Helena Janeczek fra tre culture

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Helena Janeczek è ospite del festival “Literacki Sopot” dedicato all’Italia che si svolge dal 19 al 22 agosto 2021 (www.literackisoport.pl)
La scrittrice ha finora pubblicato: “Ins Freie: Gedichte” (1989), “Lezioni di tenebra” (1997), Cibo (2002), “Le rondini di Montecassino”  (2010), “Bloody Cow” (2012) e “La ragazza con la Leica” (2017). Con quest’ultimo romanzo nel 2018  ha vinto il prestigioso Premio Strega.

Intervista di Roberto M. Polce

Roberto M. Polce: Helena, tu nasci a Monaco di Baviera da genitori polacchi di origine ebraica, cresci immersa nel tedesco e nell’italiano, ma non ha mai imparato a parlare polacco. Come mai?  Dicevi che tua madre e tuo padre fra loro parlavano polacco, ma non davanti a te…

Helena Janeczek: Più che altro, senza rivolgersi direttamente a me. Lo usavano ad esempio per non farsi capire dai tedeschi. Era come una lingua segreta, cosa che la rendeva ai miei occhi ancora più interessante e perciò l’assorbimento passivo da parte mia è stato particolarmente attento. Mia mamma era molto polonofila, ascoltava e cantava tutto ciò che era polacco, da Chopin in giù, dove per ‘giù’ intendo davvero tutto, fino alle canzonacce da osteria e alle nenie e ninnananne che mi cantilenava da bambina. Quindi, anche se non lo parlo, mi sono rimaste nella memoria molte parole o frasi minime di uso quotidiano che ogni tanto scappavano, sia a lei che a mio padre. Che so, per esempio: “Chodź do domu, bo jest zimno” [“Vieni a casa, ché fa freddo”].

RMP: Come mai finirono a vivere in Germania? Perché e quando andarono via dalla Polonia?

HJ: Mia madre e mio padre si erano fidanzati durante il secondo conflitto mondiale. Finita la guerra si erano ritrovati a Sosnowiec, in Slesia, insieme a due nipoti, unici membri della famiglia sopravvissuti alla Shoah, di cui uno adolescente salvatosi perché era stato tenuto nascosto presso dei contadini. Però dopo il pogrom di Kielce* decisero che era meglio non restare in Polonia e si mossero verso l’Occidente finendo in un campo per ‘displaced persons’ in Baviera. Lì  cominciarono a farsi una vita provvisoria a Monaco, la città più vicina, riuscendo in vari modi a sistemare i nipoti, aiutandoli a emigrare negli Stati Uniti. Volevano farlo anche i miei, ma a mio papà fu scoperto un focolaio di tubercolosi, per cui non gli avrebbero permesso di entrare. Dovettero perciò rimandare la loro partenza. “Ci ritroveremo in America quando questa cosa sarà curata”, pensavano, ma poi tutto è andato diversamente.

RMP: E hanno messo radici in Germania… Loro conoscevano già un po’ il tedesco?

HJ: Mia mamma il tedesco non lo ha mai imparato benissimo perché, dei due, era quella che veniva da una famiglia più assimilata, che ha fatto le scuole polacche, quindi in casa di mia mamma non si parlava yiddish. Anche mio padre aveva fatto le scuole polacche, ma lui veniva da una famiglia più tradizionale, di commercianti, e in casa loro si parlava yiddish, quindi lui col tedesco aveva meno difficoltà… Poi comunque, purtroppo, durante la guerra, nella Polonia sotto occupazione nazista, un po’ di tedesco lo avevano dovuto imparare tutti, per ovvie ragioni.

RMP: E quindi tu sei nata e cresciuta a Monaco di Baviera. Fino a che età hai vissuto in Germania?

Io là ho fatto tutte le scuole fino al liceo. C’è però da dire che i miei avevano,  per varie ragioni e da prima che io nascessi, rapporti di lavoro e di amicizia con l’Italia. Quindi io in Italia ci venivo, trascorrendovi lunghi periodi, fin da prima di… imparare a parlare. E questa probabilmente è stata anche una delle ragioni per cui i miei hanno pensato che il polacco potevo anche non saperlo, dato che crescevo già con due lingue. E l’italiano lo imparavo sul campo sin da bambina durante soggiorni molto più lunghi rispetto alla media dei viaggi turistici. Il mio bilinguismo era di un genere un po’ atipico, ma era comunque una forma di bilinguismo. Finché poi, finite le scuole secondarie, ho deciso di trasferirmi qui a Milano e di iscrivermi all’università.

RMP: Perché questa scelta di venire in Italia? Non ti piaceva la Germania?

HJ: Per me la Germania era veramente un posto molto complicato dove stare. Mi pesava quel passato – dapprima non detto, poi anche detto esplicitamente  – della Shoah. Anche se poi con il tempo le cose nella società tedesca sono cambiate attraverso l’elaborazione collettiva, però le informazioni che mi arrivavano, anche attraverso i miei, facevano sì che io da ragazzina mi sentissi molto addosso questo ruolo di figlia di sopravvissuti che mi sembrava un po’ pesante. Dall’altro lato c’era il fatto appunto che io in Italia sin da piccola avevo amici; erano amici dei miei che mi hanno svolto un po’ il ruolo di sostituti della famiglia, visto che della nostra famiglia vera e propria ne era sopravvissuta pochissima, e quei pochi stavano negli USA e in Israele. E qui in Italia mi sentivo più accolta e l’idea di venirci a vivere ce l’avevo in testa fin dall’adolescenza.

RMP: In un’intervista però hai detto che di italiano hai solo un passaporto, un codice fiscale e un figlio… Quindi non ti senti italiana, anche se hai scelto di vivere in Italia e scrivi in italiano?

HJ: Adesso non ricordo di aver detto questo, e in quale contesto, ma è ovviamente un’affermazione paradossale, ti pare? Un’altra cosa che dico spesso, e che forse fotografa questo tema in maniera più completa o quantomeno più complementare, è che non non conoscendo la mia vera lingua madre, che sarebbe il polacco, ho deciso di usare la lingua di mio figlio… ancora prima che nascesse mio figlio. Con questo intendo che ho deciso di scrivere nella lingua degli affetti che mi sono creata io, della famiglia che mi sono creata io, e questo è più importante del sentirsi qualcosa, no? Io in realtà mi sento…

RMP: …europea?

HJ: …Sì, europea va bene, certo, ma è una cosa un po’ astratta. Però alla fine, forse anche per il tipo di testa, per l’interesse che ho verso le storie minime io mi sento un po’ tutto quello che effettivamente ho ereditato e che fa parte del mio percorso. Un tempo avevo più difficoltà a integrare in questo insieme che ho dentro la mia parte tedesca, che però c’è anche quella. È un pezzo un po’ più complicato della mia appartenenza, ma fa comunque parte della mia vita, del mio percorso. 

RMP: Questa tua condizione, diciamo così, di multiculturalità, di avere in te l’anima di diversi importanti paesi della cultura europea, la vivi come un vantaggio o come un peso?

HJ: No, dal mio punto di vista soggettivo non è un peso minimamente. A volte può ovviamente creare qualche complicazione, quando ti pongono appunto la famosa domanda: ‘Cosa ti senti di più?’ E tu dici: ‘A questa domanda non so e non voglio rispondere’. Quando vedi che Wikipedia scrive che sei una scrittrice tedesca naturalizzata italiana, dici: ‘Mah… boh…’ Però d’altra parte non è che a tutti subito per forza puoi, e vuoi, raccontare la rava e la fava, anche se non ci metteresti tantissimo. Ecco, questo può essere un po’ un inconveniente, ma poi mi rendo conto che è un problema minimo rispetto a chi per esempio ha anche un colore della pelle che lo marca come non nativo. Io tutto sommato ho solo un cognome strano a rivelare che sono nata in un altro paese (anche se oggi molti di quelli che hanno cognomi tra virgolette strani sono pure nati qua a differenza mia), e questo a volte è un po’ faticoso. Cioè è faticoso in relazione alla società, non è per niente faticoso dentro di me.  

RMP: Questo però ti ha resa molto sensibile sulla questione dell’identità, tema politico di spicco negli ultimi tempi.

HJ: Sì, certo, ma ognuno dovrebbe potersi gestire da solo il problema dell’identità… Diventa però un altro paio di maniche quando su questo si costruiscono discorsi politici escludenti, discriminanti, con tutto ciò che ne consegue… Stiamo parlando il giorno dopo l’intervista in cui il presidente del CONI ha chiesto per gli sportivi lo ‘ius soli’. Questa dichiarazione non è accettabile da un punto di vista di principio, perché non  puoi dare un diritto fondamentale come quello di cittadinanza solo per meriti sportivi. Però l’insofferenza che lui ha esternato riguardo ai ragazzini che fanno seriamente sport in Italia e ai quali deve essere data la possibilità poi di gareggiare sotto la bandiera italiana e non di altri paesi, rivela che, per quanto rozzo, il presidente del CONI un po’ di esperienza in questo campo ce l’ha. Evidentemente conosce bene la macchina burocratica tremenda che rende difficile il percorso per ottenere la cittadinanza. Mentre quelli che dall’altra parte dicono: “No, basta aspettare di avere 18 anni per avere la cittadinanza” mentono sapendo di mentire, e però la gente ci crede. Tutti i paletti e gli ostacoli posti dall’attuale legge per l’acquisizione della cittadinanza mostrano chiaramente che questo spesso non è vero, e non lo è in modo vessatorio e irrazionale, ma anche controproducente. Penso, per esempio, al fatto che noi tutti che viviamo in Italia e paghiamo le tasse, cittadini e non cittadini, contribuiamo a formare i ragazzi immigrati, paghiamo per la scolarizzazione, per la formazione di questi ragazzi che poi dopo devono fare i salti mortali per poter diventare cittadini italiani. 

RMP: Parliamo delle donne, un fil rouge che attraversa tutta la tua scrittura, anche se hai dichiarato che una grande scrittrice, quale tu sei, deve sapersi calare non solo nella psicologia di una donna…

HJ: Su questo tema terrei ben separato il discorso della riflessione, dell’impegno sul tema delle donne, dall’elaborazione all’interno di un’opera letteraria. Qui secondo me è giusto fare ciò che la letteratura ha sempre fatto e dovrebbe fare: smontare gli stereotipi. Quindi la cosa importante non è tanto parlare di donne o offrire personaggi che siano modelli di identificazione o addirittura esempi di figure eroiche femminili. Non è questo che io voglio fare come scrittrice, ma lavorare contro gli stereotipi, che è una cosa che fa, o dovrebbe fare, la buona letteratura.

RMP: E in questo tuo approccio si inserisce in particolare proprio la riscoperta – e arriviamo al romanzo “La ragazza con la Leica”, con cui nel 2018 hai vinto il Premio Strega dopo 15 anni che non veniva più assegnato a una scrittrice donna – della storia di una donna, Gerda Taro, che ha fatto grandi cose e poi però è stata ‘oscurata’, in un certo senso assorbita nell’ombra di un personaggio maschile che è arrivato al successo.

HJ: Sì, certo, ma la cosa interessante nella storia di Gerda Taro è che questo processo, da una fama precoce a un oblio totale, non è colpa di nessuno se non della società e del fatto che, per combinazione, il suo compagno, Robert Capa, è poi diventato molto celebre. La stessa sorte è toccata anche all’altro loro grande amico e sodale e poi cofondatore con Capa della Magnum: Chim, cioè David Seymour nato David Szymin, risucchiato anche lui nel cono d’ombra di Capa. E questo è successo nonostante che Capa, poveraccio, dicesse che il suo amico era migliore di loro due. E però era lui quello più famoso. E la stessa cosa figuriamoci se non è successa con Gerda Taro che ha lavorato, per quel che se ne sa oggi, solo un anno e che poi è morta così giovane…

RMP: A questo proposito mi pare tu abbia dichiarato che probabilmente Gerda Taro aveva lavorato anche prima e che molte sue foto erano state attribuite a Robert Capa.

HJ: Il grande lavoro di ricostruzione della vita e dell’opera di Gerda Taro su io cui mi sono basata è dovuto alla studiosa di Stoccarda Irme Schaber che le ha dedicato decenni della sua vita. È stata lei a tirare fuori dagli archivi queste fotografie che spesso, secondo il costume dell’epoca, non venivano pubblicate con i crediti. Inoltre loro stessi, Gerda e Robert, come coppia, spesso se ne infischiavano se una foto veniva pubblicata con il nome Taro o Capa. Loro in Spagna avevano sostanzialmente due obiettivi più importanti: uno – fare fotogiornalismo di denuncia il più visibile possibile, e due – portare a casa i cachet migliori. Le ricerche più recenti hanno comunque dimostrato che lei aveva già,  fin dall’inizio del suo percorso di fotografa,  pubblicato foto su vari giornali con il suo nome. Quindi lei in Spagna ci va con un ingaggio e pubblica fin dall’inizio alcune foto con il suo nome, ma poi altre le pubblicano solo con il nome di lui, altre vengono pubblicate come Taro e Capa: insomma è un gran casino. Poi nel dopoguerra spesso succedeva che le agenzie mettessero il timbro Capa sopra il timbro Taro, cosa accaduta anche con le foto di Chim. È la legge della fama, che oscura tutto quello che finisce nel suo cono d’ombra. 

RMP: Che dinamiche c’erano fra di loro? Lui era per lei un maestro, quello che le insegnò a fotografare. E lei? È stata forse un po’ la sua musa ispiratrice?

HJ: In realtà, finché sono stati insieme, fra di loro lo schema maestro e musa – a differenza di altre famose coppie di artisti, anche di fotografi – non ha mai funzionato. È vero che Capa aveva cominciato a fotografare molto prima, che a Parigi faceva, seppur a fatica, il fotografo quando Gerda ancora si manteneva coi lavori di dattilografa. Però lui era più giovane di lei di tre anni, e hanno formato una partnership fin dall’inizio, prima di diventare una coppia, coppia in cui, in realtà,  un ruolo dominante  lo giocava più lei che  lui. Secondo le testimonianze sembra che lui la chiamasse “il mio principale”, “mon chef”, perché lei era brava a organizzare. Lei aveva più senso pratico, più senso delle opportunità. È lei ad avergli dato tutti quei suggerimenti del tipo: “Adesso però tu ti compri un abito borghese, ti presenti più decoroso, perché il mondo è fatto così e quindi, se hai un aspetto più presentabile, forse riesci a combinare qualcosa di meglio.”

RMP: Quindi il loro era tutto sommato un rapporto paritario?

HJ: Sì, era un rapporto paritario, in cui lui è stato fondamentale nell’insegnarle a usare la macchina fotografica, e tra l’altro neanche l’unico… Era un rapporto paritario perché facevano parte di una generazione in cui l’idea di sperimentare con delle forme di relazioni nuove, paritetiche, ecc., in nome dei comuni ideali universali, socialisti, era abbastanza diffusa. Ovviamente non ovunque, ovviamente tra una gioventù urbana, ma non soltanto altoborghese. E questa era l’impostazione che loro volevano dare alla loro relazione, anche se poi Capa era molto geloso di lei, che non si tirava indietro dal flirtare a destra e a manca. Però era un geloso che non pensava di avere il diritto di esserlo, che è una bella differenza…

RMP: Cioè?

HJ: Era un geloso che sapeva che la sua gelosia, la gelosia che lui provava – come poi succederà di nuovo negli anni della contestazione giovanile – era contraria a quell’ideale che nella teoria lui abbracciava.

RMP: A proposito: il superbo affresco che hai fatto di quest’epoca a ogni passo, a ogni pagina, suscita spontanei i paralleli con l’oggi. Non sono tue proiezioni, vero? Sono due epoche davvero così simili?

HJ: Sicuramente una delle ragioni per cui ero tanto attratta da questa storia era proprio per i forti parallelismi con i tempi più recenti: dalle ricadute della crisi economica alle forme di xenofobia, dalle leggi fatte per limitare la possibilità  per gli stranieri di radicarsi, fossero essi migranti o profughi (che allora si chiamavano peraltro col termine più elegante di ‘esuli’). Anche gli esuli in Francia, però,  erano persone che, così come oggi, dovevano scappare per ragioni politiche e poi razziali dai loro paesi di origine, e quindi anche là c’erano queste leggi che non permettevano di lavorare, di essere assunti…

È stato da parte mia un lavorare sulle somiglianze, ma anche sulle non somiglianze fra le due epoche. Per esempio una cosa che mi colpiva moltissimo in queste storie di ragazzi è che avevano una capacità  di reazione enorme alle circostanze estremamente complicate e avverse della loro epoca, sia singolarmente sia come gruppo, capacità  che magari anche oggi c’è ma che facciamo fatica a percepire. Una delle cose che ho trovato più interessante e attraente nella storia di Gerda Taro e di Robert Capa, ma  anche degli altri loro amici e sodali, è  che non hanno mai scelto o l’impegno o la realizzazione individuale, come è successo da noi con il passaggio dagli anni  ’60-’70 agli anni ’80. Invece loro erano, sì,  a tutti gli effetti imprenditori di se stessi, però come imprenditori di se stessi andarono in Spagna anche per servire la causa della Repubblica spagnola…

RMP: Questi parallelismi che riflessioni ti suscitano? Voglio dire: vedi i nostri tempi con pessimismo? Perché, come sappiamo, allora il finale fu tragico, e tutto sfociò in una tragedia immane…

HJ: Il libro è uscito nel 2017, ora noi parliamo nel ’21, tutto è così fluido e muta rapidamente. I parallelismi su certi temi, che pure c’erano e continuano ad esserci, oggi vanno proiettati in un quadro mostruosamente più vasto, come abbiamo dovuto – ahimé –   imparare letteralmente sulla nostra pelle in questo periodo di pandemia. Per non parlare poi della grande questione ambientale, che era totalmente assente dall’orizzonte delle persone degli anni ’30, ma anche degli anni ’60 e ’70.  Oggi è interessante notare come, curiosamente, alcuni dei paesi maggiormente a favore delle chiusure e più decisi nella propaganda antiglobalizzazione sono poi stati – sia in Europa, sia fuori dall’Europa – quelli su cui la pandemia si è abbattuta in modo più disastroso, sono stati quelli in cui si è notata non meno evidente incapacità  o scarsa volontà  di reagire in modo adeguato a questa pandemia. Credo che oggi, se non sbaglio, i dati dicano che l’Ungheria abbia avuto il tasso di morti più alto per covid-19 all’interno dell’Unione Europea pur avendo sfangato quasi del tutto la prima ondata. Finché c’è stato Trump negli USA la gestione del covid è stata quella che sappiamo, e ancora oggi desta preoccupazione l’aumento dei casi in Florida dove c’è un governo repubblicano. E poi il Brasile di Bolsonaro, l’India di Narendra Modi, che non ha fatto niente per arginare la seconda ondata, anzi ha condotto la sua campagna elettorale in mezzo a mostruosi assembramenti religiosi induisti, cosa che ha portato a quella catastrofe terrificante che è stata appunto una nuova ondata di covidche ha originato la variante indiana con cui ci troviamo alle prese oggi. Quindi il fatto che queste varie forme di ideologie ultranazionaliste alla fine siano anche totalmente inadeguate a tutelare anche solo la propria cittadinanza è una delle cose più tremende che stiamo scoprendo oggi. Non solo sono inadeguate a tutelare i propri cittadini, sono anche nocivissime, perché se tu puoi impedire l’entrata a un essere umano un virus non lo fermi con nessun tipo di frontiera e quello va, più veloce oggi perché abbiamo la globalizzazione. Però in realtà  anche nel Medioevo, quando la globalizzazione non c’era non si è mai riusciti a fermare un certo tipo di epidemie che si sono diffuse grazie al fatto che anche quando il mondo era poco connesso era comunque sempre un po’ connesso. Nonostante le distanze e i mezzi di comunicazione meno evoluti, la circolazione anche allora era comunque notevole, figuriamoci oggi.

RMP: Parliamo  della Polonia. Hai nostalgia, se non proprio della Polonia in cui non hai mai vissuto, perlomeno delle tue radici polacche?

HJ: Sì, sì, assolutamente, la sento parecchio! Sono felicissima – e incrocio molto le dita che tutto vada bene – per questo breve soggiorno polacco [in occasione del festival ‘Literacki Sopot’, n.d.r.]. Dopo il viaggio fatto con mia mamma in Polonia subito dopo la caduta del Muro, sono stata in Polonia una seconda volta qualche anno prima del covid, perché mio figlio aveva saputo che uno dei suoi cantanti preferiti faceva un concerto in un festival rock a Cracovia e lì si riuscivano a trovare dei biglietti. Quindi siamo partiti e siamo rimasti là forse neanche una settimana, ma ricordo che sbarcando all’aeroporto di Cracovia e prendendo il treno suburbano per andare in centro, mi ha fatto un effetto…  semplicemente mi sono commossa [ride]… 

RMP: Che impressioni hai avuto?

HJ: Io in realtà  la Polonia la seguo molto con mezzi indiretti, ma personalmente la conosco molto poco. La seconda e ultima esperienza  è stato quel viaggio con mio figlio a Cracovia: città  grande e meravigliosa, e chiaramente rispetto al viaggio che vi avevo fatto con mia madre a 5 anni dalla caduta della Cortina di Ferro ho trovato tutto fin troppo ristrutturato e tirato a lucido, che è quello che accade quando un posto diventa troppo turistico. Andando a Kazimierz nel ’93 vi si vedeva appena un inizio di restauro, mentre adesso questo quartiere è un po’ disneylandizzato. Lo stesso però c’è  un piccolo museo di storia ebraica, con pochi reperti ma secondo me bellissimo, perché l’idea di realizzarlo soprattutto con le foto dei luoghi distrutti è bella per niente finta. Mi ha fatto una notevole impressione, ma anche su altre cose sono rimasta molto positivamente colpita, stupita di quante cose fatte veramente bene ci sono. Per me era stato interessante anche quel festival musicale, dove tutto funzionava perfettamente, con ragazzi belli e simpatici, dove alla fine del concerto non c’era rimasta una sola cartaccia sul prato, come uno si immaginerebbe che potrebbe accadere in Svezia. Poi da Cracovia siamo andati a trovare una signora dalle parti di Częstochowa,  da  Częstochowa siamo andati a Katowice, da dove abbiamo preso un treno per andare a Vienna. Quindi abbiamo visto anche posti non turistici, e alla fine i treni, i tram, i ragazzi in giro per la città  di Katowice, tutto dava l’impressione di un paese che si è rinnovato tantissimo, che è molto vivo, dove vedi grandi opportunità  per i giovani, che è poi anche l’aspetto che più mi colpisce venendo da un paese vecchio come l’Italia. Quindi mi ha fatto venire una gran voglia di tornarci, di tornarci forse anche un po’ più a lungo rispetto alla toccata e fuga che posso fare adesso. E ancora mi ha colpito la cortesia, e il calore della gente.

RMP: In effetti si dice che i polacchi siano un popolo nordico con l’anima mediterranea.  Sanno lavorare,  organizzarsi come i paesi nordici, però hanno dentro un calore che hanno solo i paesi dell’Europa del Sud.

HJ: Be’, ti racconto una cosa di cui ho parlato anche in “Lezioni di tenebra”. Oltre ai problemi legati al fatto di vivere nella terra degli assassini degli ebrei, ovvero la Germania (e nella nostra famiglia si insisteva con l’adagio “noi non siamo tedeschi”), uno dei punti su cui si martellava era l’ospitalità, che era anche una delle ragioni per cui i miei si trovavano molto meglio in Italia che in Germania. Per esempio per noi era scandaloso essere invitati da una famiglia tedesca a una grigliata e vedere che il convito consisteva in una cotoletta e un’insalatina per ciascuno! Ma come?!… [ride] Non è possibile, ti pare? I paesi slavi e i paesi mediterranei hanno in comune un diverso codice dell’ospitalità. Era un aspetto che sentivamo molto, in famiglia, e l’ho molto sentito anch’io. Ci pareva ‘innaturale’ quel pagare ognuno per sé, del tipo: “io ho bevuto soltanto una birra…” no? Che è una cosa che in genere gli italiani non fanno. Io mi sono anche sposata con un uomo originario del Sud, e quando ci ritroviamo con i suoi parenti questi mi dicono sempre:  “Ma come fai a essere così terrona?”… E io rispondo: “È perché la mia cultura di origine lo prevede”. 

 Note

*Il 4 luglio 1946 a Kielce si verificò un pogrom in cui 40 ebrei polacchi  perirono e 80 rimasero feriti. Anche se non fu, per numero di vittime, uno dei pogrom più gravi della storia, è un fatto molto significativo in quanto accaduto a oltre un anno dalla fine della seconda guerra mondiale e dopo la sconfitta del nazismo. In questa località della Polonia sud-orientale vivevano allora circa 200 ebrei sopravvissuti alla Shoah.  Quel giorno si era sparsa la voce che alcuni ebrei avevano rapito un bambino per usarne il sangue per i loro riti. La popolazione della cittadina si radunò nei pressi degli edifici in cui vivevano gli ebrei e, nell’indifferenza della polizia locale, ne linciò i residenti [n.d.r.].

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