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Italia e Polonia: un dialogo secolare tra storia, cultura e futuro

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Il numero speciale de “Il Veltro” come spazio interdisciplinare di riflessione e diplomazia culturale

Il numero speciale della rinomata rivista Il Veltro, dedicato al tema “Le relazioni tra l’Italia e la Polonia”, si è presentato da subito e fin dalle sue prime pagine come un contributo di grande rilievo culturale. Attraverso l’apporto di numerosi studiosi e personalità autorevoli, l’opera restituisce infatti con efficacia la profondità storica e la vivacità contemporanea di un legame europeo antico e ancora pienamente attuale. In continuità con la vocazione della rivista, da sempre attenta al dialogo tra civiltà e alla dimensione internazionale della cultura italiana, questo numero si configura decisamente come un vero spazio di confronto interdisciplinare, dove si incontrano prospettive storiche, artistiche, letterarie, politiche ed economiche.

Ad aprire il volume ci sono i contributi istituzionali di figure di primo piano della diplomazia: l’ambasciatore italiano in Polonia Luca Franchetti Pardo, l’ambasciatore polacco in Italia Anna Maria Anders e il direttore generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Alessandro De Pedys. I loro interventi chiariscono sin da subito il significato profondo dell’iniziativa, sottolineando come i rapporti tra Italia e Polonia “trascendano la statualità dei due Paesi”. Tali relazioni affondano infatti in una rete di scambi e interazioni che precede le moderne configurazioni politiche, configurandosi non soltanto come relazioni tra Stati, ma come un intreccio di esperienze storiche, culturali e umane sviluppatesi nel tempo e ancora oggi feconde.

Il volume propone poi un percorso articolato lungo diverse direttrici tematiche, tra loro strettamente connesse. Sul piano storico, Antonmichele de Tura, con i suoi Frammenti di storia polacca, offre una sintesi chiara e suggestiva delle principali vicende della Polonia, inserendole nel più ampio contesto europeo. Il suo contributo mette in luce la specificità del percorso nazionale, segnato da crisi e rinascite, ma sempre parte integrante delle dinamiche del continente. A questo si affianca il saggio di Alberto Ferraboschi, che porta alla luce un episodio tanto significativo quanto poco noto: la nascita dell’inno nazionale polacco a Reggio Emilia. Un evento che assume un valore simbolico, mostrando come un elemento fondante dell’identità polacca abbia avuto origine in Italia.

La dimensione culturale emerge con particolare forza nei contributi di Jerzy Miziołek, che analizza figure come Copernico e Karolina Lanckorońska, evidenziando il ruolo dell’Italia come luogo privilegiato di formazione, ispirazione e riconoscimento per la cultura polacca. In questa prospettiva, l’Italia non è solo uno spazio geografico, ma un autentico riferimento culturale. Su questa linea si inseriscono anche gli studi di Francesca Ceci, dedicati alla presenza dei Sobieski a Roma, e di Caterina Pisu sul principe Stanisław Poniatowski: entrambi documentano la continuità di relazioni sviluppatesi attraverso élite culturali e politiche, contribuendo a consolidare legami duraturi.

Particolarmente rilevante è anche il tema del dialogo artistico e musicale, che nel volume assume un valore emblematico. Valerio Ciarocchi, nel suo contributo su Chopin e Bellini, descrive un “felice incontro di reciproca stima”, espressione che sintetizza efficacemente la sintonia tra le due tradizioni. La musica si configura così come un linguaggio universale, capace di oltrepassare confini linguistici e politici. In una prospettiva più contemporanea, Massimiliano Caldi racconta “una bellissima storia lunga un quarto di secolo”, offrendo una testimonianza concreta di collaborazione musicale ancora viva e produttiva.

Il volume si apre inoltre alla riflessione letteraria e intellettuale grazie al contributo di Andrea Ceccherelli su Józef Czapski, figura simbolo di un dialogo culturale che è anche esercizio di interpretazione e mediazione. Parallelamente, gli studi di Krystyna Jaworska e Marco Patricelli riportano l’attenzione su momenti cruciali del Novecento, mostrando come la storia condivisa tra Italia e Polonia abbia lasciato tracce profonde nella memoria recente, influenzando tuttora la percezione reciproca.

A completare il quadro vi sono le analisi dedicate all’attualità, che conferiscono all’opera una chiara apertura verso il futuro. Fabrizio Paisio esamina il ruolo dell’imprenditoria italiana in Polonia, evidenziando opportunità e dinamiche della cooperazione economica. Paolo Morawski, riflettendo sull’Unione Europea, definisce invece l’Europa una “terra (ancora) promessa”, espressione che racchiude una visione del progetto europeo come spazio non solo politico ed economico, ma anche valoriale, nel quale Italia e Polonia sono chiamate a operare in modo complementare.

Ciò che rende questo numero de Il Veltro particolarmente significativo è la sua capacità di tenere insieme, in modo fluido e coerente, diversi livelli di analisi: la profondità storica e l’urgenza del presente, la dimensione culturale e quella politica, la memoria e la prospettiva futura. Ne deriva un’opera corale che non si limita a una ricognizione erudita, ma si propone come strumento di comprensione critica e come concreta espressione di diplomazia culturale.

In questa chiave, il volume non si limita a descrivere le relazioni tra Italia e Polonia: le rappresenta, le rinnova e le rende visibili nella loro complessità e vitalità. Ne emerge l’immagine di un rapporto costruito nel tempo attraverso una fitta rete di scambi, influenze e affinità, capace di contribuire alla definizione di un comune orizzonte europeo. Un orizzonte che il volume invita non solo a riconoscere, ma anche a interrogare criticamente, nella consapevolezza che proprio da questa relazione — antica ma sempre attuale — può derivare una delle chiavi più significative per comprendere l’identità culturale dell’Europa contemporanea.

Un piccolo cinema, una grande esperienza

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Sei mai entrato in una sala stracolma? Dove i film sono leggeri, alla moda ma prevedibili e tu vieni solo per sederti e rilassarti? E se invece esistesse un cinema che è un’esperienza che coinvolge corpo e mente? 

Proprio nel cuore di Varsavia c’è un luogo così: il cinema Amondo. Sale intime e una programmazione accuratamente selezionata fanno sentire lo spettatore quasi come a casa. Amondo è però molto più di un cinema: è anche un progetto cinematografico nato dalla passione, portato avanti dalla Fondazione Amondo Films. Grazie alle sue attività – che includono, tra l’altro, la produzione cinematografica – il cinema è animato da persone che amano davvero il cinema e vogliono mostrarne gli aspetti più interessanti. 

La programmazione di Amondo è una vera collezione di interessanti e rare pellicole. Il cinema collabora con numerose istituzioni culturali, tra cui quelle italiane, francesi e tedesche. Nell’ambito della collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia sono già state proposte rassegne come «Donne registe», «Giallo» e «Commedia all’italiana». Grazie a queste partnership, gli spettatori hanno accesso a rassegne professionali provenienti da diversi angoli del mondo. Queste istituzioni si preoccupano anche di rendere le proiezioni un’esperienza speciale, spesso precedute da collegamenti video con i registi o da presentazioni personali a parte di esperti che condividono curiosità e contesto. È proprio questo a dare ad Amondo maggiore profondità e un senso di missione cinematografica. 

Accanto alla sala si trova un colorato foyer con un caffè culturale pieno di neon in cui le conversazioni sui film si diffondono tra gli aromi della cucina. È uno spazio che invita naturalmente al dibattito prima e dopo la proiezione, costruendo l’atmosfera di una vera comunità cinematografica. Ad Amondo non si va per un relax veloce o per vedere l’ultimo blockbuster di tendenza, ma è una esperienza rituale: invece della solita cola da litro, entri con una tazza di tè, pronto per un’esperienza cinematografica che resta indimenticabile. 

Intorno al cinema si creano anche molte comunità. Operano diversi club di discussione: dal cineforum generale, al club dedicato alle donne, fino a incontri incentrati sugli aspetti filosofici e psicologici del cinema. Ogni spettatore troverà qualcosa per sé.

«È uno di quei posti dove, dopo la proiezione, nessuno scappa a casa di corsa».

Amondo offre inoltre la possibilità di affittare la sala in esclusiva. L’organizzazione di un evento di questo tipo è flessibile e il team del cinema è cordiale e aperto alle proposte, offrendo un ampio margine per creare proiezioni uniche.

Ma le sorprese non finiscono qui. Scendendo al piano inferiore si arriva in una piccola stanza dall’atmosfera unica, piena fino al soffitto di videocassette VHS. Al centro c’è un televisore su cui è possibile riprodurle. È un omaggio agli appassionati del vintage, un luogo che riscuote particolare interesse tra i cinefili. 

Il cinema Amondo non punta sulle dimensioni o sulle tecnologie più recenti, ma sull’atmosfera: intima, raccolta, quasi familiare, dove la gente non viene solo per un film, ma per un’esperienza, una conversazione e la scoperta collettiva di quei gioielli cinematografici che non arrivano nei multiplex.

Amondo propone regolarmente nuove rassegne tematiche, quindi vale la pena visitare il loro sito per non perdere le novità cinematografiche. Ognuna di queste è un invito a un affascinante viaggio attraverso un cinema che ispira e apre nuove prospettive. Se cerchi un luogo dove il film è trattato come arte, e non come prodotto allora Amondo è il posto che fa per te.

Testo e foto: Diana Wietrzykowska-Pizoń

Traduzione IT: Karolina Jurewicz

Il raccoglitore solitario: l’autismo negli animali non umani

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Fot. Agata Pachucy

 

I comportamenti tipici del disturbo dello spettro autistico sono mai stati osservati in specie diverse da quella umana? Questa è la domanda che ha ispirato la mia tesi a conclusione del corso di laurea in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e la Natura, conseguita presso l’Università degli Studi di Trieste. E ogni qual volta ho condiviso i progressi delle mie ricerche, ho incontrato persone affascinate e incuriosite dall’argomento. Da un lato, questo dimostra che l’autismo è un tema che suscita interesse, ma dall’altro si conferma una conoscenza spesso ancora troppo ancorata a degli stereotipi: nell’immaginario comune, l’individuo autistico è sempre di sesso maschile, bianco, portato per la matematica. Un po’ Sheldon Cooper e un po’ Shaun Murphy. E se l’autismo è osservabile in animali non umani, allora sicuramente avrà qualcosa a che fare con i gatti.

Ovviamente, la realtà è un po’ più complicata, e per trovare una risposta è necessario porsi in un’ottica osservatrice il più possibile imparziale, libera dai pregiudizi e lontana dalle facili interpretazioni. 

L’autismo è un disturbo del neurosviluppo definito da sintomi comportamentali in due aree generali: compromissione della comunicazione sociale reciproca e dell’interazione sociale, e pattern di comportamento, interessi ristretti o ripetitivi. Trattandosi di un disturbo alquanto variabile secondo le caratteristiche individuali di ogni persona, è stato introdotto il termine più generale “spettro autistico”. 

Attualmente il disturbo viene considerato prevalentemente nella sua accezione patologica e, di conseguenza, viene indagato con l’obiettivo di identificarne i meccanismi genetici sottesi. Tuttavia, la tendenza a considerare la condizione unicamente in termini patologici può ostacolare una visione più ampia, capace di integrare ogni manifestazione di neurodiversità come parte della variabilità naturale della specie. Nel tentativo di superare questo limite e offrire al tempo stesso un approccio innovativo alla considerazione del disturbo dello spettro autistico, il confronto con specie animali che presentano comportamenti sociali peculiari, come ad esempio le specie solitarie, può offrire una chiave di lettura alternativa, e rivelare una prospettiva interessante sia sulla visione dell’autismo umano, che va oltre i deficit e le difficoltà di integrazione sociale, sia sulla comprensione delle specie animali solitarie, suggerendo che la diversità cognitiva e, di conseguenza, comportamentale, può avere un valore adattativo e un impatto ecologico rilevante. 

L’ecologia comportamentale comparata offre numerosi spunti: sulla base delle attuali conoscenze, è possibile affermare che sia gli individui autistici che i mammiferi solitari tendono a mostrare elevata capacità di sistematizzazione, propensione alla routine, ridotto coinvolgimento sociale, oltre a interessanti parallelismi nella comunicazione facciale e ipersensibilità sensoriale. È il caso, ad esempio, del puma, che esibisce comportamenti altamente organizzati e ripetitivi, e le cui interazioni sociali sono ridotte ad una sorta di “tolleranza reciproca” riservata a occasioni specifiche, come la condivisione di una preda molto grande o l’accoppiamento. Lo studio degli oranghi in natura, invece, ha evidenziato un legame materno limitato e un apprendimento focalizzato alle tecniche di foraggiamento, oltre ad una modalità di comunicazione caratterizzata dall’assenza di sguardo reciproco diretto. Ma gli studi si estendono anche ad altri carnivori solitari, ad esempio tigri, giaguari, ghiottoni e orsi bruni.

Dal punto di vista neuroscientifico, i progressi nelle tecniche di neuroimaging hanno permesso di identificare specifiche strutture cerebrali atipiche che si distinguono negli individui autistici. Analogamente, anche tra specie di mammiferi sociali e solitarie si osservano differenze neuroanatomiche e funzionali che riflettono le diverse strategie comportamentali adottate. Tra queste, si citano: macrocefalia, crescita accelerata del cervello, anomalie dell’amigdala, attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) superiore o disorganizzata in presenza di stimoli sociali anche lievi. In generale, l’organizzazione neurale tipica dei soggetti autistici ricorda quella osservata in animali con comportamenti solitari, più predisposti alla percezione dell’ambiente circostante generale che alle sfumature delle interazioni sociali. È interessante, ad esempio, osservare le differenze comportamentali tra le arvicole delle praterie, specie monogama e sociale, e le arvicole montane, specie promiscua e asociale.

Fot. Pixabay

La convergenza di prove comportamentali e neurologiche sembra supportare la possibilità che la predisposizione alla vita solitaria, anziché rappresentare un deficit sociale, possa costituire una strategia evolutiva vantaggiosa in specifici contesti ecologici, ad esempio quelli caratterizzati da scarsità di risorse o loro ampia dispersione territoriale. Tale prospettiva trova parallelismi significativi con l’ipotesi del raccoglitore solitario (J. Reser, 2011), che inquadra l’autismo in termini evolutivi. Negli ambienti ancestrali, potrebbero esserci state nicchie o periodi in cui la sopravvivenza era favorita da uno stile di vita più solitario, meno incline alla socialità e più attento ai dettagli ambientali, e gli individui in grado di spostarsi da soli, persistere in attività ripetitive di foraggiamento e riconoscere i cambiamenti dell’ambiente circostante sarebbero stati avvantaggiati. Di conseguenza, i geni che promuovono tali tratti sarebbero stati selezionati positivamente nei nostri antenati, spiegando così perché gli alleli correlati al disturbo dello spettro autistico persistano ancora oggi nelle popolazioni moderne. Questo modello riformula l’autismo come una variante naturale dello spettro sociale che esiste da tempo nei mammiferi: un insieme adattativo di tratti per una nicchia ecologica solitaria.

In questa prospettiva, il disturbo dello spettro autistico non dovrebbe essere visto esclusivamente come una patologia, ma piuttosto come una possibile variazione adattativa all’interno della specie umana, che potrebbe riflettere strategie adottate durante l’evoluzione. Analogamente, strategie simili potrebbero essersi sviluppate anche in altre specie di mammiferi, non come deviazioni dalla neurotipicità, ma come risposte vantaggiose per la sopravvivenza e la diffusione della specie, condivise da tutti gli individui. Ciò non implica che l’autismo non sia invalidante nel mondo sociale moderno, ma piuttosto suggerisce la possibilità che questi tratti non siano stati errori casuali nell’evoluzione: al contrario, potrebbero essere stati benefici in determinati contesti.

E i gatti? Se credete di poter decifrare la natura del loro comportamento, sappiate che «i gatti sono con noi per ricordarci che non tutto, nella vita, dev’essere spiegato».

Appena sfornati

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Damiano David – FUNNY little FEARS

Comincerò da una strana trasformazione. Ecco l’album di debutto solista di Damiano David, il cantante noto per l’energetico fenomeno italiano Måneskin, arrivato fino in America conquistando una nomina ai Grammy. Dal punto di vista letterario, in funny little fears troviamo una sincerità sorprendente. Damiano non interpreta alcun ruolo, non finge di essere un ragazzo cattivo. Canta di solitudine, della paura dell’intimità, dell’ansia per la routine e della ricerca del vero “io” in mezzo alla fama. Musicalmente, il disco oscilla tra un pop ben prodotto, l’indie rock e, a tratti, anche un delicato synthwave. Qui l’artista si presenta maturo, più delicato, a volte inquietante, ma profondamente umano. Resta solo una domanda: perché tutto questo, messo insieme come un tutto unico, non ha più la stessa forza delle canzoni dei Måneskin, intensamente costruite, forse a volte grottesche e kitsch, ma capaci di trascinare le folle?

 

Giorgio Poi – Schegge

L’esatto opposto di Damiano David è Giorgio Poi, di cui sicuramente si innamorerebbero i fan di Sufjan Stevens o Mac DeMarco. È una malinconia dolce e una finezza chitarristica che permettono di staccarsi dalla realtà. Poi, nel suo stile, ha creato un concetto che non cerca di essere una narrazione coerente: è piuttosto una raccolta di piccoli momenti. Il titolo (in italiano “schegge”, “frammenti”) non è casuale: è un collage musicale di emozioni, ricordi e osservazioni sottili, che svela sempre nuovi strati a ogni ascolto successivo. Tutto qui è incredibilmente fragile: i testi, le armonie e anche la struttura stessa delle canzoni. Una sincerità che non ha bisogno di clamore o di classifiche, sottile, delicata, e allo stesso tempo straziante in modo inimmaginabile. Un album straordinario!

 

Rkomi – Decrescendo

Nel suo album più recente anche Rkomi fa i conti con se stesso. Il titolo annuncia un suo rallentamento, un allontanamento dal rumore, forse anche la fine di una certa fase. Infatti, non si tratta solo della continuazione delle sue ricerche artistiche, ma anche di un consapevole abbandono della scena con classe. Un percorso che è passato dalle radici trap, attraverso bocconi di TikTok, il flirt con pop e rock, fino a una musica più riflessiva. In questa versione Rkomi si nasconde dietro un sottile strato di chitarre, sintetizzatori caldi e beat minimalisti che non dominano mai la voce, ma la sostengono. Meno urla, più contenuto: è questa la sua vittoria.

Traduzione it: Aleksandra Andrzejewska

Salone del Mobile 2026, Milano al centro del mondo

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Ritorna come ogni anno l’appuntamento più importante a livello mondiale per l’industria del design, principalmente per l’arredamento, ossia il celeberrimo Salone del Mobile di Milano. In programma dal 21 al 26 aprile 2026, nei consueti spazi di Rho Fiera, la manifestazione nata nel 1961 giunge così alla sua 64esima edizione. Contestualmente al Salone ha luogo da tradizione anche il Fuorisalone, evento diffuso per vari quartieri e  location della città, che si trasforma in una fucina di creatività e bellezza con molteplici iniziative artistiche, culturali e quant’altro. Tutto ciò va dunque a delineare la Milano Design Week, quella settimana in cui ogni anno, alla fine di aprile, la città meneghina ha ancor più addosso gli occhi di tutto il mondo.

Ieri, giovedì 23 aprile, ho potuto visitare l’immensa rassegna che occupa ben 12 padiglioni del polo fieristico, in uno spazio sold out di 169.000 mq, raccogliendo oltre 1900 espositori con una percentuale di oltre un terzo provenienti dall’estero (36,6% per 32 Paesi), e 227 brand alla prima apparizione o di ritorno. Nella giornata di oggi, venerdì, la mostra sarà visitabile anche per gli studenti, mentre nel fine settimana aprirà totalmente le porte al pubblico. L’edizione 2026, come dichiarato negli intenti dell’evento, traccia il filo rosso di un’architettura ancor più integrata tra contenuti e percorsi espositivi, con le novità dei Saloni Contract e Raritas. La foto che vi ho proposto come copertina di questo articolo fa parte di quest’ultimo dispositivo curatoriale, che annovera pezzi unici derivanti da 28 gallerie internazionali.

Gli eventi e le iniziative legate a questa rassegna nel complesso sono davvero numerosissimi. Quest’anno ha anche segnato il ritorno delle Biennali di Eurocucina e del Salone Internazionale del Bagno, oltre alle due sopra citate novità cui si uniscono il SaloneSatellite dedicato a giovani designer, e un corposo e rinnovato programma culturale di portata sempre più internazionale. Il salone del Mobile rappresenta, in poche parole, la manifestazione che dà voce a nuove sperimentazioni, idee, punti di incontro e business in tutto ciò che concerne l’arredo. Dalle camere da letto alle zone living, pranzo, spazi esterni, sedute e tutto ciò che fa parte del modo di vivere, legato ovviamente in maniera indissolubile all’arredamento. 

Per saperne di più https://www.salonemilano.it/it 

Testo e Foto: Alberto Mangili

“Il Mostro” tra le serie più viste su Netflix

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Il Mostro, Francesca Olia /fot. Emanuele Scarpa, Netflix

19 giugno 1982 a Baccaiano di Montespertoli nella provincia di Firenze. Strada laterale buia, ma abbastanza frequentata. Una coppia di ragazzi accosta e si ferma. Fanno sesso. Da lontano qualcuno li sta osservando. Appena finiscono vedono una figura scura avvicinarsi alla macchina. Accendono il motore e cercano di scappare ma non riescono a evitare i colpi di pistola indirizzati prima al ragazzo e poi alla sua compagna. Il Mostro ha colpito ancora. Questa volta a livello globale perché la miniserie “Il Mostro”, creata da Stefano Sollima e Leonardo Fasoli per Netflix e presentata in anteprima alla 82^ Mostra del Cinema di Venezia, è rimasta a lungo in testa alla classifica della piattaforma.

Con l’appellativo Mostro di Firenze i giornali definirono uno o più serial killer non identificati autori di otto duplici omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985 e commessi sempre con la stessa arma. Le vittime delle aggressioni erano coppie appartate nelle campagne nei dintorni di Firenze. Fu il primo caso conosciuto di omicidi seriali ai danni di coppie in Italia. Il caso ebbe una grande risonanza mediatica all’epoca dei delitti e anche dopo, durante i processi contro i presunti responsabili, e fu ampiamente descritto e filmato. Ancora oggi resta uno dei casi irrisolti più agghiaccianti della cronaca nera, continua a ispirare registi e scrittori. Basta citare l’ampio romanzo-inchiesta “Il Mostro di Firenze. Indagine su un serial killer” di Douglas Preston e Mario Spezi pubblicato da Wydawnictwo Czarne (in traduzione di Kaja Gucio) di cui abbiamo scritto nel numero 102 di Gazzetta. Solo che nel libro tutto inizia dal 1974, invece nella serie si inizia dal 1982 per poi tornare indietro e cercare le tracce nel primo omicidio simile. 

La serie di Sollima ritorna alle origini del caso del Mostro di Firenze, a partire dalla prima indagine, ricostruendo una delle inchieste più lunghe e controverse della storia italiana. Un racconto che attraversa documenti, ipotesi e piste ancora oggi oggetto di dibattito, ripercorrendo nel particolare la cosiddetta “pista sarda”. “La storia, per arrivare con chiarezza (…) deve cominciare dall’inizio. Perché raccontare con onestà, con rispetto, con rigore deve ancora avere un senso. Forse non per risolvere, non per capire, ma per ricordare. Un modo per restare accanto a chi è rimasto lì, per sempre nella notte, e dire: non siete stati dimenticati”, ha dichiarato il regista.

Guardare tutte e quattro le puntate di fila in una sala buia su un grande schermo con a fianco altri giornalisti e cinefili accreditati al Festival di Venezia, oltre a essere una vera e propria maratona, fa sicuramente più effetto. All’inizio tutti si sono chiesti che cos’altro si può aggiungere a questa storia già ben nota a tutti. Invece Sollima e Fasoli hanno creato una storia raccontata da diversi punti di vista che parte dal matrimonio di Stefano Mele (strepitoso Marco Bullitta) e Barbara Locci (ottima interpretazione di Francesca Olia) e pian piano aggiunge qualche dettaglio in più: l’incontro dei coniugi con Stefano Vinci (Valentino Mannias) e con suo fratello Francesco (Giacomo Fadda) per poi alla fine creare un quadro complesso generale che non spiega fino in fondo ma delinea bene una parte delle indagini lasciando allo stesso tempo lo spettatore con la voglia di guardare ancora e aprendo lo spazio per una continuazione. 

L’ottimo lavoro di scrittura, regia e interpretazione, insieme alle spettacolari immagini di Paolo Carnera ha fatto sì che, quasi subito dopo il debutto lo scorso 22 ottobre, la serie si sia guadagnata un posto nella top 10 di ben 85 paesi e ancora oggi è tra le più viste su Netflix.

Mostra «Il Grande Gioco. L’opera di Ladislao IV»

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Screenshot

Mostra «Il Grande Gioco. L’opera di Ladislao IV»

17 aprile – 19 luglio 2026

Una delle scene teatrali più sfarzose dell’Europa barocca si trovava tra le mura del Castello Reale di Varsavia. Si trattava del primo teatro lirico permanente in terra polacca e uno dei primi a nord delle Alpi. La mostra “Il grande gioco” racconta come un re ambizioso trasformò la corte in un centro di spettacoli emozionanti e come l’arte divenne un potente strumento di potere. 

 

Una passione regale

Władysław IV Vasa, re di Polonia dal 1632 al 1648, fu uno dei monarchi più illuminati della sua epoca. Da grande intenditore d’arte, capì ben presto che essa poteva essere utile non solo alle questioni spirituali, ma anche alla politica. 

Da giovane intraprese un lungo viaggio in Europa, durante il quale visitò, tra l’altro, Firenze, Roma, Mantova, Parma, Venezia e Vienna. Lì entrò in contatto con le forme più innovative di rappresentazioni teatrali.

Al suo ritorno decise di creare un luogo simile a Varsavia. Già nel 1628, al Castello, andò in scena l’opera «Acis e Galatea», inaugurando così l’attività del teatro di corte.

Situata nell’ala sud della residenza, la sala teatrale è stata ampliata e modernizzata negli anni successivi da architetti italiani. In breve tempo è diventata uno degli spazi teatrali tecnologicamente più avanzati d’Europa.

Durante la mostra scoprirai, tra le altre cose, come nel XVII secolo si rappresentavano tempeste sul palcoscenico o si facevano scendere gli dei dal cielo.

 

L’opera come spettacolo di potere

Il teatro reale non era solo un intrattenimento. Costituiva anche un efficace strumento di propaganda.

Musica, poesia, scenografia, costumi e ingegnosi meccanismi scenici contribuivano a creare spettacoli che coinvolgevano tutti i sensi. Con lo stupore dello spettatore, si rafforzava l’autorità del monarca.

Nel mondo di Ladislao IV quasi ogni evento pubblico aveva un carattere teatrale: dalle cerimonie diplomatiche agli ingressi solenni nelle città o agli spettacoli pirotecnici. L’intera Repubblica diventava il palcoscenico di un grande spettacolo.

 

Che cosa vedrai

La mostra presenta oltre un centinaio di oggetti provenienti dalle collezioni di istituzioni polacche ed europee: dalle opere di pittura e grafica agli strumenti musicali, passando per documenti e stampe d’epoca.

Oltre ai reperti storici, la narrazione è arricchita da:

  • ricostruzioni e modelli del teatro del Castello Reale,
  • proiezioni multimediali,
  • oggetti interattivi che illustrano il funzionamento del palcoscenico barocco.

 

Wiktoria Nawara vince Masterchef sognando la cucina italiana

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Nell’anno in cui la cucina italiana viene (giustamente!) riconosciuta Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco Wiktoria Nawara, giovane ragazza che dalla capitale della ceramica polacca Boleslawiec è andata a studiare cucina a Parma, vince la 14^ edizione di MasterChef Polonia, sognando di diventare una grande chef della cucina italiana. 

Com’è iniziata la tua passione per la cucina?

“Fin da bambina. A casa tutti cucinano: mia nonna, mia madre, mia sorella più grande ed inevitabilmente anch’io! Una passione che mi ha raggiunto non solo attraverso i piatti della tradizione polacca ma anche provando a sperimentare ricette di altri paesi tra cui soprattutto quelle italiane. Ogni volta che tornavamo da un viaggio importavamo nuove ricette e nuovi ingredienti da sperimentare. Dico subito che fin da piccola i miei piatti preferiti erano la pasta e la pizza”. 

Quando hai capito che cucinare per te non era solo una passione ma poteva diventare la tua professione?

“Dopo gli studi. Era l’epoca dei miei studi magistrali di Economia con specializzazione in Diritto Tributario. Lavoravo in un ufficio che si occupava di imposte (lei la chiama Kancelaria podatkowa). Quando tornavo a casa, stanca e triste dopo ore passate a fare analisi sulle tasse, la prima cosa che mi faceva tornare le energie e il sorriso era entrare in cucina. Poi è arrivata l’esperienza a Masterchef Polonia, dove possono partecipare solo cuochi non professionisti. E lì davanti a quella giuria importante, tra cui, c’era lo chef italiano Andrea Camastra, ho capito che la mia passione per la cucina poteva trasformarsi nel mio lavoro. Ora naturalmente il mio sogno è poter lavorare un giorno per qualche ristorante famoso e poi chissà…forse un giorno aprire il mio ristorante. Prima però dovrò fare tanta gavetta”.

Che piatti hai cucinato a Masterchef?

“Siamo in Polonia e quindi ci sono state anche prove con pierogi, golonka e kotlet mielony, ma poi ci siamo sfidati su tanti piatti diversi tra cui quelli italiani e quelli ai frutti di mare”.

Come vanno gli studi di cucina a Parma?

“A settembre ho iniziato il corso alla Scuola Internazionale di Cucina Italiana Alma. Abbiamo lezioni cinque giorni la settimana di teoria e pratica, approfondiamo anche le culture culinarie regionali, la lingua italiana e abbiamo lezioni di sommelier. A fine anno faremo uno stage obbligatorio in qualche importante ristorante italiano e a luglio ci sarà l’esame finale”.

Cosa hai visitato dell’Italia?

“Sono stata in molti posti, spessissimo a Milano e Bologna e poi in Calabria, Emilia-Romagna e Toscana, naturalmente ho anche visitato Roma e Venezia! Ma se mi chiedi il mio luogo preferito è senza dubbio la Calabria!”

E il tuo piatto preferito italiano?

“I tortelli di zucca!”

E quello polacco?

“Lo zurek”.

E il piatto che ti viene meglio?

“Faccio tutto bene! Scherzi a parte ho una mia speciale ricetta: Lasagne alla Norma, ovvero una Parmigiana di Melanzane ma con le lasagne”.

La Cucina Italiana è stata ufficialmente riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO il 10 dicembre 2025.

“Giusto così, mi pare assolutamente doveroso. Quello che mi ha conquistata è la particolare attenzione degli italiani verso il cibo, una sorta di esaltazione della qualità delle ricette e degli ingredienti. In Polonia invece ancora tanti hanno bisogno di avere davanti agli occhi un piatto strapieno, come se più ingredienti ci sono più buono è il piatto. Un errore madornale, è la qualità che conta non la quantità.”

Per noi italiani a volte è strano vedere l’approccio polacco, un po’ anarchico, al mangiare, ovvero si mangia a qualsiasi ora.

“Ma io seguo il preciso ritmo italiano! Colazione al mattino, pranzo alle 13 e cena alle 20!”

I GIOVANI MUSICISTI DELL’ISTITUTO A. GRAMSCI DI APRILIA NEL PALCOSCENICO INTERNAZIONALE

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Il 27 marzo 2026, presso l’Istituto Polacco di Roma, si è svolto l’eccezionale evento “La bellezza in musica e poesia”, con la soprintendenza della direttrice, Dott.ssa Małgorzata Furdal. I partecipanti sono stati gli studenti dell’Istituto Comprensivo “Antonio Gramsci” Aprilia e della Scuola Polacca di Ostia. La cerimonia è stata impreziosita dalla presenza del Console della Repubblica di Polonia, Dr. Bartosz Skwarczyński, che ha sottolineato l’importanza del progetto volto a unire le comunità scolastiche attraverso musica e poesia.

L’orchestra dell’Istituto Gramsci, sotto la guida dei professori Roberta Barbera, Joanna Łukaszewicz, Gloria Santarelli, Oscar Di Raimo e Stefano Catena, ha eseguito un repertorio di altissimo livello, tra cui la “Marcia Solenne” di Elgar e il “Notturno op. 9 n. 2” di Chopin. La Scuola Polacca di Ostia ha preparato una recitazione bilingue delle poesie di Wisława Szymborska, coordinata dalle professoresse Deborah Tosi e Marta Czajczyńska. Il progetto ‘La bellezza in musica e poesia’ ha permesso agli studenti di sviluppare le proprie competenze artistiche, approfondire lo scambio culturale e vivere un’esperienza unica di respiro internazionale.