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L’Insurrezione di Varsavia, simbolo della resistenza polacca

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Sebbene l’Insurrezione di Varsavia sia terminata con la capitolazione, è divenuta simbolo del valore e della determinazione polacca nella lotta contro l’occupante tedesco. Dispute sul significato della rivolta e sulla sua continuazione proseguono anche oggi. L’Insurrezione non ottenne risultati significativi, militari o politici che fossero, e molti cittadini, intellettuali e giovani perirono. Tra di loro ci furono poeti giovanissimi come Baczyński e Gajcy. Alla fine della guerra l’85% della città era un cumulo di macerie e molti tesori della cultura polacca giacevano distrutti o erano stati depredati. La memoria dell’Insurrezione, nonostante la sua fine tragica, è sopravvissuta nel dopoguerra e ha ispirato la resistenza all’occupante sovietico e la lotta per una piena sovranità.

Alla fine del settembre 1939 Varsavia era ormai occupata dai nazisti. Esecuzioni pubbliche, raid, deportazioni nei campi di lavoro e torture nel quartier generale della Gestapo in via Szucha erano all’ordine del giorno nella città. A maggio 1943 i nazisti posero fine ad una precedente insurrezione, quella del ghetto ebraico, che venne liquidato e i cui sopravvissuti furono internati nei campi di concentramento.

Il 31 luglio 1944 l’Armata Rossa arrestò la sua avanzata sulla riva orientale della Vistola e Tadeusz Komorowski, comandante dell’Armia Krajowa, l’esercito polacco clandestino, ordinò l’inizio dell’Insurrezione. L’obiettivo era quello di liberare la città dai nazisti e organizzare un embrione di Stato polacco prima dell’arrivo delle truppe sovietiche. Si presumeva che gli scontri sarebbero durati al massimo 4 o 5 giorni e invece l’Insurrezione proseguì per ben 65 giorni.

Il 1 agosto 1944 alle ore 17:00 gli insorti, mal equipaggiati ma ben organizzati e motivati, iniziarono le loro operazioni. Le SS riuscirono a impedire alle varie unità di insorti di unirsi e nel corso della rivolta sterminarono migliaia di civili come rappresaglia. Stalin approfittò della situazione a suo vantaggio e impedì un intervento dell’Armata Rossa contro i tedeschi, auspicato dai suoi ufficiali Žukov e Rokossovskij. Fino al 10 settembre non fu consentito ad aerei alleati di atterrare in territorio sovietico per aiutare gli insorti, che il 2 ottobre capitolarono. Morirono tra i 130 e i 150 mila civili e circa 10 mila soldati. 5 mila insorti rimasero feriti e 7 mila furono i dispersi. I nazisti, su espresso ordine di Hitler, rasero al suolo la città.

Dal 2004 il Museo dell’Insurrezione di Varsavia commemora quegli eventi e il sacrificio di chi vi prese parte.

Il 2019 sarà l’anno di Gustaw Herling, autore di “Un mondo a parte”

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Il parlamento polacco ha deciso di dedicare il 2019 alla memoria di Gustaw Herling-Grudziński (1919 – 2000). Herling, scrittore e saggista tra i maggiori esponenti della letteratura concentrazionaria polacca, passò diversi anni di prigionia nel campo di lavoro di Ercevo, vicino ad Archangelsk, si unì al II Corpo d’Armata del generale Anders ed elesse l’Italia a sua seconda patria nel dopoguerra.

Dal 1955 all’anno della sua scomparsa Herling visse a Napoli con la moglie Lidia, terzogenita di Benedetto Croce. Collaborò con la rivista “Kultura”, punto di riferimento per gli esuli polacchi a Parigi. Collaborò anche con riviste e giornali italiani, come “Tempo presente” di Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, “Il Mondo” di Pannunzio, il “Corriere della Sera” sotto la direzione di Giovanni Spadolini, “Il Giornale”, la “Stampa”, la “Fiera letteraria” e “Il Mattino”. La pubblicistica italiana di Herling, raccolta in volume di prossima pubblicazione, comprende 470 titoli. Tornò in Polonia soltanto nel 1991 e gli furono conferite lauree honoris causa dall’Università di Poznań (1991), Lublino (1997) e Cracovia (2000).

Sulla facciata di villa Ruffo a Napoli, dove abitò ed ebbe il suo studio, una targa lo commemora dal 20 novembre 2012, quando è stata apposta alla presenza dei Presidenti della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, della Repubblica di Polonia Bronisław Komorowski e della Repubblica federale tedesca Joachim Gauck. Nel 2016 anche l’attuale Presidente polacco, Andrzej Duda, vi ha reso omaggio.

Nelle motivazioni addotte dal parlamento polacco a sostegno della decisione di dedicare il 2019 alla memoria di Herling si legge: “Il suo libro Inny świat (Un mondo a parte, Oscar Mondadori 2017) artisticamente perfetto, colmo di pietas umana e speranza, è stato il primo nella letteratura mondiale a testimonianza del martirio dei prigionieri dei lager sovietici vissuta dall’autore appena trentenne”. In Europa una parte significativa dell’élite intellettuale ha a lungo disconosciuto il valore di quella sua testimonianza. Nella legge si ricorda che la vita e l’opera di Herling sono “la testimonianza delle sofferenze e delle azioni di un uomo sopravvissuto ai tempi della violenza totalitaria e della crisi di valori”.

Prigioniero in un lager sovietico, soldato dell’esercito di Anders, partecipante alla battaglia di Monte Cassino, esule a Napoli, collaboratore di “Kultura” e “Radio Free Europe”, sostenitore dell’opposizione polacca anticomunista, autore ammirato in patria e nel mondo, autore di Un mondo a parte, di racconti e del Diario scritto di notte, editi in Italia da Feltrinelli e ora da Mondadori, Gustaw Herling “con straordinario coraggio racconta la tragedia di un uomo alla ricerca di un ordine morale e di verità”.

Viene altresì sottolineato che i racconti di Herling sono “narrazioni sui segreti metafisici del destino umano profondamente radicate nella cultura europea”. E il suo Diario scritto di notte è “una cronaca straordinariamente originale, saggistica, personale della storia polacca ed europea del XX secolo, vista attraverso gli occhi di un esule in Italia, patriota polacco ed europeo”.

 

La vodka, bevanda nazionale polacca

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Così come l’Italia e la Francia sono rinomate per i loro vini e la Cechia per le sue birre, la Polonia produce vodka famosa in tutto il mondo. Le classifiche stilate annualmente dimostrano che tra le 30 tipologie di vodka più vendute, molte sono di origine polacca. Wyborowa, Żubrówka e Żołądkowa Gorzka sono marchi riconosciuti ovunque.

Benché le prime distillazioni siano probabilmente avvenute nel bacino del Mediterraneo 1.500 anni fa, e furono gli Arabi a migliorare il processo dando al prodotto il suo nome distintivo (al koh’l), è soltanto dell’Alto Medioevo che la produzione di vodka su vasta scala è cominciata in Europa centrale e Orientale. La prima menzione della vodka in Polonia risale al 1405. Due ulteriori secoli dovettero passare prima che fosse perfezionato il processo di tripla distillazione che produceva la cosiddetta okowita (acquavite). All’epoca la vodka sostituì gradualmente la birra come bevanda nazionale. La produzione fu a lungo riservata alla nobiltà. L’okowita, uno spirito creato mediante fermentazione, veniva diluito con l’acqua per creare la cosiddetta wódka szynkowa.

L’industrializzazione della produzione di questa bevanda in tempi più recenti non ne ha diminuito la qualità. Oggi, accanto alle vodke pure prodotte mediante fermentazione di cereali o patate e diluite con acqua al 40%, esistono vodke aromatizzate alla frutta, alle erbe e al miele. Possono essere bevute in quantità ridotta come aperitivo, assieme a un dessert o all’interno di cocktail.

Tra gli altri alcolici per i quali la Polonia è rinomata ci sono anche l’idromele e la birra.

Masuria, la regione dei mille laghi

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Sappiamo che ci sono tanti laghi in Europa, ma l’unicità della Masuria deriva dalla ricchezza dei suoi tesori naturali e culturali. Non solo, ma la regione è anche facilmente accessibile grazie alle infrastrutture turistiche ben sviluppate.

Tutti coloro che visitano la Masuria riportano con sé a casa la memoria delle superfici argentee dei laghi, dello sventolio delle vele delle imbarcazioni, dei cesti colmi di funghi dopo una raccolta fortunata, dello spettacolo abbagliante di colline e di boschi lussureggianti. La vista di colonie di cormorani o di cicogne e cigni è comune. Altri apprezzano le radure assolate, le foreste di conifere, le impenetrabili paludi.

Ci sono circa 3 mila laghi in quest’area della Polonia. Il più grande è Sniardwy, con una superficie di 113,8 km quadrati; Hańcza è invece il più profondo (108,5 m, la profondità media è di 38,7 m); Jeziorak è il lago più lungo (27,45 km). Gli specchi d’acqua più piccoli sono spesso nascosti da una fitta vegetazione e sono difficili da raggiungere. Spesso creano ruscelli che li collegano.

Pioniere nella navigazione dei laghi della Masuria è stato il Gran Maestro dell’Ordine Teutonico Winrich von Kniprode, che nel 1379 viaggiò attraverso la regione da nord a sud in un’imbarcazione di legno. Talvolta bisognava trasportarla via terra da lago a lago e questo ispirò al Gran Maestro l’idea di canali artificiali per connettere i vari specchi d’acqua. All’epoca questa restò soltanto un’idea, che trovò realizzazione 470 anni più tardi.

Il paesaggio della Masuria è tutelato dalle leggi polacche, che hanno istituito un Parco Paesaggistico nel cuore del Distretto dei Laghi. Ci sono oltre 100 riserve naturali visitabili. Quella del lago Lukajno è stata inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO.

Viaggio a Cracovia, la città della letteratura

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Cracovia è una città piena di favola e di magia. Il suo nome parrebbe rimandare ad un’antichissima leggenda. L’etimologia di “Cracovia” ( in polacco “Krakòw”) è da rintracciarsi in “Krakus” (o Krak o Grakch), il nome del leggendario principe polacco, che sconfiggendo il famelico drago che viveva lungo la Vistola, presso la collina di Wavel, divenne il fondatore della città di Cracovia.

La città è stata la capitale del paese fino al 1596, anno in cui il re Sigismondo III Wasa decise di spostare la sua residenza ufficiale a Varsavia. Cracovia rimane tutt’oggi il principale centro culturale della Polonia, uno dei centri artistici e universitari più importanti di tutta l’Europa Centrale. La città polacca è infatti sede dell’Università Jagellonica, una delle università più antiche del continente, la cui fondazione risale al 1364. Cracovia conta una popolazione di oltre 754.000 abitanti, ai quali si aggiungono infatti ben 150 000 studenti universitari. Camminando per le sue strade è facile avvertire lo spirito giovane e il fermento culturale che anima la città.

Photo by Michel Wolgemut, Wilhelm Pleydenwurff (Author), Public domain (Licence)

 

 

 

 

 

 

Non a caso, Cracovia è stata insignita del titolo di capitale europea della cultura nel 2000 e il 21 novembre 2013 è entrata a far parte del Network delle Città Creative UNESCO, in qualità di città creativa della letteratura, ospitando nel giugno del 2018 l’Annual Meeting delle Città Creative UNESCO. La nomina UNESCO è stata festeggiata collocando nella suggestiva piazza del mercato (Rynek Główny) delle lettere dell’alfabeto giganti per formare la scritta “Miasto literatury”, città della letteratura.

Un titolo ben meritato, dal momento che Cracovia ogni anno ospita due festival della letteratura, una fiera del libro e moltissime letture di poesie pubbliche. Sempre in città ha sede la libreria più antica d’Europa, nonchè l’Istituto polacco del libro (Instytut Książki), organizzazione con lo scopo di promuovere la letteratura polacca nel mondo. 

Tanti sono gli scrittori e i poeti della città, non vi stupirà vedere poeti che compongono per strada, ragazzi nei cafè intenti a scrivere davanti al loro pc, autori che declamano versi durante una lettura pubblica in un pub. Tra i più illustri letterati cracoviani possiamo annoverare alcuni premi Nobel per la letteratura come i poeti Czeslaw Milsoz e Wislam Symborska, o scrittori come Stanislaw Lem e Slawmoir Mrozek. A Cracovia visse anche lo scrittore polacco Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski, noto ai più come Joseph Conrad, il celebre autore di “Cuore di tenebra”. Per onorarlo ogni anno ad ottobre si tiene in città un festival della letteratura internazionale, il “Conrad Festival”. Tantissimi gli ospiti, gli scrittori provenienti da tutto il mondo che vengono accolti nei teatri, nei musei, nei caffè, nelle chiese e nelle sinagoghe della città.

Da questo punto di vista il quartiere ebraico è una delle zone dei più vivaci della città. Tantissimi sono gli eventi legati alla letteratura ebraica, e non solo, che si tengono a Kazimierz. Uno su tutti il Festival della Cultura Ebraica di Cracovia (Festiwal Kultury Żydowskiej w Krakowie). Tra giugno e luglio, per circa una decina di giorni si tengono vari concerti, manifestazioni, mostre e letture pubbliche. Si aprono i teatri, i pub, i ristoranti e non solo. Diviene infatti possibile visitare le sette sinagoghe di Cracovia, anche durante l’ora delle funzioni religiose. Tanti i simboli e i misteri affascinanti del luogo. Il numero sette è considerato un numero magico in molte differenti culture, in particolare nella cultura ebraica. Questo ritorna sovente nei testi sacri e nella cabala come il numero della mediazione umana e divina. Inoltre si offrono anche visite guidate al cimitero e ebraico e al ghetto. Ascoltando musica klezmer e gustando piatti della tradizione, potrete leggere e ascoltare molte delle favole ebraiche che sono state raccontate per secoli a Cracovia.

Tra una lettura e l’altra, Cracovia vi delizierà con le sue architetture e con cibi della tradizione polacca, come ad esempio i pierogi. Potrete ammirare la Dama con l’ermellino di Leonardo Da Vinci presso il Museo Nazionale, restare a bocca aperta ammirando il soffitto della basilica di Santa Maria, passeggiare nella piazza del mercato dando un’occhiata ai splendidi gioielli di ambra tipici dell’artigianato locale.

La città della letteratura è il perfetto scenario per una favola d’altri tempi, ma anche un centro culturale ricco di fermento e aperto alle nuove tendenze letterarie internazionali. Se non conoscete la lingua polacca non fatevi intimorire, tantissimi ragazzi polacchi parlano un perfetto inglese, e non solo. In città troverete anche molti libri tradotti in inglese o in italiano e molta disponibilità da parte degli abitanti nei confronti di chi si avvicina alla cultura polacca.

Photo by McZusatz (Author), CC 2.0 (Licence)

Zamość, la città ideale

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Zamość è detta “Perla del Rinascimento”, “Padova del Nord” o anche “Città dei Portici” ed è sicuramente la più “italiana” delle città polacche, per lo meno nel suo aspetto architettonico. Il centro della città, fondata nella regione di Lublino nel Cinquecento e da allora rimasto pressoché intatto, è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO nel 1992.

Zamość è nata per volontà (e con il denaro) dell’etmano Jan Zamoyski ed è stata progettata dall’architetto italiano Bernardo Morando. Morando ricevette un’opportunità unica da Zamoyski, quella di creare dal nulla un intero centro urbano, architettonicamente perfetto, omogeneo nello stile, che combinasse armoniosamente funzioni amministrative, accademiche, culturali e difensive. Secondi i principi dell’Umanesimo sulla perfezione del corpo umano, Morando la creò a immagine e somiglianza dell’uomo. La testa e il cervello erano il Palazzo Zamoyski; la spina dorsale la via Grodzka; il cuore il municipio. Grandi bastioni, come mani e piedi, erano usati a supporto e protezione. L’Accademia Zamoyski aveva il ruolo di polmone culturale.

Anche la forma degli edifici non era casuale. Il Collegio è esattamente 15 volte più piccolo della città e può contenere 3.000 persone, tante quante una città ideale si supponeva dovesse ospitare. Oggi la simmetria, l’ordine e i portici ricordano i centri delle città europee meridionali, come Sabbioneta, Pienza o Vila Real de Santo Antonio in Portogallo.

Dopo la fondazione Zamość accolse nuovi venuti da altri paesi e altre fedi. I primi a ricevere il privilegio di insediarsi e costruire i loro luoghi di culto furono armeni ed ebrei sefarditi. Il censimento condotto nel 1591 ci dice che vi abitavano polacchi, ruteni, armeni, greci, tedeschi, ungheresi, ebrei e persino scozzesi. All’epoca la città aveva mille abitanti.

La città vecchia è lunga 600 m e larga 400 m. Ha tre piazze: Wielki (Grande), con funzione rappresentativa, Solny (del Sale) e Wodny (dell’Acqua), destinate ai mercati. La Piazza Grande è circondata da edifici colorati costellati di portici. Gli edifici in stile armeno hanno invece facciate orientaleggianti. Il Municipio, un tempo austero e a un solo piano, oggi reca un torre di 52 m e una grande scalinata frontale.

L’ambra, l’oro del Baltico

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L’ambra è considerata un patrimonio nazionale in Polonia. Il 90% della produzione globale proviene dalle coste del mar Baltico. Si tratta di resina fossilizzata di alberi di conifere vecchi di 40 milioni di anni. Nel mondo se ne conoscono almeno un centinaio di tipi diversi, ma l’ambra polacca è tra le più rinomate per la sua trasparenza e luminosità. La capitale dell’ambra è Danzica, che a questo materiale ha dedicato anche un museo e una fiera annuale. L’ambra viaggia lungo la rotta commerciale che collega il bacino baltico-scandinavo a quello mediterraneo da moltissimi secoli.

Basti pensare che gli Etruschi erano disposti a pagarla tanto quanto l’oro. I Greci, riconoscendone il colore simile al miele, la paragonavano alle lacrime pietrificate delle figlie di Helios, dio del sole. Le prime testimonianze della raccolta dell’ambra a scopo commerciale risalgono a 4.500 anni fa. Oltre che come decorazione, veniva utilizzata in pratiche religiose, nella creazione di amuleti e come moneta. Raggiunse l’Europa meridionale 2.000 anni più tardi. A Roma la compravano i membri dell’aristocrazia senatoria e la si trovava anche nella tesoreria imperiale.

Nell’Alto Medioevo veniva trasportata dalla Lituania ad Aquileia e a Roma, dove marcanti provenienti dalla via della seta la scambiavano con merci esotiche. I cavalieri teutonici, che arrivarono lungo le coste del Baltico all’inizio del XIII secolo, divennero ricchi grazie al commercio di questa risorsa preziosa. Avevano il monopolio sull’estrazione, la proprietà e la lavorazione. Dovettero passare molti anni prima che gli artigiani di Danzica potessero metterci le mani per creare capolavori come la corona di Jan Sobieski o la famosa Camera d’Ambra del re di Prussia Federico I. Quest’ultima è andata perduta durante gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, ma una replica è disponibile a Carskoe Selo, vicino a San Pietroburgo.

L’ambra non è soltanto un materiale prezioso a scopo decorativo. E’ anche una preziosa risorsa nella ricerca paleontologica e botanica. Spesso blocchi d’ambra contengono insetti, frammenti di piante, piccoli rettili, il tutto rimasto intatto per milioni di anni.

La battaglia che fermò l’avanzata del comunismo in Europa

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La battaglia decisiva della guerra polacco-bolscevica (1919-1921) è nota come “Miracolo sulla Vistola”. Questo nome le venne attribuito dalla Democrazia Nazionale, partito di ispirazione nazionalista avversario del maresciallo Józef Piłsudski, che intendeva così ridimensionare il merito di quest’ultimo nella vittoria. Molti furono i fattori che contribuirono a che l’esercito polacco sconfiggesse i russi, a partire dalla presa degli equipaggiamenti radio dei nemici. Alla battaglia di Varsavia è riconosciuto un ruolo paragonabile a quello della battaglia di Vienna del 1683, quando le forze polacche guidate da Jan Sobieski impedirono un’invasione turca dell’Europa. A Varsavia nel 1920 fu impedito che a invadere il continente fosse il bolscevismo.

Nel 1918 la Polonia aveva riconquistato l’indipendenza da soli due anni ed era già minacciata da un’invasione russa. Il 2 luglio 1920 il Comandante dell’Armata Rossa sul fronte occidentale, Michail Tuhačevskij, così ordinò: “Il destino della rivoluzione internazionale dev’essere acceso qui, nell’Ovest, e il sentiero di questo fuoco globale deve passare sul cadavere della Polonia… A Vienna, Minsk, Varsavia – Marciamo!” L’avanzata del 1° reggimento di cavalleria iniziò il 5 giugno.

Stalin, che all’epoca era commissario delle truppe a sud, aveva pianificato di attaccare Leopoli, Budapest e Vienna. Forse aiutò involontariamente la Polonia perché Lenin esitò prima di accettare di muovere in direzione di Varsavia, il che rallentò l’offensiva.

Piłsudski nel frattempo aveva preso il comando del Consiglio di Difesa Nazionale e colse assieme al generale Tadeusz Rozwadowski un’apertura favorevole ai polacchi tra il fronte russo occidentale e meridionale. Il 6 agosto Piłsudski diede l’ordine di contrattaccare attraverso il fiume Wieprz.

Il 13 agosto una delle battaglie più importanti della storia polacca ebbe inizio. I russi incontrarono una fiera resistenza a Radzymin, nei pressi di Varsavia, e la cittadina passò di mano per ben cinque volte. Vicino a Modlin, sul fiume Wkra, la 5° armata del generale Władysław Sikorski contrattaccò il 16 agosto. Il piano, meticolosamente preparato da Piłsudski, costrinse i russi a ritirarsi verso la Prussia. Sorpreso dal volgere degli eventi, Tuhačevskij non ebbe il tempo di organizzare una ritirata, che avvenne in maniera confusa. Sul fiume Niemen il generale Rydz-Śmigły siglò la vittoria polacca e decine di migliaia di soldati russi furono fatti prigionieri.

Come larga parte della storia dell’Europa orientale, anche la battaglia di Varsavia è abbastanza trascurata dalla storiografia occidentale nonostante l’importanza. Un valido punto di partenza per colmare questa lacuna può essere “1920 Bitwa Warszawska”, film diretto da Jerzy Hoffman uscito nel 2011.

Messaggio del Ministro Moavero Milanesi agli italiani all’estero

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Pubblichiamo di seguito una lettera del Ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi rivolta agli italiani all’estero in occasione dell’8 agosto, Giornata del sacrificio italiano nel mondo:

Cari Amici,

in occasione del 62° anniversario della tragedia della miniera di Marcinelle, in Belgio, desidero condividere con voi qualche breve riflessione, per rendere omaggio ai 262 minatori che l’8 agosto del 1956 persero la vita a Bois du Cazier.

Fra i morti si contarono 136 italiani, una tragedia immensa, una ferita profonda che l’Italia ricorda con la solenne Giornata del Sacrificio del Lavoro, in onore di tutti i lavoratori italiani ovunque nel mondo. Ci inchiniamo davanti alla memoria di tanti caduti e non possiamo dimenticare un evento così drammatico che segna indelebilmente la nostra storia.

La stessa coscienza dell’allora nascente integrazione europea ne è rimasta scossa. Solo dopo il disastro di Marcinelle l’Alta Autorità della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), fondata cinque anni prima, iniziò ad affrontare le questioni relative alla sicurezza sul lavoro. In precedenza, infatti, erano state negligentemente trascurate, nonostante lo stesso Trattato Ceca prevedesse dei riferimenti ai principi sociali e ai diritti base dei lavoratori.

Tuttavia, non possiamo non constatare come, ancora oggi – purtroppo – la legislazione in materia sociale dell’Unione Europea sia nel suo complesso carente, specie se comparata alla copiosa normativa emanata in altri settori. Un difetto di azione delle istituzioni comuni e dei governi degli Stati membri che, in giornate come questa, appare tristemente anacronistico.

Stiamo discutendo molto, negli ultimi anni, di rinnovamento europeo, di rilancio dell’Unione in una maggiore sintonia con i suoi cittadini. In una simile prospettiva, come chiesto da più parti, va data priorità all’Europa sociale, a un coerente tessuto di regole europee adeguate a garantire l’idonea tutela di chi lavora e una severa prevenzione degli incidenti nei luoghi di lavoro.

L’impegno del Governo italiano è di agire a fondo in tutte le sedi, nazionali ed europee, affinché ci sia una scelta di campo netta e siano prese le decisioni indispensabili. Dobbiamo fare ancora molto ed è davvero tempo di rompere i biasimevoli indugi del passato. Chiediamo all’Unione di adottare, rapidamente, una ben articolata agenda sociale, degna del suo nome, che includa nuove iniziative e riprenda le buone idee già messe sul tavolo anni addietro, ma mai concretizzate.

Lo dobbiamo alle innumerevoli vittime che oggi commemoriamo tutte, stringendoci al simbolo di Marcinelle. Lo dobbiamo al lacerante dolore dei loro famigliari. Lo dobbiamo alla nostra Italia che la Costituzione proclama, solenne, essere “fondata sul lavoro”.

Riflettendo sul lavoro non possiamo non rievocare i tanti italiani che lasciarono le terre natie cercando all’estero un futuro migliore per se e per i propri figli, spesso affrontando viaggi incerti e pericolosi, condizioni impervie di vita. Siamo stati, fino ai primi anni sessanta del ventesimo secolo – appena ieri – una nazione di emigranti nel mondo.

Anche in Europa, siamo andati stranieri, in paesi stranieri, cercando lavoro. Partivamo, sovente con grandi disagi, alla volta di quegli stessi Stati europei (Belgio, Francia, Germania e altri) nei quali adesso possiamo

andare a lavorare: cittadini dell’Unione Europea, fra altri cittadini della medesima Unione Europea, con analoghi diritti e doveri. Ecco, la libertà di circolazione dei lavoratori rappresenta un oggettivo, nodale risultato positivo dell’integrazione del ‘vecchio continente’.

Fu difficile trovare uno spazio, in tessuti sociali diversi dal nostro, fra non poche ostilità e anche prove di solidarietà: ma fu possibile per tanti, tantissimi. Gli italiani emigrati e i loro discendenti hanno saputo inserirsi, a pieno titolo, con valore e vigore, nelle realtà estere in cui si erano recati. Le arricchirono con la loro opera, intellettuale e manuale. Tutti ce lo riconoscono e in alcuni paesi – pensiamo proprio al Belgio di Marcinelle – sono ascesi anche ai massimi livelli delle responsabilità di governo.

Riflettiamo con consapevolezza e giusto orgoglio su queste esperienze di molti fra i nostri padri e nonni. Riconosciamo, con convinto rispetto, il loro inestimabile contributo alla storia d’Italia e dei luoghi dove si recarono. Non scordiamoci mai dei loro sacrifici. Pensiamoci, quando vediamo arrivare in Europa i migranti della nostra travagliata epoca.

Cari Amici italiani, ovunque siate nel mondo, dovete sapere che la dedizione con la quale, quotidianamente, assolvete ai vostri doveri lavorando, rende migliore il nostro Paese e contribuisce alla sua reputazione positiva. Vi giunga, dunque, il saluto fraterno del Governo e di tutti i compatrioti, nella speciale giornata dedicata a coloro che, proprio sul lavoro, hanno offerto il sacrificio estremo. Insieme, siamo affettuosamente vicini alle famiglie delle vittime di Marcinelle e delle tragedie del lavoro di ogni tempo.

Vi ringrazio per quanto avete fatto e state facendo per la nostra Italia.

FashionPhilosophy PRE-PARTY

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Da Łódź, attraverso Bielsko-Biała, a Katowice torna FashionPhilosophy

La prima edizione di FashionPhilosophyWeek Poland si è svolta dieci anni fa, tuttavia dopo quattordici stagioni si è fermata. Dopo due anni d’assenza del marchio in Polonia FashionPhilosophy è riapparsa a Berlino e Milano per tornare nel Paese in una nuova forma. Il prossimo autunno si ricomincerà a Katowice, nello spazio post industriale della vecchia walcownia di zinco. Il marchio ha indicato il suo ritorno con l’evento FashionPhilosophy PRE-PARTY, che si è svolto il 29 giugno in via Ratuszowa a Bielsko-Biała.

Sulla passerella sono state presentate le collezioni di designer provenienti da Polonia, Germania e Brasile: Barbara Piekut – Mo.Ya Fashion, Marion Rocher – Rockmädchen, Kamila Kosowska – Kamy Mady In Krakow, Aline Celi, Marta Kuszyńska, Karolina Ratyńska – Kaya by Karo, Jarosław Ewert i Maciej Zien.

PRE-PARTY ha innovato discostandosi dalla forma dai precedenti eventi polacchi di moda con passerella all’aperto, tra i palazzi d’Art Nouveau e con la festa aperta al pubblico. Tutto questo coerente allo scopo del marchio ovvero promuovere e commercializzare la moda d’autore nel mercato polacco. Le diverse sfilate erano tutte collegate dall’attenzione alla bellezza femminile. Nella passerella regnava dolcezza ma anche forza ed energia lanciata dalla musica dal vivo dei dj di Bielsko-Biała, una città finora assente nella mappa del mondo della moda, nonostante la relazione storica con l’industria tessile polacca, che ha attirato l’attenzione dei critici, media e altri rappresentanti del settore della moda. Tutto per celebrare la nuova era nella storia del marchio e preparare gli appassionati di moda alle nuove esperienze.

Vale la pena di sottolineare il ritorno di FashionPhilosophy perchè attualmente in Polonia non si svolge una settimana della moda tipo quelle di Berlino o Milano. FashionPhilosophyFashionWeek Poland è il maggiore evento di moda nel Paese. Una manifestazione in grado di attrarre artisti, acquirenti, persone famose, media e appassionati della moda da tutto il mondo. Le sfilate e la fiera contemporanea danno l’opportunità ai designer di mostrare le loro nuove collezioni, agli investitori di fare le ricerche sul mercato e sulle tendenze, alle modelle di salire gradini nella loro carriera, al pubblico di conoscere meglio una forma d’arte indossabile: ovvero la moda. Le sfilate internazionali di moda in Polonia allargano gli orizzonti e danno migliori opportunità per promuovere i designer e creare contatti commerciali, il tutto si traduce in uno sviluppo vigoroso della moda d’autore in Polonia quale frutto del connubio tra arte e business.

FashionPhilosophyFashionWeek Poland si svolgerà due volte l’anno e presenterà i trend per le stagioni seguenti. Non per caso si è scelta Katowice. Il cuore della Slesia nasconde alcuni degli edifici di architettura post industriale più belli in Polonia. Le collezioni sono una cosa e l’ambiente della sfilata è un’altra. La nuova casa di FashionPhilosophy sarà il Museo dell’industria siderurgica di zinco Walcownia, l’unico edificio post industriale nella città che sia rimasto inalterato. In Slesia non c’è un altro, così severo e ampio, più di 5 mila metri quadrati, spazio chiuso che possa offrire un tale carattere all’evento. La forza post industriale, lo sfondo delle vecchie macchine della zincheria, alcune ancora in grado di funzionare, saranno il back ground di contrasto con le collezioni presentate. L’impressione estetica è perfettamente garantita.

La nuova edizione si svolgerà il prossimo ottobre 2018 in Slesia, ma l’attività di FashionPhilosophy non si limiterà ad una regione. Già oggi la festa FashionPhilosophy Fashion Week Berlino viene considerata evento ufficiale che apre la settimana della moda di Berlino. Non vogliamo limitare la moda polacca geograficamente ma spingerla verso le capitali europee.

FashionPhilosophy ha spiegato le ali di nuovo grazie a Kasia Stefanow (MyStyle Events), Łukasz Rzebko (Extomusic Event Agency) e Tomasz Zajda (Direttiva S.r.l).