Giovanni Gastel, l’eleganza del fotografo gentiluomo

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“La cosa a cui tengo di più è essere un gentiluomo; faccio anche le fotografie, le poesie, scrivo, faccio le mie cose, ma se mi chiedi alle fine cosa vorrei che scrivessero sulla mia tomba è gentiluomo”.

Era il 18 marzo 2020, il COVID era da poco entrato nelle nostre esistenze, stravolgendole, logorandole, segregandole, e Giovanni Gastel, ospite di Micheal Bertolasi per il suo progetto “Convivium”, sintetizzava così quello che considerava l’aspetto imprescindibile delle sue dimensioni umana e professionale, per lui certamente più importante di quello che moltissimi gli riconoscevano di essere: il più grande fotografo italiano di sempre. Riconoscimento da lui puntualmente declinato e rivolto, con inappuntabile fair play, ad un altro tra i monumenti del panorama artistico italiano, Oliviero Toscani, alimentando quella piacevole querelle, ben nota agli addetti ai lavori e vecchia quanto la storia della fotografia di moda d’autore italiana, all’interno della quale, la grandezza di Giovanni Gastel non è mai stata messa in discussione. Ad oltre un anno di distanza, la pandemia è ancora qui, tenace e prepotente, come un avversario coriaceo, e lo scorso 13 marzo ha privato il mondo non solo della fotografia, ma dell’arte nella sua accezione più ampia del termine, di uno dei suoi più prolifici ed influenti esponenti degli ultimi cinquant’anni.

Giovanni Gastel nasce nel 1955 a Milano, ultimo di sette figli in una famiglia di spicco della società milanese. Nipote per parte di madre del regista Luchino Visconti, riconoscerà sempre quanto i valori acquisiti tramite l’educazione aristocratica ricevuta, abbiano influito sullo sviluppo della sua personale interpretazione della realtà. Fotografo e poeta, da sempre ironico su quella che lui stesso definiva come la sua cronica impreparazione al mondo contemporaneo, il suo percorso artistico poggia su una solida formazione di tipo classico, un profondo interesse per la pittura e una genuina passione per la cultura popolare della seconda metà del Novecento. In giovane età intraprende una profonda ricerca identitaria che lo porterà a riconoscersi in quella definizione di eleganza che, senza esitazione, adotta sin da subito quale valore fondante della sua visione creativa e che permeerà trasversalmente, senza interruzione, la sua intera attività artistica.

Dall’amore per la cultura pop, per l’idea stessa che qualsiasi oggetto ordinario possa essere elevato alla condizione di essere ammirato quale opera d’arte, nasce l’impulso creativo che agli inizi degli anni Ottanta lo porta alla realizzazione di quelle indimenticabili opere di Still Life che influenzeranno intere generazioni di fotografi e che gli garantiscono, di fatto, l’accesso ad una carriera nel mondo della fotografia professionale destinata, da lì in avanti, ad una costante ascesa. Per lui si tratta dell’occasione di una vita, che sa cogliere e alla quale dedicherà tutto sé stesso senza risparmiarsi. Da Vogue Italia a Donna, passando per le committenze di marchi quali Versace, Missoni, Tod’s, Trussardi, Krizia, Ferragamo, Dior, Nina Ricci e Guerlain, trent’anni di moda Italiana e internazionale sono stati interpretati attraverso l’obiettivo di Giovanni Gastel. Un fortunato secondo chi sostiene come nell’epoca del boom della moda italiana fosse relativamente facile per un fotografo avere accesso a tanta fortuna, un pioniere invece per quanti gli riconoscono che in un momento di svolta per il Made in Italy, seppe inventare uno stile inconfondibile, destinato a diventare iconico e a rivoluzionare il mondo della comunicazione. La verità è da ricercarsi probabilmente nel fatto che Gastel non ha mai esitato a mettersi in discussione e reinventarsi quando le circostanze richiedevano un approccio rinnovato per confermarsi quale autore, abbracciando ogni volta il cambiamento come uno stimolo ad eccellere e cercare una creatività sempre nuova. Così fece quando abbandonò il banco ottico per passare alla fotografia nel formato del 35 millimetri, ligio alla regola che il nuovo strumento andasse interpretato rompendo con il passato, evitando ogni tentativo di voler ad ogni costo ricreare risultati che erano caratteristici del vecchio metodo. Lo stesso approccio lo mantenne con l’avvento della fotografia digitale, nei confronti del quale ha sempre avuto un atteggiamento decisamente fuori dal coro rispetto alla maggior parte dei fotografi professionisti della sua generazione. In controtendenza rispetto a quanti facevano coincidere la digitalizzazione di massa con la morte della fotografia autorale, egli sosteneva invece che il binomio fotografia elettronica coincidesse con la nascita stessa della fotografia che, sosteneva, nell’era digitale era viva come non lo era mai stata sino ad allora. Riteneva come il nuovo mezzo tecnologico schiudesse un universo di potenzialità a coloro in grado di distinguere tra la fotografia in quanto forma d’arte e la stessa quale semplice comunicazione dell’informazione senza nessuna ambizione di interpretazione del reale, secondo il noto adagio che la fotografia debba evocare la realtà e non raccontarla. Per Gastel, insomma, veniva definitivamente scardinato il paradigma di una fotografia appannaggio esclusivo del fotografo in quanto detentore della mera conoscenza tecnica dello strumento. Non si stancava mai di sottolineare che scattare una bella fotografia non avesse nulla a che fare con virtuosismi tecnici, ma che invece la bontà del risultato dipendesse esclusivamente dalla capacità dell’artista di interpretare una scena attraverso il proprio vissuto, le proprie emozioni, la propria cultura, generando una realtà nuova.

Nel tempo rimarrà sempre uno strenuo oppositore del modello di bellezza “bionica”, proposto dalla fotografia americana nel tentativo di imporre un’immagine della donna in stile Kelly Lebrock a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Animato da un profondo rispetto per le donne, delle quali venerava e celebrava il fascino, rimase fedele ai canoni estetici della cultura classica europea, che identifica la bellezza con un insieme armonico di vari difetti. Riteneva la ricerca e l’espressione della bellezza nelle opere un obbligo morale dell’artista, anche in occasione della rappresentazione della tragicità di una scena. Magistrale in tal senso l’opera “Maschere e Spettri”, dove la sua cifra stilistica rimane inalterata persino nell’interpretazione del dramma del dolore.

Particolarmente significativo, nell’antologia di Giovanni Gastel, è certamente il tema dei ritratti. Per lui non vi era che un fine nella fotografia di ritratto: cogliere l’anima di chi si trova di fronte all’obiettivo, che considerava possibile soltanto tramite quello che lui definiva un gioco di seduzione tra soggetto e fotografo, durante il quale l’uno mette a nudo il proprio essere per metterlo a disposizione dell’altro affinché possa catturarlo, in una danza scevra da qualsiasi artificiosità o preconcetto. A tal proposito non si possono non ricordare il progetto “Le 100 Facce della Musica Italiana” realizzato per il magazine Rolling Stone, durante il quale immortala i protagonisti di cinquant’anni di storia musicale, né quella meravigliosa collezione di duecento ritratti che è “The People I like”, con la quale ha voluto omaggiare quanti, in 40 anni di carriera, abbiano incrociato il suo percorso toccandogli l’anima.

Chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerlo personalmente concorda nel definirlo un uomo disponibile e generoso, mai geloso dei propri segreti. Lui, che quando lo chiamavano maestro, puntualizzava come preferisse piuttosto descriversi come “un vecchio che ha capito delle cose e che ama condividerle”. Un’altra firma della fotografia italiana d’autore, Gabriele Rigon, che con lui ha condiviso l’amore per la moda e la bellezza, ricorda Giovanni come un amico prezioso, oltre che come un mentore. Piacevole da osservare quando immerso nel suo lavoro, con quella sua innata capacità di far sentire tutti a proprio agio sul set: dalle modelle, che da quel gentiluomo cordiale si sentivano amate e rispettate, ai collaboratori e agli allievi, che in lui vedevano un riferimento e un esempio. L’eredità che Giovanni Gastel ci lascia con la sua scomparsa, è il suo stile inimitabile che è destinato a
rimanere unico.

fot. Gabriele Rigon

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