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Home Blog Page 3

Cheesecake al frutto della passione

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Ingredienti (per 8/10 persone)
Per la base:

200 g di biscotti tipo digestive
100 g di burro fuso

Per la crema di formaggio:

120 g di ricotta
60 g di yogurt intero bianco
120 g di formaggio spalmabile
75 g di zucchero semolato
7 g di colla di pesce
375 g di panna fresca da montare

Per la gelèe:

300 g di purea di frutto della passione
10 g di colla di pesce
70 g di zucchero semolato
Frutta estiva per decorare

Procedimento:

Per prima cosa preparate la base di biscotti. Riducete in polvere i digestive, poi aggiungete il burro fuso a temperatura ambiente.

Rivestite una teglia apribile da 20-22 cm di diametro con un foglio di carta forno sul fondo e una striscia lungo tutti i bordi. Inserite sul fondo l’impasto e premete bene, aiutandovi con il dorso di un cucchiaio o con una spatola gommata. Mettete in frigorifero mentre preparate il ripieno. Mettete a bagno la colla di pesce in acqua fredda.

In una ciotola montate la panna fino ad una consistenza morbida. In un’altra ciotola, montate la ricotta con lo zucchero, lo yogurt e il formaggio spalmabile. Strizzate ed asciugate la gelatina, fatela sciogliere a bagnomaria o al microonde con un cucchiaio abbondante di panna liquida. Aggiungete quindi la gelatina al composto di ricotta e mescolate bene, infine unite la panna semimontata mescolando delicatamente dal basso verso l’alto. Trasferite il composto sulla base di biscotto e mettete in frigorifero per almeno 3/4 ore. Trascorso questo tempo, preparate la gelée di frutto della passione. Mettete a bagno in acqua fredda la colla di pesce, dopo 10 minuti strizzate e asciugate bene. Prelevate 2 cucchiai di purea di frutto della passione, scaldatelo al microonde o a bagnomaria poi aggiungetevi la colla di pesce, mescolando finché non si è sciolta.

Aggiungete questo composto alla purea fredda di frutto della passione, unitevi lo zucchero e trasferite la gelée sulla cheesecake. Riportate in frigorifero almeno 1 ora per fare rassodare lo strato superiore. Decorate con frutta fresca e servite.

Ferrara Segreta

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La Cattedrale di Ferrara

Ferrara appartiene ai sogni. Sospesa nella pianura, si nasconde tra le pieghe della nebbia per apparire quando la luce riesplode sul fiume. È un dialogo a distanza quello tra la città e il Po, ma entrambi ricordano quando la corrente accarezzava le banchine del porto urbano.

Acqua e terra, fango di palude, bruschi risvegli, sguardi inquieti a scrutare l’orizzonte che si alza e si abbassa seguendo ritmi antichi eppure sempre difficili da decifrare: siamo in un mondo mobile, che solo la faticosa opera dell’uomo ha stabilizzato in qualche modo. Sin quando dura.

Oggi servono i versi di Ludovico Ariosto per vedere una delle bellissime di ogni tempo che aspetta, sciolti i capelli al vento, il ritorno dell’amato vittorioso a poppa dell’ammiraglia nemica catturata. Per un veneziano, questo riporta alla mente immagini consuete e il ricordo di una delle peggiori sconfitte di San Marco. Perché la donna in attesa è Lucrezia Borgia e il celebre marito è Alfonso I d’Este, Signore di Ferrara e famoso come il “duca artigliere”. Il poeta di Reggio Emilia celebrava il trionfo estense nella Seconda Battaglia di Polesella, combattuta il 22 dicembre 1509. L’alto livello del Po, quel giorno, aveva messo le navi veneziane, in cerca di rivincita, a tiro dei cannoni ferraresi trascinati sugli argini.

Castello Estense

La gentile e gioiosa Ferrara, la città di palazzo Schifanoia, nome emblematico; della Dama di Palazzo Isabella d’Este, marchesa di Mantova; del primo teatro d’Europa, una rinascita dopo la fine di quelli dell’Antichità; di poeti e artisti, filosofi e giuristi, ma anche la fucina ingegnosa e versatile del nuovo padrone dei campi di battaglia: il cannone. Singolare città dove tutto inizia in un modo e termina in un altro. Al pari della sua struttura urbana, spaccata in due prima dalla natura e poi da volontà umana. Al di là e al di qua del fiume all’inizio; cuore medievale, il nucleo compatto della zona sud-orientale, ed espansione successiva, il poderoso sviluppo dell’Addizione Erculea, poi. Proiettata a nord e concepita sotto il governo del duca Ercole I d’Este, da cui il suo nome, e perfetto esempio di utopia umanistico-rinascimentale.

Non solo. Libero Comune e quindi Signoria di una dinastia longeva e importante, quella degli Este, diventa parte delle Legazioni dello Stato della Chiesa: perde una delle corti più brillanti d’Europa, un tempio dell’arte e della cultura dove venivano celebrati i fasti della riscoperta del pensiero classico, in particolare neoplatonico, per trasformarsi in periferia di un potere chiuso in sé stesso e lontano. La memoria del glorioso passato strangolata da un presente senza orizzonte: perché anche la sconfinata pianura si trasforma in limite e trappola, a volte.

Via delle Volte

Eppure tutto intorno racconta un’altra storia e suggerisce un diverso futuro possibile. La città restituisce agli abitanti la linfa vitale che scorre tra i mattoni, intessuta alle strade e pronta ad affacciarsi dalle finestre. Ciò che è stato, semplicemente, non muore ma si rigenera. Di continuo. Come questa terra appesa ai capricci del Po, sempre incerto su quale via seguire e se dilagare o meno oltre gli argini. E allora Ferrara muta pelle, trasformandosi da animale anfibio in signora della terra polverosa, cotta dal riverbero del sole per ripiombare tra le dense e odorose cappe spumose d’autunno che avvolgono e stritolano. Anche i pensieri.

In questa tensione tra attaccamento a quanto è stato e proiezione verso il nuovo e l’inesplorato si trova la chiave per cercare di comprendere la città, la sua storia e il presente. Forse anche l’unico modo concreto per provare a decifrarne l’avvenire. Ferrara è un’opera d’arte. Certo, nel senso che racchiude e conserva innumerevoli tesori di grande valore. Soprattutto, però, perché rappresenta un perfetto esempio di come l’uomo intervenga su città e territorio per adattarli ai propri bisogni e speranze. Entrambi, in fondo, parti essenziali della natura e delle creazioni della nostra, specialissima, specie. Il messaggio trovato venendo qui e rilanciato da ogni angolo della città, dai volti scolpiti da artisti insonni e dalla crudezza della vita, ripetuto dalle mille voci di una storia viva nelle parole di ogni giorno.

Alla fine del viaggio, anche a Ferrara resta la sensazione di aver tralasciato molto. Forse troppo. Luoghi non visti, personaggi dimenticati, storie non raccontate. Percezione inevitabile che accompagna ogni vero “viaggio in Italia”: impossibile riuscire a esaurire gli stimoli offerti dal Bel Paese, la cui vicenda artistica e politica solca il tempo con le stigmate della genialità.

Le prigioni del Castello Estense

Perché questo è quanto resta di Ferrara, mentre ci si allontana verso sera e la luce radente del tramonto allunga le ombre, sfumando i contorni. Ci si rende conto di aver incontrato il lascito di donne e uomini di straordinario valore, nei quali l’abilità e l’importanza personali sono semplici manifestazioni contingenti, inserite nel contesto del loro tempo e di vite particolari, ma la cui vera radice si trova nelle profondità segrete della Penisola. Chiamiamolo come facevano i nostri antichi progenitori genius loci, se così fa piacere, ma nel senso che pare esisterne uno capace di abbracciare l’intero spazio tra le Alpi e la Sicilia, con un’estensione a occidente verso la Sardegna e isole varie sparse per il Mediterraneo e il Mondo. Da esso se ne generano di infiniti particolari, unità molteplice nel segno del frattale, l’ente geometrico frazionato in cui si riproduce quello intero di partenza. Qualunque sia la scala.

L’Italia, dunque, come insieme di frattali capaci di declinare in mille modi l’unità di fondo all’insegna del talento e della creatività. In ogni campo. Un dato spesso ricordato, ma non sempre approfondito a sufficienza, meno ancora fatto proprio da quanti abitano questa terra. L’avventura di Ferrara, città nata da volontà umana e adattata di continuo alle necessità concrete senza negare spazio alla possibilità dell’utopia, ne è un esempio perfetto.

Quanto incisiva possa risultare l’azione dei singoli individui, del resto, è dimostrato dalla vicenda degli Este. La famiglia veneta di ascendenza franca, infatti, esercita la propria egemonia e il governo effettivo per un arco di tempo lungo, ma non così tanto da giustificare a prima vista il fatto di venire associata per sempre e ovunque alla città. Perché Ferrara ed Este sono una coppia inscindibile. Per tutti. La ragione risiede nell’intensità con cui alcuni suoi membri sono intervenuti nel modellarne lo spazio urbano e sociale. Andando ben oltre ai puri bisogni del momento.

Palazzo dei Diamanti

Sia chiaro, un progetto come l’Addizione Erculea supera di gran lunga le necessità militari messe in luce dalla Guerra del Sale. In fondo, il duca Ercole I poteva accontentarsi di una nuova cinta bastionata allargata. Invece, vuole una “città nuova”, che sia ornamento spirituale per sé stesso e la dinastia, certo, ma anche in grado di dare corpo e forza al futuro urbano di Ferrara. In una prospettiva sicuramente non di corto respiro.

Se il disegno di Ercole I, tradotto in sostanza da Biagio Rossetti, risulta perfino sovrabbondante, è perché in breve lo stato estense perde slancio espansivo e poi si vede ridotto alle sole Modena e Reggio. La splendida e grande capitale immaginata si trasforma in una sonnacchiosa città di provincia. Siamo ben distanti dal destino sognato dai suoi duchi per il centro incavallato sul Po. L’Addizione Erculea stupisce ancora oggi non solo e non tanto per la modernità, per altro recuperata dall’urbanistica antica, per concezione e realizzazione, quanto per essere riuscita a interpretare il moto espansivo urbano accompagnandolo o, per meglio dire, guidandolo per secoli. Un lungimirante interventismo socio-economico da cui ci sarebbe molto da imparare, specie in un’epoca votata alla consumazione effimera di tempo e risorse.

Palazzo Schifanoia Salone dei Mesi, particlare

Se c’è un insegnamento generale da distillare dopo il nostro viaggio è proprio questo: la bellezza è il bisogno di coltivare una visione di ampio respiro e di lungo periodo. Ben oltre gli angusti confini dell’umana esistenza, almeno. Solo così si spiegano anche singole opere quali il Castello e la Cattedrale, ma anche costruzioni per così dire “minori”, quale palazzo Schifanoia. Anzi, sotto certi aspetti sono proprio tali realizzazioni meno ambiziose a fornire la migliore chiave di lettura di una cultura: se anche per un edificio destinato al divertimento episodico si destinano risorse e intelligenza in grande quantità, significa dispiegarsi su orizzonti quasi infiniti.

Avere coscienza della propria fragile limitatezza, ma agire come se si fosse eterni: non è forse il destino migliore dell’essere umano? Gli Este sembrano averlo compreso alla perfezione. Forse perché nutriti dal pensiero classico, riversato nelle loro menti dall’amorevole cura con cui i bambini venivano educati, oppure per il talento nell’intercettare il sentimento prevalente di epoche
sempre sospese tra percezione di una fine imminente e speranza in un domani libero da paure.

Sempre gli Este: senza dimenticare che sono solo gli eredi di una tradizione già ricca quando Obizzo II diventa Signore della città. Costruita e sviluppata nelle pieghe dell’avventura comunale in grado di produrre il capolavoro del Duomo. Non so se sia proprio un caso la persistenza nella titolazione al guerriero San Giorgio: simbolo di virtù eroiche, che spingono ad affrontare qualunque pericolo e ogni prova pur di continuare a inseguire un ideale difficile. Il parallelo con la figura di Eracle/Ercole, divinizzato dopo le celebri dodici fatiche compiute per riscattare la colpa di cui si è macchiato, balza subito agli occhi. Certo, Giorgio non ha un crimine iniziale da cui emendarsi, ma essendo uomo resta comunque macchiato dal peccato originale.

Il messaggio sembra essere chiaro. Non c’è ostacolo che la volontà umana non possa superare lungo la faticosa via della redenzione e della salvezza, in questa e nell’altra vita. Tocca a noi. Alla nostra determinazione. Alla perseveranza. Al coraggio nell’affrontare la strada necessaria, qualunque essa sia. Un’impostazione senz’altro fatta propria da quanti hanno governato questa città tra Medioevo e Rinascimento. Quella che si ritrova cesellata in ogni pietra e mattone di Ferrara.

Vita di Casanova: la turbolenta gioventù (II)

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Ponte dei Sospiri e Palazzo delle Prigioni, Venezia

Il 1743 segna profondamente la vita del giovane Giacomo che appena diciottenne si ritrova solo in una Venezia che in quegli anni riafferma il ruolo di capitale libertina d’Europa, tanto da essere definita più tardi da Guillaume Apollinaire “la città umida, sesso femminile d’Europa”, sicuramente una continua fonte di tentazione per il giovane, e poco convinto, abate che ha già deciso che la tonaca non sarà il suo futuro, interrompendo anche l’esperienza con il vescovo di Martorano che l’aveva voluto in Calabria al suo fianco.

L’esperienza del salotto buono di Ca’ Malipiero era stata utile per entrare nelle grazie di alcuni componenti del patriziato veneziano e il giovane Casanova se ne sarebbe servito di lì a breve per dare una svolta alla sua vita e tentare la scalata ad un mondo che lui riteneva più adatto alle sue attitudini.

Giacomo apprende in questo periodo da una lettera da Dresda della madre che la stessa non farà più ritorno a Venezia e che ritiene opportuno liberarsi della costosa casa di calle della Commedia vendendone anche tutto il mobilio.

Parte del mobilio ed alcuni arazzi erano già stati venduti, all’insaputa di tutti, dallo stesso Casanova che motiva il gesto definendo gli oggetti l’eredità di suo padre e di averli venduti per evitare di contrarre debiti, manifestando l’intenzione di vendere per suo conto anche il resto ma quando torna nella casa vi trova apposti i sigilli e di guardia Antonio Razzetta, uomo di fiducia della famiglia Grimani, che con modi molto sbrigativi gli impedisce di entrare.

Michiel Grimani, ipotetico padre biologico di Giacomo, mentre la madre di quest’ultimo è impegnata come attrice di corte presso l’Elettore di Sassonia, è incaricato di prendersi cura del ragazzo e dei fratelli, compito che proverà ad assolvere tra molte difficoltà tanto che, in accordo con la madre, si decide di portare il giovane a Forte Sant’Andrea dove dovrà passare un breve periodo di confino per calmare i bollori giovanili ed addivenire a più miti consigli.

Il soggiorno al forte, dall’aprile al luglio del 1743, fu tutt’altro che tranquillo e fu caratterizzato da una serie di episodi tra i quali la conoscenza del conte Giuseppe Bonafede, avventuriero, scrittore, alchimista, mercante d’armi e poi anche confidente della Repubblica che farà conoscere all’aspirante libertino la giovane figlia la contessina Lorenza Maddalena che, con la scusa di farsi accomodare una scarpa, svelerà a Casanova le sue meraviglie segrete sotto la gonna, tanto da fargli scrivere che dopo quella visione rischiò di “cadere morto”; fu in quel momento che Casanova decise che le gonne femminili saranno un’occupazione a tempo pieno.


Uscito dal forte tenta la carriera militare ma la paga non sembra adatta a finanziare il costoso tenore di vita che si era prefissato di adottare quindi, rientrato a Venezia, ripiega sul più umile mestiere di violinista di fila al teatro di San Samuele ed è questo il periodo del Casanova più dissennato ma anche quello del Casanova forse più autentico, quello che passa le nottate tra Magazini, Bastioni ed Osterie ed una in particolare è citata nelle sue memorie: quella “de le Spade a San Mattio di Rialto”. L’episodio che colloca il libertino in questa osteria avviene durante il carnevale del 1745 ed è narrato con dovizia di particolari ne “l’Histoire de ma vie”, parla di un tiro mancino fatto ad una popolana di San Giobbe che dovette sottostare ai desideri sessuali del Casanova e dell’allegra banda composta da altri sette amici per una notte intera, dopo che il marito ed altri suoi due amici, con un pretesto, vennero portati sull’isola di San Giorgio Maggiore e lasciati lì fino al giorno dopo. Come violinista di fila, mestiere da lui ritenuto umile ma adatto a guadagnarsi la pagnotta, accetta anche ingaggi per feste private e sarà proprio uno di questi incarichi che gli cambierà di colpo la vita. L’incontro con il senatore Matteo Zuanne Bragadin avvenne il 29 aprile 1746 a Ca’ Soranzo a San Polo in circostanze quanto mai particolari.

Giacomo era stato assunto come violinista alla festa di nozze di una delle discendenti Soranzo con Girolamo Corner della casata Corner detta “de la Regina”. La festa dura tre giorni ed il secondo giorno, mentre si appresta a lasciare il palazzo, un’ora prima dell’alba, sulla porta d’acqua nota un senatore in toga rossa che, mentre saliva sulla sua gondola, perde una busta, Casanova la raccoglie e gliela porge, il senatore per ringraziarlo gli offre un passaggio fino a dove al tempo abitava in calle del Carbon nei pressi di Rialto.

Durante il tragitto in gondola il senatore accusa un forte torpore al braccio e subito dopo viene colto da un malore e sarà proprio Casanova a soccorrerlo e riportarlo a Ca’ Bragadin a Santa Marina, il senatore, grato per avergli salvato la vita, lo adotta come figlio e di fatto sarà per un lungo periodo il suo protettore ma anche il finanziatore delle sue dissennate imprese amorose ed economiche. Con Bragadin come finanziatore i giorni passano tra una puntata al ridotto di Ca’
Dandolo, l’Osteria del Salvadego in bocca di piazza a San Marco, salotto buono del patriziato e cuore politico e religioso della Repubblica di Venezia.

Casanova continua nella sua vita dissennata e sarà proprio il senatore a consigliargli, a fronte di un interessamento da parte dell’inquisitore Nicola Tron, di prendersi un periodo di vacanza all’estero per evitare guai con il Supremo Tribunale e così ritroveremo il giovane Giacomo a zonzo per l’Europa in una sorta di esilio dorato.

Chiesa di Santa Maria degli Angeli, Murano

Dopo aver lasciato Venezia il primo giugno 1750 per la Francia, dove si affilia alla massoneria e ha una tenera storia d’amore con Henriette, Giacomo Casanova, vi fa rientro nel maggio del 1753, lui dice all’anti vigilia dell’Ascensione.

Arriva a Venezia da Vienna passando per Trieste, durante il suo soggiorno nella capitale austriaca il libertino conobbe Pietro Metastasio, famoso poeta e drammaturgo dell’epoca. Sarà proprio la presenza di Casanova a San Marco nel giorno della Sensa (festa dell’Ascensione ndr) ad innescare una serie di incontri che caratterizzano uno dei capitoli più avvincenti della sua monumentale autobiografia, la prima C.C., al secolo Caterina Capretta, fa innamorare a tal punto il libertino da fargli pronunciare la parola matrimonio! Ma il padre della giovane corre ai ripari mettendola nel convento di Santa Maria degli Angeli a Murano dove la giovane educanda Caterina propizierà, a sua insaputa, l’incontro tra Casanova e la monaca più famosa M.M. al secolo Marina Morosini dei Morosini del ramo del Pestrin.

Murano diventa così una meta fissa per Giacomo che nel casino (erano dei piccoli appartamenti di lusso in cui incontrare amanti e giocare d’azzardo) del residente francese Joaquim De Bernis si apparta spesso con la monaca Morosini descrivendo gli incontri erotici nei minimi particolari ne L’Histoire de ma vie e sdoganando il francese come voyeur mentre Caterina Capretta tristemente esce di scena.

La vita sregolata ed il continuo infrangere le regole della Repubblica Serenissima suggeriscono a Casanova di spostarsi da Ca’ Bragadin in un piccolo appartamento in calle de la Gorna ai Santi Giovanni e Paolo, anche per tutelare il buon nome del suo benefattore che a più riprese gli consiglia di tenere un profilo più basso ed una vita più morigerata, rimanendo però inascoltato.

Da un po’ di tempo il Supremo Tribunale dei tre inquisitori di Stato ha messo alle calcagna del libertino un confidente, tale Gio Batta Manuzzi, un orese (orafo ndr) in disgrazia, che ha il compito di produrre riferte (verbali di sorveglianza ndr) e la produzione sarà copiosa e sufficiente per far decidere l’incarcerazione di Giacomo Casanova ai Piombi.

Il 26 luglio 1755 di prima mattina il Messer Grande Mattio Varutti si presenta nell’abitazione di calle della Gorna e arresta Giacomo Casanova sequestrando anche alcuni libri compromettenti che trattavano di occultismo e magia tra i quali “La clavicola di Salomone” ed il “Picatrix”. I commemoriali di quell’anno, custoditi al Museo Correr, in data 29 luglio infatti ci fanno sapere che: “Giacomo Casanova, figlio di una Comediante fu retento in Prigione Dal Capitan Grande e stava alla Cavallerizza…”.

I motivi dell’arresto sono abbastanza chiari: la frequentazione della monaca M.M. e la condotta dissennata e contraria alle rigide regole di uno Stato oligarchico che in quel secolo vedeva il Doge intento a reprimere i cattivi costumi; meno probabile fu l’arresto a causa della sua appartenenza alla massoneria perché Giacomo Casanova, epicureo per vocazione, non fu mai un massone convinto ma piuttosto uno che dalla massoneria trasse molti vantaggi.

Con l’immagine della porta del camerotto dei Piombi che si chiude pesantemente alle sue spalle ed il carceriere Lorenzo Basadonna che gira la chiave nella serratura finisce anche la gioventù di un impenitente libertino.

„MATANA”: IL WESTERN DI LEO ORTOLANI

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Tra le opere più interessanti che Leo Ortolani ha pubblicato dopo la conclusione di “Rat-Man” va sicuramente menzionata la miniserie del 2021 “Matana”, ispirata ai classici del cinema western, su tutti gli spaghetti western di Sergio Leone. Come in altri suoi fumetti, l’autore parmense si diverte a citare i suoi film preferiti e a inserire nella storia alcuni dei più famosi attori di Hollywood.

Il protagonista di questa storia in sei parti, il pistolero Matana, è ovviamente l’ennesimo alter ego di Rat-Man. Pur essendo un efficiente e a volte spietato cacciatore di taglie, Matana mantiene tutte le caratteristiche comiche e caricaturali del goffo supereroe ortolaniano. Ad accompagnarlo nel suo viaggio sono tre personaggi: lo schiavo afroamericano Isaia (basato sul poliziotto Brakko, alleato di Rat-Man), la transessuale Djanga (nuova versione di Cinzia, altro personaggi fondamentale della saga originale) e il misterioso Speranza, ritratto con le fattezze di Clint Eastwood nei film di Leone. La missione dei quattro eroi è trovare e uccidere un vecchio nemico di Speranza, il pericoloso criminale noto come El Muerto.


Com’era lecito aspettarsi, i personaggi e la trama di “Matana” rientrano perfettamente nell’estetica western e rispecchiano tutti gli stereotipi associati al Far West. La storia è quindi piena di duelli e sparatorie, cittadine di frontiera, cowboy, criminali e impiccati. Tutti questi elementi, ovviamente, sono filtrati dal tipico humour di Ortolani: anche se la vicenda narrata nel fumetto è violenta e non mancano dettagli piuttosto macabri, a prevalere sono, come sempre nelle opere di Leo, la comicità surreale e il gusto della citazione cinematografica.


E le citazioni non sono poche. Oltre a Clint Eastwood, l’aspetto di diversi altri personaggi è basato su celebri attori legati al cinema western, come Lee Van Cleef, Klaus Kinski o Danny Trejo. Il fumetto è ricco anche di riferimenti ironici alle colonne sonore degli spaghetti western, in particolare durante i duelli, tanto che nell’ultimo episodio, durante lo scontro finale tra Speranza e El Muerto, compare addirittura Ennio Morricone con l’orchestra. Inoltre, le copertine dei singoli albi della serie sono ispirate alle classiche locandine dei film di Sergio Leone,
Sergio Corbucci o Gianfranco Parolini. Lo stesso nome “Matana” ricorda quello di Sartana, protagonista di numerose pellicole spaghetti western, mentre i titoli dei vari episodi (come “Arriva Matana… preparati a morire!”) sono un evidente omaggio a quei film. Vale la pena di ricordare che la primissima versione di “Matana” risale ai primi anni Ottanta, quando un Leo adolescente disegnò “Per un pugno di fragole”, che ovviamente era la parodia di “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone.


Un elemento interessante del fumetto è un problema decisamente contemporaneo, quello del razzismo, che emerge dalle interazioni tra Matana e Isaia. Non si tratta di un tema nuovo nelle opere di Leo Ortolani, ma assume particolare rilevanza nel contesto del West. Molte gag di “Matana”, infatti, si possono leggere come una critica del razzismo presente nella società americana (e non solo) e dell’infinito dibattito sul politicamente (s)corretto nel cinema e nella vita reale.


I sei numeri di “Matana”, pubblicati da Panini Comics, sono usciti tra marzo e agosto del 2021.

FOTO: SŁAWOMIR SKOCKI, TOMASZ SKOCKI

MONTEFALCO, FASCINO ANTICO E VINI NUOVI

Tra il borgo murato e le colline ricamate di vigneti, il territorio di Montefalco invita a scoprire (e assaggiare) il sapore autentico dell’Umbria. Annoverato tra i borghi più belli d’Italia, Montefalco è un autentico gioiello di storia, bellezza e tradizione vitivinicola nel cuore dell’Umbria.

Con una pianta rettangolare di origine romana e il castrum medievale, sorto intorno alla piazza del Comune, la città ha un nucleo feudale circondato da una cerchia muraria con cinque porte dalle quali altrettante strade acciottolate convergono nella piazza centrale. Battezzata Montefalco a metà del XIII secolo –
secondo la tradizione – dall’imperatore Federico II di Svevia, dal Cinquecento è passata sotto il dominio dello Stato Pontificio e mantiene intatto il fascino dei fasti di allora.

Se dalla rocca di Montefalco si domina con lo sguardo la piana spoletina, le dolci colline intorno alla città tra Bevagna, Castel Ritaldi, Giano dell’Umbria e Gualdo Cattaneo hanno dimostrato da sempre una straordinaria confidenza con la vigna e il vino, tanto che questo territorio è oggi un paradiso per l’enoturismo (meglio se in bicicletta).

È essenziale il contributo di varietà autoctone dall’identità peculiare. Accanto all’uva simbolo della zona, il Sagrantino, meritano grande attenzione anche il Trebbiano Spoletino e il Grechetto, ma anche il Sangiovese che qui assume un’identità peculiare.

IL CARATTERE DEL SAGRANTINO
Il Sagrantino – che secondo la leggenda prende il nome dai falchi sacri di Federico II che avrebbe contribuito a salvare – è un cavallo di razza, un purosangue scalpitante che in cantina i vignaioli provano a domare. E negli ultimi anni gli assaggi all’ombra delle mura di Montefalco mostrano linee più flessuose e minore concentrazione, grazie a un percorso evolutivo che vede sempre più presente l’utilizzo di cemento e botti grandi (anziché barrique) e lavora su estrazioni meno estreme. Rimangono però espressioni multiformi, frutto di interpretazioni differenti del vitigno: si va dalla schiettezza dei vini di Tabarrini e Paolo Bea all’eleganza su cui giocano Ilaria Cocco e Antonelli, dalla linearità di Scacciadiavoli alla morbidezza dell’Exubera di Terre della Custodia o del Carapace di Tenuta Castelbuono, fino alla potenza (controllata) del 25 Anni di Arnaldo Caprai. Il vino simbolo di questo territorio sta dunque cambiando pelle e ha un carattere forte che si racconta nel calice.


L’ELEGANZA DEL TREBBIANO SPOLETINO
Troppo spesso sottovalutato in passato, grazie al lavoro del Consorzio di tutela sta tornando in auge in terra di Montefalco il Trebbiano Spoletino, vitigno bianco antico capace di esprimere grande fascino. Coltivato da sempre, oggi permette di scoprire nel calice vini da viti centenarie, talvolta a piede franco e “maritate” con olmi o aceri, ai quali si può fare un solo torto: berli troppo giovani. È infatti nel tempo che si delinea la personalità intensa del Trebbiano Spoletino, capace di avvicinarsi per toni idrocarburici e mineralità profonda ai vini bianchi più apprezzati nel panorama europeo.


È sufficiente aprire qualche vecchia bottiglia del Poggio del Vescovo di Ninni o del Trebium di Antonelli per rimanere stregati da questo vino profondo, verticale, che incanta anche quando gioca su lievi ossidazioni. Tra le etichette da scoprire, l’Avventata di Ilaria Cocco, il Filium di Valdangius e il Vigna Tonda di Antonelli (un cru di prossima uscita), ma anche lo Sperella di Bellafonte; spostandosi ai Trebbiano Spoletino Superiore, spicca la Riserva del Cavalier Bartoloni de Le Cimate.

„Giardino di Delizie” gruppo italo-polacco

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Ewa Augustynowicz è violinista, direttore d’orchestra, fondatrice e direttrice artistica dell’ensemble femminile polacco-italiana “Giardino di Delizie” che suona musica barocca. Laureata alle scuole di musica di primo e secondo grado, ha studiato musica antica a L’Aquila per un anno, ha conseguito la laurea a Roma all’Accademia Nazionale Santa Cecilia e una laurea magistrale a Palermo in Sicilia. In precedenza, si è laureata in studi culturali all’università tedesca Viadrina di Francoforte, dove è stata la concertmaster dell’orchestra universitaria durante i suoi studi. Ha un dottorato in storia della civiltà, dedicato allo studio delle tracce nei vari paesi europei della danza chiamata “polka”.

Perché hai chiamato il tuo ensemble “Giardino di Delizie”?

Il nome dell’ensemble che ho creato nel 2014 è stato inventato da mio marito, italiano e di formazione storico. Si riferisce alla Firenze dell’epoca dei Medici, quando nei giardini barocchi, chiamati “Giardino di Delizie”, venivano collocate opere d’arte, le cosiddette “delizie”, affinché i visitatori potessero ammirarle.

Hai invitato solo le donne a suonare?

Questa era la mia idea, perché, a differenza di quanto avviene in Polonia, in Italia il mondo musicale è dominato dagli uomini. Ci sono molti ensemble maschili guidati da uomini. Ciò che ci caratterizza è che siamo un ensemble femminile guidato da una donna.

Vi distinguete anche per la composizione polacco-italiana.

L’ho pianificato in anticipo. La maggior parte dell’ensemble è italiana, ma ci sono alcune donne polacche ovvero: io, direttore artistico e violinista, Anna Skorupska, violista di Frascati, e la violoncellista Agnieszka Oszańca di Milano. Viviamo tutte in Italia, in diverse città, Roma e dintorni, Firenze, Vicenza.

Anche il repertorio combina entrambe le culture.

Il nostro repertorio esalta le influenze polacche in Italia e quelle italiane in Polonia. L’album “Gems of the Polish Baroque” (“Gemme del barocco polacco”) presenta composizioni strumentali dei più famosi compositori polacchi del XVII secolo, Jarzębski, Zieleński e Szarzyński. Erano così ispirati dall’Italia che i loro lavori sembrano essere di compositori italiani. Mielczewski presenta un po’ di folklore che, a sua volta, ha penetrato le opere di compositori italiani e tedeschi.

Il folklore polacco ha ispirato gli italiani?

Certo. Nel XVII secolo molti musicisti italiani vennero in Polonia per lavorare nell’orchestra reale alla Corte dei Vasa. Il nostro ultimo album “Alla Polacca” mostra come la musica polacca del periodo barocco abbia ispirato compositori stranieri: Tarquinio Merula (La Polachina), Carlo Farina (Sonata La Polaca), Giovanni Picchi (Ballo alla Polacha). Il musicista tedesco Georg Philipp Telemann fu ispirato dalle taverne polacche, dove le vielle e altri strumenti non erano suonati da musicisti professionisti, ma da suonatori popolari locali. Echi di queste melodie, motivi di polonaise, risuonano in molte delle sue opere, abbiamo il suo “Concerto alla Polonese” nell’album. Abbiamo anche “Polnische Sackpfeiffen” (“La cornamusa polacca”) dell’austriaco Schmelzer. Questo dimostra che lo scambio culturale tra musicisti polacchi e stranieri era continuo, si sono influenzati reciprocamente, hanno condiviso le loro abilità e conoscenze.

Perché hai scelto il barocco?

Mi piace il barocco. Mia madre suonava il violino. Mi sono diplomata alla classe di violino in Polonia, e la combinazione del mio suonare il violino contemporaneo con gli strumenti antichi mi ha affascinato quando ho preso parte al progetto di “Didone ed Enea” di Purcell. Ho finito altri studi in Italia, esplorando a fondo la tecnica del suonare strumenti antichi.

Cosa sono gli strumenti antichi?

Nel XVI e XVII secolo suonavano strumenti che avevano corde di budello. Gli strumenti di quell’epoca, prodotti nei laboratori di Stradivari, Guarneri, Amati, differiscono da quelli di oggi: il collo del violino era disposto diversamente e anche la tastiera e il ponte erano diversi, gli archi più corti e più piegati. La creazione di grandi sale da concerto nel XIX secolo ha portato alla sostituzione delle delicate e meno udibili corde di budello con quelle metalliche che hanno un suono più forte.

Oggi la musica antica è suonata sia su strumenti originali che su loro copie. Gli strumenti originali hanno circa 400 anni e sono molto costosi. Ma non sempre suonano bene oggi. Nel XVII secolo hanno vissuto il loro periodo di splendore, quando erano relativamente nuovi, ma oggi il loro legno è spesso in uno stato pessimo, quindi la moda di suonare gli antichi strumenti è più una questione di marketing che attenzione all’approccio filologico.

Molto spesso le copie fatte oggi, secondo i modelli del museo, hanno un suono migliore; io, per esempio, ho una copia di un Guarnieri del 2017 e ha un suono fantastico.

Il vostro pubblico è…

In Italia, gli amanti della musica barocca sono un pubblico piuttosto serio e maturo, anche se questa musica sta recentemente guadagnando popolarità. In Polonia, quando abbiamo suonato allo Schola Cantorum Festival di Kalisz oppure ad un concerto a Wrocław, siamo rimaste sorprese dalla massa di giovani.

Si dice che gli italiani siano una nazione musicale.

Forse a una partita di calcio… o sull’autobus mentre vanno a fare il tifo… (ride).

Nel XVI, XVII e XVIII secolo, l’Italia ha imposto le tendenze musicali in Europa. Dal XIX secolo però questo trend ha iniziato a cambiare. Attualmente, non osservo tra i giovani italiani un interesse di massa per l’educazione musicale, e poiché non c’è domanda, l’offerta è anche povera. In Polonia l’educazione musicale è molto sviluppata e raggiunge un livello veramente elevato, mentre in Italia le scuole private di musica non sono d’altissimo livello e le scuole pubbliche non esistono. Il livello di capacità di suonare strumenti musicali richiesto alla soglia del liceo musicale è incomparabilmente più basso che in Polonia, il che rende il livello di studi nei conservatori inferiore rispetto al nostro paese.


Come vivi in Italia?

Molto bene. Anche se penso che l’Italia come paese non accetta subito gli stranieri. Gli italiani sono attaccati alle loro “piccole patrie” e coltivano le differenze culturali locali. Questo è dovuto alla storia italiana, un Paese diviso in vari Stati per secoli. L’unificazione dell’Italia ha avuto luogo solo nel XIX secolo e ancora oggi, anche se vivono nello stesso paese, gli italiani si definiscono come napoletani, siciliani o toscani. Ci sono molti stereotipi. Per esempio, che il Sud è religioso e legato alla famiglia e il Nord europeo e commerciale.

Cosa ti piace di più in Italia?

La calma, la gioia di vivere e l’ottimismo. La gente sorride di più che in Polonia.

E c’è bellezza ovunque. Tutto è bello, anche le rovine. Adoro la costa del Mar Tirreno e i paesaggi italiani. E poi il clima è meraviglioso, un breve inverno mite, con il mare vicino, tutto l’anno è caldo, c’è tanto verde e arbusti fioriti. Roma, dove vivo, è architettonicamente una città fiabesca. Ci sono anche parchi bellissimi. E poi mi piace il modo in cui vivono e sono trattati gli anziani in Italia. Ad ogni età mantengono interessi e attività, studiano in vari corsi e passano gli esami nelle università, cantano nei cori, dipingono, si siedono nei caffè, apprezzano il vino e ridono molto. Ho l’impressione che invece in Polonia ci si aspetti che gli anziani si occupino solo dei loro nipoti e non debbano più sognare e pensare al futuro.

La ricetta per il successo?

Attività e lavoro. Nulla arriva da solo. Si deve viaggiare per il mondo, osservare la vita e le persone, aprirsi. Recentemente mi sono laureata presso l’Università di Musica Fryderyk Chopin in un corso – annuale da remoto – di gestione della musica, cioè marketing e costruzione del marchio. Oggi, se vuoi fare l’artista, devi essere in grado di comunicare con il mondo non solo attraverso la musica stessa.

Tłumaczenie it: Beata Sokołowska

Foto: Barbara Sandra Pawlukiewicz Carusotti, Marco Carusotti

Franco Aprile: Horizon, la rete di professionisti per internazionalizzare le aziende

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Franco Aprile

Se la Polonia è sempre più al centro delle dinamiche di sviluppo economiche, industriali e perfino sociali dell’Europa, Varsavia è di conseguenza destinata a diventare una delle capitali del nuovo contesto geopolitico. Una metropoli la cui attrattività continua a crescere tanto che la rete di professionisti di Horizon Consulting l’ha scelta come sede di un progetto italiano che guarda ad una decina di mercati esteri.

La presentazione di Horizon si è svolta lo scorso 21 giugno all’Hotel Raffles Europejski alla presenza delle massime autorità del sistema Italia in Polonia tra cui in primis l’ambasciatore Luca Franchetti Pardo. A parlarcene è il presidente di Horizon Consulting Franco Aprile, manager e imprenditore, con una lunga esperienza professionale tra pubblico e privato. Aprile dopo esser stato presidente e amministratore delegato per 11 anni di Liguria International (società per l’internazionalizzazione della regione Liguria e dell’intero sistema camerale ligure) è attualmente presidente di Confcommercio International Genova e Consigliere Delegato di AICE (Associazione italiana Commercio estero) per l’Europa centro orientale. Già consigliere della Camera di Commercio di Genova dal 2005 Franco Aprile è oggi presidente e socio di Horizon Consulting e di Overpartners Consulting società a cui porta in dote una profonda conoscenza dell’area geopolitica dell’Europa orientale con particolare attenzione ai mercati polacco e ceco, Paese quest’ultimo di cui Aprile è da 17 anni Console Onorario per Liguria e Piemonte.

“Horizon è una sorta di boutique di servizi per le aziende che vogliono affrontare 12 mercati: Italia, Polonia, Albania, Paesi Baltici, Croazia, Emirati Arabi Uniti, Ungheria, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Spagna, Slovacchia, Svizzera. E la scelta di puntare su Varsavia per la sede principale del network mostra quanto riteniamo strategica la Polonia”.

Quando è nato il progetto?

Horizon Consulting è nata alla fine del 2019 da un’idea del Dott. Mario Moretti, io ne sono diventato socio e la presiedo dal 2020. In questi 3 anni abbiamo costruito uno sviluppo significativo in 12 Paesi con 208 professionisti appartenenti a vari settori: fiscali, legali, contabilità, recruitment. Il progetto è quello di offrire servizi di consulenza non solo alle aziende italiane che intendono penetrare nei mercati esteri ma anche alle aziende estere che intendono investire nel nostro Paese. Questa filosofia e tale strategia ci stanno premiando soprattutto nella qualità del tessuto imprenditoriale che si avvicina a noi.

Alfio Mancani presidente di Horizon Poland durante la presentazione all’Hotel Europejski ha ricordato gli straordinari numeri dell’interscambio tra Italia e Polonia, cifre che quando finirà la disgraziata guerra in Ucraina potrebbero ulteriormente impennarsi.

Il giorno dopo la fine della guerra noi apriremo una sede in Ucraina, dove avevamo già iniziato a metter radici, in particolare a Leopoli, prima dell’assurda invasione russa. E sappiamo tutti che la Polonia diventerà l’hub da dove partirà la ricostruzione infrastrutturale e la rinascita socio-economica dell’Ucraina. Quindi Varsavia è destinata ad essere una delle più strategiche capitali europee per i prossimi dieci anni e in questo contesto c’è spazio per tante nuove aziende italiane anche in settori finora poco battuti come ad esempio quello della farmaceutica.

Aldio Mancani, Paolo Lemma, Franco Aprile

Le aziende italiane hanno la forza di competere sui mercati internazionali?

Premesso che la missione di Horizon è proprio quella di facilitare le aziende ad affrontare i mercati stranieri, lasciami dire che le aziende italiane hanno sempre mostrato grandi capacità di innovazione e qualità, la nostra è una storia di successo ma oggi è sempre più importante investire sulla professionalità dei partner e non lasciare nulla al caso.

Alfio Mancani, Augusto Cosulich

Storie di successo quelle di tante imprese italiane che poi a volte finiscono in mani straniere.

Vero, ma è un problema fisiologico, purtroppo si fatica sempre più spesso a passare il testimone, in particolare dopo la terza generazione. È poi c’è la questione della bassa natalità, un tema cruciale che in altri paesi, come la Polonia ad esempio, hanno affrontato seriamente prevedendo sostegni economici per il mantenimento dei figli. Importante è poi trattenere i nostri laureati offrendo occasioni di lavoro e facilitando la vita a chi vuole fare impresa perché non possiamo ridurci a vivere solo di turismo. Poi in Italia scontiamo sia una storica problematicità burocratica, sia una eccessiva polverizzazione delle imprese che faticano a crescere e a fondersi. Tutto questo determina che a volte aziende di prestigio italiane finiscano sotto controllo di multinazionali. Devo dire che però l’attuale governo sembra avere a cuore il problema della difesa della produzione italiana.”

Luca Franchetti Pardo, Franco Aprile

I paesi postcomunisti dell’area orientale stanno trasformando l’Unione Europea?

Sicuramente hanno reso palese il fatto che non c’è una, ma tante Europa. E poi c’è da tener conto l’intensificata relazione tra gli USA e i Paesi di quest’area, in particolare con la Polonia, fatto che mostra quanto sia fluida e difficilmente prevedibile l’evoluzione politica dell’Unione Europea.

I vini in Toscana

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Lo sviluppo della viticoltura in Toscana si deve agli Etruschi, che abitarono per molti secoli la regione e che sono considerati il popolo antico che più si dedicò alla coltivazione della vite e alla produzione del vino. Con i Romani l’attività proseguì prospera nel tempo senza tuttavia suscitare particolari attenzioni. Le testimonianze che raccontano la cultura vinicola toscana sono tante, a volte curiose come il Gallo Nero, simbolo del Chianti Classico, che con il suo comportamento segnò i confini del territorio chiantigiano, e con citazioni nella letteratura italiana, come la Vernaccia di San Gimignano (primo vino Toscano a ottenere nel 1966 il riconoscimento della DOC) citata da Dante nella Divina Commedia.

Ma l’orgoglio toscano e la forte passione per il vino non erano riservati al solo più umile popolo agricolo, anche la nobiltà toscana ne fu completamente coinvolta, tant’è che alla coltivazione delle vigne e alla produzione del vino se ne occuparono direttamente famiglie nobili come i Ricasoli, Antinori e Frescobaldi, tanto per citarne alcune, i cui nomi altisonanti rappresentano oggi il meglio dell’enologia italiana.

Le zone vitivinicole toscane si possono suddividere in due macroaree; le Colline della Toscana Centrale e la Toscana della Costa Tirrenica.

La Toscana Centrale è il cuore storico della regione, con il dominio assoluto del Sangiovese. Chianti Classico e tutte le sottozone del Chianti, l’area pratese con il Carmignano, l’area senese con il Brunello di Montalcino, il Vino Nobile di Montepulciano, la Vernaccia di San Gimignano e il territorio aretino dal Valdarno alla Valdichiana, rappresentano territori da sempre emblema della Toscana vitivinicola.

La Toscana della Costa tirrenica vede la coesistenza di diverse aree e vini storici, come il territorio del Candia dei Colli Apuani e quelli lucchesi, l’Elba e la Maremma con il Morellino di Scansano, oltre alla recente affermazione dei  vigneti costieri livornese e pisano, da Montescudaio a Bolgheri e Val di Cornia, con il dominio di diversi vitigni internazionali che vanno a formare i cosiddetti ‘super tuscan’.

I vini e i cibi toscani nascono dalla tradizione contadina, semplice e genuina, dove le carni rappresentano la base di una cucina tradizionale, dedita alla convivialità e al piacere del gusto.

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Astrologia, oroscopo, zodiaco

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Ogni tanto abbiamo la sensazione che tutto quello che abbiamo oggi, la letteratura e il patrimonio culturale, arriva dai tempi antichi. Naturalmente è una esagerazione ma sbaglieremmo se dicessimo che non è in gran parte vero. Perché in realtà in tutti gli aspetti culturali della nostra società odierna, molto proviene dai tempi passati anche se a volte non ce ne rendiamo conto. Certe cose sono state modificate così tante volte da non essere facilmente distinguibili. Altre invece sono arrivate a noi direttamente dall’antichità, senza grandi cambiamenti.

Astrologia
Un tema estremamente popolare ai nostri giorni e che proviene anche dall’antichità è l’astrologia. La parola proviene, attraverso il latino, dal greco antico ed è formata da due parole: ἄστρον (ástron) oppure αστήρ (astér) e -λογία (-logía). La prima è un sostantivo che significa “stella” o “costellazione”. L’altra invece, ben conosciuta grazie alle diverse scienze come biologia, psicologia ecc., “-logia” viene dal suffisso greco -λογία (-logía) che, come abbiamo spiegato nell’articolo su biologia, denota uno studio o disciplina scientifica. La parola è un derivato di λόγος (lógos), in questo senso “spiegazione” o “narrazione”. La parola di base di questo sostantivo è il verbo λέγω (légo), col significato di “dire”, “parlare” e simili. Astrologia però, contrariamente alla parola “biologia”, non denota uno studio pienamente scientifico. Per questo c’è la parola “astronomia”, che al posto di “-logia” usa un derivato di una parola greca, νόμος (nómos), cioè “legge”. Il primo nome, “astrologia”, si riferisce quindi alla previsione di avvenimenti futuri attraverso le stelle, mentre il secondo studia i corpi celesti in maniera scientifica. Va detto anche che questa è una spiegazione molto moderna, perché nelle loro origini l’astrologia e l’astronomia si confondevano molto e la distinzione tra i due termini che facciamo anche noi inizia a essere usata solo nel tardo medioevo.

Oroscopo
Interessante è l’etimologia di “oroscopo”, una parola fortemente legata all’astrologia. È una parola interamente greca, ὡροσκόπος (horoskópos) “che osserva l’ora”, composta da due parole: ὥρα (hóra) che significa “ora” e σκοπέω (skopéo) “osservare”. L’origine del nome viene dalla pratica di prevedere gli avvenimenti futuri in base all’osservazione dei pianeti e del sole e la loro configurazione in un dato momento. Oggi la parola “oroscopo” ha un po’ cambiato il suo significato ed è usata molto spesso come una divinazione inventata da un copywriter e pubblicata nei giornali. Nonostante questo, oroscopo non ha perso la sua connessione ai segni zodiacali che fino a oggi sono ben conosciuti da tutti.


Zodiaco
Parlando dell’oroscopo dobbiamo quindi spiegare anche il significato della parola “zodiaco”. Non è sorprendente che anche essa sia d’origine greca: ζῳδιακός (zoidiakós) è una parola composta di due parole. La prima, ζῴδιον (zóidion), significa “figura” o “segno celeste”, ma questo è un senso contestuale perché la parola stessa è un diminutivo della parola ζῷον (zôion) che significa “animale”. Questo non dovrebbe sembrare strano se pensiamo a cosa sono i segni zodiacali cioè che quasi tutti rappresentano un animale diverso. La seconda parola invece, κύκλος (kúklos), significa “circolo”. La parola zodiaco, significando quindi proprio “circolo degli piccoli animali”, riflette la configurazione delle costellazioni nel cielo che sono rappresentate dagli animali come Pesci, Ariete ecc.

Ferrari Testarossa tutti gli specchietti della diva

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Tra i tanti meravigliosi modelli usciti dalla fabbrica di Maranello questo è il più famoso; chi non ha sentito parlare della Testarossa? Su questa macchina è stato già scritto probabilmente tutto, sono state girate centinaia di ore di filmati, e quindi parlando di questo tesoro nazionale dell’Italia è diffi cile non ripetersi. Il suo nome proviene dal colore rosso che copre la testata e che era prima usato per i modelli 500 TR (1956), 500 TRC e 250 Testa Rossa del 1957. Non è stata la prima volta che la Ferrari ha onorato i nuovi modelli approfittando della propria storia. È stato così anche nel caso del modello Mondial 8 del 1980, che era un riferimento a 500 Mondial (1953) e Ferrari 288 GTO, una continuazione della leggendaria 250 GTO del 1962. La differenza sta nel fatto che in questo caso la Ferrari per la prima volta non ha incluso nessuna cifra che indicherebbe la cilindrata del motore. Nel 1973 è comparsa una macchina completamente diversa dalle linee classiche degli anni Sessanta, ossia la Lamborghini Countach con 365 GT4 BB.

Dopo una rapida reazione a questo modello, che ha capovolto la prospettiva sulla stilistica della Ferrari, Maranello voleva essere altrettanto all’avanguardia. Purtroppo, non ce la faceva, perchè la Lamborghini era anni avanti rispetto agli altri produttori. 11 anni dopo l’avvio della produzione delle prime Countach, la Ferrari ha finalmente creato qualcosa in grado di mettere in ombra la Lamborghini, che aveva dominato il settore delle super macchine nel decennio precedente. E quel qualcosa è stata proprio la Testarossa. La versione della QV, che in quei tempi veniva proposta dalla Lamborghini, era più veloce della Testarossa, però poco pratica. La Ferrari, oltre alle prestazioni simili e alle ottime linee del corpo disegnate da Emanuele Nicosia, offriva anche un interno confortevole e spazioso. In questo modo, ispirandosi alle soluzioni della Lamborghini, la Ferrari è diventata un’azienda globale proprio grazie alla Testarossa. Già durante il lancio ufficiale, il 2 ottobre 1984 al cabaret Lido a Parigi, sono stati effettuati 37 ordini. La popolarità del modello costituiva una grande sfida per il produttore, dato che era la prima volta che a Maranello si lavorava su così larga scala. Alla fine, sono stati prodotti oltre 7 mila esemplari in numerose varianti, imposte dai mercati degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, del Giappone e anche della Francia, nella quale era richiesto un diverso tipo di fari. Il boom economico degli anni Ottanta ha favorito il successo della Testarossa, in quanto le persone come i broker di Wall Street non sapevano come spendere i loro bonus stellari. All’epoca, anche gli imprenditori, le star della scena disco, del cinema o dello sport, guadagnavano cifre enormi facilmente. Ferrari con questo modello aiutava a spendere in modo ostentato. Non bastava più parcheggiare davanti al ristorante migliore della città in una Rolls Royce per mostrare che si era pieni di soldi. Quando si guidava la Testarossa si poteva urlare “guardate chi è il padrone del mondo”. Questa Ferrari era come il dirigibile con la scritta “The World is Yours” da “Scarface” di Brian de Palma. E adesso una curiosità per i fan di questo film. Quando apriamo la porta del vano portaoggetti nella Testarossa, possiamo trovare uno specchietto, un gadget che sarebbe sicuramente apprezzato da Tony Montana. Gli specchietti in questa Ferrari fin dall’inizio erano una questione controversa, visto che per i primi due anni della produzione le macchine erano dotate di solo uno specchietto esterno, situato dalla parte del guidatore, curiosamente quasi all’altezza dello specchietto interno. Oggi i modelli “monospecchio” sono decisamente i più apprezzati. Dopo l’esibizione a Ginevra nel 1986 sono apparsi due specchietti, collocati nella posizione che oggi è quella standard. Strutturalmente e meccanicamente la Testarossa era una versione modernizzata e più attenuata della Ferrari 512 BB del 1976. Il suo presupposto principale era soddisfare le norme degli Stati Uniti, dove la 512 BB non era ammessa al traffico. La sua superficie laterale caratteristicamente alettata non solo ha reso la Testarossa un’icona di stile, ma aveva anche un’applicazione pratica, perché le alette portavano l’aria ai radiatori situati sul retro. Tale soluzione ha causato la differenza tra la larghezza della parte anteriore e la larghezza della parte posteriore dell’auto. La seconda era decisamente maggiore, visto che conteneva un motore enorme. Le dimensioni della parte posteriore erano quasi uguali a quelle della parte centrale, inclusi gli specchietti!

Lo stesso stile di carrozzeria è stato applicato anche nel 1989 nel modello Ferrari 348 TB e TS, di cilindrata più bassa (V8), e nel 1993 nel modello 348 Spider. Come una vera diva, la Testarossa è apparsa decine di volte sul grande schermo. Certe volte solo episodicamente, ad esempio come Rose nel leggendario “Gone in 60 seconds”, in cui era accompagnata da altri 13 modelli di Maranello. È stata confrontata con la Lamborghini Countach nel “Wolf of Wall Street”, un film che riflette bene il clima edonistico a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. In una delle serie TV più popolari a quei tempi, “Miami Vice”, la Testarossa bianca era quasi un terzo protagonista, diventando, insieme al brano “Crockett’s theme” del compositore ceco Jan Hammer, una parte intrinseca di questa storia. Ha svolto un ruolo importante anche nel fi lm olandese “De Dominee” (2004) o nella serie TV nuova e abbastanza controversa, “Dirty lines”. Nel 2019 i produttori del fi lm “Murder Mystery”, avevano a disposizione due esemplari della Testarossa e senza alcuna pietà per le macchine ne hanno completamente distrutto una girando una scena di un inseguimento pazzesco, anche se la macchina doveva essere “solo” graffiata, perdendo allo stesso tempo gli specchietti. Ovviamente, nel film non possiamo vedere la distruzione della macchina.

Ferrari ha commissionato allo Studio Pininfarina la progettazione di un modello eccezionale della Testarossa, un regalo per il proprietario della Fiat, Gianni Agnelli. La macchina argentata, con il numero di telaio 62897, era l’unica Testarossa spider ufficialmente realizzata. Aveva il cavallo rampante, simbolo della Ferrari, posizionato tra le luci posteriori e fatto di argento puro (indicato dalla sigla AG sulla tavola periodica), che doveva riferirsi alle iniziali di Agnelli. Alcuni modelli spider sono stati creati non ufficialmente, ad esempio su commissione del sultano di Brunei. Nella sua collezione c’erano anche 2 dei 3 modelli concettuali Mythos, con carrozzeria di tipo barchetta, prodotti dallo Studio Pininfarina e basati sulla meccanica della Testarossa. La 512 TR è una erede della Testarossa (1992-94, 2261 esemplari), che non ha introdotto nessun cambiamento rivoluzionario per quanto concerne lo stile, anche se devo ammettere che una striscia nera alettata, che copre completamente le luci posteriori, è impressionante data tale larghezza della macchina. È stata cambiata anche la forma della griglia anteriore della macchina, sulla quale, a differenza del modello precedente, è apparso il cavallino della Ferrari. I produttori si sono concentrati soprattutto sul miglioramento delle prestazioni, e hanno raggiunto questo obiettivo al 10%.

Nel 1994 è nata l’ultima generazione, 512 M, considerata comunemente la più brutta. Questo modello ha mantenuto le alette iconiche, però sia la parte anteriore, sia quella posteriore, sono state completamente modificate. Dalla parte frontale sono stati eliminati i fari a scomparsa, passati ormai di moda. Sul cofano della macchina sono stati aggiunti due profili alari NACA con la griglia “sorridente”. Il fronte è stato deturpato da due piccoli proiettori fendinebbia. La striscia delle luci posteriori, un attributo della costruzione originale, è stata abbandonata a favore delle luci laterali rotonde. Fortunatamente, questa volta gli specchietti sono stati lasciati come erano. La potenza del motore è stata aumentata a 440 CV. Sono stati gli ultimi 501 esemplari della Ferrari con il motore V12 nella parte posteriore.

Per i collezionisti di modelli in scala 1:18, se si parla della Testarossa, come nel caso della Ferrari F40, l’unica scelta giusta sono i prodotti Kyosho. Finché CMC non lancerà la propria versione, quella di Kyosho è senz’altro la migliore. Tuttavia, sia io che gli altri possessori di questo modello, dobbiamo accettare il fatto che col passare del tempo sulla verniciatura appare una “pelle d’oca” abbastanza visibile. A fianco, a titolo di confronto,  la Ferrari 512 M fatta da Hot Wheels, e sullo sfondo il disegno tecnico della 512 TR. Chiudendo il tema d’oggi, aggiungo qualcosa in cui probabilmente non crederete: il mio modello è arrivato da me con… uno specchietto rotto. Per fortuna, sono riuscito a ripararlo.

Anni di produzione: 1984–91
Esemplari prodotti: 7177 esemplari
Motore: V-12 180°
Cilindrata: 4943 cm3
Potenza/RPM: 390 CV / 6300
Velocità massima: 290 km/h
Accelerazione 0-100 km/h (s): 5,1
Numero di cambi: 5
Peso: 1506 kg
Lunghezza: 4485 mm
Larghezza: 1976 mm
Altezza: 1130 mm
Interasse: 2550 mm

Tłumaczenie it: Zuzanna Miniszewska