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Allergie e intolleranze alimentari: facciamo chiarezza!

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Allergia e intolleranza alimentare sono la stessa cosa? E ammesso che siano cose diverse, le intolleranze esistono sul serio? La verità è che per quanto se ne parli, esiste ancora molta, troppa confusione. Quindi rendiamo le cose più semplici.

L’allergia è una reazione anomala dell’organismo ad una sostanza comunemente innocua. Il soggetto allergico che entra a contatto con l’allergene, manifesta una reazione immunitaria esagerata, producendo grandi quantità di anticorpi (immunoglobuline) di tipo E (dette appunto IgE). Dopo il contatto tra anticorpo e allergene, viene liberata una sostanza, l’istamina, che è la maggior responsabile dei sintomi tipici delle allergie (non solo) alimentari.

I sintomi, di lieve o maggiore entità, possono manifestarsi immediatamente dopo l’assunzione dell’alimento nocivo, coinvolgendo diversi distretti corporei: gastrointestinale (coliche), sistema respiratorio (attacchi d’asma), fino ad arrivare allo shock anafilattico. La diagnosi è possibile solo dopo aver eseguito alcuni test di laboratorio, e la cura e l’eventuale dieta terapeutica possono essere formulate solo da un medico specialista.

Gli alimenti più frequentemente responsabili di allergie alimentari, sono: proteine del latte vaccino, uova, pesce, soia, grano, arachidi. Ecco perché per legge questi devono essere indicati nella lista degli ingredienti nei prodotti confezionati, anche quando presenti solamente in tracce. Se è vero che il proprio sistema immunitario non può essere modificato, va anche detto che l’impiego della Medicina Non Convenzionale può aiutare a controllare e migliorare notevolmente la sensibilità agli allergeni e la gravità dei sintomi. Soprattutto grazie all’Omeopatia o a rimedi naturali quali Zeolite e Ribes Nigrum (azione cortisone-simile).

La confusione nasce dal fatto che con lo termine intolleranze alimentar si identificano eventi molto diversi: deficit enzimatici e metabolici, intossicazioni da alimenti e allergie non-IgE mediate. Che significa questo termine?

Le intolleranze vere e proprie coinvolgono solo il metabolismo, e riguardano la mancanza o l’insufficiente attività degli enzimi necessari alla digestione e all’assimilazione di determinate sostanze. Ad esempio la mancanza di lattasi intestinale per il metabolismo del lattosio, o dell’aldolasi-b per il fruttosio.

Ma che dire delle allergie non-IgE? Si collocano a metà strada. Sono di fatto allergie, in quanto provocano una risposta del sistema immunitario mediata da immunoglobuline di tipo G. Ma poiché non danno sintomi gravi né immediati, e poiché possono e devono essere affrontate e recuperate completamente, per convenzione sono considerate simili alle intolleranze. Si è arrivati a dimostrare la loro concreta esistenza grazie alla misurazione delle sostanze infiammanti (citochine) che possono essere stimolate dall’assunzione alimentare. È stato dimostrato che alcune proteine alimentari sono in grado di innescare delle reazioni avverse, sostenute da anticorpi (immunoglobuline) di classe G (IgG). Le reazioni sostenute dalle IgG sono ben distinte dalle allergie alimentari vere e proprie, sostenute da anticorpi di classe E (IgE) e responsabili della reazione allergica a breve distanza di tempo dall’assunzione del cibo incriminato.

I sintomi sono legati all’accumulo di sostanze non tollerate dall’organismo e compaiono con un certo ritardo rispetto all’assunzione del cibo. Un’ipersensibilità individuale o un eccessivo consumo di determinati alimenti, possono causare disturbi dipendenti da reazioni immunitarie mediate da IgG. A creare intolleranze sono proprio gli alimenti che mangiamo tutti i giorni, e di cui non sappiamo fare a meno!

Conoscere gli alimenti non tollerati offre l’opportunità di impostare una dieta varia e personalizzata, in modo da eliminare i disturbi ed evitare l’insorgenza di nuove intolleranze, attraverso una dieta detta “a rotazione” degli alimenti. Una dieta di completa eliminazione potrebbe invece portare a carenze nutritive, e a nuove ipersensibilità verso gli alimenti utilizzati per sostituire quelli a cui siamo più abituati.

Gli alimenti responsabili dell’intolleranza non vanno completamente eliminati dalla propria dieta, ma piuttosto ridotti per disintossicare l’organismo e ridurre le infiammazioni, preferendo altri ingredienti che normalmente consumiamo di meno. In una fase successiva potremo reintrodurli gradualmente. Il test più accreditato per la verifica delle intolleranze alimentari è sicuramente quello citotossico, eseguito con il prelievo di poche gocce di sangue. In questa fase di rieducazione alimentare, è fondamentale il supporto di una figura professionale adatta.

Vita eccezionale in Vaticano: intervista con Magdalena Wolińska-Riedi

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La sua avventura con Roma è cominciata per caso da un’azione di volontariato durante la Giornata mondiale della gioventù nel corso della quale nel 2000 ha conosciuto il suo futuro marito, guardia svizzera del Papa. Da quel momento la sua vita è cambiata completamente, si è trasferita in Vaticano, ha conosciuto gli ultimi tre Papi, ha partorito due figlie. Da circa un anno Magdalena Wolińska-Riedi è la corrispondente di TVP da Roma e si occupa della produzione cinematografica e televisiva. Di tutto questo e del nuovo progetto di maggio, intitolato “Appartamento” e realizzato per la televisione polacca, racconta a Gazzetta Italia sempre un po’ di corsa, tra una registrazione televisiva e l’altra.

Com’è successo che Lei si è trasferita nella un po’ misteriosa Città del Vaticano?

Il Vaticano è un paese microscopico, il più piccolo al mondo in cui abitano appena quattrocento persone, di cui la gran parte fanno parte del clero e solo poco più di cento abitanti sono laici. Per una donna laica l’unico modo per poter abitare nella zona del Vaticano è il matrimonio con un membro della guardia svizzera del Papa. Proprio così, in modo inaspettato, è capitato nel mio caso. Nel 2000 facevo volontariato durante le celebrazioni del Grande Anniversario nel corso della Giornata Mondiale della Gioventù e proprio allora ho conosciuto il mio futuro marito. Il destino si è svolto così che dopo 2 anni abbiamo deciso di sposarci, il che si è rivelato una sfida in più fasi. Il Segretario di Stato dà l’assenso per il matrimonio in base ad una complessa serie dei documenti. Per diventare la moglie di una guardia del Papa una donna deve adempiere a qualche condizione, tra cui l’essere una cattolica praticante, godere di un’opinione inattaccabile confermata da un documento dalla curia vescovile del paese da cui proviene, ecc.

Quali regole impone il Vaticano ai suoi abitanti? Sono facili da accettare?

Il Vaticano è uno dei più eccezionali cantucci nel mondo. È il cuore del papato, luogo di residenza del Santo Padre, il punto centrale della Chiesa. È ovvio che tutti questi aspetti impongano principi ferrei, regole rigorose, che devono essere accettate e a cui ci si deve adeguare assolutamente. Tra queste ci sono le esigenze che riguardano il modo di vestirsi e di comportarsi. È proibito scoprire le spalle o portare le gonne sopra il ginocchio, anche nel pieno del calore italiano a 40 gradi. Non si devono organizzare a casa ricevimenti rumorosi, feste fino a tarda notte, non è possibile invitare gli ospiti liberamente, se la loro presenza non è comunicata al cancello che nello stesso tempo è il confine di questo paese microscopico. È anche necessario tornare da Roma prima della mezzanotte, perché poi il portone vaticano viene chiuso. Si deve anche partecipare alle celebrazioni religiose, alle messe papali o a quelle organizzate da noi, nella caserma di guardia svizzera. Tuttavia, sono regole ai quali è possibile abituarsi, anche se si è una donna giovane piena d’energia vitale. Ci sono anche molti vantaggi della vita all’interno delle mura del Vaticano, come un senso di grande sicurezza, ordine e pace, l’ottimo servizio sanitario, farmacia che nelle situazioni d’emergenza rimane disponibile 24 ore al giorno, oppure belli, estesi giardini con l’area di gioco per i nostri bambini e il passaporto vaticano che, a volte, agevola a concludere diversi affari.

Ha incontrato personalmente Papa Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e attuale Papa Francesco. Come può commentare i loro abitudini quotidiani, confrontare i loro caratteri?

Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e vivere in vicinanza dei tre ultimi Papi. È una grande esperienza che per sempre influirà la mia vita. Mi sono trasferita in Vaticano due anni prima della morte di Giovanni Paolo II e da vicino ho vissuto l’avanzamento della sua malattia e lo straordinario mistero del passare. Fino all’ultimo l’ho visto alle udienze private e durante i suoi passaggi in papamobile per il Vaticano. Gli consegnavo i fiori al compleanno e la palma polacca per la Domenica delle Palme. E’ stato assolutamente indimenticabile poter vivere all’ombra di questo meraviglioso uomo santo. Con Benedetto XVI tuttora mi uniscono relazioni cordiali. Come cardinale Ratzinger mi ha concesso il matrimonio e prima anche l’insegnamento prematrimoniale. Come Papa ha battezzato due mie figlie. Mi ha sempre domandato della famiglia, del mio lavoro. Conosce il titolo della mia tesi magistrale e del dottorato sull’Università Gregoriana. Fino ad oggi rimaniamo in contatto e qualche volta durante l’anno lo andiamo a trovare nel monastero nei giardini vaticani in cui vive. È un grande meraviglioso pensatore, un uomo insolitamente buono e sensibile che ha mostrato la sua grandezza forse in modo più pieno nella sua decisione senza precedenti di dimettersi. Invece Francesco è un uomo estremamente vivace, incredibilmente aperto e non complicato. Un Papa che con la sua semplicità, anche quella quotidiana, da noi, intorno alle mura, ha conquistato migliaia di persone di tutto il mondo e sembra davvero in grado di rinnovare il mondo.

Lei è una persona religiosa. Come ha vissuto l’esperienza della canonizzazione di Giovanni XXIII e del Papa Polacco?

Come ho già detto, dodici anni dentro le mura del Vaticano costituiscono nella mia vita un straordinario mosaico di emozioni e esperienze che senz’altro hanno formato la mia persona, quello che faccio e il mio sistema dei valori. Sicuramente la canonizzazione di Giovanni Paolo II è stata un momento particolare per me, perché l’ho testimoniata, come prima la sua morte, il funerale, la beatificazione e poi anche l’abdicazione di Benedetto XVI, il tutto da dentro il cuore del Vaticano una dimensione che il mondo esterno non conosce affatto. Da dentro ho sentito l’eco di migliaia dei fedeli raccolti per tutta la notte in Piazza di San Pietro. Queste sono situazioni che permettono di osservare l’assoluta unicità del luogo e dell’epoca in cui ho la fortuna di vivere. La sera prima della canonizzazione del Santo Padre, ho anche avuto la fortuna di condurre il concerto di Stanisław Soyka nella Chiesa Nuova romana, in cui erano presenti le più alte autorità statali e ecclesiastiche della Polonia. Tutto questo ha reso la canonizzazione un evento che per sempre rimarrà per me un’esperienza indimenticabile.

Ha studiato Italianistica e Storia della Chiesa, ha prodotto un film “Papa Francesco. L’uomo che sta cambiando il mondo” e ha preparato una serie per la TVP sui Polacchi a Roma e in Vaticano. Come si sente in questo ruolo nuovo?

Mi sono laureata in Italianistica all’Università di Varsavia e dopo in Storia della Chiesa all’Università Gregoriana a Roma. Dopo mi sono laureata negli studi post laurea all’Accademia Diplomatica PISM a Varsavia. Da 10 anni sono anche coinvolta nella produzione cinematografica e televisiva. All’inizio è stato un periodo in cui ho lavorato sulla molto interessante serie di documentari “I segreti del Vaticano” che è tuttora in vendita a Roma e in Vaticano. Poi è stata la volta di “Testimonianza”, un docu-fiction, anche cinematografico, su Giovanni Paolo II visto con gli occhi del suo segretario Stanisław Dziwisz. Nel 2013, poco dopo la salita al soglio di Papa Francesco, ho realizzato un documentario dedicato ai primi mesi del suo pontificato, mentre nel frattempo è stata realizzata una serie di 13 puntate del documentario “Polacchi a Roma e in Vaticano” su commissione di TV2 di cui sono coproduttore esecutivo. In questo film volevo abbozzare i ritratti di oltre dieci Polacchi che da anni sono legati alla città eterna mettendo le loro storie nello stupendo ordito di Roma.

Con quali Polacchi ha collaborato in questo progetto?

A questo progetto abbiamo invitato persone che rappresentano diversi gruppi sociali e professionali, persone di diversa origine. Tra loro c’è l’Ambasciatore della Repubblica Polacca in Vaticano Hanna Suchocka, il professore Adam Broz, l’esperto sul Vaticano Włodzimierz Rędzioch, la famiglia dei Morawscy, l’attrice Kasia Smutna, la scultrice Anna Gulak, il cuoco delle stelle di Hollywood Nestor Grojewski e il clero costantemente legato al Vaticano come il cardinale Zenon Grocholewski, l’arcivescovo Zygmunt Zimowski, il prelato Paweł Ptasznik oppure le Suore Albertine che cucinano per la guardia svizzera.

So che sta nascendo una produzione eccezionale… Può rivelarci di che cosa tratta?

Proprio ora nei cinema arriva un progetto in cui mi sono impegnata con tanto cuore, il meraviglioso documentario televisivo “Appartamento” basato sui ricordi dei più vicini collaboratori di Giovanni Paolo II e sui non pubblicizzati finora assolutamente straordinari documenti d’archivio dei viaggi privati in montagna del Santo Padre. È un progetto incredibile narratato da Piotr Kraśko, e i luoghi in cui l’équipe è entrata per raccontare in modo più credibile questi momenti, sono mozzafiato.

Da quest’anno è anche la nuova corrispondente polacca della TVP a Roma, in Vaticano. Com’è cominciata la sua avventura con la televisione?

Da qualche mese sono la corrispondente di TVP a Roma e in Vaticano. È una sfida affascinante che permette di trasmettere tanti messaggi importanti sia dall’Italia che della vita del Papa alle migliaia di spettatori che seguono “Wiadomości”, e i servizi di TVP info. È anche un modo per avvicinare il mondo italiano al pubblico polacco, la mentalità affascinante che c’è qui, la ricchezza culturale e paesaggistica del Bel Paese. È una missione coinvolgente che richiede anche d’essere costantemente pronti per affrontare le situazioni improvvise, ma che dà anche il gran piacere d’essere vicini agli avvenimenti importanti che poi tramite il nostro lavoro giungono velocemente ai Polacchi. È un lavoro magnifico, sebbene non sempre facile. 

È una persona incredibilmente occupata. Trova il tempo per viaggi e il divertimento? 

Sì ho tantissimi impegni. Però, prima di tutto sono madre di due figlie, Melania di 7 anni e Marynia di 5 anni. Proprio attorno a loro gira il mio mondo, soprattutto quel tempo libero che comunque è poco. Quindi cerco di dedicare loro ogni momento libero. Durante le vacanze estive o invernali andiamo in Polonia o in Svizzera dalla famiglia di mio marito, dove i bambini sciano. Altrimenti, a Roma sempre abbiamo tanti ospiti, persone che conosco dalla Polonia, ed è molto simpatico incontrarli, perché con la loro presenza mi permettono di sentire una piccola parte della mia Patria amata. 

A parte del Vaticano, cosa La avvince di più in Italia? Quali sono i più grandi difetti e pregi di questo paese incredibile?

L’Italia è un paese meraviglioso, uno dei più belli al mondo. Sono felice che, vivendo all’interno delle sicura mura del Vaticano, posso contemporaneamente respirare l’atmosfera unica dell’Italia, traendo ispirazione per nuovi materiali per la TVP e godendo del fascino insolito degli innumerevoli angoli belli di questo paese.

Cozze alla tarantina in crosta di pane

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Ricetta per 1 persona:

  • Ingredienti:
  • 200 g di cozze
  • 100 ml di polpa di pomodoro
  • 20 ml di vino bianco secco
  • 20 ml d’olio d’oliva extra vergine
  • uno spicchio d’aglio
  • foglie di prezzemolo
  • pepperoncino
  • preparato per pizza

Preparazione:

Versiamo l’olio d’oliva su una padella riscaldata, aggiungiamo l’aglio tagliato a fettine e soffriggiamo leggermente. Dopo, aggiungiamo le cozze, vino bianco, la polpa di pomodoro, foglie di prezzemolo tagliate e pepperoncino tagliato a strisce. Stufiamo tutto sotto il coperchio per circa 8-10 minuti (le cozze dovrebbero essere tutte aperte, quelle che non ne sono buttiamo via, perché non sono buone).

Mettiamo il piatto nella lasagnera Philipiak Milano, lo copriamo con il preparato per pizza fatto prima e mettiamo nel forno ad una temperatura di 250 gradi. Gratiniamo di corto il piatto per ottenere il colore d’oro sul preparato. Non aggiungiamo il sale!!!

PREPARATO PER PIZZA – proporzioni per due focacce

  • 10 g di lievito di birra fresco
  • 125 ml di acqua tiepida
  • 3/4 cucchiaio di zucchero
  • 7g di sale
  • 25 ml d’olio d’oliva
  • 250 g di farina di frumento tipo 00

Mescola il lievito con acqua, zucchero, sale e olio. Poi, unisci tutto con la farina e impasta un preparato elastico e morbido. Dividilo in quattro pezzi e spostali in scodelle cosparse con la farina. Coprile con un strofinaccio e mettile in un posto caldo che non l’ascia passare l’aria per 3-4 ore, fino al momento in cui il preparato cresca. Dopo, spiana una porzione del preparato cresciuto su un piano cosparso con la farina per ottenere una focaccia di un diametro simile a quello del vaso in cui si trovano le cozze.

Italiani in Polonia nei secoli: Gioacchino Albertini

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Schede storiche di Alberto Macchi, drammaturgo e regista teatrale, con il contributo della Dott.ssa Angela Sołtys, storica dell’Arte presso il Castello Reale di Varsavia

GIOACCHINO ALBERTINI  (Pesaro 30/11/1748 – Varsavia 27/3/1812)

Da ragazzo studia clavicembalo, composizione e direzione d’orchestra e, all’età di ventiquattro anni, debutta a Roma al prestigioso Teatro Tordinona, durante il Carnevale del 1772, con la sua prima opera d’un certo rilievo, “La Cacciatrice brillante”. Proprio in quest’occasione, un nobile polacco che assiste allo spettacolo – con molta probabilità il Principe Stanislao Poniatowski – lo invita a Varsavia; cosicché già nel 1773 lavora nella capitale polacca per il Principe Radziwiłł, come direttore dei suoi teatri privati a Varsavia e a Nieśwież. Nell’aprile dello stesso anno anche il Re Stanislao Augusto Poniatowski, gli commissiona un primo concerto a corte. Albertini lo esegue ottenendo un ottimo successo. Ma egli non è giunto in Polonia per esibirsi: essendo un temperamento riservato, preferisce piuttosto comporre. Infatti, proponendo opere già messe in scena a Roma e opere nuove, come “Przyjazd pana” del 1781, finirà con l’affermarsi prevalentemente come autore. 

Appagato dalla rapida carriera, decide di sposarsi e di metter su famiglia. Nell’estate dell’anno 1782, infatti, il re, entusiasta di lui, lo ha già nominato Maître de Chapelle, a condizione, però, che diriga egli stesso i concerti per almeno due anni. Albertini accetta, ma continuerà contemporaneamente a comporre per il Teatro Pubblico, commedie musicali, inserti di balletto, opere per concerti di corale e per concerti strumentali. Il 23 febbraio 1783 debutta con il suo capolavoro, “Il Don Giovanni o il Libertino Punito” ossia “Don Juan albo Ukarany Libertyn”, traduzione in polacco di Wojciech Boguslawski e qualche mese dopo con “Il Maestro di cappella” ovvero “Kapelmayster”, traduzione di Ludwik Adam Dmuszewski. In questi anni di attività, però, comincia ad incontrare i primi problemi con gli artisti italiani che già lavorano da tempo per il re, come la cantante e attrice Caterina Bonafini che rifiuta di farsi accompagnare nel canto da altri musicisti che non siano il suo personale clavicembalista, neanche se intendesse accompagnarla lo stesso Albertini. Anche un altro clavicembalista italiano, Pietro Floriani di Roma, chiamato da tutti, per gioco, Persichini, dal 1780 a Varsavia, già nominato dal re, Maître de Chambre e direttore dei concerti reali, gli procura una serie di problemi. Infatti, Persichini, sollecitato dal suo protettore, il Nobile Franciszek Ryks, maggiordomo del re, sta già manovrando ai suoi danni, al fine di usurpargli il titolo di Maître de Chapelle. Lo stesso Ryks, che peraltro è anche direttore del Teatro Nazionale, incomincia ad ostacolarlo, tanto che più tardi Albertini arriverà a lamentarsi di lui, per iscritto, con il canonico e politico, Hugo Kołłątaj; eppure, con i precedenti direttori del Teatro Pubblico, Albertini aveva sempre collaborato in perfetta armonia. 

Quando, nel 1779, fu costruito il teatro, tanto il primo direttore, l’italiano Michele Bisesti, che i successivi, i polacchi Marcin Lubomirski e Wojciech Boguslawski, hanno sempre ospitato volentieri i suoi concerti ed egli, insieme ad Ignazio Banaszkiewicz, ha anche curato, per loro, la formazione di solisti e coristi. In preda a tutte queste difficoltà, nel 1784 decide d’allontanarsi per qualche mese dalla Polonia, rifugiandosi a Vienna. 

Quando torna a Varsavia, con sorpresa, scopre che invece il re lo accoglie subito a corte e, per dimostrargli la sua immutata stima, gli commissiona un nuovo concerto e gli fa anche dono di una tabacchiera d’un certo valore. Inoltre, in questo stesso anno l’Albertini inizia a lavorare al servizio del Principe Stanislao Poniatowski, Ambasciatore di Polonia e nipote del re, anche qui, come Maestro di Cappella presso la sua privata Corte di Varsavia.

Così gli capita di viaggiare con frequenza al seguito del principe, in Polonia, in Italia e anche in Europa, per cui ha l’opportunità di rappresentare e far conoscere le sue opere, come: “Circe und Ulysses”, libretto in tedesco di Jonas Ludwig von Hess, allo Stadttheater di Amburgo, nella primavera del 1785; “Virginia”, opera dedicata a Stanislao Poniatowski, il 7 gennaio nel 1786 a Roma, al Teatro delle Dame o D’Alibert, replicato poi a Perugia, a Torino, a Milano, a Berlino, a Londra; oppure “Scipione l’Africano” a Roma, nel 1789. Nel 1795 si trasferisce a Mosca ad insegnare musica e, due anni più tardi, incontra anche i favori dello Zar. Nel 1801 lascia Mosca diretto in Italia, passando per Königsberg – la Kaliningrad di oggi – dove viene eseguito il suo duettino “Quante volte alla finestra”. A Roma, sempre al servizio del principe Stanislao Poniatowski, nel carnevale del 1803, rappresenta al Teatro D’Alibert il dramma serio “La Vergine vestale” con il libretto di Michelangelo Prunetti. In questa occasione, il principe gli dona 200 zecchini d’oro. 

Quello stesso anno, all’età di cinquantacinque anni, decide di tornarsene in Polonia, ma, quando arriva a Varsavia, scopre che Pietro Floriani ha ottenuto il titolo di Maître de Chapelle presso la corte del re. In compenso, però, viene a conoscenza che Stanislao Augusto, per onorare i tanti anni di lavoro prestato al servizio della famiglia Poniatowski e quindi per garantirgli una vecchiaia più serena, gli ha riconosciuto una lauta pensione. A Varsavia, ritrova comunque i suoi amici più affezionati, tra cui Vincenty Lessel, compositore polacco, che seppur lo abbia spesso criticato come persona, ritenendolo un debole, lo ha però sempre stimato come compositore e musicista. Apprezzato ormai in tutta la Polonia come autore di opere liriche, di drammi, di commedie, intermezzi, sinfonie, rondò, cavatine, scene e recitativi, Albertini morirà a Varsavia, nove anni più tardi, dopo una lunga malattia. 

Durante la sua vita ha portato sulla scena tantissimi artisti, tra i quali, i cantanti Giovanni di Pasquale e Gustavo Lazzarini, le commedianti Caterina Gattai, Caterina Bonafini, Anna Davia, Brigida Banti e i castrati, Niccolò Pozzi, Pasquale Bruscolini e Giuseppe Perini. 

Il suo nome passa comunque alla storia principalmente per aver composto il “Don Giovanni o il Libertino punito” del 1783, successivo a “L’ingannatore di Siviglia”, una commedia di Tirso de Molina del 1630, la prima opera che racconta le gesta dell’eccentrico leggendario personaggio Don Giovanni Tenorio, successivo anche ai vari “Don Juan”, di Molière, di H. Purcell, di C. Goldoni, di C. W. Gluck, ma antecedente ai “Don Giovanni” di W. A. Mozart, di Lord Byron, di A. Dumas, di R. Strauss.

 

Pensavo che Ola 1)fosse o 2)sarebbe uscita?

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Qual’è la differenza e come usare bene queste due frasi?

  1.     Pensavo che Ola fosse uscita.
  2.     Pensavo che Ola sarebbe uscita.

Queste due frasi sono corrette? Sì. L’esempio numero uno si riferisce al passato, io sono in ufficio, vedo con la coda dell’occhio Ola che è ancora seduta alla sua scrivania e dico ad un’altra mia collega: “Ma Ola è ancora qui? Pensavo fosse già uscita” (dall’ufficio per andare a casa). Ovviamente usiamo il congiuntivo imperfetto perchè nella frase principale abbiamo il verbo pensare all’imperfetto indicativo. Nel secondo esempio, invece, abbiamo il futuro nel passato, supponiamo che oggi sia domenica e che io parli con un mio amico di quello che è successo la sera prima, quella di sabato: “Gianni, alla fine ieri Ola è venuta con te al cinema”? Gianni risponde: “No, è rimasta a casa”. E io aggiungo: “Davvero? Strano, pensavo proprio che ieri Ola sarebbe uscita”. Nel momento in cui parlo Ola non ha ancora compiuto o non compiuto l’azione, è una mia previsione su quello che Ola avrebbe fatto nel futuro. Quindi credo che in polacco (se il mio livello della lingua non mi tradisce) le due frasi si possano tradurre in queste due versioni:

  1.     Myślałem, że Ola wyszła.
  2.     Myślałem, że Ola będzie wychodziła/wyjdzie (che in italiano si rende con il condizionale composto/passato).

Ancora una cosa: in italiano spesso usiamo il verbo uscire, così da solo (stasera esco) per intendere che usciamo di casa con gli amici o, comunque, per andare a fare qualcosa di piacevole fuori casa.

E infine idiomi con il verbo ANDARE:

  1.     Questa cosa va fatta e basta. Andare più un participio passato, deve essere fatto, detto, tradotto, ecc…
  2.     Il mio orologio non va più.  Andare più strumenti, macchine o simili, il mio orologio non funziona.
  3.     Questo vestito non va. Questo vestito non va bene, forse per questo tipo di cerimonia. 
  4.     Questo vestito non mi va più. La misura di questo vestito non è più buona; è troppo grande o piccolo.
  5.     Le gonne corte non vanno quest’anno. Le gonne corte non sono di moda quest’anno, non si usano.
  6.     Scusi, a quanto va l’uva? Quanto costa l’uva? (Al kg.).
  7.     Per le vacanze se ne andrà una bella somma. Per le vacanze spenderemo tanto.
  8.     Dove vuoi andare a parare? Dove vuoi arrivare con il tuo discorso?
  9.     Le arance sono andate a male. Le arance sono marcite.
  10.    Questa giacca mi va a pennello. La giacca mi calza perfettamente.
  11.    Se è vero ci vado con una gamba sola. Se è vero ci vado subito, di corsa.

Scienziati di Stettino sviluppano materiale vegetale per sostituire la plastica

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Gli scienziati dell’Università di tecnologia della Pomerania Occidentale di Stettino (Zachodniopomorski Uniwersytet Technologiczny w Szczecinie) stanno lavorando sulla creazione di un biopolimero di mais che potrebbe sostituire la plastica. Lo scopo è quello di creare un materiale degradabile entro un anno. “Una cosa rivoluzionaria è il fatto che cerchiamo di cambiare il contenuto, e di conseguenza le proprietà, dei materiali utilizzando solo le materie prime rinnovabili. Vorremmo che il nuovo materiale fosse degradabile entro un anno senza bisogno delle condizioni particolari”, ha affermato dr hab. ing. Sandra Paszkiewicz. Il nuovo materiale sarà adatto specialmente per i pacchetti alimentari di vario tipo grazie alla sua inflessibilità ma anche al fatto che manterrà il carbone e la purezza dei prodotti al più lungo. I ricercatori lavorano inoltre sulla creazione del materiale adatto per la produzione degli ingorghi e delle etichette. Per ora l’ostacolo più grande nella applicazione del materiale su una scala più larga è il suo prezzo. Anche se il mais è relativamente economico il costo del materiale è ancora alto. Gli scienziati sperano che si abbassi appena sarà utilizzato dalle grandi aziende.

Aperta a Roma la mostra sulla vita di Jan Karski

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

“Jan Karski. Missione per l’umanità” è il titolo della mostra e dell’incontro dedicato all’emissario dello Stato sotterraneo polacco, che si è svolto martedì a Roma. La mostra è stata organizzata dall’Istituto polacco in collaborazione con le autorità della Città Eterna. Una serata speciale dedicata alla testimonianza dell’Olocausto e all’autore del rapporto per Alleati sullo sterminio degli ebrei nella Polonia occupata dai tedeschi si è svolta presso la Casa della Memoria e della Storia sul Tevere. La mostra presenta fotografie, copie di documenti e appunti ed anche pubblicazioni che introducono la vita e le attività di Karski, chiamato “l’uomo che voleva fermare l’Olocausto”. All’incontro alla Casa della Memoria e della Storia hanno partecipato l’ambasciatrice polacca in Italia, Anna Maria Anders e Jadwiga Pinderska-Lech, direttore della casa editrice del Museo Auschwitz-Birkenau. L’ambasciatore Anders ha affermato che la commemorazione dell’eroe polacco importante, perché in molti paesi la conoscenza della storia della Polonia è scarsa. La mostra, che è stata aperta sei giorni prima della Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto, sarà aperta fino al 27 febbraio. Nel suo ultimo giorno ci sarà un incontro con il giornalista Marco Rizzo e il fumettista Lelio Bonaccorso autori del romanzo grafico pubblicato in Italia “Jan Karski. L’uomo che ha scoperto l’Olocausto”: .

Guzzisti in Polonia!

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Intervista ad Andrzej Chmielecki, presidente del Moto Guzzi Klub Polska

Com’è successo che tra tanti marchi di moto al mondo, Lei sia rimasto affascinato da un marchio cosi poco conosciuto in Polonia come Moto Guzzi?

Proprio per caso, ma sappiamo che in fondo nulla succede per caso. Diversi anni fa un mio amico ha comprato una moto. Quindi anche io ho pensato di rispolverare la mia patente per le moto e alla prima occasione che ho avuto, ho comprato una Moto Guzzi V35 del 1981 con la quale ho girato per due anni. Grazie a questo caso, ho conosciuto tante persone di tutta Polonia che sono legate al marchio Guzzi. E oggi uso già il terzo modello di questo marchio.

Come è nato Moto Guzzi Club Poland?

All’inizio del 2002 si è costituito un gruppo informale di amatori e appassionati che si incontrava in un piccolo circolo nel salone Moto Guzzi. Al inizio del 2003 si sono uniti a noi i colleghi di Lublino. Il primo raduno nazionale che siamo riusciti a organizzare è stato a Muczno, nel gennaio 2003. Il 14/06/2005 il nostro Klub è stato registrato al KRS (un ufficio statale) ed è stato elevato al rango di associazione. Moto Guzzi Klub Poland, secondo le sue regole, è un club a livello nazionale al quale può appartenere chiunque adempia alle condizioni standard.

Quali sono le vostre strutture?

Per ragioni pratiche, il club è diviso in varie sezioni: Varsavia, Lublino, Kujawsko-pomorski e Śląsk. Il consiglio del club è composto da un rappresentante di ogni reparto e c’è un tesoriere del club.

Quanti siete?

Ufficialmente nel nostro club sono registrati 60 soci. Ma ai nostri eventi partecipano anche decine di persone che non sono associate e considero la loro presenza altrettanto importante.

Una delle condizioni per diventare socio del vostro club è di possedere una motocicletta di questo marchio: quanto può costare una versione economica di una Moto Guzzi?

I prezzi delle motociclette sono diversi. Chi vuole può guardare l’offerta ufficiale dell’importatore. Oltre a questo, esiste anche una vasta offerta di motociclette usate, quindi chiunque potrà trovare qualcosa di adatto a se stesso.

Partecipate a raduni in Polonia e all’estero, ma siete riusciti a organizzare in Polonia un raduno internazionale?

Da qualche anno stiamo ospitando regolarmente Guzzi dall’estero. Inizialmente dall’Italia e dalla Germania e l’anno scorso a un nostro raduno erano presenti anche numerosi rappresentanti della Finlandia.

Avete fatto conoscenze con i club italiani?

Le conoscenze ci sono soprattutto con alcuni membri dei club e questi rapporti spesso preparano la strada per future visite. Diverse volte abbiamo partecipato a eventi organizzati dagli italiani, soprattutto quelli legati al World Club Moto Guzzi. Con particolare simpatia guardiamo a quegli eventi organizzati a Madello di Lario, culla della azienda Moto Guzzi. Oltre che a questo evento, partecipiamo a eventi in Austria, Repubblica Ceca, Germania, Finlandia e Ungheria. Siamo un club giovane e abbiamo ancora molta strada davanti a noi.

Gli italiani sono famosi per i loro piloti (Valentino Rossi o Max Biaggi). Lei si interessa di corse? O magari è anche fan di uno dei due piloti?

Gli sport di moto, in particolare quelli di alto livello, come qualsiasi altra disciplina, danno una carica di forti emozioni. Inoltre, ogni serio motociclista, è anche un appassionato di questioni tecniche. Fare qualche piccolo lavoretto sulla propria moto, per esempio di manutenzione, o anche saper fare una riparazione seria, questo è un grande piacere per un motociclista. Nella storia del motociclismo, il marchio Moto Guzzi è famoso per tanti modelli di moto da corsa, ma attualmente l’azienda non è interessata alla produzione in questo settore. L’azienda punta alla produzione di moto da turismo, e questo è il tipo di moto che promuoviamo durante nostri raduni di Moto Guzzi in Polonia. I nostri contatti con le piste da corsa riguardano soltanto la pratica che ci serve per migliorare la tecnica di guida. Invece per quello che riguarda le star italiane di motociclismo naturalmente tifo per Valentino Rossi e Max Biaggi.

 

Moto Guzzi – Azienda italiana di motociclette fondata nel 1921 a Mandello del Lario sulle sponde del lago di Como. È una delle più antiche fabbriche di motociclette al mondo. I fondatori del marchio furono tre amici: Carlo Guzzi, Giorgio Parodi e Giovanni Ravelli, che è caduto durante una missione con il suo aereo, prima della produzione della primo moto di serie. Per rendere omaggio al loro amico, come logo dell’azienda è stata scelta l’aqulila, simbolo dei piloti dell’Aviazione Navale {oggi si chiama Aeronautica}. Dal 2004 la fabbrica è entrata in società con la Piaggio.

La questione di come Leonardo ha racchiuso il tempo nella pittura

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traduzione it: Amelia Cabaj

La Dama con l’ermellino è uno dei dipinti più preziosi delle collezioni polacche. Alcuni anni fa, proprio quest’opera, fu la “perla” indiscussa della mostra Ritratto del Rinascimento svoltasi a Berlino. Sebbene l’esposizione presentasse eccezionali opere dell’arte rinascimentale italiana, è stata la Dama a primeggiare in una nicchia preparata appositamente su una parete scura, ben illuminata. Quando invece di seguito è partita per una tournée a Londra, il suo posto è rimasto vuoto e sempre illuminato. Cosa rende tanto particolare questo ritratto di una giovane donna? Il semplice fatto che lo stesso Leonardo da Vinci la guardasse, ha reso la ragazza immortale. Quel che più conta però è il modo in cui la guardava. Ha colto un momento effimero, quasi impossibile da registrare con la vista, poiché la “nostra” Dama non è solo un bellissimo ritratto di una donna affascinante con uno strano animale tra le braccia. Per noi spettatori si tratta del tempo racchiuso nel quadro, si tratta della capacità di armonizzare la bellezza della modella con il suo carattere e con il periodo in cui ha vissuto.

La Dama con una donnola o la Dama con un ermellino?

Nonostante la pittura leggermente inscurita e ingiallita, l’animale nelle mani della bella signora ha una pelliccia chiaramente bianca. Nella letteratura italiana quest’ultimo, veniva chiamato diversamente: faina, martora, ermellino, furetto. Per molti anni in Polonia, il quadro veniva prevalentemente denominato Dama con la donnola, considerando che l’ermellino è una sua specie nella veste invernale. Il ritratto non è solo la rappresentazione di una donna con un animale ma è anche un insieme di diversi simboli che costituiscono la narrazione dell’opera al di fuori del suo aspetto estetico. La donnola è un simbolo della promiscuità, mentre l’ermellino nella simbologia antica indicava la purezza. L’animale era noto per la sua avversione verso lo sporco, mentre il motto dell’Ordine dell’Ermellino era “Meglio morire che essere disonorato”. Nel 1488 Ludovico Sforza ricevette dal re di Napoli il titolo di cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino. L’animale nelle mani di Cecilia può quindi rappresentare sia l’unione del principe Ludovico con la sua giovane amante, nonché il simbolo della purezza, visto che il ritratto della bella ragazza non ha sfumature d’erotismo. Come curiosità, citerò un’altra ipotesi che veniva un tempo raccontata. Secondo alcuni il ritratto doveva riferirsi a un complotto contro Galeazzo Maria Sforza (fratello di Ludovico), mentre la ragazza doveva rappresentare sua figlia Caterina. La collana di perle nere faceva riferimento al lutto dopo la morte di suo padre, mentre l’ermellino faceva riferimento allo stemma di Giovanni Andrea da Lampugnano, l’assassino di Sforza nel 1476.

La giovane amante del principe

Cecilia Gallerani (1473-1536) nacque a Siena da in una modesta famiglia. All’età di dieci anni venne fidanzata con Giovanni Stefano Visconti. Sfortunatamente, i suoi fratelli si appropriarono della sua dote e di conseguenza quattro anni dopo il fidanzamento fu interrotto. Venne alla corte di Milano da adolescente dove divenne l’amante del principe reggente, Ludovico Sforza chiamato Il Moro. Era presumibilmente una delle donne più affascinanti del castello, amata e rispettata, e oltre che per il suo fascino era conosciuta per la sua saggezza e cultura. Infatti la nobildonna conosceva il latino e il greco, scriveva poesie, veniva paragonata a Saffo poichè era capace di sostenere profonde discussioni. Nel maggio del 1491 diede alla luce il figlio Cesare. Ciò accade già dopo il matrimonio di Ludovico con Beatrice d’Este. Il principe le donò le sue terre a Pavia e Saronno e, poco dopo, nel gennaio del 1492, le procurò un marito, il conte Carminati-Bergamini. Come regalo di nozze (destinato al figlio, Cesare) le regalò il palazzo di Carmagnola.

Il percorso del quadro dopo la separazione di Cecilia dal Principe di Milano

Cecilia si trasferì al palazzo Carmagnola dove prese con sé il ritratto. Anni dopo, Izabela d’Este alla ricerca dei favori di Leonardo, le chiese in una lettera di ricevere il capolavoro. La corrispondenza tra le due donne si è conservata. La lettera del 26 aprile del 1498 contiene la richiesta:

(…) et ricordandone che’lv’ha retracto [Leonardo] voi al naturale vi preghiamo che per il presente cavallaro, quale mandiamo a posta per questo, ne vogliati mandare esso vostro retracto, perché ultra ch’el ne satisfarà al paragone [Izabela voleva confrontare la pittura di Leonardo con le altre sue opere] vedremo anche volentieri il vostro volto (…)

La signora Bergamini ha risposto che invierà il quadro aggiungendo: et più voluntiera lo manderia quando assomigliasse a me (…). Come ha spiegato più avanti nella lettera, dopo anni non assomigliava più alla ragazza del ritratto. Il dipinto fu restituito da Izabela e rimase nel palazzo di Cecilia fino alla sua morte nel 1536. Da quel momento fino alla fine del XVIII secolo, il capolavoro non appare più in nessun documento. Ritroviamo solo un breve commento nell’inventario della collezione romana della famiglia Farnese del 1644 che nomina un dipinto di Perugino (?) intitolato Purezza con un ermellino in mano.

Soltanto nel 1804, un bibliotecario del museo di Milano notò che la copia del ritratto si trova nelle collezioni del museo, mentre il suo originale cento anni fa fu visto dal Marchese Bonasan. Nel 1900 Bołoz-Antoniewicz, storico dell’arte di Leopoli, pubblicò un testo in cui affermava che il ritratto considerato scomparso dai ricercatori molto probabilmente è in possesso della famiglia Czartoryski a Cracovia. Il dipinto fu acquistato come opera originale di Leonardo da Adam Jerzy, figlio di Izabela Czartoryska. Non conosciamo le circostanze esatte dell’acquisto. La duchessa collocò l’opera a Puławy, presso la Casa gotica e ne fece una descrizione spiegando che il figlio acquistò l’opera in Italia e che si trattava di un ritratto di Leonardo da Vinci che raffigurava l’amante del re di Francia Francesco I chiamata La Belle Ferronière, la moglie di un mercante di ferramenta. Dopo l’insurrezione di novembre, quando la famiglia Czartoryski fuggì a Parigi, portò con sè il quadro all’Hotel Lambert. Nessuno dei ricercatori francesi però ha menzionato la sua presenza a Parigi ciò vuol dire che è stato tenuto nascosto. È molto probabile considerando il fatto che Parigi era allora profondamente interessata all’arte e nel 1869 fu pubblicata una grande monografia di Leonardo. La mancanza del commento riguardante la Dama con l’ermellino dimostra che i Czartoryski, sebbene attivi nella vita sociale, non hanno rivelato informazioni sull’opera da loro posseduta. Nella monografia l’autore ha citato il ritratto tra le opere scomparse. Dopo la guerra di Prussia, la Dama con l’ermellino tornò in Polonia, a Cracovia, dove il figlio di Adamo, Władysław fondò un museo.

Solo allora i ricercatori di vari paesi iniziarono ad occuparsi dell’opera. A partire dagli anni della prima guerra mondiale, quando la Dama era a Dresda per motivi di sicurezza, venne conosciuta da molti storici italiani e tedeschi, mentre tra il 1916 e il 1942 apparsero numerose pubblicazioni a favore o contro il Maestro da Vinci. Nel 1920, il dipinto tornò a Cracovia. Durante la seconda guerra mondiale, la Dama lasciò nuovamente la Polonia. Inizialmente gli oggetti più preziosi di Cracovia furono trasportati a Sieniawa, ma i nazisti scoprirono il nascondiglio e Dama …, Paesaggio con il buon samaritano di Rembrandt e Ritratto di giovane di Raffaello furono portati in Germania e subito dopo esposti al Kaiser Fredrich Museum di Berlino. Tuttavia, già nel 1940 l’opera di Leonardo fu nuovamente inviata a Cracovia, a Wawel, alla sede del governatore Hans Frank, poi in Slesia e Baviera. Nel 1945, l’esercito americano denominato Difensori del tesoro recuperò l’opera e la riportò a Cracovia. Durante due mostre – nel 1952 a Varsavia e nel 1961 a Cracovia – sono state pubblicate ricerche riguardanti l’abito cucito secondo la moda spagnola e la collana realizzata con l’allora popolare ambra nera. L’anno 1490 fu stabilito come la data della realizzazione del dipinto. L’attenzione è stata anche prestata ai ricami neri e ai nodi sulle maniche dell’abito. Il motivo ispirato all’arte orientale è stato ripetuto nei disegni di Leonardo che adornano le sue note dal 1480.

Tecnica di esecuzione

Il dipinto misura 54,8×40,3 centimetri ed è stato composto con colori ad olio su una tavola di noce con primer bianco. Leonardo ha usato il metodo dello smalto, che consiste nell’applicare ripetutamente strati sottili di vernice con lo scopo di ottenere infine una superficie liscia, spesso con una traccia del pennello visibile di sopra. Il blu è il costoso ultramarino, le tinte derivate ​​dal bronzo sono di origine organica, mentre gli altri colori sono composti da ossidi di ferro. Numerosi studi hanno dimostrato che Leonardo dipinse il quadro con due mani.

Diversi studi del disegno possono essere considerati schizzi per il ritratto. Lo studio delle mani e lo schizzo del torso di una donna disegnato con il gesso rosso dalle collezioni della biblioteca di Windsor e lo studio della testa di un angelo delle collezioni torinesi con un caratteristico, morbido tocco del corpo si possono considerare i tentativi più probabili di Leonardo. Lo sfondo nero è l’effetto della riverniciatura, probabilmente negli anni 1799-1800. In origine, c’era un paesaggio sullo sfondo e le sovraesposizioni dell’immagine indicano il contorno delle finestre o loghi, che fanno riferimento in qualche modo all’architettura del dipinto di Madonna Benois dalle collezioni dell’Ermitage. I numeri dell’inventario sul retro e la scritta nell’angolo in alto a sinistra: LA BELLE FERONIERE. LEONARD D’AWINCI risalgono ai preparativi per la mostra a Puławy. Esiste anche un’ipotesi che la riverniciatura sia stata fatta da Eugene Delacroix, un caro amico di Adam Czartoryski.

Una posa unica, l’accettazione della vita

Leonardo creò una posa unica, con il torso che dolcemente segue il movimento della testa, un corpo organico, etereo e vivace, non statuario come molti altri ritratti delle donne del Rinascimento. Lo sguardo della giovane Cecilia è serio, più maturo rispetto al suo corpo. Nei suoi occhi si riflette l’accettazione della vita, per l’ambiente circostante. Sappiamo che viveva nelle perfette condizioni di una corte benestante e che era amata ed ammirata, ma nonostante ciò basta guardarle gli occhi. È una donna senza pretese alla vita, qualcosa nella sua faccia mi fa pensare che avrebbe gli stessi dolci movimenti e il consenso anche se la sua vita fosse andata diversamente. L’armonia, uno dei canoni del Rinascimento, tanto desiderata oggi e ricercata nello yoga, nella meditazione, nella musica dei gong tibetani si riflette nella posa e nello sguardo di Cecilia. Guardatela e imparate a vedere, non solo a guardare. L’arte è meditazione e un sollievo.

Come si traduce in polacco la parola “magari”?

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Partiamo con il dire che questo termine non ha una traduzione fissa, il suo significato dipende molto dal contesto. A volte basterebbe un’intonazione particolare per far sì che la traduzione in polacco cambi. Vediamo gli esempi principali nei quali viene usata questa espressione.

1.”Vuoi venire al cinema con me”?
“Non posso, devo studiare, magari un’altra volta”. Ecco il primo esempio; in questo caso “magari” ha la funzione di avverbio, significa “forse, probabilmente”. Facciamo un altro esempio dello stesso tipo: “Domani farà bel tempo; magari vado a fare una passeggiata al mare”.

2. “Magari” può introdurre l’intenzione di esprimere un forte desiderio. Qualcosa che vorremmo molto che accadesse. “Marco, è tua quella bella macchina”? Marco risponde: “Magari! Io giro in bicicletta”. In questo caso dopo la parola “magari” si sottintende “magari fosse così”. Quindi quando usiamo questo termine in questo senso ci dobbiamo ricordare, se vogliamo dire tutta la frase, che dobbiamo usare il modo congiuntivo. Facciamo un altro esempio: “Devo lavorare con questa bella giornata, magari potessi andare al mare”! Quando lo usiamo da solo (nel senso di aby tak było) dobbiamo anche stare attenti all’intonazione. Se il tono della voce va a salire, vogliamo esprimere entusiasmo nella possibilità che ci viene proposta (“Mangiamo una pizza”? – “Magari!”). Se l’intonazione va verso il basso, vogliamo esprimere impossibilità, ironia nella proposta che ci viene fatta (“Domani è domenica, possiamo dormire fino alle 11” – “Eh, sì. Magari!” [mentre rispondo so bene che io devo lavorare e che non ho la giornata libera]

3. Infine “magari” inserito in alcuni contesti può significare: perfino, addirittura, anche. Prendiamo l’esempio: “Domani andiamo tutti insieme a mangiare dalla nonna” – “E stavolta magari viene nostro cugino”? Altro esempio: “Giorgio è stato scoperto con le mani nel sacco” – “Vediamo, lui è capace magari di negare tutto, anche l’evidenza”.