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Home Blog Page 166

Caponata con Riso Rosso selvaggio

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per 3 persone

Ingredienti:

  • 130/150 gr.  di Riso Rosso selvaggio (riso integrale)
  • 1 Cipolla gialla grande
  • 4 Cipolle Borettane piccole
  • 2 Peperoni gialli
  • 1 Melanzana grande
  • 50 gr. di olive di cerignola
  • 50 gr. di olive nere
  • 20 gr. di Capperi possibilmente sotto sale
  • 10 gr. di erba cipollina
  • 1 Cucchiaio di zucchero
  • Mezzo bicchiere di aceto balsamico
  • 2 foglie di alloro
  • Olio quanto basta per friggere e condire il tutto.
  • Sale, pepe quanto basta

Procedura:

Mettere in una pentola 1 ½  di acqua portare a ebollizione, salare e versare il riso che cuocerete per c.a. 40 min. Contestualmente tagliare le cipolle a julienne e passitele dolcemente in olio evo a fuoco medio; a metà cottura aggiungere lo zucchero e l’aceto; continuare la cottura affinché sia consumato tutto l’aceto; unire le olive e i capperi, desalati precedentemente in acqua tiepida; continuare la cottura per 5/6 min., o fino a quando le  cipolle saranno ben cotte; prendere e mettere da parte.

Tagliare a dadini le melanzane e friggerle in abbondante olio bollente, eventualmente in più riprese; appena iniziano a dorare toglierle e adagiarle nella carta assorbente; salare leggermente.

Tagliare a triangolini i peperoni, stendeteli in una padella, con un po’ d’olio evo, possibilmente con la polpa rivolta verso il basso; cuocere a fuoco moderato e salare leggermente.

Prendere le cipolle con le olive e i capperi, le melanzane ed i peperoni e versateli in una padella condite con alloro e pepe, aggiustate di sale, mescolare e amalgamare il tutto delicatamente per qualche minuto.

Nel frattempo si sarà cotto il riso, scolare e condire con olio evo ed erba cipollina sminuzzata e un po’ di pepe. Impiattare tenendo separati il riso dalla caponata, decorare a piacere.

Questo è un piatto fresco, estivo, molto saporito e va servito a temperatura ambiente. Peculiarità non contiene proteine animali, non contiene glutine. Ottimo per i celiaci e vegani (il riso rosso selvaggio è anche integrale). Consiglio in abbinamento un vino giovane bianco fruttato, si accompagna bene con formaggi freschi saporiti.

BIO:

Amedeo Piovesan, con le sue ricette firmate “Amex Chef”, coltiva l’arte culinaria fin da giovanissimo, all’età di 9 anni era già davanti ai fornelli sperimentando nuove proposte, come il risotto alle fragoline di bosco all’aceto di vino rosso. Per Amex la cucina è rimasta sempre un hobby nonostante le molte proposte di aprire un ristorante. Ogni qualvolta che gli chiedono “allora quando apri un ristorante?…” la risposta era sempre la stessa “ forse quando andrò in pensione, la cucina per me è un passione se dovessi chiudermi in un ristorante 300 giorni all’anno non lo sarebbe più!”. In quarant’anni ha organizzato ed eseguito cene a tema, sfide culinarie in ville venete e ristoranti come Osteria Speroni a Padova, da Alfredo a Treviso, Harry’s Bar di Asiago. Negli anni Novanta ha creato e gestito per un lungo periodo un club enogastronomico “Il Club del Gambero Allegro” che univa oltre 200 associati appassionati e cultori di enogastronomia italiana. Da qualche tempo in Polonia, proponendo con Del-Italy prodotti gastronomici italiani di eccellenza, collabora con gli Chef di importanti ristoratori polacchi nella realizzazione di menù rigorosamente italiani. Alcuni giorni fa l’ultima proposta a Slow Food di Lodz, Cucina Innovativa, prodotti polacchi con metodologia culinaria italiana. 

www.facebook.com/DelItalyPL

Essere Giulietta Masina

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Il 20 gennaio festeggeremo il centenario del compleanno di Federico Fellini. In questa occasione, in Kino Iluzjon a Varsavia presenterà il monodramma “Nie lubię pana, panie Fellini” (Non mi piaci, signor Fellini) diretto da Marek Koterski, che darà il via a una retrospettiva dei film FeFe. La parte di Giulietta Masina, moglie del grande regista è stata interpretata da Małgorzata Bogdańska, con la quale parliamo del fascino dell’attrice italiana e sulla missione di un teatro in cui tutto il materiale di scena entra in una piccola valigetta.

Ma cos’è veramente il Teatro nella Valigia? Chi l’ha ideato?

L’idea è nostra, direi, in comune.

Cioè tua e di tuo marito, Marek Koterski?

Si. Però forse più di Marek. Dopo venticinque anni di lavoro nel Teatro di Ochota, sono rimasta, ad un tratto, una freelancer e allora mio marito iniziò a convincermi a lavorare su un monodramma. Una volta, in vacanza, Marek iniziò a leggere il libro “Mia cara B.”, di Krystyna Janda e lo ha visto come un ottimo materiale per un monodramma: un viaggio per la vita, un racconto sulla donna che vive al 100%. Quando abbiamo iniziato a viaggiare con lo spettacolo con il Teatro nella Valigia subito ho iniziato a rappresentare lo spettacolo in luoghi speciali: carceri per donne, riformatori per ragazze, centri per tossicodipendenti, ospedali psichiatrici (nell’ospedale di Pruszków c’è una grande scena). Viaggiando per la Polonia ho capito che dare è per me più importante che prendere. Molto spesso ho recitato in luoghi senza un palcoscenico, dove recitavo direttamente tra la gente, distante venti centimetri dagli spettatori. Ho capito di voler arrivare ovunque con il Teatro nella Valigia anche dove la gente non ha possibilità di contatto con l’arte o con la letteratura, con tutto ciò che è un teatro, e il teatro invece non esiste senza lo spettatore.

Dunque il Teatro nella Valigia è un teatro itinerante, ma compatto come una pillola? Nella valigia tieni tutto il materiale di scena?

Si. Una volta Marek disse: una scena vuota, una donna con la valigia e tutto l’universo chiuso nel quotidiano. Quindi è il quotidiano chiuso nelle pillola. Nella “Mia cara B.” la valigia è rossa, nel “Lei non mi piace, signor Fellini” è bianca, perché tutto il monodramma è fatto nella convenzione bianconero come il cinema di una volta. Ma presentiamo lo spettacolo anche nei teatri veri e propri. Siamo particolarmente legati con il Teatro Druga Strefa e con Dzika Strona Wisły.

Perchè Fellini? o meglio Giulietta Masina?

Avevo una grande voglia di fare uno spettacolo sulla mia amatissima attrice italiana.

Ho iniziato a cercare i materiali. Ho coinvolto nel mondo di Giulietta mio marito. Abbiamo fatto un viaggio seguendo le tracce della Masina. Abbiamo visitato Roma, Rimini, il cimitero dove ho depositato fiori sulla tomba di Federico e Giulietta, siamo stati nelle chiese dove si erano tenuti i funerali dei coniugi, abbiamo fatto una passeggiata per Via Margutta, Via Veneto.

Volevo vedere tutti i luoghi legati a Fellini e alla Masina. Tutto questo è stato un modo di avvicinarsi. Essendo a Rimini ho fatto un happening in un piccolo circo da strada. Ho indossato un naso da clown. 

Ti sei presentata nei panni di Gelsomina?

Si! Da sempre sono affascinata dalla figura del pagliaccio.

Avevi un approccio positivo verso il pagliaccio?

Si! Da sempre mi piaceva l’idea di lavorare al circo e fare il clown. Preparandomi al ruolo volevo prendere qualche lezione in una scuola circense di Varsavia ma mi hanno detto che da qualche anno la classe di clown non c’era per mancanza di candidati. Studiando il monodramma ho scoperto che Fellini era affascinato dai pagliacci. Affermava che il pagliaccio è l’artista più grande tra gli attori.

Mi par di capire che la creazione di questo monodramma è stato un processo molto arricchente.

Per essere Giulietta ho imparato di suonare la tromba, ho iniziato a studiare anche l’italiano e il tip tap. Ho iniziato una ricerca su materiali che sono diventati per Marek la base per fare l’adattamento teatrale. Ho visto il documentario “Giulietta Masina: la forza di un sorriso”. Cercando le informazioni su internet, nei libri, ho iniziato a conoscere i fatti dolorosi della sua vita. Leggendo un’intervista con Sandra Milo ho saputo che in un certo momento della sua vita la Masina è stata presa da una forte gelosia. E ne aveva tutti i motivi. Immaginiamoci cosa deve provare un’attrice, premiata con due Oscar, moglie di un regista, mandata nel dropout perché suo marito, genio del cinema si dedica ai film con delle dive dal fisico statuario come protagoniste. Mi disturbava la domanda: come doveva sentirsi lei come donna, moglie e attrice. Il dramma della sua figura va integrato dalla storia della sua maternità, perché la Masina ha perso la prima gravidanza dopo essere caduta dalle scale e il suo secondo figlio morì quando aveva solo tre settimane. Lo spettatore viene a conoscenza di tutti questi fatti seguendo il monodramma.

Masina vive con un genio, il loro rapporto lo vede come l’amore perfetto e praticamente, sin dall’inizio, raccontando la storia del suo amore si pone un gradino sotto rispetto a Fellini, giustificandolo.

Quando si sono conosciuti lui era già un noto scrittore, autore di radiodrammi (in uno di questi appunto recitò la Masina). Fellini ripeteva sempre che sua moglie è sempre stata la sua ispirazione più grande e che senza di lei lui i suoi film non li avrebbe mai fatti e che lei aveva dentro di sé quella forza di bambina, un animaletto sincero, una verità per la quale era tanto apprezzata.

La Masina era amata dal pubblico. Si dice addirittura che Fellini era geloso, perché per strada tutti la riconoscevano e la fermavano.

Ma non noti un certo deficit di femminilità nella sua figura? Nello spettacolo si sentono addirittura le parole: “Da sempre avevo quell’aria da bambina e tutti mi trattavano proprio come una bambina e da sempre mi chiamavano Giulietta”.

Masina soffriva vedendo le bellezze statuarie, le icone della sensualità italiana come protagoniste dei film di suo marito. Mentre a lei assegnava sempre i ruoli delle donne spaventate, represse. Invece di scarpe decoltè Fellini le faceva indossare le scarpe da ginnastica e i calzini. Credo che ogni donna possa capire come si sentisse. Anche da attrice che non recita più deve stare a vedere il marito circondato dalle bellezze. Io, da moglie di un regista, posso dire che per me sarebbe stata una situazione… molto difficile. Lei lo giustificava sempre affermando che Federico è come un ragazzino. È stata una donna molto intelligente. Laureata in filosofia era anche molto credente. A volte ci penso: all’epoca i divorzi non erano una soluzione tanto comune, ma anche se fossero stati un po’ più facili non è che Mesina avrebbe divorziato da Fellini. Ma sono soltanto delle divagazioni. In verità sono stati insieme 50 anni.

Hai parlato delle forte emozioni nel contatto con lo spettatore. Anche se comunemente il monodramma si associa con un monologo, secondo me in questo tipo di rappresentazione teatrale si costruisce un dialogo intenso tra l’attore e lo spettatore. Cosa dici nello spettacolo “Non mi piace, Signor Fellini”? 

Creando questo spettacolo ci rendevamo conto del fatto che la metà del pubblico non saprà neanche chi era Giulietta Masina, e magari una parte più piccola non conoscerà neppure chi era Fellini… Credo che ognuno deve tirare fuori da questo spettacolo ció che lo toccherà in maniera più forte. Per me è di sicuro una storia dolorosa di una donna che amava tanto, con molta devozione ed era tanto sofferente nel suo matrimonio. Ascoltando il racconto della protagonista sulla sua vita molto ricca, seguendo la sua metamorfosi da fanciulla spensierata a donna matura e ferita che deve mettersi in confronto con la verità sulla sua vita di sicuro molte persone riusciranno a riconoscere un frammento della loro storia e ad identificarsi con questa.

I tuoi programmi professionali sono legati con l’Italia?

Si. Ho una scatola magica, ci ho messo dentro una copia del film “Ginger e Fred”, una foto fatta in Italia, il Teatro nella Valigia e in un certo momento tutto ha iniziato ad avvicinarsi. Ho conosciuto l’attrice Karolina Porcari che mi ha invitato alla partecipazione nello spettacolo “La cattiva madre”. In maggio lo presenteremo a Lecce, nell’ambito del progetto “Strade Maestre”.

Abbiamo anche programmi legati con Torino e il tutto mi dice che realizzerò uno dei mie sogni più grande, presenterò “Lei non mi piace, Signor Fellini” in Italia, sebbene non in italiano, avrei dovuto conoscere la lingua molto bene per rendere tutte le emozioni e anche se ho un temperamento italiano, mi piace gesticolare, sono aperta, l’italiano rimane per me sempre una lingua straniera, ma chissà forse riesco a preparare alcune parti, ad esempio le citazioni dai film durante il monodramma, prese da “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “Ginger e Fred”.

E allora la prossima tappa è Torino?

Si, al Cinema Massimo di Torino a settembre di quest’anno nell’ambito del festival si svolgerà anche una rassegna dei film di mio marito, Marek Koterski e dei film di Federico Fellini. I loro nomi si incontrano non per la prima volta nel contesto del festival. Nel 2004 Marek è stato premiato con il Grande FeFe alla carriera durante il festival del cinema dedicato appunto a Fellini.

Sono una vostra spettatrice fedelissima e molto volentieri farei un viaggio a Torino per vederti sul palcoscenico!

Firenze, ovvero come essere in una macchina del tempo!

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Le città italiane evidentemente non sono banali. Si possono definirle una specie di macchina del tempo che ci permette di spostarci nel passato, oppure uno specchio che ci mostra le epoche passate sullo sfondo del moderno presente. E’ chiaro però che a tutti coloro che le visitano, esse danno l’opportunità di immergersi in una splendida e completamente diversa realtà, in cui ognuno desidera restare. Passeggiando per Firenze vale la pena rendersi conto che tra i milioni di piedi che hanno calpestato il selciato fiorentino, ci furono anche quelli di Dante Alighieri e Michelangelo che secoli fa camminavano in quelle strade, tanto che se ci fermiamo, respiriamo a pieni polmoni e ci guardiamo intorno, quasi quasi, sentiamo la loro presenza. In questo modo percepiamo Firenze con uno sguardo completamente diverso, e la nostra visita in questa città assume un carattere totalmente insolito. 

Una cosa incredibile in tutte le città italiane è che sempre, uscendo dalla stazione ferroviaria, guidati solamente dalla propria intuizione, si è in grado di raggiungere la meta turistica più importante, ovvero il pieno centro della città. La mecca turistica di Firenze è soprattutto la Piazza del Duomo, dove si trova la Cattedrale di Santa Maria del Fiore, una delle più grandi chiese cristiane, costruita al posto dell’antica cattedrale di Santa Reparata del IV secolo. L’immensità della cattedrale fa impressione su qualsiasi visitatore e nonostante i numerosi tentativi e il tanto impegno mi è stato difficile avvolgerla tutta con l’inquadratura della macchina fotografica. Vale anche la pena notare i dettagli della facciata (originariamente progettata in stile gotico, ma il suo aspetto attuale in stile neo-gotico è il risultato di rielaborazioni ottocenteshe), fatta di marmo. L’elemento che costituisce la copertura della crociera della Santa Maria del Fiore è un’enorme cupola progettata da Filippo Brunelleschi, sulla quale si può salire per ammirare un incantevole panorama di tutta la città, alla quale si ispirò Michelangelo stesso progettando la cupola della Basilica di San Pietro. Sulla piazza, accanto al Duomo, si trova anche il campanile di Giotto e il Battistero di San Giovanni, con la sua celebre, Porta del Paradiso, (chiamata così da Michelangelo, creata però da Lorenzo Ghiberti nella prima metà del Quattrocento), fatta di bronzo e dorata, sulla quale sono presenti i bassorilievi che raffigurano le scene del Vecchio Testamento.

Invece il punto più importante sulla mappa di Firenze, senza il quale la visita a questa città non può essere terminata, è la Piazza della Signoria, chiamata anche il cuore di Firenze. Ci si trovano infatti, il famoso Palazzo Vecchio e la Galleria degli Uffizi, uno dei musei più famosi, dove si possono ammirare, tra l’altro, le opere di Leonardo Da Vinci, Caravaggio, Cimabue, nonché di Rubens e Rembrandt. Davanti al Palazzo Vecchio si erge una copia della scultura del David di Michelangelo, che ci fa capire un potenziale infinito delle capacità umane nella creazione delle opere d’arte, che, a quanto pare, al giorno d’oggi è impossibile ritrovare. Dalla Piazza della Signoria solo pochi passi ci dividono dal ponte più famoso della Toscana, ovvero il Ponte Vecchio. 

Attraversando il Ponte Vecchio mi sento quasi come sul Ponte di Rialto (il che era probabilmente solo un’illusione causata da un cieco amore che provo per Venezia ed a causa del quale ho l’impressione che tutte le altre città siano create a sua immagine e somiglianza). Camminando in mezzo del ponte, su entrambi i lati, si inchinano verso di noi e si moltiplicano le gioiellerie, invece se scegliamo di attraversare il ponte su uno dei lati esterni possiamo ammirare il fiume Arno e i palazzi fiorentini che lo accompagnano lungo le rive. Questa vista è straordinariamente bella e romantica al tramonto quando sia l’acqua sia i palazzi vengono illuminati da una calorosa luce arancione. 

Alla fine, una perla per gli amanti della letteratura, in particolare quell’antica e in particolare quell’italiana. In Via Santa Margherita, nel palazzo dove probabilmente è nato uno dei più famosi scrittori della letteratura italiana, si trova il museo Casa di Dante, dedicato alla vita e all’opera dell’autore della “Divina Commedia”. Una curiosità ulteriore è il fatto che sul marciapiede vicino al palazzo è stato scolpito il volto di Dante stesso, il quale, però, può essere intravisto solo dopo averlo prima bagnato con acqua. 

Per completare la visita a Firenze, vale la pena recarsi al Piazzale Michelangelo (collocato un po’ distante dal centro), dedicato a Michelangelo, al quale, a quanto pare, i fiorentini si sono affezionati. Sul Piazzale si può ammirare un’altra copia della famosa scultura del David, circondato dalle copie delle quattro allegorie delle Cappelle Medicee. Ma la cosa che fa trattenere il fiato è il panorama su tutta la città che si estende davanti agli occhi dei visitatori. In questo modo, dando un ultimo sguardo alla città, mettete in conto di considerare la promessa di un ritorno imminente, visto che Firenze è una delle città, che si scopre lentamente ed a volte per caso, e un giorno solo non certo è sufficiente per vederla tutta e apprezzare pienamente questa città che ogni amante dell’arte, dell’architettura, della letteratura e di tutto quello che è italiano dovrebbe visitare. 

Non si guarda, si entra dentro l’opera di Alex Urso

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Alex Urso – artista marchigiano, classe 1987, vive e lavora tra Milano e Varsavia.
Solidea Ruggiero racconta così la sua arte:

Avvertire l’esigenza continua di percorrere linguaggi differenti, con la consapevolezza che la distanza da essi racchiuda una credibilità artistica proprio nella sua totalità, come se ogni salto tecnico fosse legato all’altro. Vertere il senso e piegare l’interno a evoluzioni interpretative.  L’avvertimento che quello a cui si assiste non può essere vissuto solo frontalmente, ma esige un movimento attorno ad esso, pretende attenzione da tutti i lati. Non si guarda, non basta osservare, si entra dentro l’opera di Urso. 

La sceneggiatura principale che è l’alcova del contenuto, si esprime attraverso una scenografia tappezzata da oggetti che gli altri chiamano “scarto” e che Alex recupera, pulisce, rianima, costruendo nuove dinamiche di suggestione che invitano a sottotesti disarmanti, surreali, dissacranti, rifiniti con una minuzia ai limiti della più patologica precisione. Tutta l’opera di Urso è la messa in scena di un’indagine cucita con un lirismo altissimo che ricolloca ogni volta i personaggi in una nuova autonomia. L’artista, che è la somma di una formazione filosofico-letteraria e artistica complessa e necessaria alle sue evoluzioni (prima laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Macerata, poi diplomato in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera), si è appropriato di tutte le tecniche che si distanziano dalla iniziale e pura pittura, la quale, come dice lo stesso: “mi blocca, mi circoscrive, mi obbliga ad un limite, ad uno spazio, un formato. La tela mi respinge. Gli oggetti mi chiamano ”.  Ed è proprio nell’assemblaggio, nel collage, nella ricerca spasmodica di materiali poveri, arrugginiti e abbandonati semplicemente perché hanno esaurito il loro utilizzo iniziale, che Alex monta, mescola, piega e scolpisce visioni che fanno da ponte tra la quotidianità e il suo intimo e familiare, tra il personale e il pensiero universale. 

Dai micro-mondi delle scatole in cartone di Vanitas (2012) ai boxes in legno di Become Nature (2013) o Escape from a picture (2014), dagli assemblaggi di Born to fly away (2014), all’installazione di I’m a bird now (2014), dove ricrea attraverso una serie di rami scelti come bellezza compiuta e indipendente, curati e levigati, un bosco di uccelli di carta ritagliati a mano, per denunciare paradossalmente di fronte a questo scenario leggero, l’incompatibilità della natura sull’uomo, la repulsione tra la finzione e la realtà. L’artista costruisce significati e contesti che tendono ad allontanarsi da tutto il Sistema, attraverso delle composizioni di strati su strati di materiali distratti e di consistenze diverse, per affondare e ribaltare il concetto rubando infine la profondità alla tradizione del mondo dei teatrini, ottenendo così una tridimensionalità estetica rinnovata, con un surrealismo sempre evocativo e votato alla soggettività dell’interpretazione. 

Alex, seppur inseguendo un filone preciso, ama giocare con le citazioni di ritagli di cultura o omaggi di figure dei grandi maestri, quasi per esorcizzare e creare discussione sull’importanza statica del passato, aspirando così ad un varco nuovo che capovolge sempre il concetto originario e che tributa con un microscopio l’importanza degli “altri”, quelli di cui non ci si era accorti (come nella serie di collage Musée de l’oubli (2014), in cui omaggia un ignoto artista francese dimenticato o mai conosciuto dal sistema culturale istituzionalizzato). Il senso della ricerca con lui diventa fisica metafora, e il suo sguardo una lente che è carica d’interesse e di pathos, di una naturalezza spontanea e semplice ed è il principio fondante del suo lavoro. Urso riesce a caricare di significati ulteriori gli oggetti ritrovati attraverso un accostamento continuo di rimandi che vanno dal reale all’immaginario, dallo scrutare gli stereotipi canonici al suo personalissimo pensiero, invitando attivamente lo spettatore ad un dialogo, una partecipazione, all’avvicinamento, all’incontro con l’opera che è sempre innanzitutto una esperienza.

Lo stabilimento Tesla a Berlino cerca dipendenti di lingua polacca

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This year, we decided to buy an electric car, to reduce our environmental impact and save money on gas. We started by test droving a Tesla Series 3, and we both loved it! Here’s Phyllis in front of that shiny new model and at the wheel. This Tesla is incredibly well designed and redefines the meaning of a car: it’s really a computer on wheels, and a really good one at that. It reminds me of when we switched to the Mac after using IBM computers for years. Tesla seems to have learned well from Apple’s intense focus on design and attention to details that make a difference. It rides really smoothly, with some great features that will make us safer and that provide an amazing, transformative experience. We like that Tesla has a large network of superchargers across the US, where you can recharge quickly, in under an hour. Last but not least, it’s only a couple grand more than its nearest competitor, the Chevy Bolt, which we will test drive later this week. So far, I’m very impressed and our positive experience confirms that switching to an EV is the right thing to do, at long last.nnView more photos of our new Tesla:nhttps://www.flickr.com/photos/fabola/sets/72157678235138907nnLearn more about the Tesla Model 3:nhttps://www.tesla.com/model3

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La fabbrica europea di Tesla è in costruzione nel comune di Grünheide vicino a Berlino a circa 60 km dal confine polacco. Sui media sono apparse le prime offerte di lavoro per le posizioni di coordinatori degli occupati di lingua polacca. Tesla investe per la fabbrica 4,4 mld di dollari e impiegherà 7000 persone. Le prime auto dovrebbero uscire nel 2021. I requisiti di assunzione includono, innanzitutto, la conoscenza delle lingue: tedesco, inglese o polacco e un grande desiderio di lavorare. Saranno anche utili almeno sei mesi di esperienza professionale, “multitasking”, un diploma di studio triennale o magistrale e conoscenza di MS Office. Per adesso Tesla non rivela i guadagni per i nuovi dipendenti. Tuttavia, secondo “Forbes” i dipendenti potranno contare su tanti benefici: programmi di pensionamento, formazione specializzata e persino pacchetti di azioni. Attualmente, gli specialisti sono ricercati non solo da Tesla, ma anche dalle aziende come BMW o VW. Quindi le offerte devono essere generose. Secondo Glassdoor, anche un impiegato di medio profilo può contare su 40.000 Euro lordo all’anno in Tesla. Un vicedirettore invece può aspettarsi circa 46.000 Euro all’anno e uno specialista principiante delle vendite 30.000 euro, senza considerare i bonus.

“Boże Ciało” candidato all’Oscar

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

 

“Boże Ciało” di Jan Komsa è stato candidato ieri all’Oscar nella categoria Miglior Film straniero.”Boże Ciało” racconta la storia del ventenne Daniel (Bartosz Bielenia), che dopo l’uscita dal centro di detenzione, viene scambiato per il parroco. Il film competerà per la statuetta con “Parasite” di Bong Joon-ho, “Dolor Y Gloria” di Pedro Almodóvar, “I Miserabili” di Ladj Ly e “Honeyland” di Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov. Il film che ha ottenuto più nomination in assoluto (11) è “Joker” di Todd Phillips, che racconta la storia del famoso inquietante personaggio. Il film combatterà con le dieci nomine di “The Irishman”, “C’era una volta… a Hollywood” e “1917”. Ognuna di queste tre produzioni avrà la possibilità di vincere Oscar nelle categorie: miglior film, regia, fotografia e scenografia. I vincitori degli Oscar li conosceremo il 9 febbraio, a Los Angeles. Le statuette sono assegnate dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences quest’anno per la 92^ volta.

Spaghetti: dal neolitico allo spazio!

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Dalla Cina di seimila anni fa alla missione lunare dell’Apollo 11, nel 1969, gli spaghetti ne hanno fatta di strada. Nel 2005 gli archeologi hanno trovato una ciotola di spaghetti di miglio del tardo neolitico negli scavi lungo il Fiume Giallo: sono senza dubbio i più antichi, ma non si sa se abbiano lentamente viaggiato lungo la via della Seta o se siano stati reinventati in Medio Oriente per poi giungere in Europa. È certo, invece, che a introdurli in Italia, attraverso la Sicilia, siano stati gli arabi: il geografo al-Idrisi nel 1054 scrive che vicino a Palermo si producono spaghetti per il consumo locale e per l’esportazione. Da lì hanno viaggiato a bordo delle navi lungo le rotte commerciali e infatti li ritroviamo a Genova. Arrivano relativamente tardi, tra Cinque e Seicento, a Napoli, oggi la capitale della pasta italiana. Così come è tardo l’utilizzo del pomodoro per condirli.

La pasta per svariati secoli si è mangiata con il burro, il formaggio grattugiato e le spezie (il mix formato da pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano e zenzero), la prima ricetta di spaghetti al pomodoro è soltanto del 1839 in un ricettario pubblicato, non a caso, a Napoli. Ora, finalmente messi assieme la pasta araba, il pomodoro americano, il basilico proveniente dall’India, otteniamo il piatto simbolo della cucina italiana, dove di originario dall’Italia in effetti c’è soltanto il parmigiano reggiano grattugiato. Il genio degli italiani, quindi, è stato quello di mettere assieme cose provenienti dalle parti più disparate del mondo.

Anche la parola spaghetti è tarda, comincia a diffondersi soltanto nella seconda metà del XIX secolo, in precedenza si parlava di vermicelli (vrimzlish in yddish). Erano fatti a mano, piuttosto corti e grossi. Gli spaghetti come li conosciamo oggi si diffondono soltanto con le macchine trafilatrici industriali perché per far passare l’impasto attraverso buchetti tondi bisogna esercitare parecchia forza. La parola vermicelli viene abbandonata quando gli emigrati italiani negli Stati Uniti d’America cominciano a esportarli. Diffondere sul mercato americano little worms (piccoli vermi, ovvero il significato di vermicelli) sarebbe stato un disastro del marketing e quindi si è preferita la parola alternativa. Questa invece, ha avuto un successo enorme, tanto che negli Usa è stato inventato come «tipicamente italiano» un piatto – spaghetti and meatballs – inesistente in Italia e questa versione americana degli spaghetti, debitamente liofilizzata, ha costituito parte della dieta di Neil Armstrong e Buzz Aldrin quando sono andati sulla Luna, cinquant’anni fa.

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Alessandro Marzo Magno

Pillole culinarie è una nuova rubrica di approfondimento sulla storia della cucina curata dal giornalista e scrittore Alessandro Marzo Magno. Dopo essere stato per quasi un decennio il responsabile degli esteri di un settimanale nazionale, si è dedicato alla scrittura di libri di divulgazione storica, pubblicati da importanti case editrici e in alcuni casi tradotti in varie lingue. Ne ha pubblicati diciassette, uno di questi “Il genio del gusto. Come il mangiare italiano ha conquistato il mondo” ripercorre la storia delle più importanti specialità gastronomiche italiane. Partecipa a trasmissioni televisive sulla principale rete della tv pubblica italiana.

Il libro “Genio del gusto” può essere acquistato qui.

Pisze się qual è czy qual’è?

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Postarajmy się znaleźć odpowiedzi na następujące zagadki i ciekawostki językowe:

Pisze się qual è czy qual’è?

Jest to błąd często popełniany również przez wielu Włochów. Absolutnie BEZ apostrofu. Piszemy qual è i to z bardzo prostego powodu. W tym przypadku wypadnięcie ostatniej samogłoski wyrazu „quale” spowodowane jest apokopą (zanikiem głoski w wygłosie), a nie elizją (opuszczeniem wygłosowej samogłoski lub końcowej sylaby wyrazu przed samogłoską nagłosową następnego wyrazu – przyp. tłum.).

Pisze się un po’ czy un pò?

Również i to jest dość powszechny błąd. Piszemy un po’, z apostrofem. Po’ to skrót wyrazu poco (mało). Ktoś mógłby teraz zauważyć, że dopiero co powiedzieliśmy (w przypadku quale), że gdy dokonujemy skrótów, nie stosujemy apostrofu. Cóż, chodzi tu o wyjątek…

Jak pisać – łącznie czy oddzielnie?

Podajmy przykłady wyrażeń lub słów pisanych łącznie i tych zapisywanych oddzielnie. Chodzi tu o wyrazy często bardzo trudne do przetłumaczenia na język polski (dlatego też nie podajemy tutaj żadnych ekwiwalentów polskich – w dużej mierze zależą one od kontekstu, w którym dany wyraz został użyty). Źródłem poniższej listy jest strona Accademii Della Crusca. 

Piszemy oddzielnie:

a fianco, a meno che, a posto, a proposito, al di là, al di sopra, al disopra, al di sotto, al disotto, all’incirca, d’accordo, d’altronde, in quanto, l’altr’anno, per cui, poc’anzi, quant’altro, senz’altro, tra l’altro, tutt’altro, tutt’e due, tutt’oggi, tutt’uno

Piszemy łącznie:

a fianco, a meno che, a posto, a proposito, al di là, al di sopra, al disopra, al di sotto, al disotto, all’incirca, d’accordo, d’altronde, in quanto, l’altr’anno, per cui, poc’anzi, quant’altro, senz’altro, tra l’altro, tutt’altro, tutt’e due, tutt’oggi, tutt’uno

Wyrażenia z kolorem rosso (czerwonym):

  • Rosso di sera, buon tempo si spera. (dosł. Czerwony wieczór daje nadzieję na dobrą pogodę.) Jest to przysłowie wyrażające dobre życzenie. Na ogół jeśli podczas zachodu słońca możemy zaobserwować na niebie głównie kolor czerwony, mówimy, że kolejny dzień będzie piękny i słoneczny. 
  • Un film a luci rosse. (dosł. Film „o czerwonych światłach”.) – mówimy tak o filmie z podtekstem erotycznym.
  • Diventare rosso (come un peperone). (dosł. Stać się czerwonym jak papryka.) Kiedy czerwienimy się ze wstydu lub złości, również gdy (podczas opalania) spalimy się na słońcu. 
  • Il mio conto è in rosso. (dosł. Moje konto jest czerwone.) Mam na koncie debet.
  • Avere gli occhi rossi. (dosł. Mieć czerwone oczy.) W następstwie płaczu. 
  • Vedere rosso. (dosł. Widzieć na czerwono.) Odczuwać wściekłość.
  • Le camice rosse. (dosł. Czerwone koszule.) Historycznie – garibaldczycy, osoby walczące u boku Garibaldiego. 
  • Essere bianco e rosso. (dosł. Być biało-czerwonym.) Cieszyć się dobrym zdrowiem.

Wyrażenia i przysłowia ze słowem gatto (kot):

 

  • Essere agili come un gatto. (dosł. Być zręcznym/zwinnym jak kot.) Kot to zwierzę potrafiące wszędzie wskoczyć i wszędzie się wdrapać.
  • Essere come il gatto e l’acqua bollita. (dosł. Być jak kot i wrząca woda.) Za nic się nie zgadzać, nie dogadywać, odczuwać wobec siebie antypatię i niedopasowanie. Wyrażenia tego można również użyć w celu podkreślenia czyjegoś lęku przed czymś (koty bardzo boją się wody, a co dopiero wrzącej!).
  • Essere come il gatto e la volpe. (dosł. Być jak kot i lis.) Gdy mowa o dwóch indywiduach wzajemnie sobie pomagających w dokonywaniu czegoś nieuczciwego.
  • Essere quattro gatti. (dosł. Być czterema kotami.) Być w marnej liczbie, na przykład: alla riunione eravamo in quattro gatti. (= podczas spotkania byliśmy [jedynie] we czwórkę.)

 

 

 

Si scrive qual è o qual’è?

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Vediamo di dare una risposta alle nostre curiosità:

Si scrive qual è o qual’è?

Un errore che fanno anche molti italiani. Assolutamente senza l’apostrofo. Si scrive qual è e la motivazione è semplicissima. In questo caso la caduta della vocale finale di ‘quale’ è dovuta a un troncamento, non a un’elisione. 

Si scrive un po’ oppure un pò?

Anche questo è un errore comune. Si scrive un po’, con l’apostrofo. Po’ è il troncamento della parola poco. Qualcuno potrebbe dire che abbiamo appena detto per quale che quando c’è un troncamento non bisognerebbe usare l’apostrofo… infatti trattasi di eccezione!

Si scrive unito o separato?

Facciamo degli esempi di espressioni o parole che si scrivono unite o separate; parole spesso molto difficili da tradurre in polacco (per questo non ci sarà la traduzione in polacco perché la stessa dipenderebbe dal contesto). Fonte è il sito dell’Accademia della Crusca.

Scriviamo separatamente:

a fianco, a meno che, a posto, a proposito, al di là, al di sopra, al disopra, al di sotto, al disotto, all’incirca, d’accordo, d’altronde, in quanto, l’altr’anno, per cui, poc’anzi, quant’altro, senz’altro, tra l’altro, tutt’altro, tutt’e due, tutt’oggi, tutt’uno

Scriviamo unito:

abbastanza, affatto, allora, allorché, almeno, altrimenti, ancorché, apposta, appunto, benché, bensì, chissà, davanti,
davvero, dinanzi,dinnanzi, dopodomani, dovunque, ebbene, eppure, fabbisogno, finché, finora, giacché, infatti, inoltre,
invano, invero, laggiù, malgrado, neanche, nemmeno, neppure. nonché, oppure, ossia, ovvero, ovverosia, perciò,
perfino, pertanto, piuttosto, poiché, pressappoco, purtroppo, quaggiù, qualcosa, qualora, quassù, ebbene, seppure,
sicché, siccome, sissignore, soprattutto, sottosopra, talmente, talora, talvolta, tuttavia, tuttora

Espressioni con il colore rosso:

  • Rosso di sera, buon tempo si spera. Un proverbio che vuole fare un buon augurio. In genere se durante il tramonto abbiamo il prevalere del colore rosso, si dice che il giorno dopo il tempo sarà bello e soleggiato.
  • Un film a luci rosse. Un film a sfondo erotico.
  • Diventare rosso (come un peperone). Quando arrossiamo per la vergogna o per la rabbia; quando ci scottiamo al sole (abbronzarsi).
  • Il mio conto è in rosso. Il mio conto è in debito con la banca.
  • Avere gli occhi rossi. Dopo che abbiamo pianto.
  • Vedere rosso. Provare un’ira violenta.
  • Le camice rosse. Storico, i garibaldini. Gli uomini che combattevano al fianco di Garibaldi.
  • Essere bianco e rosso. Essere in buona salute.

    Espressioni e proverbi con gatto:

    • Essere agili come un gatto. Il gatto è un animale in grado di saltare e arrampicarsi dappertutto.
    • Essere come il gatto e l’acqua bollita. Non andare per niente d’accordo, essere reciprocamente antipatici ed incompatibili. Può essere anche usato per sottolineare il timore verso qualcosa (il gatto ha molta paura dell’acqua, figuriamoci se bollente).
    • Essere come il gatto e la volpe. Due individui che si aiutano per compiere delle azioni disoneste.
    • Essere quattro gatti. Essere in un numero molto esiguo, per esempio: alla riunione eravamo in quattro gatti.

19 febbraio giorno della scienza polacca

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Giovedi scorso  il parlamento polacco ha deciso che il 19 febbraio è il Giorno della Scienza Polacca. Il 19 febbraio è il giorno della nascita di Mikołaj Kopernik. La legge è stata presentata dal PIS con 423 voti favorevoli, 14 contrari e 7 astensioni. Gli obiettivi principali dell’adozione della festa sono il riconoscimento dei successi degli scienziati polacchi e la consapevolezza del ruolo fondamentale della scienza nella creazione della civiltà. I promotori del progetto sottolineano che per secoli la scienza costituiva il cruciale impulso per lo sviluppo intellettuale, sociale ed economico. “Naturalmente, questa iniziativa parlamentare viene apprezzata dal Ministero della Scienza e dell’Istruzione Superiore”, ha detto Wojciech Maksymowicz, il vicecapo del dipartimento della scienza. Maksymowicz ha anche dichiarato che il dipartimento sarebbe stato pronto per consegnare i premi del Ministro della Scienza agli scienziati polacchi nel giorno della festa. I deputati dell’opposizione hanno notato che il termine della festa non è tanto conforme. Katarzyna Laubner, tuttavia, ha concluso che invece di introdurre la nuova festa, dovrebbe essere introdotto un vero finanziamento per l’istruzione. Adesso il progetto della legge andrà nel Senato.

Pap.pl