L’Etna, non l’ho visto

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Do la colpa a molte persone, compreso Jarek Mikołajewski, di cui ho letto l’intervista nell’87° numero di Gazzetta Italia. La lettura ha solo confermato il peggio. Ho quindi deciso di andare in Sicilia.

Ho comprato una versione cartacea della Gazzetta, poi i biglietti, poi il libro “Czerwony śnieg na Etnie” (trad. “Neve rossa sull’Etna”, scritto da Jarosław Mikołajewski e Paweł Smoleński), anche se il bisogno interiore di partire risuonava dentro di me da molto prima. Mi sono detta che mi mancava l’esperienza di vivere su un’isola e di tutte le isole del mondo la Sicilia mi è sembrata la più vicina.

Dopo aver letto il suddetto articolo, sono corsa in libreria, dove ho sentito un’ondata di caldo di tipo mediterraneo. Gli autori sul retro della copertina hanno scritto qualcosa del genere (o così me lo ricordo): per la prima volta siamo andati nell’isola perché insieme si vede meglio. La seconda volta ci siamo andati per convincerci se, alla fine, quello che avevamo visto ci avrebbe deliziato ancora una volta. Sentivo che la prima volta viaggiavo per la Sicilia spinta dall’impulso di questa lettura. La seconda invece ho sforzato anche il mio corpo e sono andata a vedere se quello che avevo letto si rifletteva nella realtà.

Ci sono andata con un’amica. Eravamo proprio in mezzo della piazza Quattro Canti, il crocevia delle quattro direzioni del mondo, quando ho chiesto casualmente “ti piace di più qui o al nord?”, al che lei mi ha risposto con occhi innocenti da cerbiatta: “Ma Kociel, questa è la mia prima volta in Italia”. Mi sono fermata. Per un istante non si sentiva più nessun rumore. Mi dispiace di averti fatto questo, ho detto. Mi dispiace Sicilia, per quello che dico. Ma ci credo ancora: non sei il posto migliore per iniziare.

Dipende dai punti di vista. Per me non ti si visita, ma ti si scopre. O meglio, sei tu che gentilmente ci permetti di conoscerti, anche se non in fretta, sottolineando sempre i tuoi confini e le tue differenze locali. Sappiamo entrambe che sei unica e un po’ diversa dalle altre regioni. Ecco perché mi dispiaceva per la mia amica che non aveva avuto la possibilità di conoscere il resto della penisola.

Paragonare, “direttamente dal greco: affrontare qualcuno”. Lei ha paragonato ciò che sa con ciò che vede. Sì, a Palermo la povertà è vista in modo diverso che in Polonia. Ha la pelle scura, rughe, non dorme e ha perso i denti, ha un sorriso sul viso e le ginocchia sbucciate. Non sono rimasta scioccata dalla povertà italiana, non era una novità per me, in fondo, durante il soggiorno in Italia ho avuto modo di osservarla un po’. Era la mia microrealtà, qualcosa che veniva da casa anche se a Palermo decisamente non mi sentivo come a casa. Non parlavo la loro lingua. La melodia della lingua siciliana risuona nelle mie orecchie fino ad oggi ma purtroppo rimane solo questo: la melodia e la barriera che c’era tra loro e me, a causa del mio italiano.

Ricordandosi di questa discussione, abbiamo vagato per il quartiere Ballarò. Abbiamo oltrepassato il mercato locale, i venditori di polipi e spremute fresche, le opere di streetart di minore e maggiore fama, e finalmente siamo arrivate dietro le quinte, dove vive la comunità etnica palermitana. Sapete mi vergognavo un po’ a tirare fuori il mio telefono là. Non si trattava tanto della paura di essere derubata ma piuttosto della sensazione di violare l’intimità di queste persone estraendo il mio flash e fotografando le loro case. Immersa nei miei pensieri, non mi sono accorta del turista che senza scusarsi portava davanti a sé una refl ex da diversi chilogrammi, sventolandola a destra e a manca.

Ho avuto la fortuna di incontrare i miei amici che non vedevo da tempo, due veri palermitani. Mi ero promessa prima di chiedere loro di Ballarò. È con incredibile gratitudine che torno a quel momento in cui le parole sono sgorgate dalle loro bocche. Parole oneste, piene di passione, dolore e amarezza per Palermo, che vanno spiegate, come separate da tutto ciò. Ho raccolto tutte le mie conoscenze acquisite e ho cercato di stare al passo con le loro storie. Sai cosa significa il titolo del film che hai appena menzionato? “La mafia uccide solo d’estate”, è quello che i genitori dicevano ai figli perché non si preoccupassero, non è ancora il momento, non è il momento dei delitti.

In pochi giorni di vacanza abbiamo conosciuto una parte della zona occidentale dell’isola. Passando da una città all’altra guardavo questa terra bruciata dal sole, con condomini e cactus intorno, e pensavo “cosa c’è qui?”. Credevo di aver capito perché si scappa da lì. Solo in seguito ho sentito il fenomeno del ritorno sulla mia stessa pelle (e questo non ha niente a che vedere con la testa siciliana di Moro che mi guarda ostentamente dal davanzale!). Voce di Madre Terra, odori, intensità e colori che non si riesce a dimenticare. Bisogna guardare la Sicilia con gli occhi ben aperti, altrimenti non si vede nient’altro che spazi vuoti.

traduzione it: Bartosz Pikora

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