Attraversare il Rubicone

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Quando Giulio Cesare attraversò nel 49 a.C. il Rubicone insieme con le sue legioni, iniziando in questo modo la guerra contro il suo concorrente politico maggiore, introdusse il concetto di attraversare il Rubicone. Dalle sue labbra uscirono le famose parole “il dado è tratto”, il che significava che la decisone era stata irreversibilmente presa e non si tornava indietro. La stessa situazione capita a tutti noi quando dobbiamo prendere una decisione. Il tempo poi dimostra chi è veramente riuscito a varcare il “Rubicone”, ovvero il confine figurato, riuscendo così a raggiungere i suoi obiettivi. Ma perché alcuni riescono a farlo e altri no?

Nella scienza c’è un’ampia bibliografia dedicata alle ricerche sulla motivazione e sul successo. Risulta che il fattore principale che può influire sul risultato dei nostri sforzi è la determinazione. Il professor Carol Dweck da alcune decine d’anni conduce ricerche che mostrano in che modo le nostre idee influiscono sulla nostra vita, in che modo i nostri sogni e obiettivi potranno realizzarsi o o finire nel nulla. Ma è possibile? Com’è che una convinzione può influire sulla nostra psiche, sul nostro modo di agire e quindi sulla nostra vita? Il concetto che ognuno nasce con un software fisso è un pensiero conservativo. La conseguenza è che ci concentriamo sulla difesa delle nostre risorse e sulla dimostrazione di possedere le caratteristiche adeguate ad un certo livello di vita. Probabilmente ognuno di noi ha nel suo ambiente persone per cui lo scopo principale nella vita è la protezione della coscienza del proprio valore: al lavoro, all’università, nei rapporti interpersonali. Questo fa sì che la maggioranza delle interazioni tra questo tipo di persone si riduca alla conferma di propria abilità, capacità e moralità. Ogni azione è sottoposta al giudizio. Si è riusciti a presentarsi dal lato migliore o no? Si è riusciti a sentirsi meglio o no? In realtà può sembrare che in questo tipo di approccio alla vita non ci sia apparentemente niente di negativo, ma in realtà c’è ben altro. Esiste infatti almeno un secondo approccio alla vita: ovvero un atteggiamento evolutivo. In questo approccio, senza negare l’esistenza di un certo gruppo fisso e innato di caratteristiche peculiari ad ognuno di noi, la base fondante è lo sviluppo continuo tramite il lavoro su se stessi. Quello che ci è stato dato non determina il nostro futuro una volta per sempre perché, in caso di bisogno, ogni aspetto può essere soggetto a cambiamento e perfezionamento. Vale la pena dedicare il tempo a dimostrare che si è bravi quando si può essere più bravi? Nascondere i propri difetti ha senso se si può lavorare su di essi? Perché rinchiudersi in un cerchio di cose sicure invece di aprirsi a esperienze nuove e interessanti?

Possiamo facilmente immaginare come credendo rigidamente solo nelle nostre capacità consolidate ci esponiamo alla situazione critica in cui una sconfitta può metterci un angolo cieco e definire, limitandole, le nostre capacità. Quest’atteggiamento rattrappisce l’abilità di reagire nelle situazioni difficili, riducendo la capacità di reagire usando l’intelligenza. Chi invece vive nella disposizione evolutiva credendo di poter continuamente crescere sviluppando le proprie doti è in grado di affrontare ogni evento, anche il più doloroso, senza bloccarsi. Le persone tese all’evoluzione attraverso difficoltà e sconfitte aumentano le loro motivazioni e arricchiscono la loro cifra di esperienza e conoscenza.

Su questo tema mi viene in mente la storia di Michael Jordan. Oggi, nel vederlo immenso campione sportivo abbiamo l’impressione che questo sia stato un fatto ovvio se non addirittura prevedibile fin dall’inizio. I fatti dimostrano l’opposto. Jordan non è entrato nella squadra universitaria di pallacanestro in cui voleva giocare, gli è stato rifiutato l’ingresso nelle due prime squadre di NBA. Dopo esser stato lasciato fuori dalla squadra universitaria lui si è depresso. È stata sua madre a spingerlo a tornare in campo ad allenarsi. Così Jordan inizia ad uscire di casa alle 6 del mattino per potersi allenare prima delle lezioni. Inflessibilmente lavora sui suoi punti deboli: palleggio, tiri a canestro e gioco difensivo. La fonte dei suoi successi diventa così la convinzione che “la resistenza mentale e psichica è molto più importante di alcune doti fisiche che un atleta può possedere per natura”. Ovviamente molti la penseranno diversamente, riducendo il successo di Jordan alla sua prestanza fisica o magari al fatto che si è allenato duramente.

Jackson Pollock è uno dei pittori americani più importanti che ha riformulato l’arte moderna del XX secolo. Gli esperti analizzando le sue prime opere hanno provato che Pollock non dimostrava affatto spiccate abilità pittoriche. Il segreto del successo di Pollock è il sacrificio e il desiderio di essere artista. Grazie alla sua ostinazione ha cercato chi avrebbe potuto insegnargli ad acquisire nuove abilità per formare quella che poi sarebbe divenuta una tecnica eccezionale di grande originalità.

Gli esempi di questo tipo, non solo nel mondo dello sport e dell’arte, sono infiniti. Ma la domanda sorge spontanea: è facile cambiare? Ecco alcuni consigli che possono aiutare a fare i primi passi su un nuovo sentiero. In primo luogo bisogna cerca di pensare all’obiettivo che si è stabilito e cosa si può fare per raggiungerlo. Quali passi bisogna intraprendere e quali informazioni si devono acquisire. Quando ad esempio per l’ennesima volta si decide di perdere peso, allora è il caso di elaborare un piano concreto e reale. Le prime domande a cui si deve rispondere sono: quanti chili e in quanto tempo si vogliono perdere? Come e quando esercitarsi? I piani che sono elaborati in modo dettagliato intensificano la probabilità di realizzare l’obiettivo stabilito.

traduzione it: Joanna Chmielewska

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