese, come visto, tanto poco avvezzo alla poesia, dovremmo partire dalla semplicità esteriore dei suoi componimenti. “Mi preoccupo molto se qualcuno non capisce qualcosa di ciò che scrivo”, ebbe a dire in un’intervista. Effettivamente, i suoi testi sono (pressoché) privi di qualsiasi difficoltà alla ricezione; sono diretti in modo che il rapporto verticale autore-lettore, motivo di freddezza e distanza per molti potenziali fruitori, viene rimesso in pari. Talvolta si ha la sensazione di percorrere con il soggetto lirico, e con l’Autrice, il medesimo pezzetto di strada, condividendone le impressioni.

foto: archivio della Fondazione Wisława Szymborska

La spinta alla scrittura è generata dallo stupore nei confronti del mondo, che rappresenta anche il tratto più specifico della sua poesia: “Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché”, disse durante il discorso successivo all’assegnazione del Nobel. La condivisione di tale stupore crea con chi legge un rapporto strettissimo, che, come detto, non viene mai indebolito dal ricorso a una scrittura ermetica o complessa.

Le due parole: non so, che muovono l’ispirazione dell’Autrice, trascinano anche il lettore nel vortice di una ricerca continua, nella rincorsa ad un senso che pure non si troverà mai, laddove la vita significa anzitutto: “Persistere nel non sapere/qualcosa d’importante” (Un appunto).  Attraverso l’utilizzo di un’espressione chiara e diretta, dunque, la poesia di Szymborska si apre ad una dimensione filosofica, trascinandoci con lei: “Il savoir-vivre cosmico,/benché taccia sul nostro conto,/tuttavia esige qualcosa da noi:/un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal/e una partecipazione stupita a questo gioco/con regole ignote” (da: Disattenzione). Una volta sprofondati mani e piedi nelle grandi domande dell’universo, senza sapere come ci si è arrivati, ma senza volontà alcuna di uscirne, la poesia di Wisława Szymborska non ci abbandonerà più.