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Gazzetta Italia 118 (agosto – settembre 2026)

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Gazzetta Italia 118 celebra in copertina l’Opera dedicata alla regina Bona Sforza, un lavoro maestoso di cui conoscerete i dettagli dal Direttore dell’Opera di Cracovia Piotr Sulkowski. Il regista Makary Janowski invece ci prepara e accompagna verso l’atteso arrivo su TVP a settembre del serial “Felicità”, girato tra Varsavia e Polignano a Mare. Non potevamo poi non dedicare un’articolo all’apertura a Pietrasanta del Museo dedicato al grande scultore polacco Igor Mitoraj. Un numero ricchissimo anche di musica – con un approfondimento su Jovanotti e il racconto dell’amore per i compositori polacchi del maestro Massimiliano Caldi – e di viaggi tra Puglia, Cilento e Sicilia, impreziosito da due eccezionali interviste a Magdalena Wrana direttrice dell’Accademia Polacca delle Scienze di Roma e alla pianista, infermiera durante l’Insurrezione di Varsavia, Danuta Dworakowska. E ancora troverete le nostre tradizionali rubriche di lingua, cucina, motori, moda, fumetti e letteratura. Insomma correte agli Empik a prendere la vostra copia o acquistatela online (gazzettaitalia.pl) o scriveteci a redazione@gazzettaitalia.pl BUONA LETTURA!

Alessandro Parrello: “Felicità” dentro e fuori dal set

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Fot. Luca Spennato

Scansiona il QR per ascoltare l’intervista in italiano

Un ormai lontano giorno dell’epoca in cui stavamo uscendo dal Covid mi telefona “Paolone”, caro amico veneziano che lavora nel mondo del cinema, avvisandomi che è in arrivo a Varsavia il regista e attore Alessandro Parrello finalista al concorso Grand Off Short Film Awards. Oggi cinque anni dopo anche Alessandro è diventato un carissimo amico oltreché un habitué della capitale polacca.

Da poche settimane sono terminate le riprese del nuovo serial “Felicità”, basato sull’omonimo libro di Katarzyna Kaliczynska, prodotto da TVP e ambientato tra Varsavia e Polignano a Mare, in cui sei uno dei protagonisti. Cosa ti porti dentro di questo lavoro?

“Voglio essere sincero con te, girare “Felicità” è stata una delle esperienze più piacevoli degli ultimi anni sia come professionista che come uomo. Mi sono divertito molto perché, avendo fatto negli ultimi anni soprattutto il regista o il produttore, spesso ho sacrificato un po’ di quella spensieratezza che invece qui ho ritrovato lavorando assieme ad un regista molto bravo e a un affiatato gruppo di lavoro con colleghi italiani e polacchi. Con alcuni di loro si è instaurato anche un bellissimo rapporto di amicizia fuori dal set e credo che quando il pubblico vedrà la serie, si accorgerà di quanto siamo stati bene nel girarla. In tante settimane di lavoro tra Varsavia a Polignano ci siamo conosciuti e uniti a livello umano perché tutti volevamo la stessa cosa: realizzare una serie bella, innovativa ma soprattutto vicina alle persone. Io credo che ci siamo riusciti e grande merito va al regista Makary Janowski che è stato un capitano eccezionale, sempre in ascolto degli attori, sorridente e calmo anche nei momenti di maggior pressione lavorativa ed emotiva. Tu lo sai bene perché sei stato spesso sul set e hai potuto vedere questa armonia. Inoltre amo molto il mio personaggio: Marco, un brillante avvocato con dei valori forti che dopo anni vissuti tra Roma e Milano torna dalla sua famiglia a Polignano e li incontra Zoska, che arriva da Varsavia con la figlia adolescente, sconvolgendo un po’ gli equilibri nella pensione Felicità. Tra i due scatta subito qualcosa ma… non voglio anticipare di più! 

Alessandro Parrello, Laura Breszka / fot. Przemysław Pączkowski

Noi ci siamo conosciuti a Varsavia in occasione del festival Grand Off in cui eri finalista, a distanza di anni che idea ti sei fatto della capitale polacca? 

Quell’episodio lo ricordo sempre con grande gioia perché è stato un incontro magico grazie al mio amato film breve “Nikola Tesla the man from the future”, che mi ha dato tante soddisfazioni. Ma ti ho mai detto che per un attimo stavo per non venire a Varsavia? In quel momento, era l’autunno del 2021, avevano chiuso tutto e per viaggiare occorreva il green pass. Ero in un periodo di intenso di lavoro e la sera della partenza per Varsavia, stravolto dalla stanchezza, ho rinunciato. Scrissi agli organizzatori del festival che probabilmente non sarei andato al Gala. Poi, evidentemente c’è qualcuno che dall’alto mi protegge, dopo una lunga dormita, la mattina dopo mi sono svegliato e ho deciso: “parto per Varsavia, sento che è una occasione da non perdere”. Ho rifatto il biglietto e sono partito il pomeriggio… Il resto è storia, lì ci siamo conosciuti, grazie al nostro amico “Paolone” che ci ha messi in contatto. In quei giorni pensai subito che mi sarebbe piaciuto ritornare a Varsavia per conoscerla meglio, la città mi aveva dato ottime vibrazioni. Poi la vita sa sempre come svilupparsi e come sorprenderci. Quel desiderio di tornare alla fine si è realizzato, ma mai avrei pensato di tornare per essere protagonista di una serie polacca connessa all’Italia e soprattutto alla mia Puglia! Oggi dopo aver conosciuto meglio Varsavia ti confermo le sensazioni provate la prima volta: città straordinaria, vivace, curata, piena di arte e voglia di costruire. Mi ha ricordato le sensazioni che ho vissuto i primi anni a New York. Non escludo che in futuro possa trascorrere più tempo qui. 

 

fot. Przemysław Pączkowski

Parlaci della tua carriera. Da dove vuoi cominciare?

Ah… inizierei definendola il viaggio più faticoso e più incredibile che abbia mai fatto. Per quanto la mia gavetta sia stata lunga e non facile, posso dire che alla fine le cose stanno andando nel modo in cui sognavo accadessero. È stato un percorso pieno di sacrifici e di rinunce, dai primi passi in Rai a 19 anni, agli anni vissuti negli USA, dove andai quando avevo 26 anni per crescere come uomo e come artista lontano dalla famiglia e dal mio mondo. Oggi posso dire che ne è valsa la pena, ogni sacrificio ha determinato una evoluzione, guardandomi indietro rivedo tutte le tappe che sono servite a costruire una carriera con solide fondamenta. Avevo una visione e l’ho seguita con estrema fedeltà, svolgendo nel frattempo decine di mestieri diversi per mantenermi. In cambio dei sacrifici ho il privilegio non solo di poter recitare in progetti internazionali, ma anche di poter scrivere, dirigere e talvolta produrre delle opere cinematografiche importanti che desideravo realizzare e che mi hanno dato molte soddisfazioni, fatte grazie alla casa di produzione che ho fondato nel 2011, la WEST 46 films. In questi anni di gavetta ho anche imparato tanti sport, mi sono dedicato alla scrittura – a New York per cinque anni ho diretto perfino un mio magazine – ho appreso due lingue straniere e… chissà magari provo anche ad imparare il polacco! Un background di esperienze che metto al servizio del mio lavoro. Sono partito con l’idea di fare l’attore ma in America ho trovato il coraggio di provare ad esprimermi seriamente anche come autore e regista. Fondamentali poi sono stati gli incontri con tre persone meravigliose, Bruce a New York, Teresa e Giovanna in Italia, che hanno creduto fortemente in me e a cui sarò sempre molto grato. Poi sono arrivati i premi e le soddisfazioni che sono la conseguenza di tanti anni di lavoro. Riassumendo sono un ottimista nato, il mio segreto è stato ed è: crederci!

Fot. Alice Della Valle

Come si coniugano le carriere d’attore e di regista?

Penso siano due facce della stessa medaglia. Seppur molto diversi come impostazione, sia l’attore che il regista raccontano delle storie e se un artista sente di avere qualcosa da dire o una bella idea, non deve porsi il limite di vedersi solo come attore o solo come regista. Si possono ricoprire entrambi i ruoli, a patto che ci sia una grande preparazione e una efficace pianificazione, per poter così essere credibili e in grado di sostenerne il peso e la responsabilità, soprattutto quando un produttore ti affida un progetto. Spesso mi è capitato di dover essere attore, regista e sceneggiatore dello stesso progetto e per quanto possa spaventare, alla fine mi ci sono abituato e non mi spaventa il farlo. Come attore i personaggi bisogna prima sentirseli addosso e dopo decidere di dargli vita. Io sono un fan dei generi avventurosi e fantastici e da questi temi ho iniziato a scrivere e raccontare le mie storie. Se oggi ho la fortuna di poter fare questi mestieri, ovvero davanti e dietro la macchina da presa, posso solo che considerarmi una persona felice. Quando preparo un progetto da regista faccio molta ricerca, approfondisco alcune tecniche e mi circondo dei migliori professionisti a cui trasmetto la mia visione del film in modo che possano riversarla nella creatività dei rispettivi settori di competenza, e mi piace sottolineare che con alcuni di loro lavoro proficuamente da tempo. Si tratta sempre di un lavoro di squadra non solo nella regia ma anche nella recitazione perché un attore per essere attraente e brillante in scena ha bisogno del supporto di chi lo mette in condizione di dare il meglio. E io sono molto grato a tutte le figure che girano attorno al set. 

Sei un romano di origini pugliesi che vive tra Roma e Monopoli. Come ti dividi tra la caotica capitale, i trulli e le spiagge pugliesi?

Sono due modi di vivere talmente diversi che forse potrei aver trovato il mio piccolo grande equilibrio. Roma è caotica, disordinata e con livelli di stress nelle persone che se ci si osservassero dall’alto sembreremmo una moltitudine di formiche che si muovono impazzite. Il traffico è assurdo a tutte le ore. Di conseguenza anche la mia vita a Roma è più frenetica e mi sposto quasi solo in moto. Poi però Roma è coinvolgente e se ti fermi ad osservarla con altri occhi, ti rendi conto che è potente e unica per tutto quello che c’è dentro, per i caratteri delle persone. Abito in un quartiere che adoro, tra Ostiense e Piramide, dove ho tutto a portata di mano. A Monopoli è esattamente l’opposto, le persone hanno un altro ritmo di vita, molto più calmo. Come sai li abito nei trulli in campagna, tra ulivi e colline, ma vicino al mare e questo è importante perché il mare ha la capacità di restituirmi quella serenità interiore cosi preziosa quando devo dedicarmi alla scrittura o a un nuovo progetto. Monopoli e Roma sono entrambe casa per me, essenziali al mio vivere.

Progetti per il futuro?

A luglio uscirà il mio fantasy breve “Alby l’ultimo Ulivo”, girato in Puglia con Francesco Pannofino nei panni di un tenero Albero Parlante animato, realizzato unendo animazione 3D e con riprese in live action. Qualcosa di raro per l’Italia. Poi presenteremo il thriller di avventura “Ricordati che ti voglio bene”, girato sulle montagne innevate del Nord Italia nel cui cast c’è Luca Ward, Maurizio Lombardi ed Eugenio Ricciardi, che nella serie “Felicità” interpreta mio fratello. In questi giorni sto anche scrivendo un soggetto per una nuova serie, con un produttore del Principato di Monaco il quale mi ha proposto un’idea che ho trovato straordinaria e che dirigerò. Contemporaneamente, sto ultimando la revisione della sceneggiatura del mio lungometraggio da regista. Nei prossimi mesi invernali invece girerò un nuovo film breve della mia serie sui generi cinematografici, fino ad ora ne ho realizzati 12 sui 21 previsti dal progetto, di cui “Nikola Tesla” è stato il film di apertura. Tra questi ne sto scrivendo uno di genere spy action, ambientato tra l’Italia e la Polonia e tu sarai uno dei primi a cui farò leggere lo script appena pronto! E poi se dovessimo proseguire il viaggio di “Felicità” nel 2027 con una seconda stagione salirei a bordo con grande gioia per raccontare nuovi aspetti del mio personaggio Marco. Sono per un cinema fatto di eroi e avventure che facciano sognare, ispirare il pubblico e far sentire che in fondo tutto è possibile.

Oriana Celentano, che interpreta Giulia in “Felicità”, Francois Plantamura,
proprietario della Vespa azzurra, Alessandro Parrello. Foto di Luca Spennato

De Wave Group investe in Polonia

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De Wave Group, il general contractor globale per la cantieristica navale e nautica con origini genovesi, investe sul suo polo produttivo in Polonia

Nel marzo scorso, a Varsavia, Riccardo Pompili, CEO di De Wave Group, ha ricevuto il Premio Gazzetta Italia, un riconoscimento internazionale che testimonia il percorso di crescita e consolidamento di una realtà industriale sempre più protagonista nel panorama della cantieristica globale. Un premio che è anche il simbolo di una visione industriale che guarda con attenzione ai mercati europei, tra cui la Polonia, oggi snodo strategico nello sviluppo del Gruppo.

Nato a Genova nel 2014, De Wave Group è oggi uno dei principali operatori a livello internazionale nel settore degli interni navali, specializzato nella progettazione, produzione e installazione di soluzioni complete per navi da crociera e yacht. In poco più di dieci anni, il Gruppo ha intrapreso un percorso di crescita rapido e strutturato, sostenuto sia da un’espansione organica sia da una strategia di acquisizioni mirate che hanno permesso di integrare competenze lungo l’intera filiera produttiva. 

Oggi De Wave si configura come un vero e proprio “general contractor” globale nella Blue Economy, in grado di coprire tutte le fasi del processo: dal design alla realizzazione finale, fino ai servizi post-vendita. Una crescita testimoniata anche dai numeri: 1.500 dipendenti, 7 stabilimenti produttivi, 13 sedi operative in 9 Paesi e un fatturato che punta a superare i 500 milioni di euro.

Alla base di questo sviluppo vi è una visione chiara: rafforzare il controllo diretto della produzione, aumentare l’integrazione tra le diverse business unit e creare sinergie tra le aziende del Gruppo. Le recenti acquisizioni nel settore dell’outfitting, dell’impiantistica e della carpenteria metallica si inseriscono proprio in questa logica, contribuendo alla creazione di un hub industriale capace di rispondere alle esigenze sempre più complesse del mercato Cruise.

In questo contesto internazionale, la Polonia riveste un ruolo sempre più centrale. Lo stabilimento di Lipno rappresenta infatti un tassello chiave nella rete produttiva del Gruppo, non solo per le sue competenze specifiche – legate in particolare alla produzione di cabine e wet units – ma anche per la sua posizione geografica. Situato a circa 200 chilometri dal porto di Danzica, il centro produttivo si colloca in un’area che sta assumendo un ruolo crescente come porta d’ingresso verso l’Europa per i traffici provenienti dall’Asia.

Proprio per valorizzare questo potenziale, De Wave ha avviato un importante processo di trasformazione dello stabilimento polacco. Il piano prevede un intervento sia sul piano strutturale – con il rinnovamento degli spazi produttivi e degli ambienti di lavoro – sia su quello organizzativo e gestionale. L’obiettivo è superare una visione frammentata per dare vita ad una piena integrazione del polo produttivo all’interno della supply chain di gruppo.

Elemento chiave di questo percorso è l’introduzione di un nuovo Sistema di Gestione del Lavoro (WMS – Work Management System), che consentirà di ottimizzare i flussi produttivi e logistici secondo una logica lean. Parallelamente, sono in fase di revisione i processi operativi e i modelli di controllo di gestione, con l’introduzione di KPI condivisi e strumenti di monitoraggio avanzati.

Questa evoluzione non riguarda solo l’efficienza produttiva, ma anche la qualità del lavoro. L’integrazione dei sistemi e la standardizzazione dei processi permetteranno infatti di migliorare le condizioni operative, aumentando al contempo l’affidabilità e la competitività dello stabilimento.

Il percorso intrapreso dal Gruppo in Polonia riflette una visione più ampia: costruire un sistema industriale integrato, capace di coniugare eccellenza produttiva, innovazione tecnologica e presenza capillare sui mercati internazionali. In questo scenario, il riconoscimento ottenuto a Varsavia da Pompili assume un valore simbolico ancora più significativo: non solo celebrazione dei risultati raggiunti, ma conferma di una strategia che guarda al futuro. E la Polonia è uno dei pilastri del piano di sviluppo. Una crescita che, partendo dalle radici italiane, continua a svilupparsi su scala globale, mantenendo al centro un principio chiave: lavorare come un unico gruppo, con una visione condivisa.

Fot. De Wave Group

New Flavours: la cultura degli aromi sbarca a Varsavia

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Un gusto al limone o al caramello è uguale in tutto il mondo? Assolutamente no! A spiegarci come gli aromi si declinano a seconda delle culture alimentari è Monia Floridi dell’azienda New Flavours, eccellenza italiana, che ha sede nella verde Umbria, realtà che vanta numerose certificazioni e una grande attenzione all’ambiente.

“Il caramello per un palato tedesco deve avere una nota di vaniglia, per un polacco un retrogusto di burro e per un francese deve ricordare un misto vaniglia-burro bruciato, insomma un po’ creme brulee”, spiega Floridi a capo di una azienda che produce aromi per 70 paesi del mondo. Tutto nasce nel 2008 quando la chimico-fisica Monia Floridi apre insieme a Jean Christophe Coppin, esperto in profumi, la New Flavours iniziando a far ricerca per arrivare a trovare i migliori aromi da proporre sia nel settore alimentare che in quello farmaceutico. Da quel momento la crescita è stata esponenziale grazie alla filosofia, che alcuni ritenevano fuori mercato, di puntare solo su prodotti biologici e naturali. 

“Gli aromi sono artificiali o naturali, sono due mondi diversi, noi abbiamo scelto la via naturale e biologica. A cosa servono? Prendi una barretta o una bevanda proteica che fanno bene ma che hanno un sapore amaro, il gusto va mascherato esaltando la parte migliore del prodotto. Così come le medicine, soprattutto quelle per i bambini. Poi c’è la funzione di aromatizzazione, ad esempio degli snack ai gusti. Insomma ci occupiamo di tutto lo spettro di quello che si mangia e si beve dagli energy drink, agli snack, alle barrette, alle medicine”. 

Nel tempo i gusti cambiano? 

“Sì molto! Noi viaggiamo e testiamo i sapori e gli aromi di vari paesi. Cambiamenti resi più rapidi negli ultimi anni perché le persone si muovono con grande facilità, gli scambi oltreché culturali sono sempre anche culinari. Il sapore è poi strettamente connesso con quello che noi ci aspettiamo mentalmente da un determinato prodotto.”

Ovvero?

“Per esempio la ciliegia, quello che per noi è il suo sapore classico in Cina è improponibile, la ciliegia per un cinese deve avere un gusto del frutto fresco non come quello in Europa simile all’amarena. Così se tu proponi a dieci persone un gusto limone ognuno nella sua testa si prefigura qualcosa di suo: c’è chi lo immagina comprensivo della buccia e quindi amaro, chi pensa al profumo del limone, chi si aspetta più un tono di succo, ciascuno ha una sua idea della materia prima che è legata alla cornice culturale culinaria in cui è cresciuto e vive”. 

Quindi lavorando per diversi paesi voi dovete adeguarvi ai vari gusti nazionali?

“Esattamente, siamo un’azienda di circa 30 persone e quasi un terzo di noi lavora nello studio e nella ricerca degli aromi. Per esempio in Polonia c’è una attrazione per una nota di gusto più burrosa rispetto alla Germania e così via quello che seduce il palato dei tedeschi non è quello che gradiscono i francesi. Un altro esempio: in Polonia piace la cannella dolce, in Inghilterra la speziata e in Cina il gusto cannella non va proprio. Noi viaggiamo, andiamo nei ristoranti e testiamo il gusto dei vari piatti dai più tipici ai più stravaganti, compriamo prodotti nei vari Paesi e li assaggiamo in Team. Anche in Italia, da regione a regione, i sapori cambiano, al nord prevalgono gusti forti cremosi al sud quelli più freschi e speziati. E se parliamo di peperoncino in Italia, più o meno è lo stesso prodotto invece in Cina o nei Paesi Arabi c’è una scelta più ampia e conoscono meglio le differenze.”

Concretamente come nasce un gusto?

“Un gusto si progetta a partire da una idea, a volte nostra a volte del cliente, studiamo il mercato e con tanta creatività e dedizione arriviamo alla formulazione e sviluppo di Gusti che rispettano la tradizione e guardano al futuro. I progetti possono durare anche anni, ma questo per New Flavours è solo una sfida.” 

Ora entrate nel mercato polacco, cosa vi ha colpito di questo Paese?

“Abbiamo trovato i polacchi sensibili ad aromi naturali e biologici e attenti sia alla qualità, sia all’assenza di coloranti e zuccheri aggiunti, che all’OGM FREE. Un mercato in cui le aziende sono curiose e non hanno paura di provare nuovi aromi”.

Monia Floridi

E i gusti polacchi?

“Ho trovato eccezionale il modo in cui trattano i funghi, poi mi ha colpito la diffusione della kompot, il gusto dei pierogi e le varie versioni della szarlotka, la torta alle mele. È un Paese che ci interessa molto e per questo siamo in procinto di aprire la nostra sede a Varsavia”.

In qualunque parte del mondo noi siamo, esiste un minimo comune denominatore: possono cambiare ingredienti, sapori e rituali, ma il valore della convivialità resta universale. Sedersi a tavola non significa soltanto condividere un pasto, bensì creare connessioni, rafforzare legami familiari e consolidare relazioni professionali e di business.

Fot. New Flavours

Il concetto della città ideale. Zamość: sicura, funzionale, bella

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Zamość è l’unica città della Polonia iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come civitas optimo – città ideale. Deve la propria esistenza e il proprio nome a Jan Zamoyski, che decise di costruirla tra le colline. Per realizzare il progetto scelse l’architetto italiano, originario di Padova, Bernardo Morando. La costruzione durò una dozzina di anni. Sfruttando la conformazione del terreno, ma anche modellandolo artificialmente, la città fu circondata da fortificazioni, di cui una parte è giunta fino ai giorni nostri. La maggioranza di esse risale al XIX secolo, quando l’architettura militare venne ampliata e modernizzata. All’interno fu creato un sistema urbanistico ideale, paragonato persino… all’anatomia del corpo umano.

Il concetto di città ideale apparve già nell’antichità e si basava sulla simmetria e su figure geometriche: il cerchio, il triangolo e il quadrato. I templi dedicati agli dèi greci venivano costruiti secondo proporzioni armoniose. Inizialmente predominava il piano rettangolare, ma con il tempo si ritenne più appropriato il piano centrale, su schema ottagonale o circolare. Le città avevano una struttura a scacchiera con strade che si incrociavano ad angolo retto.

Grande attenzione alla città ideale dedicò nel suo trattato “I dieci libri dell’architettura” Vitruvio, teorico e architetto romano vissuto nel I secolo a.C. Nel terzo libro descrisse la figura umana come principale fonte delle proporzioni, iscrivendo il corpo maschile nel cerchio, nel quadrato e nel triangolo. Consigliava di costruire le città su colline, circondarle di mura e progettare le strade in modo da proteggere gli abitanti dai venti portatori di malattie.

Nel Medioevo queste idee sopravvissero soprattutto nell’architettura monastica. Su pianta quadrata si creavano chiostri circondati da portici, spesso con un pozzo al centro. Ai portici si collegavano le ali del monastero e della chiesa. L’immagine delle città ideali è conservata anche in numerosi manoscritti contenenti l’Apocalisse di san Giovanni, dove viene descritta la Gerusalemme Celeste.

Vale la pena scoprire anche il trattato conservato nell’abbazia di San Gallo, risalente a circa l’820 d.C., che presenta un piano carolingio di città ideale riferito però a edifici sacri. Aveva due assi simmetrici e non corrispondeva affatto alla costruzione – di solito caotica – delle città medievali. Le proporzioni ideali del complesso di San Gallo includono persino… i pollai.

Il Rinascimento, come ritorno alle idee dell’antichità, riscoprì gli antichi trattati, tra cui quelli di Vitruvio.

A Firenze si possono ancora oggi vedere soluzioni urbanistiche simmetriche che risalgono ai tempi di Giulio Cesare e che furono poi riprese nell’architettura del XV secolo. In questo modo nacque la piazza principale attorno alla quale si raggrupparono gli edifici più importanti della città, come il municipio e la chiesa. Quando gli architetti incontravano difficoltà, le risolvevano con grande abilità, come avvenne a Siena. La piazza principale fu tracciata su un terreno irregolare, costringendo i costruttori a creare una struttura simile a un anfiteatro. La piazza semicircolare fu costruita a forma di conchiglia; tutte le sue “costole” superiori furono circondate da gallerie ad arcate, mentre nel punto di convergenza inferiore venne eretto il Palazzo Pubblico.

All’idea di civico optimo aderirono anche i potenti di varie città. A Pienza papa Pio II creò una città rinascimentale, mentre a Roma papa Niccolò V, in collaborazione con Leon Battista Alberti, tracciò nuove piazze e larghe strade rettilinee. Alberti si rifaceva direttamente a Vitruvio, come dimostra il suo trattato “De re aedificatoria”, modellato sull’opera dell’antico maestro.

Allo stesso modo operarono Leonardo da Vinci, Giorgio Vasari e Filarete, che progettò la città di Sforzinda per la famiglia Sforza. All’interno di un cerchio ideale, cioè il fossato, inscrisse una stella a otto punte come suddivisione dei quartieri urbani. I bracci della stella nacquero dalla sovrapposizione di due quadrati, affinché tutte le angolazioni fossero parallele. Ai vertici dovevano sorgere torri, mentre negli angoli interni si trovavano le porte. Al centro, su una piazza circolare, progettò gli edifici principali. Filarete dedicò anche molto spazio all’astrologia e al potere della geometria, concentrandosi sul flusso dell’energia: ogni porta della città era considerata uno sbocco di correnti energetiche che avrebbero attraversato la piazza del mercato nel centro.

La famiglia Gonzaga commissionò invece il progetto della città di Sabbioneta. Nelle collezioni del Palazzo Ducale si trova un dipinto anonimo del XV secolo intitolato “Città ideale”. Esso mostra una prospettiva di una piazza pavimentata con lastre a motivi geometrici, con una chiesa a pianta circolare al centro ed edifici con portici e colonnati che convergono verso il fondo.

Forse l’ispirazione per questi progetti proveniva dalle descrizioni di Atlantide nelle opere di Platone oppure dalla visione della città terrena di sant’Agostino, perfettamente organizzata e suddivisa in funzioni residenziali, sacre e amministrative. Questo era importante perché le città medievali erano spesso sovraffollate e caotiche a causa dell’afflusso di popolazione. L’assenza di organizzazione non favoriva il controllo. Il progetto centralizzato, tanto popolare nella teoria rinascimentale, in una prospettiva più ampia poteva condurre a un controllo totale e alla tirannia; tuttavia l’idea della città ideale continuava a vivere nella mente dei grandi pensatori. Si sottolineava che ciò che è armonioso, geometrizzato e ordinato è allo stesso tempo funzionale e bello.

In Polonia il concetto di città ideale è incarnato da Zamość, che nei secoli XVI e XVII fu una fortezza quasi impossibile da conquistare. Fu anche un progetto realizzato integralmente, cosa rara non solo nel XVI secolo. Jan Zamoyski, per il quale il vecchio castello di famiglia a Skokówka era diventato troppo piccolo e che nel 1578 ricopriva la carica di gran cancelliere della Corona, decise di costruire un nuovo palazzo. Affascinato dall’architettura e dall’urbanistica italiane, ampliò il progetto fino a comprendere l’intera città. Già il 10 aprile 1580 emanò l’atto di fondazione della città, che doveva essere sicura, funzionale e bella. E così fu.

Il luogo scelto per Zamość si trovava su una piccola altura, parzialmente circondata dalle paludi e dalle acque di due piccoli fiumi. Le fortificazioni crearono un piano poligonale. Lo stesso Zamoyski scrisse: “Avendo riguardo alla sicurezza e al vantaggio non solo mio e dei miei amici, ma anche di tutto il vicinato e dei sudditi dei villaggi circostanti, ho deciso di costruire una città unita a questo castello e a questa chiesa, città che fortificherò a mie spese con un terrapieno e un fossato. A questa città, insieme al castello, do il nome di Zamoście nad Wieprzcem”.

La vicinanza delle paludi a sud costituiva una barriera naturale di difesa. La città fu circondata da poderose fortificazioni bastionate e da un fossato, garantendo così la sicurezza.

La struttura spaziale di Zamość fu progettata per essere funzionale a circa tremila abitanti che presto avrebbero popolato la città. Per questo si scelse un piano simmetrico con divisioni geometriche e assi chiari, facilmente percepibili ancora oggi. La piazza principale fu tracciata su un quadrato con un lato di circa cento metri. Fu circondata da case borghesi con portici, di architettura uniforme e altezza simile. Al di sopra svettava il municipio, oggi celebre per la sua bellissima scalinata a ventaglio (aggiunta nel XVIII secolo). Morando si ispirò al municipio di Padova. Nel Rynek Wielki (la piazza principale) si incrociavano due assi principali della città: via Grodzka e via Solna. Via Grodzka, sull’asse est-ovest, è lunga quasi quattrocento metri e collega la piazza con l’Akademia Zamojska (l’Accademia di Zamość). Via Solna conduce a due piazze minori che un tempo organizzavano la vita commerciale della città. Per favorire un rapido sviluppo Zamoyski invitò e concesse privilegi ad Armeni, Ebrei e Greci. Grazie alla posizione all’incrocio delle rotte commerciali e ai privilegi concessi dal re Stefano I Báthory – tra cui agevolazioni fiscali, diritti di mercato e di deposito – la città si sviluppò rapidamente. In breve tempo Zamość fu abitata da persone di diverse religioni, culture e tradizioni.

Così si garantì la funzionalità della città.

Ma come comprendere la bellezza? Nel Rinascimento si riscoprì la bellezza del corpo umano. In accordo con il pensiero di Vitruvio, l’uomo, inscritto nelle figure geometriche, divenne il modello della bellezza. L’antropomorfizzazione riguardava ogni campo della cultura rinascimentale, compresa l’architettura. Zamość fu costruita sul modello del corpo umano: al posto della testa si trovava il palazzo di Jan Zamoyski. L’accademia e la collegiata (dal 1992 cattedrale) corrispondevano al cuore e ai polmoni. Il ventre costituivano le tre piazze, mentre i bastioni difensivi rappresentavano le membra.

Zamoyski e l’architetto Morando riuscirono a costruire una città ideale, mentre nella storia progetti simili spesso rimasero soltanto sulla carta. Nel XVI secolo Zamość aveva una superficie di 24 ettari, pari a circa 600 metri di lunghezza e 400 di larghezza.

L’idea della città ideale non scomparve con il Rinascimento. Spesso progetti del genere suscitarono controversie. Così avvenne nel XX secolo, quando il visionario e “padre dell’architettura moderna” Le Corbusier propose un nuovo piano urbanistico per Parigi con una griglia geometrica di strade e grattacieli disposti simmetricamente. Naturalmente questo progetto non venne realizzato, ma due altri architetti, Lucio Costa e Oscar Niemeyer, crearono il progetto della nuova capitale del Brasile, Brasilia. La struttura della città era perfettamente ordinata, con quartieri residenziali moderni accanto a prestigiosi edifici pubblici e monumentali costruzioni prive di contesto. Nonostante distanze calcolate, strade regolari, spazi verdi e la divisione in zone residenziali, governative e commerciali, il progetto non funzionò nella realtà. Tanto più dovremmo quindi apprezzare la Zamość di Zamoyski e Morando, una città che è davvero riuscita. Oggi è più grande, ma si possono ancora riconoscere chiaramente i suoi presupposti originari. Zamość rimane una città del Rinascimento dove ancora oggi possiamo leggere facilmente gli antichi codici della città ideale: sicurezza, funzionalità e bellezza.

Bibliografia:

Leon Battista Alberti „O architekturze”

Red. Emily Cole „Architektura. Style i detale”

Umberto Eco „Historia piękna”

Stanisław Grzybowski „Jan Zamojski”

Peter Murray „Architektura włoskiego renesansu” 

Witruwiusz „O architekturze ksiąg dziesięć”

Traduzione IT: Zuzanna Miniszewska

Annunciato il programma della 83^ Mostra del Cinema di Venezia

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Fot. AP

Durante la conferenza stampa in diretta streaming dalla Biblioteca dell’Archivio Storico della Biennale è stato annunciato il programma della 83^ Mostra del Cinema di Venezia (2-12 settembre). Sono intervenuti il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco e il direttore artistico della Mostra Alberto Barbera. Buttafuoco ha sottolineato il valore straordinario di tutte le sezioni della Biennale, ovvero quello di promuovere e dare spazio al dialogo aperto e alla diversità culturale. 

Nella sezione competitiva della sezione Orizzonti vedremo il film “Cudze rzeczy” (“What belongs to others”) di un giovane regista polacco Grzegorz Dębowski. Nella stessa sezione Anna Osmólska-Mętrak, docente universitaria, esperta del Cinema, nonché ideatrice e direttrice del Premio Krzysztof Mętrak per giovani critici cinematografici, farà parte della giuria Fipresci. Non finisce qui la presenza polacca alla prossima Mostra, nella sezione Venezia Classici saranno presentati due film restaurati delle icone del cinema polacco: Andrzej Wajda “Cenere e diamanti” (1958) e Robert Polański “Cul-de-sac” (1966).

Tra i film in concorso quattro italiani: Edoardo De Angelis “Il fuoco che ti porti dentro”, Nanni Moretti “Succederà questa notte”, Andrea Pallaoro “The echo chamber” (basato sull’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci) e Paolo Strippoli “L’estranea”. Tra gli altri regsiti che competeranno per il Leone d’Oro ci sono: Werner Herzog, Casey Affleck, Ali Asgari, Hirozaku Koreeda e Martin McDonagh, per elencare solo alcuni. 

Non vediamo l’ora di essere al Lido!

Manara incontra Eco: “Il nome della rosa” come romanzo grafico

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“Il nome della rosa”, il primo romanzo di Umberto Eco pubblicato nel 1980, è ancora oggi, a livello mondiale, la sua opera più celebre. Sembra quindi naturale, e forse inevitabile, che a realizzare l’adattamento a fumetti di un libro così importante sia stato un altro grande autore italiano, una vera leggenda della nona arte: Milo Manara. Si tratta dell’opera più recente del famoso disegnatore, oltre che una delle più belle, frutto di anni di lavoro artistico.

In Italia la prima parte del romanzo grafico di Manara è uscita presso l’editore Oblomov nella primavera del 2023. Prima di apparire in volume, quasi tutta questa prima metà della storia era già stata pubblicata a puntate su quattro numeri del mensile “Linus” (gennaio-aprile 2023). Il secondo volume de “Il nome della rosa”, inizialmente previsto per l’autunno del 2023, dopo un lungo lavoro e molti rinvii è finalmente uscito nel novembre 2025 (in parallelo, di nuovo, con la pubblicazione su “Linus”). In Polonia la prima parte dell’opera è stata pubblicata nel 2024 dalla casa editrice Noir sur Blanc, mentre la seconda uscirà nel 2026.

Tomasz Skocki

La storia raccontata nel fumetto è ovviamente ben nota al grande pubblico, data l’immensa popolarità del romanzo di Eco, oltretutto già adattato per il cinema (il celebre film di Jean-Jacques Annaud del 1986) e per la televisione (la miniserie del 2019 diretta da Giacomo Battiato). Nel novembre dell’anno del Signore 1327 il frate francescano Guglielmo da Baskerville, accompagnato dal giovane novizio benedettino Adso da Melk, giunge in un’abbazia del Nord Italia per una missione diplomatica, ritrovandosi però a investigare su una serie di misteriosi omicidi di monaci, indagine che lo porterà a scoprire gli oscuri segreti della biblioteca del monastero. Può sembrare ironico il fatto che Milo Manara, che ha sempre disegnato soprattutto donne, abbia scelto di adattare a fumetti un’opera in cui compare fisicamente un solo personaggio femminile, tanto che lo stesso artista (classe 1945) ha dichiarato scherzosamente: “ora che sono vecchio, disegno monaci”.

Manara ha affermato nelle interviste di aver cercato in particolare di evitare somiglianze eccessive con il film di Annaud, a partire dall’aspetto dello stesso Guglielmo: se nella versione cinematografica il francescano era interpretato da Sean Connery, qui ha il volto di un’altra grande icona del cinema, ovvero Marlon Brando (attore certamente più vicino alla descrizione di Guglielmo nel romanzo, apertamente basata su quella di Sherlock Holmes). E le ispirazioni cinematografiche non finiscono qui, dato che la raffigurazione di Adso, soprattutto nei primi bozzetti dell’artista, sembra in parte basata sull’attore britannico Benedict Cumberbatch. Il fumetto differisce dal film anche per la maggiore fedeltà al romanzo originale, visibile in particolare nel modo in cui viene mostrata la biblioteca, ma anche nella minore presenza di atmosfere gotiche, perlopiù abbandonate a favore del realismo e della precisa ricostruzione della realtà medievale. Milo Manara è noto per il suo stile dettagliato e ricercato, ben visibile in altre opere di ambientazione storica come “I Borgia” (2004-2011) o “Caravaggio” (2015-2019). Anche nel caso de “Il nome della rosa” il lavoro dell’artista è stato impressionante: i paesaggi, le architetture e gli stessi personaggi sono stati ricreati con cura davvero certosina, aggiungendo ulteriore realismo della storia narrata (anche se non mancano immagini più surreali, fantastiche e visionarie, in particolare quando Manara ricrea il mondo alla rovescia delle miniature medievali). Alla ricercata perfezione delle tavole contribuiscono i bellissimi colori, realizzati dalla figlia dell’artista, Simona Manara.

Data la lunghezza e complessità dell’opera originale, non è stato ovviamente possibile inserire nel fumetto tutte le scene e i dialoghi ideati da Umberto Eco. L’adattamento rimane comunque molto fedele al romanzo dello scrittore italiano, se si escludono piccole discrepanze (nel libro il corpo di uno dei monaci veniva ritrovato la mattina del secondo giorno, mentre nel fumetto viene scoperto la prima sera) od omissioni (come la mancata spiegazione della dinamica di uno dei delitti nel secondo volume). Un autore di fumetti erotici come Milo Manara non poteva ovviamente dimenticare la scena d’amore tra Adso e la giovane contadina in cui il novizio si imbatte durante le sue peregrinazioni notturne nell’abbazia. Proprio come nel romanzo, si tratta di una scena piuttosto delicata e poetica, che però non ha mancato di causare all’autore problemi con la censura in alcuni Paesi (in particolare in Cina, come ricorda in una delle interviste).

L’Europa minacciata

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di Aldo Amati, già Ambasciatore Italiano a Varsavia e a Praga

Trump ha deciso definitivamente di rinunciare al premio Nobel per la Pace. Dopo i bombardamenti in Yemen, Nigeria, Somalia, Irak, Siria e Venezuela, gli USA – sotto la pressione israeliana- hanno mirato al “bersaglio grosso” lanciando un secondo attacco in un anno all’Iran. Il Presidente degli Stati Uniti ha voluto dimostrare di essere l’attore principale sullo scenario internazionale.

Troppo presto si è parlato di un mondo multipolare caratterizzandolo frettolosamente con l’ascesa della Cina come gigante economico e tecnologico, con la Russia che ha riaffermato con la forza in Ucraina il diritto a una propria sfera di influenza e l’allargamento del gruppo dei BRICS a nuovi membri africani, asiatici e medio orientali. Di fatto gli Stati Uniti sono ancora l’unica potenza capace di proiettare forza militare in tutto il mondo, di essere all’avanguardia nella gara sull’Intelligenza Artificiale e sulle tecnologie satellitari, di dominare con il dollaro i mercati finanziari internazionali e di godere di una rete geograficamente estesa di alleanze. Non è un mistero che il Presidente Trump detesti il multilateralismo e gli organismi internazionali come le Organizzazioni Mondiali del Commercio e della Sanità, istituzioni come l’ONU, la Corte Penale Internazionale etc. La stessa NATO non è certo in cima alle priorità del leader americano. Finora non è ancora stata destabilizzata completamente per il prevalere degli interessi americani e per l’esigenza di poter contare prima o poi su un maggior impegno europeo. Il bersaglio principale dell’insofferenza del Presidente americano verso gli enti sovranazionali è l’Unione Europea capace di esercitare un forte potere nella politica commerciale con il resto del mondo (da ultimo gli accordi con Mercosur e India) e forte di un notevole saldo positivo negli scambi con gli USA. La pervasiva “regolamentazione” del modello europeo che penalizza le aziende americane e, soprattutto, limita la sovranità nazionale, rimane inaccettabile per Trump. Chi pagherà di più il prezzo economico della guerra in Iran? L’Europa! Dallo Stretto di Hormuz transita in tempo di pace il 20% del petrolio mondiale e una quota molto superiore di gas naturale liquefatto (GNL). È evidente la dipendenza energetica del nostro continente, acuitasi durante il conflitto russo-ucraino, rispetto al GNL proveniente dal Qatar e dal petrolio saudita e degli altri Stati del Golfo. Almeno nel breve periodo è scontato un aumento della volatilità dei mercati e del prezzo del petrolio che potrebbe tradursi rapidamente in tensioni inflazionistiche. In Europa centro orientale al centro del nuovo “ciclone” vi sono sicuramente Ungheria e Slovacchia, i Paesi più esposti per vincoli di raffinazione e già in difficoltà di approvvigionamento per le problematiche di transito del petrolio dall’Ucraina. I Presidenti ungherese e slovacco hanno ingaggiato un braccio di ferro con la Commissione Europea esercitando il diritto di veto sui 90 miliardi di aiuto a Kiev in un tipico esempio di crisi politica determinata da un disagio economico. I 4 Paesi di “Visegrad” condividono vulnerabilità legate ancora a una certa dipendenza energetica dall’Est, a capacità logistiche e anche da una mancanza di piena integrazione di mercato. La Polonia già colpita duramente dalla fiammata inflazionistica degli anni scorsi, ha quasi totalmente eliminato la propria dipendenza dalla Russia, ma dispone ancora di una struttura di produzione molto dipendente dai combustibili fossili e da gas di petrolio liquefatto (GPL), nonostante l’indubbia diversificazione delle fonti posta in atto da Orlen negli ultimi anni. Un aumento significativo del prezzo del petrolio per alcuni mesi avrebbe un impatto sul Prodotto Interno Lordo alimentando al contempo nuovamente la crescita dei prezzi dei beni al consumo. Per i maggiori costi indiretti, inoltre, sarebbero colpiti anche settori come l’agricoltura, i trasporti e molte produzioni industriali. Dando uno sguardo più squisitamente geo-politico globale Trump guarda selettivamente (e spesso semplicisticamente) ai Paesi del quadrante centro-orientale dell’Europa come “security providers” per quanto spendono per la propria sicurezza e in Difesa. Li concepisce anche come possibile “tallone d’Achille” per l’UE in grado, nel tempo, di minare il modello europeo portato avanti dalla “Vecchia Europa” che gli è assolutamente estraneo e che sente ostile verso la società MAGA americana. Paesi come Polonia e Repubblica Ceca si sentono fortemente dipendenti da Washington in termini di sicurezza verso la minaccia russa e hanno spesso rivendicato una “relazione speciale” con l’alleato americano e sono stati tradizionalmente scettici circa progetti di emancipazione europea in termini di sicurezza. Varsavia inoltre, che è il perno logistico-militare per il supporto all’Ucraina, avverte più di altri l’esigenza di tenere agganciati gli USA alla propria sovranità. 

Per Mosca l’attacco israelo-americano all’Iran segna una nuova “sconfitta” (dopo quelle in Siria e Venezuela) sullo scacchiere internazionale per l’incapacità della Russia di fornire un sostegno sostanziale in un momento cruciale per l’esistenza dello Stato islamico. Teheran può probabilmente contare su armi russe come lanciatori portatili antiaerei e un paio di migliaia di missili superficie-aria, ma da un vero e proprio “Partenariato strategico di Sicurezza “ gli iraniani si potevano aspettare molto di più. Putin non può permettersi al momento “avventure” belliche extraeuropee, viste le obiettive difficoltà che ha in Ucraina. Tuttavia non vi è dubbio che il conflitto medio-orientale ha spostato l’attenzione mondiale su un’altra area del pianeta e Mosca può godere per un po’ di una fase di “disattenzione” dell’opinione pubblica mondiale e dello stesso Trump che da tempo lo incalza a trovare una soluzione alla guerra. La disattenzione che il Presidente americano ha mostrato ancora una volta nei confronti degli interessi europei dimostra – se ve n’era bisogno – che l’UE deve fare rapidamente un salto di qualità nel proprio processo decisionale ponendo l’attenzione su quanto unisce e non sugli interessi peculiari di ciascun Paese membro. La sfida congiunta che viene al modello europeo sia da Washington che da Mosca, è una minaccia esistenziale che va affrontata con la stessa determinazione richiesta qualora fossimo sotto attacco armato.

L’arte della libertà secondo Goliarda Sapienza

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Ha passato quasi due mesi al carcere di Rebibbia perché, come disse, le è scattata una corda pazza, nacque dentro di lei il desiderio di rinnovare il proprio linguaggio, di smettere di essere così borghese e di rinascere. E quindi, per esaudirlo, rubò i gioielli di una sua amica. “Purtroppo mi hanno assolta dal dolo e sono uscita”, ammise, “io volevo restarci”. 

Da questa breve esperienza di Goliarda Sapienza, scrittrice, attrice e partigiana italiana è nato il libro “L’università di Rebibbia” (1983) che, insieme al romanzo autobiografico “Le certezze del dubbio” (1987), ha ispirato l’ultimo film di Mario Martone “Fuori” (2025, distribuzione in Polonia Gutek Film). Il film ha avuto l’anteprima all’ultimo Festival di Cannes ed era in corsa per la Palma d’oro. L’anteprima polacca si è tenuta invece all’interno della quindicesima edizione della rassegna “Cinema Italia Oggi” organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia in collaborazione con Cinecittà Luce. 

“Fuori” è un intreccio di episodi che si svolgono in carcere e per le strade di Roma degli anni Ottanta, dentro e fuori. Tutto si fonde e si mescola. Forse anche in modo troppo caotico e frammentario. Martone ha reso sicuramente molto bene l’idea della solidarietà tra le carcerate e il bisogno di aiutare l’una all’altra anche fuori dal carcere. Una sorta di dipendenza come se non potessero vivere separate. Uscite dalla prigione, le donne continuano in effetti a frequentarsi e Goliarda (straordinaria Valeria Golino) stringe un legame profondo con Roberta (che è anche la protagonista del libro, interpretata dalla bravissima Matilde De Angelis), delinquente abituale e attivista politica. Un rapporto che nessuno, fuori, riesce a comprendere ma grazie a cui Goliarda ritrova la gioia di vivere e lo stimolo a scrivere. Sapienza ha sempre voluto andare in carcere. Nella sua casa si diceva che il proprio paese si conosce conoscendo il carcere, l’ospedale e il manicomio. Era contenta di aver trovato un modo per entrarci nonostante che per farlo avesse messo alla prova un’amicizia. “Lì dentro ci sono tante persone straordinarie con talenti che dentro al carcere vengono riconosciuti. Per questo motivo alcuni di loro si affezionano a questo luogo e non possono più farne a meno”, raccontava Goliarda nell’intervista a Enzo Biagi. Questo cerchio di donne, unite dalla vita dietro alle sbarre, è completato da Barbara, la terza delle protagoniste del film, interpretata dalla debuttante sul grande schermo Elodie. Anche se il pubblico la conosce e apprezza come cantante, Elodie ha dimostrato che la sua voce risuona forte anche come attrice.

Nel suo film Martone, con precisione e introspezione psicologica, delinea un quadro di Goliarda Sapienza come donna eccentrica, ribelle, ladra, prigioniera, un’icona della libertà ma anche una delle scrittrici italiane contemporanee più brave che con coraggio oltrepassa i suoi tempi e cerca di vivere secondo le proprie regole. Eccezionale la maestria interpretativa della Golino che riesce a farci vedere le qualità contraddittorie che racchiude in sé la sua protagonista: intelletto e sensualità, coraggio e tenerezza, malinconia e ribellione. Golino conosce bene il personaggio perché nel 2025 ha diretto una miniserie basata sul romanzo più importante della Sapienza “L’arte delle gioia” (1998), premiato con il David di Donatello per la miglior sceneggiatura non originale, per la miglior attrice protagonista (Tecla Insolia) e per la miglior attrice non protagonista (Valeria Bruni Tedeschi). 

Senza dubbio sulla figura di Goliarda Sapienza resta ancora tanto da dire perché guardando “Fuori” si ha l’impressione che vari elementi della storia siano stati solo sfiorati e non esauriti fino in fondo. Forse qualcuno seguirà il consiglio della scrittrice stessa che diceva “da questo evento si poteva fare un film comico, una commedia, ma la gente si scandalizzò, nessuno l’aveva capito”. Forse tutta la sua vita si potrebbe raccontare seguendo questo tono ironico, così caratteristico del suo modo di essere.