Daniele Stasi „Polonia restituta”

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Per capire bene un paese bisogna conoscere la sua storia. Daniele Stasi, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Economia, Management e Territorio dell’Università degli Studi di Foggia, ha adottato questo metodo per conoscere e capire la storia politica della Polonia. È stato possibile grazie anche alla sua feconda attività di visiting professor presso le Università polacche di Lublino, Rzeszòw e Varsavia. La sua recentissima monografia, dal suggestivo titolo «Polonia restituta». Nazionalismo e riconquista della sovranità polacca (il Mulino), insieme alla precedente Le origini del nazionalismo in Polonia (FrancoAngeli, 2018) costituisce una fonte importante per comprendere il nazionalismo polacco nelle sue diverse accezioni.

Come mai ha deciso di mettere al centro dei suoi studi, tra le altre cose, anche la Polonia e la sua storia?

Dopo aver concluso un lungo periodo di studi cominciato a collaborare con alcuni studiosi polacchi e poi sono diventato visiting professor dell’Università di Rzeszów dove ho passato molti anni. In quel periodo l’interesse per la Polonia è cresciuto. Quando sono arrivato la prima volta, nel 2005, era un paese che stava cercando il suo posto in Europa. Oggi la Polonia è straordinariamente sviluppata con punti di forza molto importanti di tipo economico, culturale ed accademico. Sono stato testimone di questa trasformazione della Polonia da paese post-comunista a paese europeo a tutti gli effetti. Varsavia, Poznań, Cracovia sono assolutamente città europee, ma si può dire che anche altre parti della Polonia hanno delle potenzialità molto forti. Durante il mio soggiorno in Polonia volevo comprendere meglio l’identità culturale e storica di questo paese.

Si è appassionato in particolare dell’idea di nazione e del nazionalismo.

Nel mio precedente volume, ovvero “Le origini del nazionalismo in Polonia”, mi sono occupato del nazionalismo polacco. Volevo comprendere le origini storiche di questo neonazionalismo che ha preso piede in Polonia, ormai da alcuni anni. Mi chiedevo come mai fosse possibile questo nazionalismo in un paese che era conosciuto all’estero, soprattutto per la figura straordinaria e carismatica di Giovanni Paolo II e di un’altra figura importante della storia contemporanea come Lech Wałęsa, paese che era il primo ad avere avuto un “governo libero” dopo la fine del comunismo (quello guidato da Tadeusz Mazowiecki). Ho studiato le origini del nazionalismo polacco, in particolare tre figure fondamentali dell’idea di una politica nazionalista, ossia Roman Dmowski, Jan Ludwig Popławski e Zygmunt Balicki. E ho concluso questo lavoro arrivando a una figura importantissima della storia contemporanea polacca: Józef Piłsudski. Per comprendere chi siamo bisogna studiare la storia, che è maestra di vita.

“Polonia Restituta” racconta due tipi di nazionalisimi, quello etnico e civico, nella
Polonia a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo.

“Polonia Restituta” ha come data finale il 1926, la data del colpo di Stato di Józef Piłsudski, che chiude una fase politica importante per la storia polacca che si riaprirà solo dopo la fine del comunismo, ovvero dopo le elezioni libere, che si terranno negli anni Novanta. Una costituzione, non di carattere autoritario, si avrà solo nel 1997. La Polonia mi sembra un paese che contiene al centro della sua cultura politica due tendenze. La prima è di carattere nazionalistico, gelosa delle proprie tradizioni e della propria identità nonché scettica nei confronti di istituzioni di carattere internazionale. Nel corso della storia questa tendenza si è manifestata con l’etnonazionalismo promosso da Roman Dmowski. La seconda, invece, conosciuta anche come il nazionalismo civico e di cui rappresentante di spicco era Józef Piłsudski, è una Polonia più aperta e basata sull’idea di uguaglianza, di convivenza pacifica e di inclusione sociale. Quindi si tratta di un dibattito interessante tra personalità dallo spiccato profilo politico, tra cui appunto Dmowski e Piłsudski ma non solo.

Immagino che sia una parte di storia poco conosciuta in Italia?

Ci tengo molto a parlarne in Italia perché il libro contribuisce a colmare una lacuna di carattere storiografico. È uno studio abbastanza approfondito su quello che è il profilo del nazionalismo in Polonia e di alcune figure di straordinario interesse. La Polonia è un paese grande geograficamente con un peso politico decisamente rilevante, perciò, le persone che si occupano di storia, politica, storia delle relazioni internazionali, storia dell’Europa centro orientale non possono non confrontarsi con questo tema. E sarei felice se gli storici italiani si interessassero maggiormente a questo paese che, come vediamo, gioca un ruolo fondamentale oggi in Europa.

Che tipo di lezione potrebbe trarre un polacco dal suo libro?

Un polacco potrebbe approcciarsi a questo testo tenendo conto della complessità della sua storia. La storia non può essere letta attraverso categorie ideologiche rigide. La storia della Polonia, per lunghi periodi, è storia di una democrazia che non è riuscita a sorgere. È la storia anche di un nazionalismo che era un nazionalismo patriottico, aperto al riconoscimento dei principi di uguaglianza e di diritti, accanto però a un etnonazionalismo discriminatorio purtroppo legato in gran parte a una pagina nera della storia polacca, ovvero l’antisemitismo. Non si può ignorare questa pagina della storia che non riguarda tuttavia solo la storia della Polonia fra le due guerre. Nel 1968 la campagna antisionistica del Partito Operaio Unificato Polacco (PZPR), di cui il segretario generale all’epoca era Władysław Gomułka, portò all’emigrazione di moltissimi intellettuali e di semplici cittadini di
origine ebraica. Sarebbe sbagliato però identificare la storia dei polacchi con queste ondate di intolleranza e di discriminazione. La Polonia in molte cose è un paese che rivendica la sua originalità, le sue tradizioni, le sue caratteristiche culturali e storiche, purtroppo qualche volta lo fa in una maniera eccessiva, quasi sciovinista. Dall’altra, però, è un paese straordinariamente aperto. La mia impressione sulla Polonia è stata positiva sia da un punto di vista personale che da quello storico e scientifico. Credo che la Polonia sia uno dei paesi più importanti dell’Europa centro-orientale, dal punto di vista geografico, politico, demografico ed economico. Ha le carte in regola, secondo me, per giocare nel futuro un
ruolo fondamentale sul piano internazionale e più strettamente nell’ambito dell’Unione Europea.

Per giocare questo ruolo importante nell’Unione Europea che cosa bisognerebbe fare?

La guerra in Ucraina ha complicato tutto. Ha cambiato gli equilibri sia all’interno dell’Unione europea sia a livello internazionale, perché ci ha messi tutti quanti di fronte a un’aggressione illegale e vergognosa di uno stato sovrano. La Polonia era il paese conosciuto fino a poco tempo fa per aver costruito i muri al confine bielorusso. Oggi la Polonia è un paese che ha accolto oltre 3 milioni di ucraini in una maniera splendida, mostrando una grande solidarietà. Quello che si dovrebbe evitare, appunto, sono le strumentalizzazioni di carattere prettamente politico legate alla storia del Novecento, che non aiutano al dialogo ma costruiscono muri. C’è invece bisogno di ponti e di dialogo. Se vincerà la solidarietà, la tolleranza e la non discriminazione, credo che forse usciremo da questo disastro della guerra in una maniera diversa. Per conoscere l’altro ci vuole apertura e comprensione.

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