Il soggiorno romano della regina Maria Casimira d’Arquien Sobieska

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Maria Kazimiera d’Arquien Sobieska, Jacques Blondeau, 1684- 1696, Biblioteca Nazionale di Varsavia [Polonia]

traduzione it: Maciej Wiliński

La regina polacca Maria Casimira d’Arquien Sobieska lasciò la Polonia nel 1698 in seguito alla perdita delle elezioni che privò il suo figlio primogenito Giacomo di ogni possibilità di ottenere la corona reale. Il caos politico scatenato dal mancato riconoscimento della maestà di Federico Augusto I, Elettore di Sassonia, da parte dei sostenitori della candidatura del duca francese Francesco Luigi di Borbone-Conti, accelerò la sua decisione di lasciare il Paese. Tale decisione, però, richiedeva il consenso del Sejm e l’assicurazione delle rendite e obbligazioni della vedova del re Giovanni III. L’invito rivolto da papa Innocenzo XII alla regina a partecipare alle celebrazioni del Giubileo straordinario del 1700 divenne un comodo pretesto. Tuttavia, la regina, politicamente attiva, non voleva essere privata di una vera influenza e non si accontentava del suo status di magnate, come lei stessa suggerì più volte nelle lettere: “È necessario che io mantenga la mia posizione di regina con la stessa dignità, come all’inizio, e per questo ho solo le mie proprietà […] sono sempre la stessa regina ”.

Il viaggio della regina a Roma iniziò il 2 ottobre 1698 con la benedizione impartita nella chiesa domenicana di Jaworów. Maria Casimira intraprese il viaggio con un corteo numeroso e abbondante. Attraversando Lwów, Przemyśl, Wysock, Przeworsk, Łańcut, Rzeszów, Tarnów, Dunajec, Szczepanów e Tyniec, la regina raggiunse Cracovia alla fine di ottobre. Il 29 ottobre, il corteo lasciò i confini della Polonia ed entrò nella Slesia imperiale, proseguendo per l’Italia via Opava, Olomouc, Reichenhall e il Trentino. Il percorso continuò da Venezia passando per Ferrara, Modena, Bologna e Ancona fino a Loreto, dove, come promesso, la regina si sarebbe recata in pellegrinaggio al santuario mariano.

La richiesta della regina di rimanere in incognito fu rapidamente respinta dagli ospiti. Quando uno dei suoi servitori, Jan Kosmowski, si recò a Verona per monitorare i preparativi per l’accoglienza della regina, divenne evidente che la città si stava preparando per una grande festa. Lo dimostrarono la costruzione di porte trionfali, la decorazione delle finestre delle case con ricchi arazzi e ghirlande di fiori. Maria Casimira mantenne dunque una parvenza di identità, ma lo fece solo simbolicamente, per rimanere coerente con la decisione presa in precedenza. Può darsi che la volontà di celarsi sotto il nome di contessa “de Jaworów” e rimanere in incognito fosse dovuto alla sua riluttanza a sostenere i possibili costi di rappresentanza, a investire in ulteriori costumi sfarzosi per sé e per i suoi cortigiani, in carrozze decorative e in oggetti che ormai possedeva. Lo status di incognito garantiva inoltre l’inviolabilità e permetteva una discreta penetrazione nella società della corte per conoscere le persone che componevano l’entourage del sovrano e le relazioni tra di loro. Maria Casimira era anche incerta se sarebbe stata trattata come una sovrana presso le corti principesche a causa del fatto che il re polacco veniva scelto per elezione. Come affermò la stessa regina: “Cosa c’entra il fatto che io sia cognito con il fatto che si commettano degli errori? […] Inoltre, l’incognito aiuta in tutto. Si cessa di essere un principe polacco quando non si usa il proprio nome e si fa sedere il proprio servitore nel posto più importante durante un viaggio in carrozza”.

Intanto, papa Innocenzo XII si stava impegnando per creare delle regole di cerimoniale che permettessero a Maria Casimira di essere accolta degnamente al soglio apostolico. Allo stesso tempo, Pompeo Scarlatti, residente bavarese a Roma e consigliere della regina, stava determinando il luogo della sua permanenza. Il papa aveva proposto un castello a Bracciano, vicino a Viterbo, come residenza, ma inaspettatamente suo nipote, il duca Livio Odescalchi, si offrì di ospitare la regina. Nel Palazzo Odescalchi le mise a disposizione le stanze un tempo appartenute alla regina svedese Cristina, decorate con dipinti, sculture e oggetti preziosi. Così si stabilì un legame storico tra le due regine, sebbene diverse per origine e status.

Palazzo Zuccari a Roma, la sede della regina Maria Kazimiera d’Arquien Sobieska dal 1704 al 1714, fot. J. Pietrzak

La permanenza della regina sul Tevere cominciò con un’udienza ufficiale alla corte papale, preceduta da un ingresso trionfale, che ebbe luogo il 21 giugno 1699. Partendo da Porta Flaminia e da Piazza del Popolo, il corteo composto da cinque carrozze guidate da schiere di cortigiani e da una guardia di valletti in esotici costumi orientali giunse al Quirinale. Lì l’esercito pontificio presentò le armi alla regina e il maestro di stalla papale Giuseppe Lotario Conti, duca di Poli, la condusse fino ai gradini dello scalone, dove il ruolo di accompagnatore fu assunto dal duca di Colonna, che, assieme ad arcivescovi, vescovi e protonotari, scortò la regina fino alla sala delle udienze, dove l’attendeva papa Innocenzo XII. La regina si avvicinò al trono e baciò umilmente i piedi del Santo Padre. Successivamente i due conversarono tra loro, con la mediazione di padre Jan Kurdwanowski. Al termine della conversazione, il papa impartì la benedizione ai cortigiani di Maria Casimira. Dal Palazzo del Quirinale, il corteo si recò nella Basilica di San Pietro per ricevere la comunione e pregare sulla tomba dell’Apostolo. Altrettanto dignitosa fu l’udienza concessa alla regina da Clemente XI circondato da senatori romani in Campidoglio l’8 aprile 1701. La regina, a sua volta, diede udienza a illustri ospiti e membri della Curia romana in una sala appositamente allestita nel Palazzo Odescalchi.

Il soggiorno romano di Maria Casimira, durato quasi quindici anni, fu un periodo pieno di eventi che permisero alla regina di affermare sistematicamente la sua posizione dominante. Non c’è dubbio che ella abbia basato la sua reputazione sulla memoria del defunto marito Giovanni III, difensore della cristianità e comandante in capo della campagna di Vienna. Questo si manifestò non solo nella commissione di opere musicali sul tema dell’assedio di Vienna, ma anche nell’organizzazione di celebrazioni annuali della Vittoria. In questa occasione, il 12 settembre, la regina ordinò di addobbare il suo palazzo, di illuminarlo con torce o di organizzare uno spettacolo di fuochi d’artificio. Tali celebrazioni furono anche accompagnate da festeggiamenti tenuti nella Chiesa di San Stanislao a Roma, che, eccezionalmente nel 1702, furono presieduti da papa Clemente XI. La testimonianza della grande venerazione del marito divennero i monumenti che a tutt’oggi si possono ammirare durante le visite alla Città Eterna. La memoria della Vittoria di Vienna è immortalata da una lapide incastonata nel Palazzo Capitolino e da una meridiana nella chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, costruita nel 1702.

Lo stemma della regina Maria Kazimiera sopra il portone principale del Palazzo Zuccari, fot. J. Pietrzak

La vita quotidiana della regina si incentrò su attività culturali, viaggi e manifestazioni di religiosità. Il cardinale Pietro Ottoboni, vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, introdusse la regina nel mondo culturale romano dell’Accademia Arcadica e le infuse l’amore per la musica e i drammi teatrali. Egli stesso disponeva di una grande cappella e di enormi risorse finanziarie, che utilizzava per commissionare opere liriche. La regina era l’ospite principale del Palazzo della Cancelleria e del Collegio Nazareno per oratori e opere teatrali. Nel Palazzo Zuccari, sua residenza permanente dal 1702, Maria Casimira preparava spettacoli teatrali e rappresentazioni di opere occasionali con contenuti che celebravano il marito e rafforzavano lo splendore della famiglia Sobieski. In concorrenza con i teatri del cardinale Ottoboni e del duca Francesco Maria Ruspoli, la regina offriva al pubblico opere note come drammi per musica, il cui contenuto fu creato dai librettisti e segretari Carlo Sigismondo Capece, Giacomo Buonaccorsi e Giovanni Domenico Piola, con musiche composte da Alessandro e Domenico Scarlatti e dal liutista Sylvius Leopold Weiss. I libretti degli otto drammi per musica e le partiture di singole arie, serenate e oratori sono noti ancora oggi. L’ambientazione musicale delle opere veniva completata dalle decorazioni sceniche disegnate da Filippo Juvarra a partire dal 1710, che in seguito fu impiegato alla corte di Torino come architetto principesco. Tipicamente, il luogo di rappresentazione delle opere era un ponte di legno sulla via Felice (oggi via Sistina), noto come Arco della Regina, che collegava il terzo piano del Palazzo Zuccari e la Casa Stefanoni, dove risiedeva il padre della regina, Henri de la Grange d’Arquien. Proprio dal livello del ponte scorrevano nelle orecchie del pubblico le arie eseguite dai magnifici cantanti alle dipendenze della regina, tra cui Anna Maria Giusti, detta la Romanina, Maria Dominica Pini, Caterina Lelli, Giovanna Albertini, detta la Reggiana, e i castrati Giuseppe Luparini-Beccari “della Regina” e Pippo della Grance.

Durante la permanenza, la regina compì numerosi viaggi a Roma e nei dintorni della penisola italiana. Inizialmente veniva accompagnata dai suoi cortigiani in brevi passeggiate nella Città Eterna e, come raccontò uno dei suoi ufficiali, Jan Kosmowski, amava ammirare le antiche rovine. D’estate, desiderosa di sfuggire dal caldo torrido di Roma, Maria Casimira si recava nelle ville di Frascati, Tivoli, Nettuno e talvolta al Castello di Palo, di proprietà del duca Livio Odescalchi. In due occasioni, nel 1699 e nel 1702, la regina visitò Napoli, dove partecipò a cerimonie in onore di San Gennaro e assistette al miracolo della trasformazione del sangue coagulato in sostanza liquida, considerato un segno di grazia e di protezione del patrono celeste sulla città. Di grande interesse furono anche le spedizioni intraprese nel 1704, quando la vedova di Giovanni III si recò a Loreto e poi a Venezia per incontrare la figlia dell’Elettore di Baviera, Teresa Cunegonda Sobieska-Wittelsbach. In questo modo, la regina cercò di prevenire un attacco alla Baviera da parte delle truppe imperiali e di fare appello all’imperatore Leopoldo I per ottenere aiuto nella liberazione dei suoi figli, i principi Giacomo e Alessandro, dalla prigionia sassone. Nel 1707, invece, Maria Casimira giunse a Bari, dove rese omaggio a Bona Sforza, sua predecessora, davanti alla lapide nella Cattedrale di San Nicola.

La regina era estremamente pia e il clima religioso di Roma la spingeva a diverse forme di devozione. Veniva anche coinvolta in fondazioni monastiche, come dimostra il convento di monache benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento, importato dalla Francia nel 1702 e allestito nel palazzo di Trinità dei Monti. La regina desiderava evitare pubblicità, ma il suo soggiorno attirò fin dall’inizio l’ammirazione del popolo romano, che riconobbe la sua pietà, durante le sue visite alle chiese, tra cui la Basilica dei Dodici Apostoli, San Pietro in Vincoli, San Pietro in Montorio, Santa Maria in Via Lata, Santa Maria Nuova e Santa Maria in Portico. Maria Casimira espresse il suo attaccamento alla Polonia e alle questioni legate al Paese pregando sulla tomba di Stanislao Kostka, allora beato.

Tempietto di Maria Kazimiera d’Arquien Sobieska, Francesco Juvarra, 1711, Francesca Curti, Lothar Sicke, Dokumente zur Geschichte des Palazzo Zuccari 1578–1904, Roma 2013

Durante il suo soggiorno a Roma, Maria Casimira non rinunciò a tentare di imporre la sua volontà politica e non si sentì una figura relegata, dipendente dalla volontà del papa. Dal momento del suo ingresso, attraverso la partecipazione alle cerimonie, ai rapporti con i vari gruppi sociali, cercò di identificarsi con la regina Cristina. Si può supporre che tale comportamento non avrebbe avuto effetti negativi, se non fosse stato per l’emotività e l’esaltazione con cui la regina si rapportava ai suoi benefattori. I suoi tentativi di influenzare la politica papale e il suo coinvolgimento nell’alternare il sostegno all’Impero e alla Francia, a seconda del mutare delle azioni politiche nei confronti della famiglia Sobieski e degli insediamenti militari nel teatro di guerra per la successione spagnola, la esposero a critiche e la condannarono a trattamenti sgradevoli. Già nel 1710, dopo una discussione con Clemente XI, la regina minacciò di partire per la Francia. Mise in pratica le sue minacce quattro anni dopo quando, con il pretesto di una convalescenza, ottenne da Luigi XIV il permesso di recarsi a Marsiglia e poi a Blois.