Il grande cinema di Sorrentino

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fot. Andrea Pattaro

Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Non c’è nessun altro regista che possa così deliziare e scioccare allo stesso tempo. Lodato e maledetto. Un genio per alcuni, un giullare per altri. Ecco Paolo Sorrentino che torna con il suo nuovo film che parla di lui più di tante interviste e biografie.

Non ci sono tanti registi cinematografici che usano la loro immaginazione. Pochi sono i seguaci di Federico Fellini, che ha sempre detto che i sogni sono l’unica e più importante realtà. Sono anche pochi i registi che si avvicinano a ogni dettaglio per inquadrarlo come artigiani. Così è Paolo Sorrentino. Elogiato da alcuni, criticato da altri per il suo cinema di grande effetto, ma privo di contenuto. Un giullare che prende in giro tutto e tutti nella corte italiana, dai politici alla Chiesa. Tuttavia ricordando le parole del suddetto FeFe: quando finisce l’immaginazione, finisce l’umanità. Per fortuna la fede in un domani migliore viene restituita dal cinema di Sorrentino, come testimonia anche l’ultimo film ”È stata la mano di Dio”, premiato alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che a metà dicembre è uscito nelle sale polacche e su Netflix. Il film, che ha vinto sette premi a Venezia, tra cui il Leone d’argento-Gran Premio della Giuria, il premio Marcello Mastroianni per il migliore debutto d’attore e il premio dell’Organizzazione Cattolica per la Cinematografi a e l’Arte Audiovisiva (SIGNIS), ci porta nella città di origine del regista. Qui seguiamo la storia del giovane Fabietto Schisa (Filippo Scotti), ambientata nella turbolenta Napoli degli anni ’80, in cui arriva inaspettatamente la leggenda del calcio Diego Maradona.

Oggi Napoli è la terza città più popolosa d’Italia. Dopo la seconda guerra mondiale era una città che portava i segni dei traumi del conflitto. Sporca, trascurata, non era più quella città fastosa, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, allora governata da spagnoli ultra-cattolici che eressero la maggior parte dei monumenti imponenti della città. Gli anni ’70 sono il periodo in cui il piccolo Paolo sta crescendo. Non sappiamo molto della vita del regista, quello che si conosce è ciò che apprendiamo dai suoi film. Sappiamo inoltre che sua moglie è Daniela D’Antonio, con la quale ha avuto i figli Anna e Carlo, e che non ha mai studiato alla scuola di cinema. Tutti gli altri fascini, traumi e sentimenti sono nascosti tra i fotogrammi dei suoi film. È il caso anche dell’ultima opera, candidata agli Oscar del prossimo anno, sul fascino di Maradona. Il regista è sempre stato innamorato della squadra del Napoli. Una volta ha ammesso che questo vero amore è scoppiato con l’arrivo di Diego Armando Maradona nel 1984. Sorrentino gli deve la vita e il motivo lo ha raccontato anni dopo in un’intervista per la televisione italiana: “nel settembre del 1986 i miei genitori volevano trascorrere qualche giorno nella nostra casetta di Roccaraso. Dissi a mio padre che avrei preferito andare a vedere il Napoli in trasferta a Empoli. Di solito papà rispondeva che ero troppo giovane per andare in trasferta ma quella volta – per qualche ragione – acconsentì. Così io rimasi a casa per andare a vedere la partita il giorno seguente mentre i miei genitori partirono. Il giorno dopo, di prima mattina, suonò il campanello. Era il custode del palazzo, mi disse di scendere. In lacrime mi annunciò che i miei genitori erano morti durante la notte. C’era stata una fuga di gas nella nostra casa di montagna. È grazie a Maradona che sono ancora vivo.

La maggior parte delle domande cui Sorrentino cerca di rispondere attraverso i suoi film arrivano dalla sua infanzia. Da bambino frequentò per cinque anni una scuola cattolica conservatrice, che aveva regole ferree. Nei suoi film, soprattutto nelle due stagioni della serie ”The New Pope”, il regista racconta ciò che lui stesso ha vissuto e osservato. Ma va oltre le grandi basiliche e gli altari ricchi di quadri e d’arte. Guarda nelle minuscole minimaliste stanze della sacrestia, in cui, oltre al letto, ci sono pochi altri elementi. Guarda negli uffici, nella canonica e ascolta le conversazioni delle persone che si celano sotto le vesti dorate. È interessato a ciò che è nascosto. In questo modo il regista smaschera sia gli intrighi all’interno della Chiesa sia quelli della Città Eterna. Roma nel film ”La grande bellezza”, il più importante della sua carriera fino ad ora, è un’amante capricciosa, una città che invecchia e che ha perso il suo lustro. Invece delle piccole e affascinanti strade, il protagonista segue i ricordi di una città che non tornerà mai più.

Osservando l’estetica di Sorrentino e il linguaggio che ha sviluppato sullo schermo, noteremo la sua precisione quasi artigianale. Ogni colore, ogni angolo di luce è importante nelle sue inquadrature. Sono quadri carichi di simbolismo, di riferimenti alla cultura, alla pittura e all’eredità dell’Italia. Paradossalmente il regista ha iniziato la sua avventura cinematografica solo nella vita adulta, ha studiato economia e non aveva nessuna relazione con l’arte. Ed è così ancora oggi, perché, come lui stesso ammette, odia andare a mostre, musei o teatri. Paolo Sorrentino dice senza mezzi termini: ”sono un ignorante per quanto riguarda i successi degli altri”. Quando inizia un film è convinto di fare qualcosa di nuovo, unico, fresco, ma poi lui stesso ammette che era solo un’impressione. Confessa che l’unica cosa che lo tocca è la letteratura, ma subito dopo aggiunge che ci sono pochi libri che lo influenzerebbero, soprattutto nella letteratura contemporanea. Tra quelli che può citare e consigliare c’è sicuramente Louis Ferdinand Céline.

fot. Andrea Pattaro

Paolo Sorrentino non regala solo ritratti dell’Italia, non è solo un narratore della vita del suo Paese in cui addita gli errori di fratelli e sorelle. Sorrentino è anche un regista che non ha paura di collaborare con Hollywood. Dice sempre che è stato il cinema americano a influire maggiormente durante la sua infanzia. Il primo film che ha realizzato in inglese è stato ”This must be the place”, in cui l’anziana e solitaria star con le labbra imbrattate di rossetto è interpretata da Sean Penn, attore che volle fortemente lavorare con Sorrentino. Un altro film importante è ”Youth”, la storia di due amici che ricordano con nostalgia gli anni passati.

Impossibile non notare che uno dei protagonisti nei film del regista è sempre la musica. Così è anche nel film ”Loro”, storia epica su Silvio Berlusconi, in cui Katarzyna Smutniak recita accanto all’amato attore di Sorrentino: Toni Servillo. Scri- vendo le sceneggiature Paolo ascolta continuamente musica. Nelle sue opere il regista mescola musica classica con tormentoni, spesso molto pop. E così facendo mostra di nuovo la sua forza, indipendenza, coraggio, non avendo paura di combinare stili, mondi e generi musicali diversi. In una intervista Sorrentino ha ammesso che una canzone a volte può colpire più di un brano di musica classica o della musica da film. La canzone nel suo immaginario dà senso a una scena precisa.

fot. Andrea Pattaro

Non tutti sanno che Paolo Sorrentino scrive anche libri. Nel suo curriculum ha, per esempio, ”Gli aspetti irrilevanti”, un progetto di libro in cui Sorrentino aggiunge, nella forma di racconto breve, delle biografie ai personaggi catturati nelle foto di Jacopo Benassi. Le sue descrizioni sono estremamente audaci, a volte anche sfacciate, maliziose e divertenti. Confermano anche che è facile per noi giudicare gli altri e aggiungere le nostre versioni degli eventi. Questa è un’altra prova del grande potere dell’immaginazione dell’artista. Ma Sorrentino può fare di più, può convincerci che le storie di fantasia che ha inventato possono diventare una verità in cui cominciamo a credere. È una grande arte. Questo vale anche per il suo cinema che è cinema d’autore.

Per alcuni il suo cinema è sgradevole, una trasgressione del buon gusto, una fantasmagoria, una bestemmia. Sorrentino mette a nudo le contraddizioni dell’animo italiano, distrugge statue, monumenti, muri spessissimi che da anni erano sacri. Ha il coraggio di evidenziare gli errori, di criticare, di puntare il dito contro il vuoto che si sta diffondendo nella nuova generazione smarrita tra media, politica e denaro. Il suo cinema è dimostrazione di vera arte.

traduzione it: Agata Wojtalik
foto: Andrea Pattaro

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