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Polonia e Italia sempre al cuore dello sport: panoramica sui prossimi maggiori eventi

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Via il dente, via il dolore, subito. Il Mondiale di calcio in corso in Canada, Messico e Stati Uniti, in programma dall’11 giugno al 19 luglio, è senza margine di discussione alcuno l’attuale (e non?) evento sportivo più importante al mondo, appunto. L’assenza delle nazionali italiana e polacca fa male, e non può non essere considerata un fallimento, pur con due storie diverse per giungere al triste ma egual esito. Se ben 48 selezioni sono ora impegnate nella maggior rassegna intercontinentale, Polonia e Italia qui non sono purtroppo protagoniste, qui non sono al cuore dello sport, e hanno invece giocato le loro ultime gare, un paio di amichevoli  a testa, a cavallo tra la fine dello scorso mese di maggio e l’inizio del corrente giugno. Ho avuto modo di assistere allo stadio PGE Narodowy di Varsavia al secondo impegno dei biancorossi, mercoledì 3 giugno, un divertente 2-2 contro la Nigeria, suggellato da un gol nel finale dalla lunga distanza del difensore ex Spezia e Venezia Wiśniewski. Un impianto lo stadio nazionale della capitale che mi dà sempre tanta emozione ogni volta che vi metto piede dentro, ma anche solo passandoci davanti da fuori, e che vi propongo come copertina in una fotografia in quell’assolatissima serata pre-partita. La nazionale polacca sta già vivendo e continuerà a vivere indubbiamente un grande ricambio generazionale (basti vedere la distinta del match sottostante, con i biało-czerwony pressoché a pieno regime, a differenza delle Super Aquile con svariate assenze di spicco): negli ultimi anni hanno lasciato il portierone Szczęsny e il muro difensivo Glik , autentici punti di riferimento del reparto difensivo, mentre davanti ci sarà prima o poi da avere a che fare con il naturale addio di Robert Lewandowski. Ad agosto saranno 38 gli anni per il sesto marcatore più prolifico della storia del calcio (sì, proprio di tutti i tempi, solo in cinque han segnato più di lui), e sebbene sia un’autentica macchina, i conti col tempo purtroppo sono un discorso da affrontare per tutti. Io, come qualsiasi altro appassionato, spero di poter apprezzare il più a lungo possibile questo campione, che sta anche probabilmente per uscire dai radar del calcio europeo: terminata l’esperienza al Barcellona, si parla di un trasferimento nella MLS americana. Non sono pronto all’addio alla nazionale, o peggio ancora al calcio, non si vedrà più per tantissimo tempo un giocatore così in Polonia. Occhi puntati per presente e futuro però, come già scritto tempo fa, soprattutto su Oskar Pietuszewski. Anche per l’Italia, alla terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale, quasi tristemente una prassi ormai, si potrebbe affrontare un discorso simile per certi tratti, ma molto diverso per altri. Quello che bisogna assolutamente sottolineare è che nelle due dette amichevoli, entrambe vinte di misura, il tecnico ad interim ed ex selezionatore dell’Under 21 Silvio Baldini ha giocato quasi esclusivamente con ragazzi giovanissimi ed esordienti assoluti nella rappresentativa maggiore,  cercando di dare un importante segnale. Le nazionali giovanili italiane hanno raccolto tanti risultati importanti in questi recenti anni, per ultimo il titolo Europeo Under 17 meno di due settimane fa.  Chissà cosa riserverà il futuro di Polonia e Italia, ma lo potremo cominciare a vedere da fine settembre, con l’inizio per entrambe le nazionali maggiori della Nations League. Girone di ferro per gli Azzurri, ancora ufficialmente privi di un CT, impegnati con Francia, Belgio e Turchia. Per gli uomini di Jan Urban invece gli ostacoli sono rappresentati da Bosnia-Erzegovina, Svezia e Romania. Il mese di settembre vedrà però anche la Polonia ospitare il Mondiale femminile Under 20, alla sua prima partecipazione nella prestigiosa competizione di categoria. Tra le altre 23 squadre impegnate tra Łódź, Katowice, Sosnowiec e Bielsko-Biała, non mancherà ovviamente l’Italia. 

Se per le nazionali ci può dunque e deve essere margine di crescita e terreno su cui lavorare, il discorso deve assolutamente valere anche per le squadre di club dei rispettivi campionati, tanto in patria quanto a livello internazionale. A febbraio e marzo c’era stato il doppio incrocio europeo italo-polacco in Conference League per la Fiorentina contro Jagiellonia Białystok prima e Raków Częstochowa poi. Ero presente sugli spalti in entrambe le gare in territorio biancorosso, giocate ad esattamente un mese di distanza l’una dall’altra il 19. In questo pezzo parlavo per l’appunto della crescita del calcio polacco a livello di ranking internazionale, che avrebbe portato, ed ora ha a tutti gli effetti portato, con l’imminente inizio di stagione fissato a praticamente un mese da oggi, per la prima volta cinque squadre a contendersi un posto nelle coppe europee. Il 21 luglio il Lech Poznań, campione di Ekstraklasa 2025/2026, e la seconda classificata Górnik Zabrze, sfideranno in un doppio confronto nel proprio primo turno dei playoff (il secondo nell’ottica complessiva della Champions League) i danesi dell’Aarhus e i turchi del Fenerbahçe; un sorteggio veramente durissimo quello occorso alla squadra della Slesia. In caso di sconfitte, si retrocede alle qualificazioni di Europa League, dove c’è anche proprio il sopra citato Jaga, ancora ignaro del suo cammino. Quanto alla terza competizione continentale, la Conference League di cui si è parlato pocanzi, ancora il Raków potrebbe farne parte per la stagione 2026/2027, superando come primo scoglio i maltesi del Valletta, ed anche la novità GKS Katowice, che dovrà però attendere per conoscere la propria sfidante. La formazione gialloverde aveva strappato il pass europeo all’ultimo respiro dell’ultima giornata, scavalcando il Legia Varsavia, che affronterà la stagione numero 110 della propria storia senza coppe europee e senza lo storico capitano e giocatore più titolato Artur Jędrzejczyk, salutato nella giornata di ieri. Il campionato prenderà il via subito dopo le prime gare europee, a partire esattamente dal giorno successivo, venerdì 24 luglio; la gara d’esordio alle ore 18 mette di fronte Radomiak Radom e Wieczysta Kraków, terza squadra di Cracovia neopromossa nella massima serie, così come lo storico Wysła Kraków, e che andranno dunque a far compagnia all’ormai stabile Cracovia.  Sulla Serie A italiana, al via praticamente un mese più tardi nel weekend del 22 e 23 agosto, con calendario preciso ancora da definire, ritorneremo con più dettaglio in seguito, sicuramente con un pezzo aggiornato sui giocatori polacchi che saranno ai blocchi di partenza il prossimo anno, così come fatto l’anno scorso.

 

Lasciamo il pallone e saliamo in sella alla bicicletta. Dopo avervi portato un mesetto fa al Giro d’Italia, restiamo sempre nel Bel Paese ma nell’ambito di una competizione estera, ossia il Tour de Suisse. La corsa della vicina Svizzera era considerata fino a qualche anno fa forse la più importante rassegna dopo l’intoccabile trio Tour de France-Giro d’Italia-Vuelta di Spagna, e in questa edizione ha presentato una novità mai vista prima d’ora. Oltre al fatto che per la 89esima edizione si partisse per la prima volta dall’Italia (così come accaduto con il Tour del 2024 e la Vuelta del 2025, eventi storici per me imperdibili), nello specifico da Sondrio, in Valtellina, non così lungi dal territorio elvetico, per la cinque giorni tra il 17 e il 21 giugno è stato previsto che uomini e donne si cimentassero negli stessi giorni negli stessi luoghi nelle stesse tappe, con un chilometraggio ridotto per le seconde. Per la prima volta in vita mia dunque, mercoledì 17 giugno ho potuto vedere una frazione di uomini e donne nel contesto di una gara UCI World Tour nella stessa giornata. Se per gli uomini non vi poteva essere un vincitore annunciato diverso dal fenomeno sloveno Tadej Pogačar, per le donne il discorso era più variegato, vista la presenza di diverse frecce. A conquistare la tappa è stata l’olandese Femke De Vries, ma c’erano anche e soprattutto le quotate campionesse nazionali italiana Elisa Longo Borghini e polacca Kasia Niewiadoma, agli estremi della prima fila alla partenza che vi propongo nella fotografia poco sotto, con le rispettive speciali casacche tricolore e biancorossa. Sulla destra potete anche scorgere la bandiera del via che sarebbe sventolata di lì a poco per mano di quella ragazza col caschetto biondo, a proposito di campionesse… Nientemeno che Arianna Fontana, nativa proprio di Sondrio, l’atleta italiana olimpica più medagliata della storia, bottino arricchito anche nei recenti Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Ancora un paio di giorni dunque per decidere le sorti del Tour de Suisse maschile (possibilità di podio per l’atleta di Sondrio Andrea Bagioli, il cui fratello ha realizzato il trofeo che andrà al vincitore, che storia!) e femminile (al momento comanda la graduatoria proprio Longo Borghini, Niewiadoma insegue con poco meno di un minuto di ritardo). Alle porte per loro e tante altre cicliste e ciclisti c’è l’appuntamento più importante della stagione, ossia il Tour de France, tre settimane nel mese di luglio per gli uomini, 9 giorni ad inizio agosto per le donne. C’era a Sondrio e ci sarà al Tour de France Michał Kwiatkowski, uno dei corridori chiaramente più acclamati anche allo scorso Tour de Pologne, giocando in casa, che vi ho raccontato nel dettaglio e che tornerà ancora ad inizio agosto. Appuntamento da lunedì 3 a domenica 9, con un percorso sempre più variegato in varie e sparse zone del Paese, da nord a sud, con partenza da Gdynia e classico arrivo a cronometro finale a Wieliczka.  L’edizione femminile avrà invece luogo tra il 24 e il 26 luglio, prettamente all’interno del voivodato di Lublino, stavolta quindi prima e non dopo la corsa maschile. 

 

 

Chiudiamo questa panoramica o rassegna che dir si voglia con lo sport che forse ci sta dando più soddisfazioni in assoluto, e non è stato da meno negli ultimissimi tempi, ossia il tennis. Archiviato da poco un leggendario Roland Garros, a fine giugno scatterà l’ora di Wimbledon. L’anno scorso ci ricordiamo bene come è andata a finire, con il doppio trionfo Sinner –Świątek a regalarci il più facile “impettimento” d’orgoglio per i nostri due campioni, autori di una impresa incredibile. Chissà se il prossimo 12 luglio potremo rivivere una situazione simile. L’italiano, che ieri ha effettuato il primo allenamento in quel di Londra, dovrebbe aver smaltito i problemi che lo hanno limitato nel torneo parigino, estromettendolo anzitempo in maniera beffarda. Torneo che è stato vinto con merito da Zverev in finale su un fantastico Cobolli, altro orgoglio tricolore. E sarà proprio il tedesco il principale designato rivale di Sinner, con il mirino puntato anche sul secondo posto del ranking ATP, che sarebbe raggiungibile in caso di approdo in finale, scavalcando l’ancora assente (purtroppo, perché è una mancanza che fa male allo sport, e in qualche misura allo stesso Sinner paradossalmente) Alcaraz. Per quanto riguarda le donne, o più nello specifico le donne polacche, non si potrà certo dire che tutti i riflettori saranno puntati quasi soprattutto come ormai usuale su Iga Świątek, poiché Maja Chwalińska ha fatto qualcosa di troppo grande sulla terra rossa francese, e potrà ora calcare anche l’erba britannica, con gli occhi non solo della Polonia, ma di tutto il mondo addosso. La nuova numero 21 al mondo, salita di quasi 100 posizioni nel ranking dopo l’impresa parigina, ha avuto accesso al tabellone principale londinese mediante card, e giocherà da testa di serie. Tanti gli atleti e atlete italiani e polacchi già inseriti senza dover passare dalle qualificazioni. Per gli uomini mancherà ancora Musetti ma c’è spazio per Berrettini, che raggiunge così anche Arnaldi, Bellucci, Cobolli, Darderi e Sonego. Per la Polonia ecco Hurkacz (battuto proprio da Berrettini in semifinale nel 2021) e Majchrzak (che ha eliminato lo stesso Berrettini lo scorso anno al terzo turno). A rappresentare le donne italiane ci sono Paolini e Cocciaretto, mentre Linette e Fręch completano il quadro delle polacche. Infine voglio ricordare un altro appuntamento tennistico in agosto, tra il 2 e il 9 (stesse identiche date del Tour de Pologne contando anche la presentazione domenicale a Gdynia), ossia l’ATP Challenger Mazovia Open, nel centro sportivo di Kozerki, dove sicuramente cercherò di mettere piede, anche se per allora non avrò forse purtroppo ancora imparato a sdoppiarmi. 

 

Testo e Foto: Alberto Mangili

Pinocchio, un candido bugiardo in un’epoca di verità illusorie

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Nel 2026 ricorre il bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini, meglio noto come Carlo Collodi. La fama mondiale del suo libro “Le avventure di Pinocchio”, uscito a puntate sul “Giornale per i bambini”  a partire dal 1881 e pubblicato per la prima volta in volume nel 1883, è stata ed è ancora tale da generare innumerevoli riletture, trasposizioni e rimaneggiamenti del testo originale, quasi sempre adattate per riflettere meglio la sensibilità, gli interessi e i problemi caratteristici di ogni epoca. Una tradizione che continua ancora oggi, con rivisitazioni nuove e sempre più multimediali della storia del burattino.

In Italia, a cavallo tra Otto e Novecento, si diffuse presto la moda delle “pinocchiate”, ovvero continuazioni o versioni alternative a opera di altri autori, a partire da “Il figlio di Pinocchio” (1893) di Oreste Boni. Fra gli “apocrifi” più curiosi usciti nei primi decenni del XX secolo possiamo menzionare “Pinocchio in Africa” (pubblicato nel 1911, anno dell’invasione italiana della Libia), “Pinocchio in automobile” o “Pinocchio corsaro”; ma anche pubblicazioni puramente propagandistiche come, durante la Grande Guerra, “Pinocchietto contro l’Austria”, o ancora, negli anni Venti e Trenta, le grottesche e quantomeno discutibili avventure di “Pinocchio fascista”. Non mancavano ovviamente pubblicazioni più serie, tra le quali è ancora oggi fondamentale la lettura critica che del libro di Collodi dà un grande scrittore, Giorgio Manganelli, nel volume “Pinocchio: un libro parallelo”, edito nel 1977. Fatto interessante è che nel corso degli anni gli intellettuali hanno proposto le più svariate interpretazioni dell’opera, trovando nella figura di Pinocchio riferimenti a Cristo, a Dante, o ancora a varie tradizioni esoteriche, dall’antichità (“L’asino d’oro” di Apuleio) fino alla moderna massoneria.

A livello internazionale il personaggio di Pinocchio fa pensare innanzitutto al celeberrimo film d’animazione del 1940 prodotto da Walt Disney, ma gli adattamenti cinematografici (e televisivi) del libro sono numerosissimi. In Italia la primissima trasposizione filmica del capolavoro di Collodi risale al 1911, a opera del regista Giulio Antamoro; celebre e apprezzato è lo sceneggiato televisivo in 6 episodi diretto da Luigi Comencini nel 1972, mentre meno riuscito è il film del 2002 diretto da Roberto Benigni, all’epoca reduce dal successo mondiale di “La vita è bella”. Nel corso dei decenni non sono mancati neppure gli adattamenti musicali: basti qui ricordare il famoso disco “Burattino senza fili” (1977) del cantautore napoletano Edoardo Bennato, che usa personaggi e situazioni del libro di Collodi come metafore dei problemi del mondo contemporaneo, o l’album “Pinocchio” (2002) dei Pooh, legato all’omonimo musical portato sulle scene l’anno successivo. Innumerevoli sono anche i fumetti ispirati più o meno liberamente alla storia del burattino, spaziando da versioni destinate ai lettori più piccoli a quelle decisamente più adatte a un pubblico adulto. Nel romanzo di Collodi, del resto, non mancano atmosfere e situazioni oscure, talvolta al limite dell’horror: nel 2024 (2026 in Italia) il libro è stato pubblicato in un’edizione deluxe illustrata dal disegnatore americano Mike Mignola, noto per il suo stile oscuro e suggestivo, il quale già in passato aveva rivisitato la storia di Pinocchio in un episodio della sua serie a fumetti “Hellboy”.

A questo punto possiamo chiederci quale sia la ragione del successo de “Le avventure di Pinocchio”, fonte apparentemente inesauribile di ispirazione per parecchie generazioni di scrittori, registi, disegnatori e musicisti (senza dimenticare gli studiosi di letteratura!). O, ancora meglio, possiamo domandarci quanto peso possa avere, nel 2026, la storia fiabesca ideata da Carlo Collodi. Nel mondo di oggi, in effetti, le distrazioni e i pericoli a cui andrebbe incontro un burattino (o, per estensione, un bambino o adolescente) disubbidiente e bugiardo come Pinocchio sarebbero molto più numerose. In una realtà sempre più digitale, basata sulla comunicazione istantanea e sui reel dei social media, ma anche sulle fake news e sui tanti possibili pericoli del web, le avventure di Pinocchio sarebbero certamente più complicate e ambigue rispetto al XIX secolo. Come distinguere, in una simile realtà, tra verità e bugia? Come resistere alle infinite tentazioni e distrazioni del Paese dei balocchi digitale, disponibili su ogni smartphone?

Negli anni recenti sono apparse varie trasposizioni di “Pinocchio”, a partire dal bel film di Matteo Garrone del 2019, piuttosto vicino al libro originale, che vede il ritorno di Roberto Benigni, stavolta nel ruolo di Geppetto. Un adattamento certo meno fedele, ma decisamente suggestivo, è quello realizzato nel 2022 dal celebre regista messicano Guillermo Del Toro insieme a Mark Gustafson. In questo caso parliamo di un film d’animazione dalle tinte decisamente oscure, che ambienta la storia del burattino nella realtà del ventennio fascista e attinge ampiamente all’immaginario horror prediletto da Del Toro. Il film inizia con la tragica morte di Carlo, figlio di Geppetto, che anni dopo porterà il falegname a creare il burattino nel tentativo di riportare in vita il bambino. La magia che dà la vita al pezzo di legno, però, proviene qui da forze soprannaturali tenebrose e inquietanti, connesse alla morte e all’aldilà. Come segnalano tanto il già menzionato Manganelli quanto, in anni più recenti, il filosofo Giorgio Agamben (nel suo libro su Pinocchio del 2021), luoghi e personaggi del romanzo di Collodi evocano spesso l’immaginario dell’oltretomba, sospesi come sono tra vita e morte, tra esistenza materiale e sopravvivenza spettrale. Nel film di Del Toro il regno dei morti è messo in primissimo piano, portando la trama in direzioni che divergono non poco dall’opera letteraria originale. Interessante è anche la scelta dell’Italia fascista come sfondo storico per la vicenda, una decisione forse inevitabile in un’epoca di forti tensioni politiche e ideologiche come la nostra: ancora una volta, quindi, la “vecchia” storia di Pinocchio si fa specchio più che attuale dei problemi del presente.

Un altro adattamento molto recente è il videogioco “Lies of P”, pubblicato nel 2023 dallo studio sudcoreano Neowiz e appartenente al genere soulslike, ovvero un gioco di ruolo d’azione caratterizzato da un alto livello di difficoltà, a cui si accompagnano spesso atmosfere oscure e una narrazione criptica e di difficile interpretazione. In questa rivisitazione del romanzo collodiano Pinocchio (mai chiamato direttamente per nome) è un automa creato dal geniale inventore Geppetto, le cui avventure si svolgono nell’immaginaria città di Krat, devastata da una ribellione dei “burattini” contro gli esseri umani. Il gioco mescola elementi industriali ottocenteschi, dalla forte estetica steampunk, con altri tipicamente magici e fiabeschi, anche se non mancano toni prettamente horror. Nel corso della storia il protagonista incontra tutte le figure più iconiche del libro di Collodi, come il Grillo parlante che lo guida fra i tenebrosi vicoli di Krat, i sempre astuti e truffaldini Gatto e Volpe, la Fata dai capelli turchini, lo stesso Geppetto o ancora personaggi secondari come Alidoro o Melampo, tutti ovviamente presentati in maniera più oscura e realistica rispetto all’opera originale. Un aspetto interessante è il ruolo svolto nel gioco dalle bugie: all’inizio dell’avventura apprendiamo che “i burattini non possono mentire”, essendo, per l’appunto, automi, mentre la menzogna è cosa squisitamente umana. Con il progredire della trama Pinocchio, un automa diverso dagli altri, deve più volte scegliere se dire la verità o mentire, ma si tratta quasi sempre di bugie a fin di bene, dettate dall’altruismo; e sono proprio queste bugie che, a lungo andare, permettono al burattino di diventare un ragazzo, rovesciando quindi le premesse educative del romanzo. Inoltre, proprio come nel film di Del Toro, anche in “Lies of P” Geppetto decide di creare il burattino dopo la morte del figlio, anche qui chiamato Carlo. Nel gioco, tuttavia, la figura del padre-demiurgo ha tratti decisamente più negativi rispetto alla storia di Collodi e alla maggior parte dei suoi adattamenti, e sarà proprio la ribellione contro la sua autorità a determinare la conclusione della vicenda.

Anche nel XXI secolo, quindi, la storia di Pinocchio può vantare numerose e variegate rivisitazioni e adattamenti. L’opera di Collodi, scrive Agamben, “non è una fiaba, non è un romanzo, non è punto ascrivibile ad alcun genere letterario”; ma, a ben osservare le sue interpretazioni passate e contemporanee, essa appare sospesa anche tra libro per l’infanzia e storia dell’orrore, tra regno dei vivi e regno dei morti, tra messaggio pedagogico e gusto della ribellione (del resto, senza bugie e disubbidienza Pinocchio non avrebbe vissuto nessuna delle sue avventure). Una simile ambivalenza e apertura all’interpretazione rende “Le avventure di Pinocchio” un’opera attuale nel mondo complesso, labirintico e contraddittorio di oggi, in cui sempre più spesso possiamo avere l’impressione che non ci sia un’unica verità. Mi pare calzante, qui, un’altra citazione dal libro di Giorgio Agamben: “La verità non è un assioma fissato una volta per tutte: cresce e diminuisce […] insieme alla vita, al punto di diventare sempre più ingombrante e difficile per chi vi aderisce senza riserve, come il naso di Pinocchio, appunto.” Con questo non voglio certo affermare che la verità non esista, né sia un concetto relativo o puramente soggettivo; anzi, in un mondo dominato dall’informazione, spesso cangiante, virtuale e riscrivibile all’infinito, a cui fanno da contraltare idee e opinioni sempre più rigide, dogmatiche e uniformi (con le ormai proverbiali “bolle” ideologiche e informative), la scelta tra vero e falso, tra bene e male può metterci in difficoltà e lasciarci smarriti, quasi fossimo anche noi dei burattini ingenui e sprovveduti, gettati in un mondo pieno di insidie e di persone pronte a darci cattivi consigli. Per fortuna, grazie alla storia – anzi, alle storie, ormai – di Pinocchio, possiamo orientarci meglio tra le infinite bugie, presunte verità e contraddizioni del contemporaneo, imparando a riconoscere inganni e pericoli e a smascherare i bugiardi, così che alla fine possiamo anche noi diventare, come il personaggio creato quasi 150 anni fa da Carlo Collodi, un po’ più umani e un po’ meno burattini.

Tomasz Skocki è docente di lingua e letteratura italiana presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Varsavia. Nelle sue ricerche e pubblicazioni si è occupato di letteratura coloniale e postcoloniale italiana, dei romanzi di Umberto Eco, della fantascienza e delle tematiche (post)apocalittiche, distopiche e ucroniche nella narrativa contemporanea. Ha curato, con Alessandro Baldacci e Anna Brysiak, tre volumi dedicati ai motivi apocalittici nella letteratura e cultura del XX e XXI secolo: “Narrazioni della fine” (“Nuova Corrente” 163, 2019), “Il futuro della fine” (Peter Lang, 2020) e “Variazioni sull’apocalisse” (Peter Lang, 2021); ha anche curato raccolte di saggi dedicate all’opera di Stanisław Lem (“IF” 28, 2022) e, insieme a Carlo Pagetti, ai temi della storia alternativa (“ContactZone” 1/2025). Attualmente collabora con il gruppo TRAME (Team di Ricerca su Alterità, Marginalità ed Emergenze) dell’Universitas Mercatorum di Roma, il cui primo progetto, in occasione del bicentenario della nascita di Carlo Collodi, è il convegno “L’altro Pinocchio”, che si svolgerà a ottobre 2026.

Gnocchi fatti in casa con crema di porri

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Gnocchi fatti in casa con crema di porri (2 persone)

 

Ingredienti:

  • 400 g di patate farinose
  • 120 g di farina di frumento + q.b. per infarinare
  • 1 uovo piccolo
  • un pizzico di sale
  • 1 porro grande (parte bianca e verde chiaro)
  • 2 cucchiai di burro
  • 1 cucchiaio di olio extravergine d’oliva
  • 250 ml di panna fresca liquida (30% di grassi)
  • 100 ml di latte
  • Parmigiano Reggiano grattugiato q.b.
  • sale e pepe q.b.
  • un pizzico di noce moscata fresca grattugiata
  • 1 cucchiaio di succo di limone

 

Procedimento:

Pelate le patate cotte e schiacciatele fino a ottenere una consistenza liscia. Aggiungete l’uovo, un pizzico di sale e la farina poco alla volta, impastando delicatamente, fino a ottenere un impasto morbido e elastico. Dividete l’impasto in parti, formate dei cordoncini e tagliateli a pezzetti della lunghezza di circa 2 centimetri. Se volete, create le tipiche righe con i rebbi di una forchetta.

Tagliate il porro a fettine sottili e rosolatelo nel burro con l’olio fino a quando sarà morbido e traslucido. Aggiungete sale, pepe e un pizzico di noce moscata fresca grattugiata. Versate la panna e il latte, cuocete per qualche minuto, fino a ottenere una crema liscia. Infine, aggiungete il succo di limone e frullate il tutto.

Cuocete gli gnocchi in acqua salata fino a quando saliranno in superficie, metteteli nella crema e mescolate delicatamente. Servite subito con Parmigiano Reggiano grattugiato e, se volete, una spolverata di peperoncino.

Traduzione IT: Oktawia Burzak

Gazzetta Italia 117 (giugno – luglio 2026)

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Con in copertina Alessandro Parrello e Oriana Celentano, due dei protagonisti del nuovo serial tv polacco girato tra Varsavia e Polignano a Mare, Gazzetta Italia n.117 propone un meraviglioso numero vacanziero. Oltre alle interviste agli attori Alessandro Parrello e Laura Breszka che ci danno le anticipazioni sul serial Felicità, prodotto da TVP e che sarà in onda dal prossimo settembre, il nuovo numero propone una interessante intervista con lo storico Piotr Podemski sugli 80 anni della Repubblica Italiana. Poi ampio spazio a Genova che si sta fortemente rilanciando a livello turistico e congressuale. Tra gli altri articoli segnaliamo un ricordo dedicato a Gino Paoli, l’intervista al canonico Tomasz Jarosz Membro del Consiglio per la Polonia e i Polacchi all’Estero, l’intervista alla blogger Ula Pedantula, un approfondimento sul controverso film “Salò” di Pasolini e tanti altri articoli e recensioni oltre alle nostre storiche rubriche di motori, cucina e lingua. Correte ad Empik, oppure acquistate il nuovo numero sul nostro sito, ne vale la pena!

Tennis, Italia e Polonia continuano a sorprendere (oltre Sinner e Swiątek)

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Il Roland Garros 2026 è appena andato in archivio, con la finale del singolare maschile conquistato ieri da Alexander Zverev in oltre quattro ore al quinto set contro il solidissimo italiano Flavio Cobolli, autore di una prestazione di rilievo e ormai entrato nella top 10 del ranking ATP. L’altro ieri invece, sabato 6 giugno, il titolo femminile è stato appannaggio di Mirra Andreeva, vittoriosa sulla sorprendente polacca  Maja Chwalińska, quest’ultima capace di dar vita alla pagina sportiva più incredibile di questa edizione del torneo francese.  Un italiano e una polacca in finale dunque, ma non gli attesi Jannik Sinner e non Iga Swiątek, eliminati rispettivamente al secondo e quarto turno dei propri tabelloni. Il primo puntava coi massimi favori del pronostico, vista l’assenza di Alcaraz, al suo primo Open di Francia, unico mancante nella personale bacheca dei Grandi Slam, mentre la seconda ha fatto della terra rossa il suo terreno di caccia preferito, conquistando le edizioni 2020, 2022, 2023 e 2024 (quest’ultima contro l’italiana Jasmine Paolini). Due assenze da un lato insolite, dal momento che parliamo di due fenomeni assoluti (l’uscita dell’italiano pesantemente dettata da una condizione fisica non ottimale ad un singolo game dalla vittoria), ma dall’altro capaci di fornire un grande assist per permettere di allargare la visuale, e comprendere meglio la bontà di un movimento anche collettivo.  

Prima di affinare meglio questo concetto, ripercorriamo brevissimamente il percorso dei nostri due straordinari finalisti. Partiamo con Maja Chwalińska, giunta a Parigi con l’ambizione di entrare nel tabellone principale superando le tre gare di qualificazione. Beh, non solo la polacca si è garantita l’accesso auspicato, ma di partite è arrivata a vincerne complessivamente il triplo, cedendo il passo solo in finale per due set a zero contro la numero 8 al mondo Andreeva. La classe 2001, come da lei stesso dichiarato, non disponeva di sponsor e grosse risorse per coprire i costi logistici: l’inattesa impresa firmata in questo Roland Garros, oltre ad averle sportivamente cambiato la carriera, ha anche avuto un forte e giusto impatto sul piano economico. Tanti i colpi di scena nel tabellone femminile, mai grandi come questo ovviamente, ma anche le uscite di Sabalenka e Kostyuk, vuoi per modalità o dinamiche, hanno un po’ sorpreso. 

Flavio Cobolli non era invece certo altrettanto quasi sconosciuto ai più, dal momento che aveva già dato più volte prova di essere uno degli italiani più interessanti nel nuovo panorama tennistico. Basti tornare anche a soli due mesi fa, con la vittoria del classe 2002 in quel di Monaco proprio contro Zverev.  Il tedesco era reduce da altre cinque sconfitte consecutive di marca italiana, firmate da Luciano Darderi (non molto tempo fa a Roma) e in ben quattro circostanze da Sinner (Indian Wells, Miami, Montecarlo, Madrid), ed oltre ad aver spezzato la “maledizione tricolore”, ha finalmente messo le mani su un titolo grande Slam che ancora mancava nella bacheca del numero 3 al mondo. Un trofeo consegnatogli da un altro grande italiano, Adriano Panatta, iridato a Parigi esattamente mezzo secolo fa. Con l’uscita prematura di Sinner, indubbiamente Sascha era l’indiziato numero uno per la coppa: con più fatica del previsto, certo, ma ora anche con un bel peso in meno per il futuro. Il tabellone del singolare maschile del Roland Garros 2026 vedeva dunque ai quarti di finale ben tre italiani su otto tennisti, con i due Matteo, Berrettini e Arnaldi, a far compagnia a Cobolli. Il derby italiano tra omonimi lo ha conquistato Arnaldi, con Berrettini costretto al ritiro nel corso della gara, mentre la semifinale tra Arnaldi e Cobolli (che aveva sconfitto in rimonta il numero 4 al mondo Auger-Aliassime)  non ha avuto luogo per il forfait del primo. Assente dal torneo un altro atleta che sta ben figurando e avrebbe potuto dire la sua, ossia Lorenzo Musetti. Se dunque Italia e Polonia non possono sorridere fino in fondo per quel passettino mancante per il massimo obiettivo nei singolari maschile e femminile, l’Italia può festeggiare però la conquista del titolo nel doppio misto, per merito della coppia Sara Errani e Andrea Vavassori. 

Chiudo ora tutto il discorso riprendendo proprio il pocanzi nominato Berrettini. Quando arrivò a giocarsi la finale di Wimbledon nel 2021, superando in semifinale il polacco Hubert Hurkacz, ricordo nitidamente il racconto di doverosa eccezionalità attorno all’evento. Nessuno prima di lui aveva infatti raggiunto l’ultimo atto del Grande Slam Britannico, e bisognava scavare fino al 1959 e 1960 con la doppia vittoria di Nicola Pietrangeli al Roland Garros per ritrovare un italiano in finale in un Open. Ora con Jannik Sinner tutto sembra più normale, scontato,  ma non lo è affatto. Piccolo doveroso inciso, quasi come in Formula 1 ora con un Kimi Antonelli fresco reduce nel pomeriggio di ieri dal quinto gran premio vinto di fila, e tutto appare così, assodato, ma pure qui sono dovuti passare 20 anni per risentir suonare l’inno di Mameli sul podio per un pilota. E che dire, tornando a pallina e racchetta, di Iga Swiątek, capace di scrivere pagine di storia senza eguali, già altrettanto nella leggenda del tennis e dello sport polacco e mondiale. Non serve dire altro. 

Poco meno di un anno fa celebravo in questo articolo la loro doppia vittoria a Wimbledon con anche un passaggio su cui vorrei nuovamente soffermarmi, perché forse se ne parla troppo poco, e vi invito a leggerlo: l’impatto sulle nuove generazioni, e non solo. Perché quando uno sport va così bene e regala campioni di tale fattura, è una naturale conseguenza la crescita del movimento, in tutto e per tutto. E che si tratti di una storia magari anche potenzialmente estemporanea (non credo, vediamo) come quella della splendida Maja, o di un complesso già più strutturato come quello dei numerosi nuovi giovani tennisti tricolori, tutto è linfa per crescere e far crescere. Ci sono dei numeri concreti, dalle scuole tennis fino ai successivi palcoscenici, e parlano. 

Testo: Alberto Mangili
Foto: Roland-Garros

Società degli Italianisti Polacchi: X anniversario

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Testo: Maria Załęska e Artur Gałkowski

Traduzione: Maria Załęska

Nel panorama accademico polacco, la Società degli Italianisti Polacchi, conosciuta sotto la sigla SIP, è qualcosa di più di una semplice associazione scientifica. È uno spazio d’incontro e un punto di riferimento riconosciuto. A dieci anni dalla sua registrazione ufficiale, la SIP può essere raccontata come una storia di relazioni, idee condivise e dialoghi che continuano nel tempo.

La data formale di nascita della SIP è il 15 maggio 2015. Ma, come spesso accade, le cose davvero importanti cominciano prima. L’idea della SIP prende forma il 16 dicembre 2013, durante un incontro all’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, allora diretto da Angelo Piero Cappello. Attorno a un tavolo si incontrano circa trenta rappresentanti dell’italianistica polacca. Fu soprattutto un momento di riconoscimento reciproco. Persone che, sparse qua e là, già lavoravano insieme, spesso da anni, si accorsero di far parte di una comunità più ampia. Tutti i partecipanti possono essere considerati oggi fondatori spirituali della SIP. Tra loro ci sono figure che hanno lasciato un segno profondo nella storia dell’italianistica polacca, come Monika Surma-Gawłowska e Stanisław Widłak. È lui ad aver intuito, prima degli altri, che l’italianistica polacca aveva bisogno di una struttura comune, riconoscibile sia nel contesto polacco che in quello internazionale. 

Il Comitato Direttivo della SIP, guidato fino al 2022 da Artur Gałkowski e da quel momento in poi da Maria Załęska, riunisce studiosi di spicco provenienti da diversi atenei polacchi. Ognuno porta con sé un’esperienza diversa. Questa varietà è una ricchezza. È ciò che rende la SIP un’organizzazione aperta, capace di riflettere la complessità dell’italianistica contemporanea. Fin dall’inizio, la Società si è costruita attorno a una parola fondamentale: dialogo. Dialogo tra studiosi affermati e giovani ricercatori. Dialogo tra discipline diverse, dalla letteratura alla linguistica, dalla glottodidattica agli studi culturali. Tutti i centri accademici polacchi in cui si insegna la lingua e la cultura italiana trovano nella SIP un punto di contatto naturale.

La SIP funziona secondo un modello comunitario, semplice ma molto efficace. I suoi ingredienti segreti sono la fiducia e l’entusiasmo. Chi vi partecipa lo fa per scelta e per convinzione. L’attività della SIP si fonda sul lavoro volontario dei soci, sulle quote associative, sulla collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura di Varsavia e di Cracovia e con le università che ospitano vari eventi, a cominciare dall’Università Pedagogica di Cracovia dove la SIP ha sede ufficiale. 

I convegni della SIP scandiscono il ritmo della vita associativa. Sono stati organizzati all’Università di Breslavia nel 2017, all’Università di Łódź nel 2019, all’Università di Varsavia nel 2022, all’Università della Slesia nel 2024. Adesso l’attenzione si orienta verso l’Università Adam Mickiewicz di Poznań, dove si sta preparando il V convegno SIP, quello del 2026. Ogni incontro è diverso, ma lo spirito resta lo stesso: gli incontri, le discussioni, il dialogo fra la tradizione e le nuove idee. I congressi, insieme alle pubblicazioni che ne derivano, coinvolgono regolarmente studiosi non solo dalla Polonia, ma anche da molti atenei stranieri. È una conferma concreta della dimensione internazionale dell’italianistica polacca. E anche un promemoria che, paradossalmente, ciò che permane davvero è a volte qualcosa di apparentemente effimero: una conversazione fugace, un’intuizione improvvisa, l’inizio di un progetto destinato a prendere forma più avanti.

La SIP promuove inoltre varie iniziative di rilievo. Il Premio per la Migliore Monografia di Italianistica valorizza il lavoro di ricerca e ne riconosce la qualità. Nelle tre edizioni svolte finora sono state premiate le monografie di Natalia Chwaja, Justyna Łukaszewicz e Katarzyna Kwapisz-Osadnik. Le Giornate dei Giovani Italianisti, iniziativa indipendente ma sostenuta dalla SIP, sono invece un vero trampolino di lancio per chi è all’inizio del percorso accademico. Sono incontri importanti che mostrano, in modo concreto, come il futuro dell’italianistica polacca si stia già costruendo, passo dopo passo.

Il decimo anniversario della SIP è stato celebrato con una tavola rotonda dal titolo Passato – presente – futuro degli studi italiani in Polonia. L’incontro, moderato da Maria Załęska e Agnieszka Kwapiszewska, ha riunito soci della SIP, rappresentanti delle istituzioni culturali italiane e studenti di italianistica. È stato un momento di riflessione, di racconto, di aneddoti. 

Elżbieta Jamrozik ha ripercorso la lunga storia degli studi italiani in Polonia. Ha alternato il racconto istituzionale a momenti di nostalgia e alle lezioni che arrivano dal passato. Il primo presidente della SIP, Artur Gałkowski, ha evocato una galleria di persone, anzi di personaggi: figure che, con le loro idee e il loro impegno, hanno contribuito a modellare l’identità della Società nei dieci anni della sua storia istituzionale. Fabio Troisi, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, ha richiamato le origini dell’attività dell’IIC in Polonia, sottolineando la solidità delle relazioni costruite nel tempo, anche nel corso della realizzazione di varie iniziative della SIP.

Gli studenti, nei loro interventi, si sono concentrati soprattutto sulla loro esperienza diretta, sul presente. È stato illuminante ascoltare che cosa li attrae oggi allo studio della lingua e della cultura italiana. La prospettiva degli studenti italiani, giunti in Polonia per studiare la loro lingua e la loro cultura, ha messo in luce il valore del programma di scambio Erasmus+, capace di ampliare gli orizzonti. Lucyna Marcol-Cacoń ha sottolineato l’importanza della creatività nella costruzione degli attuali curricula universitari. Matteo Ogliari, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, ha presentato svariate forme di supporto offerte dai due IIC e dal Ministero degli Affari Esteri allo sviluppo degli studi italiani in Polonia.

Il passaggio dal tema del presente al futuro è stato naturale. Gli studenti si sono soffermati sulle possibilità di carriera per i laureati in lingua e cultura italiana e sulle competenze del futuro, sempre più richieste. Continuando il tema, Matteo Ogliari ha guardato al futuro attraverso la lente delle politiche culturali delle istituzioni italiane presenti in Polonia. Fabio Troisi ha invece sottolineato il valore dell’educazione umanistica come preparazione solida per affrontare le sfide del futuro. La tavola rotonda si è conclusa con le osservazioni di Roman Sosnowski sulle digital humanities e sull’intelligenza artificiale come strumenti che favoriscono l’integrazione delle competenze del futuro nei programmi di studio. Non restava che ammettere: il futuro è già qui. Sta entrando adesso sia nelle aule che nelle pratiche quotidiane.

Anche l’anniversario della SIP va letto come punto d’incontro tra passato e futuro. Non è soltanto un momento di bilancio, ma anche di rilancio. La SIP intende continuare a svilupparsi e a rafforzare la propria posizione come punto di riferimento tra gli italianisti, affinché nei prossimi anniversari non manchino nuove storie da raccontare. Perché la SIP non è solo un’associazione, ma una comunità unita dalla passione per la lingua e la cultura italiane, impegnata a coltivare l’amicizia tra la Polonia e l’Italia.

 

Per le attività della SIP, si invita a consultare il sito: https://stowarzyszenieitalianistow.pl/

Il pistacchio di Bronte: l’oro verde

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Il pistacchio, che in siciliano viene chiamato frastuca (dal termine arabo fustaq), non è soltanto un frutto secco: è una pianta con una storia millenaria, quasi quanto la memoria dell’uomo. Tracce della sua presenza risalgono addirittura al 6760 a.C. nell’attuale Giordania, e da allora i suoi semi hanno viaggiato tra deserti e mari, passando di mano in mano, di popolo in popolo.

Non era solo alimento: nelle culture antiche veniva considerato un afrodisiaco potente ma anche un antidoto contro i morsi degli animali velenosi. Un piccolo seme, fragile e forte al tempo stesso, che ha saputo conquistare terre lontane, fino a diventare uno dei simboli siciliani più amati in tutto il mondo.

Il legame tra la Sicilia e il pistacchio è antico come le leggende dell’isola. Se la coltivazione su larga scala è esplosa soltanto nel XIX secolo, le radici di questa tradizione risalgono agli Arabi, che sbarcarono sull’isola nell’827. Furono loro a portare la frastuca, a piantarla prima ad Agrigento e Caltanissetta, e a lasciarle infine il terreno più fertile: le pendici dell’Etna.

Ed è proprio qui, su questa montagna di fuoco e cenere, che il pistacchio ha trovato la sua voce più pura. La lava raffreddata diventa la loro terra e la roccia diventa la loro casa, e la pianta, con la sua tenacia, regala frutti dal sapore che non ha uguali nel mondo. Non a caso il pistacchio di Bronte è conosciuto come oro verde: come l’oro è raro, prezioso e capace di illuminare anche i piatti più semplici. Ma la ricchezza del pistacchio non è solo nella natura, è anche nell’uomo. Ogni due anni, negli anni dispari, gli abitanti di Bronte si arrampicano tra rocce e pendii per raccoglierlo a mano. Le macchine non possono fare nulla, qui il lavoro è ancora quello antico, lento, faticoso. Ed è forse proprio questa fatica che rende ogni frutto più prezioso: come se dentro racchiudesse il respiro di chi lo ha colto, il sudore, la pazienza ma anche la passione. 

La raccolta diventa anche festa. Le strade si riempiono di sagre e celebrazioni, i banchetti si tingono di verde, e il paese intero partecipa a un rito che unisce passato e presente. È la prova che il pistacchio non è solo agricoltura: è memoria viva, identità condivisa, racconto di comunità.

Il pistacchio brontese si distingue dagli altri non solo per la sua origine, ma per la sua unicità: un verde brillante che ricorda i prati dopo la pioggia, un gusto dolce e intenso, a tratti quasi vinoso, che resta sulla lingua come una carezza lunga. È più piccolo delle varietà straniere, ma proprio questa concentrazione lo rende così ricercato. Non sorprende nessuno che abbia ottenuto la Denominazione di Origine Protetta (DOP): un marchio che certifica ciò che i siciliani sanno da sempre, che questo frutto non è come gli altri.

In cucina il pistacchio è ovunque: nei pesti, nei torroni, nei dolci di festa e nelle creme morbide come il celebre pistacchioso, tramandato di generazione in generazione. È un ingrediente che unisce le famiglie, arricchisce le tavole e porta con sé un valore simbolico enorme. Non è solo un seme: è un colore, un ricordo, una promessa.

E anche se nel mondo i maggiori produttori sono Iran e Stati Uniti, con Siria e Grecia a seguire, Bronte riesce a difendere la sua piccola grande eccellenza. L’Italia produce solo l’1% del pistacchio mondiale, e di questo il 90% arriva proprio da questo borgo ai piedi dell’Etna. Un miracolo di natura e di tenacia umana.

Il pistacchio non è solo poesia. È anche salute. Ricco di proteine, fibre, grassi buoni e vitamine, aiuta a proteggere il cuore, ad abbassare il colesterolo, a mantenere giovane la pelle grazie agli antiossidanti. È un piccolo scrigno che contiene forza ed energia, un alleato quotidiano di chi sceglie di nutrirsi bene.

Assaporare il pistacchio di Bronte significa entrare nell’anima della Sicilia: sentire il respiro dell’Etna, la fatica degli uomini, la memoria di un popolo. È un frutto che nasce dal fuoco e dalla cenere, e che porta con sé la dolcezza della vita. Come ogni cosa in questa terra, anche lui è fatto di contrasti: duro e delicato, raro e popolare, semplice e prezioso.

Forse è proprio per questo che lo chiamano oro verde: perché non si limita a saziare, ma racconta una storia. La storia di un’isola che ha imparato a trasformare il vento, la lava e la passione in bellezza eterna e così deliziosa.

Giro d’Italia, vetrina a 360 gradi del Bel Paese nel mondo

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Come ogni anno il mese di maggio, nell’ottica sportiva tricolore e non solo, va a legarsi indissolubilmente con la Corsa Rosa. La gara ciclistica che per tre settimane attraversa in lungo e in largo lo Stivale, alle volte con partenza da territorio estero (i più recenti esempi Bulgaria quest’anno e Albania lo scorso) e sconfinamenti in itinere (l’intera tappa numero 16 di oggi avrà luogo nell’italofono Canton Ticino svizzero) rappresenta al solito una straordinaria occasione di mettersi in mostra di fronte al mondo intero. L’edizione corrente numero 109 è ormai nel suo vivo, con le prime due settimane ormai alle spalle e l’imminente inizio della terza, ultima e decisiva parentesi, costellata dalle tappe montane maggiormente attese del nord Italia.

Prima di tuffarci per l’appunto nel presente e raccontarvi qualcosa di quel che ho potuto vedere da vicino anche quest’anno, vorrei fare un passo indietro in maniera tale da poter cementare con un dato concreto il titolo del pezzo. Ad ottobre 2025, in quel di Trento ho preso parte a varie conferenze ed eventi in occasione del Festival dello Sport, kermesse principe in materia nel panorama Italiano e della quale vi raccontai qualcosa in un articolo a suo tempo. Il primo incontro cui avevo partecipato era titolato “Giro d’Italia, tra impatti economici e benessere sociale”; un rendiconto, in buona sostanza, di studi concreti riflettenti il tangibile impatto sociale e apporto alla promozione internazionale del nostro Paese, con riferimenti dedicati all’allora ultima edizione. Il numero emerso che più fa drizzare le antenne è il valore generato nei territori che ospitano il Giro, stimato in oltre 2 miliardi di euro. Luoghi, artigianato, cultura, turismo e quant’altro: essere parte di una delle corse più importanti del panorama Mondiale ha chiaramente un ritorno, tanto in termini di “semplice” visibilità quanto, laddove si è ben investito, di concreta revenue. 

 

Riprendiamo il filo del presente e andiamo più precisamente alla tappa numero 15 di domenica 24 maggio, la Voghera-Milano che ho avuto modo di seguire sia alla partenza sia all’arrivo, sotto a un sole cocente ben più feroce delle attese. Dopo due settimane caratterizzate dai tre segmenti bulgari e varie tappe risalendo man mano dal sud al centro Italia, il sabato aveva offerto la prima grande frazione regina Aosta-Pila, con il super favorito alla vittoria finale Jonas Vingegaard arrivato a vestire finalmente la Maglia Rosa sulle montagne. Pur non essendo per un discorso squisitamente ciclistico altrettanto emozionante, tanto da non meritare in tutta franchezza la collocazione domenicale, la tappa piana in terra lombarda ha inaspettatamente portato in dote delle sorprese inattese. Non mi riferisco ovviamente al pubblico, la cui risposta calorosa non si fa mai attendere, come in ogni giornata della Corsa. Dalla piazza di partenza a Voghera e per tutto il percorso sino ai blocchi d’arrivo nella città meneghina, la gente nelle strade ha dimostrato per l’ennesima volta di essere l’anima di questo sport, senza eguale alcuno in altre discipline.  

Sul piano tecnico dunque la frazione di 157 chilometri si presentava a tutti gli effetti come una giornata per le ruote veloci, l’ultima prima della “passerella” finale a Roma il prossimo 31 maggio, dove verrà incoronato il vincitore finale. Eppure, come accennavo, la giornata ha regalato un esito che non si vede spesso in questa tipologia di tappe, con l’iniziativa della fuga premiata e un gruppone non in grado di ricucire sui quattro. Tra questi figuravano ben 3 italiani, ma a vincere lo sprint milanese è stato il norvegese Fredrik Dversnes Lavik, cui ho anche avuto modo di stringere la mano al termine di un momento storico per lui e la sua patria. La gara era stata neutralizzata (si giocava solo per la vittoria di tappa, congelando i tempi in classifica) a 16 chilometri dall’arrivo, per un finale di percorso ritenuto potenzialmente pericoloso, su richiesta dei big di classifica. Seconda frazione più veloce di sempre nella storia del Giro, con una incredibile media di di 51,063 km/h. 

Tornando in conclusione al discorso generale affrontato in questo pezzo, il Giro d’Italia rappresenta veramente, come esplicato sopra, un palcoscenico mondiale per mostrare l’infinita ricchezza del nostro Paese, e per aprire le porte a moltissime opportunità. Siamo qua ogni volta a ricordarlo in ogni salsa, ma a ragion veduta, poiché alla fine vi sono infatti innumerevoli testimonianze ed esempi pratici che suggellano l’impareggiabile vastità e il frastagliato ventaglio di ricchezze d’ogni sorta che possediamo. Nelle ultime due settimane mi sono ritrovato per impegni calcistici dapprima nella sempre meravigliosa e amata Toscana (non lontano peraltro da Siena, dove quasi esattamente 40 anni fa, il 23 maggio 1986, Lech Piasecki firmò la prima storica vittoria polacca al Giro d’Italia) e poi in Sicilia, un mondo veramente diverso, ma come mille altri nello stesso contenitore chiamato Italia. 

Testo e Foto: Alberto Mangili

Ornella Vanoni: Successo “Senza fine”

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Quando il 22 novembre 2025 giunse la notizia della morte di Ornella Vanoni, fu chiaro che l’Italia aveva perso una delle sue cantanti più importanti. Con lei scompare una voce che ha accompagnato gli italiani per decenni. La sua morte ha sconvolto l’intero Paese e le sono stati resi omaggi pubblici non solo da altre star della musica italiana, ma anche dal Primo Ministro e dal Ministro della Cultura italiani. La ricordavano non solo come interprete intramontabile della musica pop, ma anche come icona di stile e donna straordinariamente originale.

Definirla una leggenda non è un’esagerazione ma una constatazione di fatto; Ornella era un’artista nel vero senso della parola, versatile, consapevole di sé e profondamente radicata nella cultura italiana. È difficile indicare un altro personaggio che, come lei, abbia segnato con la sua presenza quasi ogni epoca della scena musicale italiana del dopoguerra. La sua carriera, iniziata negli anni ’50, è durata sette decenni e non è stata solo una serie di successi commerciali, ma anche una testimonianza dei cambiamenti estetici, sociali e artistici che hanno interessato la società. 

Fin dall’inizio della sua carriera, incarna un ritratto di donna raffinata, indipendente e consapevole della propria forza.

Il legame che la univa al teatro è diventato il fondamento della sua futura grande carriera. Ha plasmato la sua identità artistica sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano, dove ha imparato la disciplina, il minimalismo espressivo e l’attenzione alla precisione del messaggio. Anche il suo caratteristico modo di cantare, ricco di respiri, pause sapientemente utilizzate, sussurri e un’equilibrata lentezza, era il risultato delle sue esperienze teatrali. È lì che ha avuto inizio il suo percorso musicale. Il primo repertorio era composto interamente da canzoni ispirate alle ballate dialettali che raccontavano il mondo della malavita: criminali, detenuti, guardie carcerarie e la vita ai margini della società. Ben presto divenne famosa per le sue canzoni in dialetto milanese, che le valsero il soprannome di cantante della mala. 

Gli anni ’70 si rivelarono un decennio fondamentale, che consolidò la sua posizione come una delle voci italiane più importanti. Da quel periodo risalgono le sue opere più grandi e famose, come “Una ragione di più”, “Eternità”, “L’appuntamento” o “Domani è un’altro  giorno”. Tutte parlano d’amore nel modo tipico di Ornella: senza scene drammatiche e pathos, ma con classe, raffinatezza ed emozioni vive. In quel periodo intraprese anche diverse tournée mondiali e divenne famosa anche al di fuori dei confini italiani. 

Negli anni ’80 importante si è rivelata la sua avventura con il jazz. Nel 1986 ha pubblicato un album con una reinterpretazione di canzoni italiane in chiave jazz, con la partecipazione di eminenti artisti internazionali di questo genere. Il jazz non fu però solo una fase passeggera della sua carriera, ma rimase presente anche nella fase successiva della sua vita artistica. Ne è prova, ad esempio, la collaborazione pluriennale con il sassofonista jazz Gerry Mulligan, che l’ha accompagnata non solo sul palco ma anche nei suoi album.

Il suo stile immutabile, pieno di eleganza e delicatezza femminile, è diventato il suo segno distintivo e l’ha resa un’icona per molte generazioni di italiani. Aveva il controllo assoluto della sua immagine scenica, rimanendo completamente fedele a se stessa. 

La sua schiettezza e il suo grande distacco, sia nei confronti del mondo che di se stessa, erano particolarmente apprezzati dalle persone. Legata per tutta la vita a Milano, riusciva a dire con nostalgia ma anche con amarezza che la città era diventata fredda e materialista. Con la sua tipica ironia parlava anche della sua popolarità, ammettendo che, sebbene “L’appuntamento” fosse la sua canzone migliore, ripeterla continuamente sul palco era diventato faticoso per lei. Vanoni non ha mai evitato argomenti scomodi. Ha parlato apertamente della sua lunga lotta contro la depressione, dei ricoveri ospedalieri e della necessità di assumere farmaci, che considerava parte integrante della cura di sé e non un motivo di vergogna. 

Ha parlato con sincerità anche della solitudine che l’accompagnava anche quando era circondata da altre persone. Fin dall’infanzia era consapevole della propria diversità, dovuta a un’eccessiva sensibilità che spesso la portava a provare un profondo senso di vuoto interiore e di isolamento dal mondo. Oltre alla musica, anche la sua vita sentimentale era costantemente oggetto dell’interesse del pubblico; sebbene nel corso della sua vita avesse avuto numerose relazioni, ammise di aver amato veramente solo quattro persone. Scherzava anche dicendo che l’amore per lei era tanto importante quanto inutile. Un posto speciale nel suo cuore era occupato da Gino Paoli, suo partner artistico e autore di molte canzoni immortali, tra cui “Senza Fine”, ispirata alla loro burrascosa storia d’amore. Nel 1960 sposò Lucio Ardenzi, dal quale ebbe un figlio, Cristiano. Il loro matrimonio durò solo due anni e lei stessa lo definì un “errore”. Rimasta sola dopo la nascita del bambino, dovette affrontare una situazione personale e professionale difficile, per cui decise di affidare il figlio ai suoi genitori. Nonostante, negli anni successivi ha espresso più volte il rimpianto di non essere stata sufficientemente presente nella sua vita, a causa della dedizione alla carriera. 

Ornella si realizza non solo cantando, ma anche in altri campi artistici, esibendosi sul palcoscenico e nei film (tra cui “7 donne e un mistero” del 2021). Era anche uno dei personaggi più noti della televisione italiana, ospite frequente di molti talk show (tra cui “Che tempo, che fa”) e conduttrice di programmi. 

La sua creatività e il suo legame con l’arte andavano ben oltre l’immagine scenica: nella sua casa di Milano collezionava opere d’arte, sculture e ceramiche, creando un ritratto culturale dell’Italia e di se stessa. I registi e i fotografi che hanno lavorato con lei hanno spesso sottolineato la sua incredibile “pittoricità”, termine che descrive la sua perfetta capacità di rimanere immobile e occupare tutto lo spazio, come un personaggio in un quadro.

Nel corso degli anni è salita otto volte sul palco del Festival di Sanremo, ha pubblicato 40 album in studio e oltre 100 brani, vendendo oltre 55 milioni di copie in tutto il mondo. Le sue canzoni sono state inserite nelle colonne sonore di numerosi film, rimanendo impresse nella memoria delle generazioni successive. Per il suo contributo alla cultura, nel 1993 è stata insignita dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Ornella Vanoni ha lasciato un’eredità inestimabile. Le sue canzoni sono una testimonianza di autenticità, talento e di un mondo in continua evoluzione. Anche se ha lasciato un vuoto dietro di sé, Ornella Vanoni non se ne va del tutto: è eterna nella sua musica, accompagnando i fan di tutto il mondo e ispirando le future generazioni di artisti.