La nascita della medicina preventiva

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La Sede del Magistrato alla Sanità nel Fontego delle Farine, sec. XVII, fu demolita nel 1807 dalla Dominazione Francese per farci i giardinetti reali

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)

Nel 1348 Venezia fu sconvolta dalla peste che giunse attraverso le vie carovaniere e navali da Kaffa in Crimea dove i Tartari, che l’anno prima avevano assediato la città, colpiti dal contagio, gettarono i cadaveri dentro le mura usando la guerra batteriologica prima della nascita dei laboratori.

La peste, che deriva dalla radice indoreuropea “pes” = “soffio mortale”, fu portata in Occidente dai mercanti genovesi che forzarono l’assedio. La pandemia nel corso di pochi mesi quasi dimezzò la popolazione veneziana e mieté in Europa circa 30 milioni di vittime. Il batterio patogeno, isolato nel 1894 da Alexander Yersin, è iniettato da una pulce parassita del ratto nero, la Xenopsilla Cheopis, che, trasferendosi sull’uomo, provoca, con il suo morso, l’ingrossamento delle linfoghiandole, ascellari o inguinali con la formazione di bubboni scuri. L’incubazione è di circa 5 giorni e il decorso va da due a sette giorni con febbre alta, arsura, delirio e, infine, morte nel 70 per cento dei casi. La peste, oggi sconfitta dagli antibiotici, si manifestava anche in forma setticemica e polmonare, quest’ultima, senza bubboni, è la più pericolosa perché trasmissibile da uomo a uomo per via aerea, con una mortalità del 95%. Perciò i medici cercarono di proteggersi con maschere dal lungo naso in cui ponevano delle erbe aromatiche.

I volumi con le leggi di sanità della Serenissima

La provenienza del contagio dal Levante, lungo le vie di terra e di mare, fu palese da subito ed anche i tempi e le modalità dell’infezione: per contatto e prossimità. Non si conoscevano le cause né la cura, perciò l’unico rimedio fu la fuga. Ogni rapporto umano e ogni relazione sociale furono stravolti dal terrore, che minò la stabilità socio-economica e gli equilibri politici. Commissioni temporanee cercarono di fronteggiare l’emergenza con la rapida inumazione dei cadaveri, con l’abolizione di processioni, fiere, mercati e riti pubblici come occasioni di contagio. Si inchiodarono le porte delle case degli appestati e si chiusero i quartieri infetti. Venezia, per i suoi rapporti commerciali con il Levante, fu esposta a continue ondate epidemiche, finché, il 28 agosto 1423, il Senato stabilì l’obbligo di comunicare l’arrivo di forestieri infetti e il divieto di accoglierli, ordinò di raccogliere ogni possibile informazione per individuare i paesi colpiti sospendendo ogni scambio, ogni capitano di nave fu tenuto a denunciare i malati a bordo, pena sanzioni pecuniarie e detentive.

Per accogliere i cittadini contagiati e i casi manifestatisi in città e sulle navi veneziane, la Repubblica inventò il primo lazzaretto della storia: un ospedale di Stato ad alto isolamento, posto sull’isola periferica di Santa Maria di Nazareth, sede dell’omonimo convento degli Eremitani. Dalla volgarizzazione del termine Nazareth in Nazaretum e poi Lazzaretto derivò la denominazione di tutte le analoghe strutture che sorsero poi in Occidente su modello di quella veneziana. Questa soluzione fu molto innovativa rispetto agli ospedali dell’epoca, in cui assistenza e carità cristiana erano un binomio inscindibile.

Nel 1468 la creazione di un secondo Lazzaretto, detto “Nuovo”, per accogliere sia i guariti, prima del loro rientro in città, che i “sospetti” che avevano avuto contatto con persone e luoghi infetti, diede un messaggio confortante sulla possibilità di guarire e di prevenire il morbo. La gestione dei due lazzaretti richiese competenze specifiche perciò, nel 1486, venne istituito il Magistrato alla Sanità, composto da tre patrizi eletti annualmente e affiancati da un ufficio tecnico, da un protomedico e da un braccio armato. Tale organismo divenne un riferimento normativo per tutte le nazioni europee e mediterranee. Monitorò l’andamento dei flussi epidemici attraverso la sua rete di diplomatici e di “spie di sanità” e dettò agli altri stati le regole e i tempi delle contumacie, creando lazzaretti nei suoi domini e posti di blocco lungo le vie di terra. Diramò migliaia di proclami a stampa per comunicare i porti e i paesi contagiati o “sospetti”, con i quali aveva sospeso ogni rapporto commerciale, invitando anche le altre nazioni a fare lo stesso. Dal 1630 la sua rete di controlli riuscì a tener Venezia indenne dalla peste che continuò a imperversare nel Mediterraneo fino a tutto l’800.

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Nelli-Elena Vanzan Marchini:

Docente di Bibliografia/biblioteconomia e di Storia della Sanità nelle Università di Vercelli e di Padova, presidente del Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospedaliera del Veneto,  ha pubblicato Le leggi di Sanità della Repubblica di Venezia in 5 volumi (Vicenza 1995-Treviso 2012); I mali e i rimedi della Serenissima, Vicenza 1995. Fra i suoi numerosi studi su epidemie e lazzaretti si ricordano: Rotte Mediterranee e Baluardi di Sanità, Milano-Ginevra 2004; Venezia e i lazzaretti Mediterranei, Catalogo della mostra nella Biblioteca Nazionale Marciana, Mariano del Friuli 2004; Venezia, la salute e la fede, Vittorio Veneto 2011, Venezia e Trieste sulle rotte della ricchezza e della paura, Verona 2016. 

Il lazzaretto Vecchio, oggi, fot. Vanzan

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