Le città visibili: intervista con Christian Costa

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Pineta Castel Volturno

Le città visibili è una performance presentata nell’ambito del Campania Teatro Festival il 18 giugno 2023, che usa il teatro per far emergere il genius loci, le urgenze delle comunità, attraverso la voce di ragazzi che vivono nella zona di Castel Volturno. Lo spettacolo è ispirato a Le città invisibili di Calvino. La regia è dell’artista Christian Costa.

A Napoli in estate si è svolto il Campania Teatro Festival dove è stato presentato il tuo spettacolo Le città visibili. Tra incanto e disincanto. Come è nato questo progetto?

La Fondazione Campania Teatro Festival organizza da anni due eventi: il Campania Teatro Festival a giugno, e in autunno Quartieri di vita, una sezione di teatro sociale, da cui a novembre dell’anno scorso è partito il nostro progetto. L’idea era quella di affiancare 12 artisti internazionali (io rappresentavo la Polonia) con artisti che fanno teatro sul territorio campano in contesti difficili. Io ho lavorato con Antonio Nardelli sull’area di Castel Volturno: un territorio complicato, rischioso. A novembre del 2022 abbiamo fatto 10 giorni di prove con 10 ragazzi adolescenti del territorio che non avevano mai fatto teatro in vita loro. Hanno preso seriamente questo impegno, sono venuti alle prove nonostante la pioggia o i problemi personali. Come conclusione abbiamo presentato una restituzione scenica.

Come è andata?

L’abbiamo presentata a dicembre (2022) a Grazzanise, un paesino vicino a Castel Volturno, con il pubblico locale che ha reagito in maniera fortissima. Non ho voluto realizzare una rappresentazione unidirezionale in cui la gente è seduta e guarda. Il pubblico era intorno ai ragazzi, volevamo coinvolgere le persone. Questa dimensione è stata impossibile da realizzare, invece, durante il festival di giugno, perché il teatro Trianon è un classico teatro monumentale in cui tutto converge verso il palco. Abbiamo dovuto riadattare lo spettacolo per uno spazio diverso.

Come avete fatto?

Abbiamo fatto recitare i ragazzi in tutti gli spazi disponibili del teatro: per gran parte del tempo loro stavano in platea. Sul palco c’era un video. I ragazzi interagivano con le persone, si muovevano tra le poltroncine, ogni tanto salivano sul palco e ridiscendevano: lo spettacolo era molto dinamico. Il feedback del pubblico è stato molto buono anche a Napoli.

Siete partiti da Le città invisibili di Italo Calvino.

Sì, è stata una cornice. I ragazzi hanno letto il libro insieme a noi. Poi abbiamo deciso di provare a descrivere delle nostre città. In un paio di giorni i ragazzi hanno scritto i loro testi che poi sono stati recitati durante lo spettacolo: ognuno ci ha messo la propria vita. La qualità mi ha soddisfatto, alcuni testi sono veramente buoni. 

Come sono queste «città visibili»?

Sono tutte città molto cupe. C’era un grande contrasto tra l’atteggiamento generale, che era allegro, e il tono che era accusatorio o grottesco. I ragazzi hanno sottolineato in maniera molto forte le cose che non vanno sul territorio. Essenzialmente tutti i testi girano intorno al fatto che la gente è intollerante, che gli extracomunitari sono trattati male, che l’ambiente non è rispettato, che non ci sono posti dove andare. Hanno inserito tutte queste tematiche. Che loro abbiano trovato la maniera per farlo attraverso il teatro, per me, è perfetto.

Secondo te, l’arte può avere un impatto reale sulla vita?

Assolutamente sì, uso l’arte per cambiare la realtà. Lavoro prevalentemente a progetti di arte pubblica sotto di profilo relazionale: lavoro con gruppi di persone sull’identità di un territorio per capire cosa c’è di interessante nell’area e poi trovare una maniera per parlarne in modo stimolante. E di conseguenza devo occuparmi sia dei luoghi, che delle persone. Per me l’attività artistica è quello che dice Rancière: il politico è l’estetico e l’estetico è il politico; qualunque gesto estetico ha valenza politica. L’uso dei linguaggi estetici non deve essere una cosa confinata ad un teatro, una galleria, ma li si usa per intervenire sui propri luoghi. Se uno vuole che succeda, succede.

Cosa mi dici dei luoghi?

Sono abituato a lavorare sui genius loci. Perciò dall’inizio ho detto: non limitiamoci a fare delle prove chiusi in una stanza, andiamo in giro ad esplorare il territorio. Avevo già visitato la pineta di Castel Volturno qualche anno fa; era un bosco di pini che andava verso le dune per poi finire in mare. C’erano cumuli di frigoriferi, di bufale morte, era un posto complicato. Lavorando a Quartieri di Vita ho proposto di andare a vedere la pineta. E siamo rimasti scioccati, perché la pineta non c’era più. Un insetto l’ha mangiata letteralmente tutta. Sembrava il paesaggio dopo un’esplosione nucleare. Ho fatto delle foto e poi sul “Corriere della Sera” è uscito un articolo La pineta di Castel Volturno sta morendo, che ha attirato molta attenzione. Così il lavoro con i ragazzi è diventato immediatamente una denuncia sociale, senza nemmeno averlo pianificato.  

Invece dopo?

Quando siamo ritornati a maggio per il secondo spettacolo, era ancora peggio. Tutti gli alberi morti erano stati rimossi. Al posto dei pini stanno piantando cespugli e piante aromatiche, rosmarino: nascerà una sorta di area pic-nic. Invece della pineta meravigliosa che avrebbe potuto attrarre turisti, portare soldi, c’è questa devastazione totale. E la gente non se ne rende conto, è così abituata al degrado degli ambienti, che non riesce nemmeno ad immaginare come dovrebbe essere. Questa cosa è entrata nello spettacolo immediatamente.

Hai realizzato anche tanti altri progetti, tra cui Spazi Docili a Firenze, Biennale Urbana a Venezia, il progetto Isole a Palermo che consisteva nel dipingere a colori alcuni frangiflutti in cemento. Quale progetto ti è particolarmente caro?

Il progetto in Sicilia era il primo di questo tipo. Per me l’opera non sono i frangiflutti colorati, ma è tutto quello che è successo intorno: appena abbiamo cominciato a dipingerli, è venuta una marea di gente. Un’azione estetica deve essere un’occasione per far nascere delle discussioni più profonde. Per far capire che tu il tuo paesaggio non lo devi subire, lo puoi anche cambiare. Poi un ragazzino che per tutta la sua vita, aprendo  la finestra, vedeva quelle cose grigie, l’ha aperta e ha trovato un cubo rosso. Ed era raggiante, felicissimo: per me l’opera è quella, non l’oggetto fisico. Anche per Spazi docili a Firenze abbiamo fatto tantissime azioni, sempre insieme all’artista Fabrizio Ajello, che insieme a me ha concepito il progetto e ci lavora dal 2008. 

Lavori tra la Polonia e l’Italia. Come quest’esperienza si rispecchia nelle tue opere?

Mia madre è polacca, mio padre era napoletano. Sono nato in Polonia: per l’identità sono polacco, o semmai metà napoletano, metà polacco, ma italiano non tanto. Sono molto legato all’identità locale di Napoli. Il punto è essere bilingue: per me dal punto di vista linguistico c’è sempre un paragone tra il mondo italiano e il mondo polacco. Qualunque cosa può essere descritta con due approcci totalmente diversi. Mi capita spesso mischiare l’italiano e il polacco: è il desiderio di introdurre altri campi semantici nella comunicazione. Questo ovviamente si riflette anche nell’immaginario visivo.