Mosca, Gleiwitz, Danzica. Ovvero, come ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale

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Tre città. La prima è stata nei secoli, ed è tuttora, la capitale del più grande Stato del mondo e tempo addietro i suoi sovrani la proclamarono Terza Roma. La seconda, probabilmente la meno conosciuta e grande, si trova in Alta Slesia, e perciò piena di carbone e toponimi: Gleiwitz in tedesco, Hlivice in ceco, Gliwicy in slesiano, Gliwice in polacco e nome ufficiale della città oggigiorno. La terza disponeva del porto più importante della Prussia Reale od Occidentale (il governo di turno decideva a quale territorio appartenesse), e tuttora è la più importante e popolosa città costiera polacca nota col nome di Gdańsk. Il toponimo italiano deriva, invece, dal tedesco Danzig e capoluogo del Voivodato della Pomerania. E fu in queste tre città, in quest’ordine, che la Seconda Guerra Mondiale bussò alla porta, non prima, però, che altri suonassero il campanello per sua procura.
Il primo campanello lo suonarono due Ministri degli Esteri il 23 agosto 1939: Joachim von Ribbentrop per la Germania nazista, e Vjačeslav Molotov per l’Unione Sovietica. Riunitisi a Mosca per conto dei loro padroni, i due più avversi regimi totalitari dell’epoca proclamarono un patto di non aggressione e di non belligeranza con nazioni terze. Un accordo segreto, inoltre, assicurò al padrone sovietico la Bessarabia romena, la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Polonia orientale. Così facendo, il padrone nazista avrebbe avuto carta bianca sul destino della Polonia occidentale. La Lituana, inizialmente programmata per finire sotto il controllo di quest’ultimo, fu poi concessa all’URSS in cambio di ulteriori porzioni della Polonia. I finlandesi, invece, smaccarono il Capo del Cremlino resistendo eroicamente per un lungo inverno, vincendo una guerra in cui furono, tuttavia, costretti a cedere parti della Carelia. Con la Dichiarazione di Praga del 2008, e più tardi quella di Vilnius dell’anno dopo, fu scelto, non a caso, il 23 agosto quale Giornata Europea della Memoria per le Vittime dello Stalinismo e del Nazismo. Il simbolo della Giornata è un fiocco nero. Molte organizzazioni politiche e non governative di entrambe le ideologie contestarono la decisione e parlarono di “revisionismo storico”.  Il che è strano, visto che sono proprio loro i più grandi Maestri del revisionismo storico, in qualità di adepti e servi di regime. Ma torniamo in Polonia, o meglio in Slesia.
Il secondo campanello lo suonarono un gruppo di SS e il loro comandante Alfred Naujocks la sera del 31 agosto. Lui e il più famigerato Reinhard Heydrich, con l’aiuto dei servizi segreti tedeschi, misero in scena uno dei casus belli meglio architettati della storia. Dopo essere entrati in possesso di uniformi e documenti dell’esercito polacco, e dopo aver sparato a una dozzina di internati nel Campo di Concentramento di Dachau di origine polacca, arrivarono alla torre radio di Gleiwitz, allora città tedesca al confine con la Polonia. Prima di ammazzare i prigionieri, le SS li obbligarono a vestirsi e a gridare incitamenti ai polacchi residenti in Germania di attaccare i civili tedeschi. Per sicurezza Heydrich ordinò a Naujocks di catturare, drogare e fucilare Franciszek Honiok, un contadino filopolacco originario di un paese vicino. Nel cuore della notte la notizia fece il giro di tutta la Germania. Il giorno dopo la Polonia fu invasa, a cominciare da Danzica.
Sta di fatto che dopo la fine della Grande Guerra, la Lega della Nazioni creò la Città Libera di Danzica, formata dal capoluogo baltico, le città di Gdynia e Sopot e dintorni, area nota in polacco come Trójmiasto (Tripla Città). Qui, la mattina del 1 settembre suonò il terzo e ultimo campanello. Nei giorni precedenti, le autorità polacche stanziate in città avevano trasportato in punti chiave della città chili munizioni. Uno di questi luoghi era l’Ufficio Postale Polacco, situato sulla piazza Hevelius nella Città Vecchia. Alle 04:45, quando l’invasione prese avvio, c’erano cinquantasette persone nell’edificio, tra cui un militare. I restanti erano impiegati postali, il guardiano, sua moglie e sua figlia. Erano armati con una quarantina di pistole e un fucile anticarro. Resistettero a quasi duecento SS fino al tardo pomeriggio, nonostante questi fossero riusciti a buttare giù parte dell’edificio e appiccato il fuoco sulle mura rimaste in piedi. Solo in due riuscirono a scappare. In otto perirono durante lo scontro, mentre in due scamparono alla cattura dopo la resa. Gli altri franchi tiratori furono catturati e, un mese dopo,  fucilati. Questa fu la prima battaglia combattuta da civili nel corso della guerra, quel genere di scontri di cui nessuno preferirebbe sentire. Nello stesso giorno cominciò anche la prima battaglia tra eserciti, combattuta sulla penisola di Westerplatte nella Baia di Danzica, dove si trovava un grosso deposito di munizioni dell’esercito polacco. La Battaglia di Westerplatte vide il confronto tra una corazzata e sessanta aerei tedeschi e poco più di duecento soldati polacchi. L’ufficiale Henryk Sucharski e i suoi uomini resistettero sei giorni, durante la quale i tedeschi tentarono, addirittura, di far esplodere due treni contro una cisterna piena di benzina e altri liquidi infiammabili, ma entrambi i tentativi fallirono. Il primo, addirittura, incendiò il terreno delle postazioni tedeschi, concedendo ai polacchi ore di vantaggio. Il 7 settembre Sucharski si arrese, dopo aver perso quindici uomini; gli avversari ne avevano persi più del triplo.
Un passo indietro: il 4 maggio 1939 il deputato socialista francese Marcel Déat, in un articolo sul quotidiano L’Œuvre intitolato “Morire per Danzica?”, espresse il suo disappunto per una possibile guerra con la Germania e creò involontariamente la nota espressione. Scrisse così: «Combattere a fianco dei nostri amici polacchi per la difesa comune dei nostri territori, dei nostri beni, delle nostre libertà, è una prospettiva che si può coraggiosamente immaginare, se deve contribuire al mantenimento della pace. Ma morire per Danzica, no!». Costui fu, in seguito, uno dei più stretti collaborazionisti della Repubblica di Vichy, e a guerra finita latitò sotto falso nome in Italia. A conti fatti, Déat aveva espresso il sentimento comune in tutta l’Europa di allora: nessun popolo voleva la guerra. Ma i due padroni totalitari erano disposti a farla; avevano solo bisogno di tempo e risorse. La firma del Patto Molotov-Ribbentrop ne è la prova. Fu saggio, dunque, “morire per Danzica”? Era giusto morire per Gdańsk o per Gliwice? Per Westerplatte? Per una stazione radio o per un ufficio postale? I polacchi di oggi, che sempre detestarono questa espressione, considerandola un simbolo del “tradimento alleato” che li fece finire nelle grinfie del padrone sovietico, rispondono sì. Perché i piani del padrone nazista e di quello comunista andavano ben oltre la Polonia. A dimostrarlo ci sono i fatti: quasi un quinto dei cittadini polacchi morì a causa del nazismo o del comunismo. Se non si fosse battuto per Danzica, il popolo polacco sarebbe stato sterminato per motivi razziali o ideologici da entrambi i totalitarismi, poiché questi erano i motivi per cui quel popolo era detestato da ambo le parti. Ma, di conseguenza, nell’ottica russa bisogna chiedersi se fosse giusto morire per Mosca, e in quella tedesca se fosse il caso di sacrificarsi per Danzig o per Gleiwitz? In questo caso la domanda non va posta né ai tedeschi, né ai russi. Spetta ai loro padroni di quegli anni rispondere.
Autore Filippo Fattori

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