La memoria fissata nell’opera d’arte

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L’epitaffio fiorentino di Stanislao Bechi di Teofil Lenartowicz

A Firenze nella chiesa Santa Croce, più precisamente nel suo chiostro, si trova un’opera d’arte  interessante quanto dimenticata. Opera che non è dentro la chiesa, accanto alle grandi opere di Giotto o di Donatello o alle sculture di Dante Alighieri, di Michelangelo e di Galileo Galilei. Solo di tanto in tanto viene menzionata nelle guide turistiche, raramente  notata dai turisti. Anche i polacchi che visitano la chiesa, concentrati sui monumenti polacchi, guardano soprattutto le sculture di Michele Borgio-Skostnicki o di Zofia Zamoyska Czartoryski, figlia della famosa collezionista  Izabela Czartoryska. È tra tutte queste opere che si trova l’epitaffio dedicato alla memoria del colonnello Stanislao Bechi (1828-1863).

Bechi ha avuto un ruolo importante nella storia delle relazioni polacco-italiane entrando  nel novero degli eroi nazionali. Tutto questo grazie al suo eroismo durante la rivolta di gennaio. Nel 1863 Bechi ha ricevuto da Giuseppe Garibaldi lettere raccomandate e si è rivolto al Comitato Nazionale di Parigi per prendere parte alla insurrezione di gennaio. Come comandante del gruppo di insorti nelle vicinanze di Włocławek è stato denunciato dalla tenutaria del villaggio in cui si nascondeva. La donna temeva la severa  pena  da parte dei russi nel caso in cui avessero trovato  gli insorti nelle sue terre. Per ordine del tribunale Bechi fu  fucilato pubblicamente il 17 dicembre 1863. Gli ultimi tre giorni prima dell’esecuzione li ha trascorsi con le donne membri del Comitato per la cura dei prigionieri.

Dopo la morte di Bechi, Garibaldi in una lettera ha ringraziato Izabela Zbiegniewska, la presidente del Comitato per la cura dei prigionieri, per aver cercato di chiedere la grazia per il   soldato italiano e per aver preso cura di lui fino alla sua morte.  Prima dell’esecuzione Bechi ha lasciato all’attivista il libro Voyages historiques et littéraires en Italie con una dedica (custodito al Museo di Varsavia), lettere alla famiglia, fotografie e oggetti personali: questi ultimi sono stati rimandati alla famiglia insieme ad  una manciata di terra dalla tomba del colonnello. Zbiegniewska insieme ad  altre due  membri del Comitato per la cura dei prigionieri ha scritto una lettera commovente a Julia  Pagani, la vedova di Bechi, in cui ha raccontato gli ultimi giorni della vita del colonnello. Nel dicembre 1863 Zbiegniewska ha cominciato a organizzare l’aiuto finanziario per la vedova e i suoi due figli, Guido di 6 anni e Luisa di 4 anni. Quest’azione di supporto è continuata  fino alla morte della presidente del Comitato nel 1914.

Zbiegniewska ha raccontato la storia dell’insorto italiano a Maria Konopnicka e Teofil Lenartowicz, che hanno deciso di commemorare Bechi. Konopnica ha scritto una semplice ma commovente poesia, di cui un frammento dice :

E tu non sia dimenticato,
Stanislao, bravo Bechi,
che in Polonia dall’Italia arrivi,
Tra monti e mari.

Combattevi come un leone con coraggio
Il nostro caso è anche il tuo,
Fino a quando non ti hanno sparato,
Fratello nostro…

A Firenze, lo scalpello di un canzoniere
Ti ha commemorato:
Questa tua morte eroica
È forgiata nel marmo…

La poetessa prima di tutto voleva commemorare Bechi sottolineando la sua provenienza, il coraggio, la dedizione  e la morte prematura in nome degli ideali. Scriveva anche del bassorilievo realizzato Lenartowicz che da qualche anno viveva a Firenze. Lenartowicz è stato poeta, scultore, in seguito professore dell’Accademia Adam Mickiewicz di Bologna e anche amico di molti  italiani. Lo scultore ha deciso di commemorare Bechi in modo simbolico ed ha realizzato un epitaffio a forma di bassorilievo, che il 4 gennaio 1882 è stato inserito nel chiostro della Basilica Santa Croce a Firenze.

Come dichiara Zbiegniewska, l’artista ha creato presumibilmente due versioni del monumento. Della prima sappiamo, da una fotografia andata persa, che presumibilmente era un modello in terracotta. L’artista ogni tanto  inviava tale lavoro ai suoi committenti prima della versione finale. Sulla fotografia c’è una scena che rappresenta l’addio di Bechi e sua moglie. Un motivo di questo tipo era, inoltre, usato nell’iconografia italiana. Non siamo sicuri  se l’artista abbia fatto un disegno prima di realizzare il modello, ma sapendo come Lenartowicz lavorava è molto probabile.

Infine il poeta-scultore ha deciso di scegliere un’altra variante ed ha mostrato sotto forma di rilievo il momento culminante della morte del colonnello. A sinistra, a cavallo, è possibile intravedere un soldato russo che legge la sentenza. Più vicino al centro, accanto al palo a cui deve essere legato, si trova Bechi che ascolta la sentenza e ai suoi piedi si trova un berretto militare, simbolo della rivolta. Il colonnello scaccia un soldato che deve bendargli  gli occhi, accanto a lui  un prete che consola  il condannato. Nelle sue vicinanze il becchino scava la tomba e l’intera composizione è chiusa da un plotone di esecuzione di dodici uomini con il colonnello a destra. Sullo sfondo si possono intravedere donne, che guardano l’intera scena, disperse da un cosacco. Lenartowicz in  modo realistico ha rappresentato gli ultimi momenti della vita di Bechi. L’opera è stata sottolineata da una cornice in marmo chiaro, sebbene prima fosse stato previsto  il nero. Nel classico tipo di inquadratura sono stati rappresentati quattro personaggi. In alto si trova probabilmente Chronos semidisteso che legge il libro della vita. In basso, sotto il rilievo, è possibile intravedere un leone che è simbolo di immortalità e coraggio. A sinistra l’artista ha rappresentato l’Angelo dell’Eternità sopra un globo che indica il simbolo dello Spirito Santo. A destra della composizione, sull’emisfero si trova una personificazione della giustizia che si toglie la benda dagli occhi e tiene in mano una bilancia. Il tutto è incoronato da una croce sull’acroterio con volute su due lati e un’iscrizione in basso.

Prima quest’opera doveva essere collocata nel muro della basilica di  San Lorenzo , accanto alla tomba della famiglia Bechi, probabilmente era stata consigliata all’artista un’altra, più prestigiosa localizzazione: la Basilica di Santa Croce. Il rilievo in bronzo e la cornice in marmo sono stati realizzati in laboratori italiani. L’opera non ha un carattere tragico, è una rappresentazione di un certo momento storico. Il significato simbolico è rafforzato dalle figure della cornice che hanno lo  scopo di sottolineare la memoria eterna, le virtù dell’insorto, la protezione divina e la pace dell’anima, nonché la giustizia storica, perché il sacrificio non è stato invano. Vale la pena ricordare che è l’unica opera scultorea di Lenartowicz legata alla rivolta di gennaio. L’artista non ha preso alcuna retribuzione per il suo lavoro, i soldi per i materiali sono stati ottenuti da una raccolta fatta apposta per questo scopo.

Questa storia ha anche il suo epilogo. Nel 1923 le autorità di Firenze hanno deciso di regalare agli abitanti di Włocławek una copia del rilievo di Santa Croce. Il 28 settembre 1924, per iniziativa del Cerchio polacco-italiano, è stato esposto in uno dei parchi di Włocławek un monumento di Bechi, la cui targa principale è stata costruita basandosi sull’opera di Lenartowicz. Tuttavia, durante la seconda guerra mondiale l’opera è stata distrutta, ma è stato salvato il bassorilievo. Il rilievo salvato è diventato una parte principale del monumento, che è stato ricostruito nel 1965 a Włocławek. Nel 2003 il monumento è stato spostato vicino al luogo dove il colonnello venne fucilato.

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