Il viaggio in Mongolia prima di Marco Polo

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Le avventure degli ambasciatori papali Benedykt Polak e Giovanni da Pian del Carpine (autore: La Geostoria di Ecateo)

Nell’XI secolo, il territorio compreso tra l’odierna Mongolia e la Mongolia Esterna, quest’ultima appartenente alla Repubblica Popolare Cinese, era abitato da popolazioni nomadi o seminomadi riunite in numerosi clan.

Alla fine del XII secolo, il clan dei Borjing riuscì a conquistare le altre tribù, finché nel 1206 il controllo della regione finì nelle mani di Temujin. Proseguendo l’opera dei suoi predecessori, Temujin riorganizzò l’esercito e strinse alleanze con i clan rimasti. Procedette verso sud, conquistando la Manciuria, e inviò molti fedelissimi verso ovest, finché questi raggiunsero il Mar Caspio. Temujin sentiva il dovere di compiere una missione divina che lo spingeva a portare un nuovo ordine nel mondo; non a caso divenne presto noto tra i suoi compagni, e più tardi in Europa e in Asia come Chinggis Khan (“letteralmente “sovrano oceanico”, traducibile come “sovrano universale”) da cui deriva il noto appellativo Gengis Khan.

Dopo aver creato il più grande impero della storia, Temujin morì in Cina a seguito delle ferite riportate in battaglia nel 1227. Nei vent’anni seguenti, i suoi successori ampliarono ancor più lo Stato mongolo, assoggettando la penisola coreana, l’Impero cinese, la Persia, il Pakistan, il Caucaso e una buona parte della Russia europea e dell’Ucraina. Questi territori erano controllati attraverso armate a cavallo e un rigoroso sistema tributario. Spesso, ad aiutare i nuovi signori, c’erano le popolazioni turciche, in particolare i tatari e i cumani, che presto sarebbero diventati una consistente parte dell’élite mongola, tant’è che si è solito definire questi sovrani “tataro-mongoli”. Tuttavia, l’Impero era unito solo formalmente. La capitale dell’impero, la città di Karakorum, fondata dallo stesso Temujin pochi anni prima della morte a circa 360 chilometri a ovest dall’odierna Ulan Bator, era una centro amministrativo solo all’apparenza. I quattro figli maggiori di Gengis Khan si spartirono le rispettive zone di influenza dell’impero. Karakorum e i territori cinesi, i più importanti e popolati territori, furono assegnati al terzogenito Ögödei.

Nel mentre gli Stati Europei si affrettarono ad aprire le relazioni con i mongoli, nel tentativo di limitarne l’avanzata. Dell’Estremo Oriente in Europa, però, si conosceva ben poco: le uniche informazioni su quei paesi provenivano dai mercanti arabi. Pochissimi conoscevano il mongolo. Uno di questi era un giovane francescano polacco, che aveva preso i voti assumendo il nome di Benedetto, da qui Benedykt Polak. Prima di ricevere il saio, Benedykt (si ignora il nome di battesimo) era un cavaliere originario di un luogo imprecisato tra la Bassa Slesia e la Grande Polonia, ed aveva affrontato i mongoli nella Battaglia di Legnica (1241), cadendo nelle mani del nemico. Durante la prigionia, imparò il mongolo alla perfezione. Rilasciato, rinunciò ai suoi averi e divenne francescano. In monastero apprese l’antico slavo ecclesiastico e migliorò il proprio latino.

Papa Innocenzo IV fu tra i primi europei a inviare un’ambasceria alla corte del Khan Ögödei. Dopo il tentativo fallito di inviare alla corte mongola il missionario Lorenzo del Portogallo, il quale non riuscì nemmeno ad uscire dalla Polonia, il Pontefice decise di rivolgersi a un vecchio confratello di San Francesco, Giovanni da Pian del Carpine. Nella primavera del 1245, frate Giovanni ricevette la lettera del papa mentre si trovava a Lione, per discutere i preparativi del concilio che avrebbe avuto inizio nel giugno dello stesso anno.

La missiva conteneva una bolla papale indirizzata al sovrano mongolo, nonché un elenco degli obiettivi del viaggio: giungere a Karakorum, annotare il numero di soldati e cavalieri, scovare le debolezze dell’Impero, studiare le lingue e le usanze delle culture che vi abitavano e stringere una tregua col Khan portandogli doni di ogni tipo. Innocenzo, infine, gli consigliò di raggiungere il confine mongolo-polacco non prima di aver trovato altri monaci all’altezza della spedizione. Giovanni partì dunque da Lione, passando per Colonia e Praga, dove fu ricevuto dal re di Boemia Venceslao I. Arrivato a Breslavia assieme a una manciata di monaci, Giovanni incontrò Benedykt, e fu subito lieto di accoglierlo nel gruppo per servirsi delle sue conoscenze sulla cultura e lingua mongola. A quel punto il viaggio ebbe inizio.

All’epoca la Polonia era divisa in piccoli-medi principati e ducati: la stessa Slesia era frantumata in una dozzina di contee e staterelli autonomi. A Cracovia risiedeva il principe Boleslao V Piast, discendente del primo Re di Polonia Boleslao I “il Prode”. Ed è qui che il gruppo giunse nell’autunno del 1245, in cerca di consigli e doni da portare al Khan. Stessa cosa si ripeté a Czersk e Łęczyca, dove risiedeva il Duca di Masovia Corrado I.

Poco prima di superare la Vistola, alcuni monaci decisero di tornare indietro. Giovanni, anche con l’aiuto di Benedykt, iniziò a prendere appunti sulle usanze dei popoli mongoli e tatari, e sui territori dell’Impero, in un libro che sarebbe poi diventato l’Historia Mongalorum. Arrivarono a Kiev nel febbraio 1246, città in mano mongola da alcuni decenni, ma il primo incontro con un membro dell’élite mongola avvenne in primavera a Saraj, città vicino all’odierna Astrachan’.

Lì soggiornava Batu Khan, nipote di Temujin, governatore della regione e rivale del ramo di Ögödei, il quale – scoprirono allora i frati – era morto da cinque anni, e la lotta per la successione stava volgendo a favore del primogenito Güyük. Nelle sue memorie, intitolate De itinere fratrum minorum ad Tartaros, Benedykt racconta che lui e Giovanni furono costretti a compiere una pirobazia (camminare su un letto di braci ardenti a piedi nudi), trasportando i loro doni, come gesto purificante, e di chinare il capo davanti a una statua dorata di Batu.

Pochi giorni dopo il governatore di Saraj li lasciò proseguire, ringraziandoli dei doni. Solo a Giovanni e Benedykt fu permesso di lasciare la città; gli altri confratelli furono costretti ad attendere il loro ritorno. Nella tarda primavera i legati pontifici Giovanni e Benedykt seguivano il corso del fiume Syr-Daria.  Benedykt fu il primo polacco a mettere piede nel continente asiatico. Ai primi di luglio giunsero alle foci dell’Ochron, e il 22 dello stesso mese varcarono le porte della residenza estiva del Khan, a poche miglia da Karakorum: Syra-Orda.

Appena arrivati, i due frati ricevettero la notizia che Güyük aveva trionfato in una lotta tra parenti per il trono e si stava preparando per l’incoronazione. Nelle settimane successive, giunsero da ogni parte dell’Impero ambascerie russe, persiane, cinesi, coreane e georgiane per rendere omaggio al nuovo Khan. Le celebrazioni ritardarono di quattro mesi l’incontro con Güyük, ma fu un’ottima occasione per i due emissari di familiarizzare con le usanze, le politiche e la mentalità della gente del luogo, e di discutere con gli altri ambasciatori.

Finalmente, nel novembre 1246, Giovanni e Francesco furono ricevuti a Karakorum. Nell’Historia Mongalorum, Carpini descrisse Güyük come un uomo “sulla quarantina, di media statura, serio e dignitoso”. Consegnò al sovrano la bolla papale, i doni dei duchi e principi europei. Come risposta il Gran Khan ordinò loro di consegnare al Papa una lettera scritta in quattro lingue: mongolo, persiano, tataro e latino, dove esigeva che il romano pontefice si recasse di persona a Karakorum, a capo di tutti i governanti d’Europa, e che questi gli rendessero omaggio.

Infine, declinò la conversione al cattolicesimo richiesta dai due frati, ma non li riprese per le azioni missionarie che avevano svolto durante il tragitto. Accettò
volentieri i doni dei frati, i pochi rimasti dopo il soggiorno presso Batu Khan, e assicurò ai frati i mezzi necessari per il viaggio di ritorno. Pochi giorni dopo, Giovanni e Benedykt lasciarono Karakorum. Alla fine del maggio 1247 raggiunsero Saraj, dove si ricongiunsero ai confratelli in attesa, e nel novembre 1247 arrivarono a Lione, dove risiedeva Innocenzo IV ancora occupato col Concilio. Accolti con stupore, i francescani raccontarono al papa il loro viaggio e gli consegnarono la lettera di Güyük.

Nel loro viaggio di diciottomila chilometri, senza mappe geografiche adeguate, Giovanni da Pian del Carpine e Benedykt Polak raccolsero numerose informazioni che rivoluzionarono l’immaginario europeo sui mongoli. Se prima questa popolazione era considerata come demoni discesi sulla terra, alti, coi capelli rosso fuoco, cannibali assetati di sangue, eretici a cavallo di belve infernali, grazie ai due frati i signori d’Europa e il Papa ebbero una immagine più veritiera sui mongoli.

Certo i tataro-mongoli rimanevano dei guerrieri spietati e desiderosi di conquistare il mondo, ma erano un popolo organizzato di abili cavalieri, amanti del cibo e del vino, con una certa burocrazia, puliti, generosi nei confronti dei prigionieri che avevano dimostrato il proprio valore in battaglia e tolleranti delle religioni altrui. Nei secoli successivi, queste informazioni avrebbero aiutato gli Stati europei a conoscere meglio il vero nemico con cui avevano a che fare, a studiarne le debolezze che più tardi avrebbero loro permesso di sconfiggerlo in battaglia e ricacciarlo nelle steppe.

E fu sempre l’Historia Mongalorum di Giovanni da Pian del Carpine a servire come base dei futuri viaggi in Mongolia degli esploratori e mercanti europei. Il ben più noto mercante veneziano Marco Polo raggiungerà Karakorum e Pechino, pur seguendo una tratta diversa e per ragioni diverse, solo nel 1275. Marco Polo detterà il resoconto dei suoi viaggi in Oriente a Rustichello da Pisa, racconti raccolti ne “Il Milione” autentico capolavoro della letteratura da viaggio.

BIBLIOGRAFIA:
La Geostoria di Ecateo

È un blog di Marco Canton, fondatore, Alessandro Conte, Ugo De Polo, Filippo Fattori, Federico Favaro, Matteo Pavanetto. La Geostoria di Ecateo nasce con l’intento di offrire una narrazione accessibile a un vasto pubblico su tematiche storiche di carattere strategico-militare ed esplorativo, attraverso vivaci e dettagliate mappe.

Siamo studenti dell’Università Ca’ Foscari – Venezia convinti dell’inscindibile legame tra l’aspetto geografico e narrativo. Troppo spesso l’ambito cartografico, infatti, viene riprodotto in maniera superficiale e sbrigativa per essere inserito come elemento secondario all’interno di un testo.

Le quantità di informazioni di una carta geopolitica ben fatta sono fondamentali, poiché forniscono un valido aiuto alla memorizzazione di avvenimenti spesso troppo complicati per essere compresi soltanto con la semplice lettura e senza una giusta visualizzazione grafica; inoltre le mappe offrono ai lettori un riassunto delle vicende e una chiara visione del mondo passato. “Orientarsi per comprendere” non è, quindi, un semplice slogan, bensì il vero spirito de La Geostoria di Ecateo.

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