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Almanacco dei miti gastronomici (con sorprese)

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Almanacco dei miti gastronomici (con sorprese). La pasta? Rubata agli arabi. E la pizza? Arriva da Bisanzio…

copyright: Il Sole 24 ore

I napoletani? Mangia cavoli. I siciliani? Consumatori di maccheroni. I luoghi comuni, i miti, nella gastronomia son mobili qual piuma al vento. Basta andare indietro di qualche centinaio d’anni e tutte le nostre certezze vengono messe sottosopra. I veneziani erano noti per le loro ostriche, pregiatissime quelle raccolte all’interno dell’Arsenale, le menziona anche Giacomo Casanova. Oggi l’Arzanà de viniziani, così Dante nell’“Inferno”, non va famoso per la qualità delle sue ostriche, quanto piuttosto per le attività del suo più importante inquilino: il Consorzio Venezia Nuova. Certo, ci sono anche alcune certezze che travalicano i secoli: le mortadelle di Bologna, o i torroni di Cremona, per esempio.

La pasta? Abbiamo imparato a usarla dagli arabi

I miti sono in genere piuttosto recenti, spesso generati nell’Ottocento. Cosa c’è di più tipicamente italiano della pasta col pomodoro? Be’, cosa c’è di meno italiano della pasta col pomodoro, visto che la pasta secca ce l’hanno data gli arabi (arrivata via Sicilia, ecco spiegato il perché dei siciliani mangia maccheroni), mentre il pomodoro è arrivato dall’America. La prima ricetta – quella sì napoletana – che prevede di mettere il pomodoro sulla pasta è datata 1839.

Lo stesso vale per la pizza. Un disco di pasta usato come piatto è citato persino nell’”Eneide” (Virgilio scrive che i troiani affamati si ritrovano costretti a mangiare le loro mense) e che qualcosa di assai simile sono pure la piadina romagnola (non a caso Ravenna era la capitale dell’esarcato bizantino) e lo zighinì del Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia). In ogni caso il pomodoro arriva sulla pizza soltanto a Ottocento inoltrato.

La gastronomia nasce meticcia

Il genio italiano in cucina, quindi, non è stato tanto quello di inventare cibi nuovi, quanto la capacità di assemblare alimenti già esistenti e di creare qualcosa che prima non c’era. La gastronomia è intreccio, meticciato, la purezza etnica tra i fornelli quasi non esiste. Quasi, perché in realtà qualcosa di puramente italiano c’è, solo che non ce lo ricordiamo. Si tratta dell’insalata. L’uso di mescolare erbe diverse, di condirle con olio, aceto e sale (da cui insalata) è assolutamente italiano e dall’Italia è stato esportato nel resto d’Europa. «Trovando alcuni erbucci da salegiate come sono raponzori, salbastrella, primifiori e ruchetta et altri erbi», scrive Giovanni Sercambi nel suo “Novelliere”. Corre l’anno 1402 ed è la prima volta che si trova nominata l’insalata, ma, come appare ben chiaro, mettere insieme «erbucci da salegiate» doveva essere una pratica conosciuta da tempo.

Ora però torniamo ai luoghi comuni su base regionale. L’attore comico mantovano Tristano Martinelli (a lui è attribuita la primogenitura della maschera di Arlecchino) nel 1615 scrive in una lettera: «Un fiorentino a magnare pesciolini d’Arno, un venetian a magnare ostriche, un napolitan broccoli, un cicilian macaroni, un genovese gatafruta, un cremonese fasoli, un milanese buseca» (la gatafruta, o gattafura, è una torta di erbe e formaggio, buseca vuol dire trippa). Chissà, forse le manie regionali servivano a far ridere, un po’ come avviene oggi, con i romani infingardi, i veneti scemi e i siciliani pigri. In ogni caso l’elenco ci dà un’idea ben precisa di quali fossero i cliché alimentari di inizio XVII secolo: a Napoli si mangiano broccoli, in Sicilia pasta, a Venezia ostriche e a Firenze pesce di fiume, tutte cose che oggi appaiono ben lontane dall’identificare alcunché. Il discorso vale pure per Genova, Cremona e Milano, ai nostri giorni simboleggiate dal pesto, il torrone e la mostarda, e dal risotto e l’ossobuco. Torte salate, fagioli e trippe non sono scomparse dalle tavole, ma di sicuro non ricoprono più il ruolo di portabandiera delle rispettive cucine.

Facciamo un salto più in là di qualche decennio, fino a metà Seicento, ed ecco il gioco dell’oca disegnato dal bolognese Giuseppe Maria Mitelli. Questi fu un maestro dell’incisione e ne realizzò di ogni tipo, compresa una serie di 33 soggetti che rappresentavano i giochi popolari in uso all’epoca. Quello che ci interessa è il gioco di Cuccagna (il luogo mitico dove meno si lavora più si magna), nel quale, scrive l’autore, sono elencate «le principali prerogative di molte città d’Italia circa le cose mangiative». Alcune le riconosciamo anche ai nostri giorni, come la mortadella di Bologna, i cantucci di Pisa o il torrone di Cremona. Altri ci appaiono meno familiari: Napoli ancora una volta identificata con gli ortaggi, broccoli, in questo caso; Roma con le provature (provole), formaggio di bufala che al tempo arrivava nella città papale dalle non lontane, e oggi scomparse, paludi pontine. I veneziani sono passati dalle ostriche al moscato, un vino dolce che oggi si beve piuttosto raramente, mentre i milanesi rimangono fermi sulle loro trippe. Interessante il caso di Piacenza, identificata col formaggio.

Quando il cacio “piasentino” surclassava il “parmesano”

Al tempo – i parmigiani smettano di leggere o almeno ingurgitino un Maalox – il «cacio piasentino» era ben più famoso e pregiato di quello «parmesano». Ora, è vero che Giovanni Boccaccio, nella terza novella dell’ottava giornata del “Decameron”, per illustrare la contrada di Bengodi, scrive: «Eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattuggiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva».

Il parmigiano tuttavia era roba popolare, un po’ grossolana; se si voleva condire la pasta con un formaggio raffinato bisognava scegliere quello di Piacenza, ma andava benissimo pure quello di Lodi, altro luogo dove si produceva un cacio eccellente. Oggi il mondo è decisamente cambiato: il formaggio più pregiato si ottiene a sud del Po e solo lì si può chiamare parmigiano reggiano (province di Modena, Parma, Reggio Emilia, parte di quelle di Mantova e di Bologna). Tutto ciò che viene prodotto a nord del Po assume genericamente il nome di grana padano e viene considerato di diversa qualità. Il cacio piacentino, ai nostri giorni, è un pecorino con zafferano prodotto nella provincia di Enna, in Sicilia. Il granone lodigiano si è estinto dopo la scomparsa, negli anni Settanta, delle marcite dove si nutrivano le mucche destinate a dare il latte per la produzione del granone. Dagli anni Duemila si è cercato di riprodurre qualcosa di simile, ottenendo così il “tipo granone” o “tipico lodigiano”.

Come nasce il maccherone napoletano

Cambia il mondo, cambiano i luoghi comuni. Emilio Sereni, romano, esponente di punta del Pci nel dopoguerra, storico dell’agricoltura (si trattava di un signore che conosceva, tra le altre lingue, il sumero e l’accadico) dedica una sua opera proprio al passaggio dei napoletani da mangiafoglie a mangiamaccheroni. Il cambiamento avvenne nel XVII secolo, quando a causa di alcune carestie non fu possibile rifornire i napoletani di carne, che si abbinava alle verdure per il necessario apporto proteico. Il binomio carne-cavoli fu sostituito da quello maccheroni-formaggio, pure questo secondo era in grado di fornire il necessario supporto proteico e nutrizionale, anche se meno nobile rispetto al primo. La storia dei maccheroni a Napoli comincia da lì.

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Uno dei gioielli della Tuscia: Civita di Bagnoregio

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Civita di Bagnoregio, piccolo paese in provincia di Viterbo situato a metà strada tra Bolsena e Orvieto, è un luogo surreale. Al turista che vi arriva dalla vicina Bagnoregio appare come un’isola sospesa nel vuoto ma in realtà è un pianoro vulcanico, un piccolo lembo di terra che si innalza verso il cielo e ospita poche case, collegato al resto del mondo  da un lungo e stretto ponte in cemento percorribile solo a piedi.  Civita è stata denominata dallo scrittore Bonaventura Tecchi  “la città che muore” perché poggia su un’altura di tufo soggetta a lenti movimenti franosi che ne segnano il destino. Il paese, oggi quasi completamente disabitato, ha origini etrusche e medievali e domina la grande valle dei Calanchi, creste d’argilla dalla forma ondulata e talvolta esilissima, inasprite qua e là da ardite pareti e torrioni enormi, soggette ad erosione a causa del vento, della pioggia e dell’acqua dei torrenti che percorrono la vallata. Lo scenario offerto dalla Valle dei Calanchi e dall’abitato di Civita di Bagnoregio, forma uno dei paesaggi più straordinari e unici d’Italia. Affacciati ad uno dei tanti belvedere del paese si ha quasi l’impressione di avere di fronte un ‘mare’ increspato ma immobile e  di assistere ad una tempesta silenziosa.

Il fascino di questo luogo è unico.  Il silenzio che sembra avvolgere l’anima  e  i colori, il rosso tufaceo e dei muretti di pietra naturale che cingono il borgo (i cosiddetti “ponticelli”) e il bianco dei calanchi, provocano nel visitatore una sorta di stordimento. All’improvviso si dimentica il presente e si torna indietro nel tempo.

Questo bellissimo borgo ha infatti origini antichissime. La zona fu abitata sin dall’epoca villanoviana (IX-VIII sec. a. C.), come testimoniano vari ritrovamenti archeologici. In seguito vi si insediarono gli etruschi, che fecero di Civita (di cui non conosciamo l’antico nome) una fiorente città, favorita dalla posizione strategica per il commercio, grazie alla vicinanza con le più importanti vie di comunicazione del tempo. Del periodo etrusco rimangono molte testimonianze: di particolare suggestione è il cosiddetto “Bucaione”, un profondo tunnel che incide la parte più bassa dell’abitato e che permette l’accesso, direttamente dal paese, alla Valle dei Calanchi. Fu quindi abitata dai romani a partire dal 265 a. C divenendo un centro commerciale in virtù della comodità d’accesso alla strada che da Bolsena portava al Fiume Tevere, allora solcato dalle navi mercantili.

Con il collasso dell’Impero Romano,  la città si trovò ad essere facilmente soggetta alle scorrerie delle orde barbariche, finendo man mano sottomessa, tra il 410 ad il 774, ai visigoti, ai goti, ai bizantini e ai longobardi, sino a quando Carlo Magno la liberò e la consegnò alla Chiesa.

Una delle leggende legate a Civita è quella del Re Desiderio che, bagnatosi nella fonte termale che si trova nella valle, guarì da un brutto male e per perpetuarne il ricordo chiamò il paese Bagnoregio (bagno del re)

Anche se ormai la città è diventata famosa come la “città che muore”, in realtà Civita sta ritornando a vivere. I turisti che ogni anno accorrono da ogni parte del mondo hanno riportato gra[cml_media_alt id='113271']Morgantetti - Uno dei gioielli della Tuscia (13)[/cml_media_alt]nde vitalità all’antico villaggio, che, recuperato nel suo aspetto originario, pian piano si sta ripopolando. Molti sono gli spunti d’interesse ambientale. Oltre ai meravigliosi panorami e alla bellezza del paesaggio colpisce infatti l’atmosfera incredibilmente suggestiva del borgo che appare come un luogo “musealizzato”, un esempio, forse unico in Italia, di villaggio tardo-medievale rimasto immutato nel tempo.

Vi si accede  dalla  Porta Santa Maria, aperta da un arco in peperino e sormontata da una loggetta.  Oltrepassato il varco scavato nella roccia  ci si ritrova in una prima piazzetta, su cui si affacciano case e palazzi: di un edificio in particolare rimane soltanto la facciata, con le finestre che lasciano intravedere il cielo. Continuando per la stradina, dopo pochi metri, si arriva nella  Piazza San Donato, che al posto della pavimentazione presenta una breccia mista a terriccio, dando la sensazione di essere improvvisamente piombati indietro almeno di quattrocento anni.  Nella piazza si trova la bella chiesa romanica di San Donato che custodisce  un affresco della scuola del Perugino e un crocifisso ligneo quattrocentesco, ritenuto miracoloso, cui è legata la singolare Processione del Cristo Morto: la sera del Venerdì Santo la scultura viene portata in processione a Bagnoregio,  e la tradizione vuole che essa ritorni assolutamente entro Mezzanotte a Civita, pena la sua acquisizione da parte dei “cugini” bagnoresi. Nella stessa Piazza San Donato, inoltre, a giugno si svolge il simpatico Palio della Tonna, una festa di origine medievale che vede i fantini sfidarsi in un’acerrima e rocambolesca corsa ad anello.
Il centro storico è costituito da una torre di pietra, edifici trecenteschi e palazzi rinascimentali dai quali si dipana un reticolo di vie e vicoli dove si affacciano case medievali con scalette esterne e balconcini fioriti. Spesso al loro interno si trovano graziose botteghe artigiane in cui si può entrare per assistere ad antichi mestieri.  Passeggiando in questo tortuoso dedalo, fatto di spazi inconsueti e di viuzze affacciate sul vuoto, lo sguardo è rapito qua e là da svariati scorci verso la Valle dei Calanchi che al tramonto si colora di strane tonalità offrendo curiosi giochi di luci ed ombre tra gli affilati crinali.

Da vedere inoltre anche il mulino del ‘500 e la casa natale di San Bonaventura, il cardinale filosofo citato da Dante nel canto XII del Paradiso: «Io son la vita di Bonaventura da Bagnoregio, che ne’ grandi offici sempre pospuosi la sinistra cura».

Tuscia magica e tutta da scoprire. I Calanchi di Bagnoregio e Civita sono solo uno dei suoi tanti gioielli . “Tuscia magia della natura”  è il titolo del volume a cura del Prof. Massimo Mazzini (Prof. Massimo Mazzini, Addetto Scientifico presso l’Ambasciata Italiana di Varsavia e Professore Ordinario di Zoologia all’Università della Tuscia – Viterbo), che racconta, attraverso bellissime immagini, la storia di questa regione e  l’essenza della natura e degli animali di questa terra.

Conosci Artemisia Gentileschi?

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Chi di voi potrebbe rispondere di sì? Io! Ma solo adesso. Solo pochi mesi fa neanch’io la conoscevo e non avrei certo saputo dire chi era. Ora lo so, grazie al bel libro che ho avuto occasione di leggere.

Passeggiando con una delle mie amiche per le stradine fiorentine del centro siamo entrate in libreria. Un po’ di cultura in più non sarà mai in eccesso, no? Pian piano, guardando tutti i libri colorati, nuovissimi, che solo aspettano che qualcuno li prenda in mano, siamo arrivate allo scaffale dove lei si è fermata e mi ha dato un libro: La passione di Artemisia. “Leggilo! Ti piacerà. Parla di Firenze.»

Allora l’ho comprato e mi sono messa a leggere e… non potevo più smettere!

Il romanzo di Susan Vreeland (titolo originale The Passion of Artemisia) racconta in modo leggero la storia complicata della vita della pittrice rinascimentale Artemisia Gentileschi. Essendo stata rapita dal suo maestro di pittura nonchè collaboratore del padre, è stata umiliata alla corte papale. Neanche suo padre la difese, anche se era lui a sostenere l’accusa. La sua reputazione fu distrutta fino al punto di non poter trovarsi il marito a Roma dove viveva.

Così Artemisia dovette trasferirsi da Roma a Firenze per abitare con suo marito, un uomo che l’aveva sposata solo per la sua dote, scelto da suo padre. Questo trasferimento fu la cosa migliore della sua vita. Pur essendo madre non smise mai di dedicarsi sempre con passione alla pittura, tanto che la giovane Artemisia riuscì ad entrare all’Accademia fiorentina. E fu la prima donna a farlo! Però per il fatto d’esserci riuscita prima di suo marito iniziò ad avere dei problemi. Dopo alcuni anni Artemisia scoprì anche un lato scuro del marito Pietro e con la figlia Palmira lasciò Firenze per vivere da sola.

Di più non posso dire… leg[cml_media_alt id='113264']B?aszczyk - Artemisia (4)[/cml_media_alt]gete il libro! Sono sicura che nessuno resterà deluso. Penso che il valore più importante di questo romanzo e della storia di Artemisia Gentileschi sia il fatto che  ognuno deve difendere quello in cui crede. Artemisia dimostra come anche in un’epoca come il Seicento, una debole donna, riuscì a difendere quello che pensava fosse bello, difendeva la sua arte, credeva nell’amore anche se la vita la trattava in modo molto crudele. Voleva guadagnare con la pittura e lo faceva, anche se non era facile.

Poi è importante che il libro racconti una storia vera. Così, leggendolo, possiamo imparare aneddoti, conoscere personaggi come ad esempio Cosimo de’ Medici o Galileo Galilei e fatti dell’epoca. Leggendo ci sentiamo come se stessimo passeggiando con la pittrice lungo l’Arno o per le strade della Firenze seicentesca. Insieme ad Artemisia viviamo sia momenti crudeli che di grande gioia. Sentiamo compassione per la piccola ragazza umiliata alla corte e siamo felici per i suoi successi nella vita adulta.

L’autrice americana, Susan Vreeland, con le parole ha dipinto la vita della maggiore pittrice del Rinascimento. E ha dipinto Firenze. Adesso andandoci potremmo riconoscere i posti (il campanile del Duomo, la cupola, il Ponte Vecchio, il Palazzo Pitti…). Ed è una vera gioia, e un miracolo, camminare e sapere di essere nello stesso posto dove secoli fa passava Artemisia Gentileschi…

Le sorelle Scarpari

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Incontro Chiara e Martina Scarpari a bordo della piscina della loro grande villa in provincia di Reggio Calabria a Varapodio, piccolo paese della Piana di Gioia Tauro, dove vivono con i genitori e il fratello Giuseppe, studente universitario. Capelli lunghissimi, occhi scuri e lineamenti identici come due gocce d’acqua. Chiara sta ascoltando della musica e Martina sta usando il cellulare «Facebook? Instagram»? domando «Instagram lo usa solo Chiara, ma poi ci finisco sistematicamente anche io perché vengo sempre fotografata». Quattordici anni, hanno da poco iniziato il liceo classico. Le ragazze che ho davanti non sembrano delle star, la loro semplicità e umiltà è disarmante, eppure le gemelle hanno già alle spalle diversi successi artistici. Sono infatti note al pubblico italiano per essere salite sul podio di Ti Lascio una Canzone, il talent show condotto da Antonella Clerici il sabato sera su Rai Uno, a luglio hanno inciso il loro primo singolo “Sempre Insieme” e a fine agosto scorso in Russia hanno trionfato ad un concorso per giovani talenti “New Wave Junior” in Crimea, seguito da 300 milioni di telespettatori sul canale Russia 1. «Siamo arrivate seconde, ad un solo punto dal primo classificato» mi dicono con molta modestia e semplicità Chiara e Martina, anche se in Russia sono già considerate delle vere star, sono richiestissime.  «E’ stata un’esperienza unica, irripetibile” – spiegano le gemelle – “è stata la nostra prima prova artistica all’estero. Quando abbiamo visto tutta quella gente allo stadio Artek abbiamo avuto paura, però quando abbiamo incominciato a cantare il calore del pubblico ci ha tranquillizzate.  Gli applausi e poi tutte quelle braccia tese verso di noi, è stato emozionante.  Questi momenti non li dimenticheremo mai. Sono stati giorni di intenso lavoro ma ricchi di tante soddisfazioni anche sul piano personale perché ci siamo fatti un sacco di amici, siamo molto felici per questo. La stessa cosa era successa a “Ti lascio una canzone”. Sono state due esperienze meravigliose ma diverse. Averle vissute in prima persona è stato spettacolare». Nel frattempo ci raggiunge Rocco, il papà, noto imprenditore della Piana e mi fa ascoltare attraverso You Tube “Eternità”  la canzone che ha fatto ottenere il massimo dei voti dalla giuria in Crimea.  L’emozione è ancora forte nel volto del papà appena iniziano le note della canzone: «Aspettare l’ingresso sul palco delle proprie figlie all’interno di uno stadio gremito all’inverosimi[cml_media_alt id='113258']Franco - Scarpari (21)[/cml_media_alt]le, è qualcosa di indescrivibile, e poi i voti della giuria, Chiara e Martina hanno ricevuto il massimo dei voti da tutti i giurati».  Mamma Domenica, elegantissima in un completo verde, invece, mi dice che il momento più emozionante è stato quando le gemelle hanno sfilato davanti al tricolore italiano «E’ stata una sensazione bellissima vedere le proprie figlie accostate alla bandiera italiana, se ci penso piango ancora adesso» «Cosa ci mancava dell’Italia»? Le gemelle non hanno dubbi «La pizza e la pasta fatta in casa» risponde Chiara «Sì, però quelle preparate dalle nostre nonne, Franca e Carmela!» aggiunge Martina.

Cantano da quando avevano 9 anni e a 3 anni prendevano già lezioni di danza. Per queste ragioni è già nato sui giornali italiani e tedeschi il paragone con le famose gemelle Kessler «Ne siamo onorate – arrossiscono le giovani calabresi –  loro ballavano e cantavano benissimo, erano delle vere star, delle vere dive».

«Ci sarebbero tante persone da ringraziare, innanzitutto i nostri fan, perché ci sostengono ovunque, i nostri genitori e poi la persona che artisticamente ci ha scoperte, un imprenditore calabrese Natale Princi, che continua a seguirci e il nostro vocal coach Christian Cosentino».

«Il nostro sogno è quello di continuare a fare le cantanti, ci piacerebbe dare concerti in ogni capitale europea, Parigi, Berlino, Varsavia, Londra…continuiamo a studiare canto, ci applichiamo e facciamo molti sacrifici, però viviamo tutto molto serenamente, non siamo ansiose, accettiamo tutto quello che quest’ambiente ci offre, siamo con i piedi ben saldati a per terra». «E’ questa la loro forza –  interviene la mamma mentre mi accompagna al cancello di casa – non sono cambiate, hanno raggiunto in poco tempo traguardi importanti ma sono sempre quelle che erano prima di andare in televisione in Rai e prima di andare in Russia. Siamo orgogliose delle nostre figlie».

Lascio le sorelle Scarpari ai loro sogni, i sogni di due adolescenti, i sogni di due artiste, Chiara e Martina.

Grimaldi alla conquista della Polonia

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La compagnia napoletana Grimaldi Lines compra una nave dalla controllata Finnlines e si lancia all’acquisizione della compagnia di bandiera traghetti polacca Polferries.
La nave acquistata è la Finnhansa, a cui si aggiunge la vendita di Finnarrow (ribattezzata Euroferry Brindisi) che Finnlines ha ceduto a un altro operatore. La prima è stata venduta per 30 milioni di euro, la seconda per 32,5 milioni, aggiungendo al cash-flow Finnlines 62,5 milioni, plusvalenze di vendita di circa 3,5 milioni e una crescita della quota di capitale di circa il 40 per cento nel quarto trimestre.
Finnlines ha spiegato in una nota che le ragioni della vendita risiedono nella sovracapacità  della flotta, e che «non influenzeranno la prestazione dei servizi di linea marittimi o il livello di servizio offerto ai clienti».
Per quanto riguarda l’acquisizione della compagnia polacca, Finnlines ha reso noto che intende partecipare alla procedura di cessione delle azioni di Polferries, riaperta dal ministero del Tesoro della Polonia. Polferries è la compagnia di Stato traghetto e crociere che opera nel Mar Baltico tra la Svezia e la Polonia con tre navi ro-pax.

Elicotteri militari, svelata la catena di montaggio dell’AW149 in Polonia

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La consociata di AgustaWestland in Polonia, PZL Swidnik, ha tolto il velo alla linea di montaggio finale dell’elicottero militare AW149. L’aeromobile, da cui è derivato il progetto civile AW189, sarà in lizza per la maxi gara da 3 miliardi di euro indetta dalla Difesa di Varsavia per il rinnovo della flotta di elicotteri delle forze armate locali.

Alla presentazione del progetto erano presenti l’ambasciatore d’Italia in Polonia Alessandro De Pedys e il suo omologo britannico Robin Barnett. La controllata di Finmeccanica ha confermato che in caso di aggiudicazione del bando di gara, gli AW149 saranno assemblati nello stabilimento di Swidnik.

“In caso di aggiudicazione del bando a nostro favore, il nuovo stabilimento produrrà nuovi investimenti, nuove tecnologie e nuovi posti di lavoro”, ha dichiarato nell’occasione Mieczysaw Majewski, CEO di PZL Swidnik. Il nuovo polo di Swidnik, oltre ad accogliere la catena di montaggio finaledell’AW149, sarà impiegata come base per la formazione e il supporto alle forze armate locali che dovranno operare con il nuovo bimotore medio.

GARA IN POLONIA: AW149 CONTRO EC725 E BLACK HAWK

Con la presentazione del progetto, iniziano quindi a prendere forma i 300 milioni di investimenti di Finmeccanica nella PZL Swidnik. La gara indetta dalla Difesa polacca è una delle più importanti in Europa degli ultimi cinque anni. L’esercito locale è alla ricerca di 70 elicotteri per modernizzare una flotta che, oltre ai W-3 Sokó? di produzione polacca, conta su aeromobili di fabbricazione sovietica in larga parte risalenti alla guerra fredda.

I nuovi elicotteri saranno impiegati in missioni utility e di trasporto, oltre al Combat SAR e operazioni anti sommergibile. Sul piano offensivo, le forze di terra di Varsavia continueranno a contare momentaneamente sui Mil Mi-24D/W Hind-D/E, per i quali è prevista un’ulteriore gara d’appalto (nell’ambito dello stesso programma della Difesa) mirata a individuarne i rimpiazzi.

L’AW149 si misurerà sul campo con l’EC725 Caracal di Airbus Helicopters (presente in collaborazione con l’azienda locale Heli Invest) e con il consorzio approntato da Sikorsky Aircraft Corporation con PZL Mielec, che proporrà il solido S-70i Black Hawk. Il termine per la presentazione delle offerte è stato di recente prorogato di otto settimane: i partecipanti avranno tempo per mostrare le carte fino al prossimo 28 novembre. L’assegnazione del contratto slitterà con ogni probabilità alle prime settimane del 2015.

(fonte: www.helipress.it)

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Il 76% dei polacchi contrari all’entrata nell’euro

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Oltre il 76% dei polacchi sono contrari all’adozione dell’euro, dice un sondaggio diffuso ieri, indicando che l’ingresso della Polonia nel sistema della moneta unica sembra al momento poco probabile. Il presidente Bronislaw Komorowski, sostenitore dell’euro, ha detto lunedì che la Polonia deciderà sulla questione nel 2015. Secondo il sondaggio realizzato da Gfk, il 38% degli intervistati tra il 2 e il 5 ottobre sono “decisamente” contrari all’euro, mentre un altro 38% sono comunque sfavorevoli. Solo il 3% sono “decisamente” a favore dell’euro, mentre il 15% sono comunque per il sì. La Polonia è obbligata in realtà all’adozione della moneta unica in base alle condizioni con cui ha fatto ingresso nell’Ue nel 2004. Per tale passaggio occorre anche una modifica costituzionale, dato che il testo indica lo zloty come moneta nazionale. Ma il governo di Ewa Kopacz non ha la maggioranza dei due terzi necessari a cambiare la Costituzione. (Polonia Oggi)

A Roma la seconda edizione del Festival del cinema polacco CIAKPOLSKA

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Dal 5 al 9 novembre si terrà a Roma la seconda edizione del Festival del cinema polacco CIAKPOLSKA. 16 lungometraggi saranno protagonisti di queste 5 giornate dedicate alla produzione cinematografica polacca per far conoscere in Italia alcuni tra gli autori più rappresentativi della nuova generazione di cineasti del paese. I film saranno proiettati alla Casa del Cinema e al Cinema Trevi.

Ad aprire la rassegna “Ida” di Pawe? Pawlikowski che sarà presentato il 5 novembre alla Casa del Cinema. “Ida“, film pluripremiato e distribuito in 56 paesi, è finalista del Premio Lux del Parlamento Europeo e il candidato della Polonia agli Oscar 2015. ll successo clamoroso riscosso all’estero fa di “Ida” uno dei maggiori capolavori della cinematografia polacca degli ultimi anni. Alla serata, organizzata in collaborazione con il Parlamento Europeo – Lux Film Days, sarà presente la sceneggiatrice Rebecca Lenkiewicz.

Le donne saranno le grandi protagoniste di questa edizione della kermesse. Alla Casa del Cinema, che ospiterà la sezione dedicata al Nuovo Cinema Polacco, saranno presentati, tra gli altri, film girati da cineaste che portano sullo schermo temi forti: Malgorzata Szumowska con “In the name of…” – vincitore del Milano Mix Festival 2013 – affronta temi delicati come la sessualità dei sacerdoti, l’omosessualità e la chiesa. Anna Kazejak con “La promessa“, anteprima italiana al Giffoni Film Festival 2014, ci offre una riflessione sull’amore nei tempi dei social network. Joanna e Krzysztof Krauze con “Papusza” affrontano, invece, la tematica della ricerca dell’identità attraverso la storia della poetessa gitana Papusza.

Un omaggio speciale sarà dedicato all’Insurrezione di Varsavia del 1944 nel suo 70° anniversario con il film “Stones for the Rampart” di Robert Glinski, che racconta le drammatiche vicende dei giovani al tempo della guerra. Il regista sarà tra gli ospiti del festival.  Glinski, oltre a essere un autore noto in patria è stato anche il rettore della prestigiosa Scuola di Cinema e TV di ?odz. Imperdibile occasione di vedere anche il cortometraggio che riproduce la simulazione di un volo aereo sulla Varsavia distrutta alla fine della seconda guerra mondiale.

Il weekend dell’8 e 9 novembre si svolgerà al Cinema Trevi e sarà, invece, dedicato ai maestri del cinema polacco. Dopo l’omaggio della prima edizione del festival ad Andrzej Zulawski, quest’anno è la volta di Lech Majewski, regista e scrittore a cui nel 2006 il MoMa di New York ha proposto una retrospettiva completa dei suoi lavori. Majewski è autore del trittico “Il giardino delle delizie“, “I colori della passione” e “Onirica“, tutti e tre distribuiti in Italia da Cecchi Gori Home video (CHGV). Majewski sarà presente per un incontro al Cinema Trevi sabato 8 novembre. Per l’occasione sarà proiettato il suo ultimo film Onirica (2014), una visionaria storia d’amore ispirata alla Divina Commedia di Dante.

[cml_media_alt id='112007']Promessa_Anna_Kazejak-xs[/cml_media_alt]Di Majewski sarà proiettato anche il “Il Vangelo secondo Harry“, film del 1994 una sorta di moderna parabola sulla fragilità della coppia, con protagonista Viggo Mortensen.

Oltre alle proiezioni, la Casa del Cinema ospiterà una mostra fotografica Heroin(a) di Tomasz Tyndyk dedicata alla nuova generazione delle attrici polacche ed uno spazio in cui saranno presentati, durante tutto il festival, cortometraggi di giovani registi prodotti dallo Studio Munk.

Per la prima volta verrà assegnato dal pubblico romano, il Premio del Pubblico per il Migliore Film. La pellicola vincitrice sarà presentata il 16 Dicembre alle ore 20 presso il Polo Culturale Visiva all’interno della rassegna “Trip – frammenti di viaggio” che proporrà, tra gli altri, “Onirica” di Majewski  in streaming sul portale romefilmmarket.com.

Partner di questa seconda edizione di CIAKPOLSKA, promossa, dall’Istituto Polacco di Roma sono: Cortoitaliacinema, RIFF, Polish Film Institute, Trieste Film Festival, Bari Film Festival, Lux Film Days – Parlamento Europeo, Casa del Cinema, Cineteca Nazionale – Cinema Trevi, Parthénos Distribuzione e CGHome Video. La rassegna ha il Patrocinio di Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica.

Davide Vignola

Una giornata di studio sul Ghetto di Varsavia

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Lunedì 3 novembre la città di Ferrara sarà sede di un’importante giornata di studio aperta a tutta la cittadinanza sul ghetto di Varsavia, frutto della collaborazione avviata già da alcuni anni tra l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il Mémorial de la Shoah di Parigi.

Una lectio magistralis di Georges Bensoussan, storico e responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi e la proiezione di “A Film Unfinished” della regista israeliana Yael Hersonski, rarissimo documentario con filmati di epoca nazista proprio sul ghetto, saranno i momenti cardine di questa iniziativa, realizzata grazie alla partecipazione del Meis–Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, con cui di recente la prestigiosa istituzione francese ha siglato un accordo di cooperazione culturale, con l’Istituto di Storia contemporanea di Ferrara e con il Pitigliani Kolno’ a Festival di Roma, e con il patrocinio di Comune, Provincia, Università degli Studi e Comunità Ebraica di Ferrara.

Il Ghetto di Varsavia fu il più grande degli oltre mille ghetti istituiti dai nazisti tra l’autunno 1939 e l’agosto 1944 nei territori occupati dell’est europeo (principalmente in Polonia, ma anche in Lituania, Lettonia, Ucraina) per rinchiudervi gli ebrei in attesa di “risolvere definitivamente la questione ebraica”. Creato il 12 ottobre 1940 nella parte più povera della città e subito circondato da un alto muro di cinta per evitare ogni contatto con la parte “ariana” di Varsavia, il ghetto arriverà in pochi mesi a imprigionare più di 450.000 persone. Le condizioni di prigionia in cui gli ebrei furono costretti a vivere furono talmente spaventose da rendere, di fatto, il ghetto di Varsavia e tutti gli altri ghetti (pur con sensibili differenze) l’anticamera della morte, ovvero una tappa intermedia nella politica di sterminio messa in atto dal regime di Hitler. Il sovraffollamento, la denutrizione, le terribili condizioni igieniche provocarono la morte di centinaia di migliaia di persone, soprattutto bambini e anziani, al punto che almeno un terzo della popolazione del ghetto di Varsavia morì di fame e di stenti.

Il 22 luglio 1942, i tedeschi diedero il via alle cosiddette “Aktionen” (procedure di svuotamento progressivo del ghetto mediante deportazioni sistematiche), trasferendo gli ebrei, a gruppi di migliaia alla volta, verso il centro di sterminio di Treblinka dove trovarono una morte immediata nelle camere a gas. Due mesi più tardi, nel settembre 1942, nel ghetto rimanevano circa 50.000 persone, di cui almeno 20.000 in condizioni di clandestinità per scampare alle deportazioni. Dopo la rivolta eroica e disperata della primavera successiva (aprile-maggio 1943), il ghetto venne definitivamente liquidato, raso al suolo e le ultime migliaia di ebrei rimasti in vita furono deportati e uccisi a Treblinka. Solo un piccolo gruppo di persone riuscì a mettersi in salvo fuggendo clandestinamente attraverso le fogne.

Allo stesso modo, già dalla fine del 1941, tutti i ghetti istituiti dai nazisti vennero progressivamente svuotati e i loro abitanti uccisi nei camion a gas di Chelmno o nei tre centri di messa a morte per gli ebrei di Treblinka, Sobibor e Belzec.

La lectio magistralis di Georges Bensoussan, in programma alle 17 presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Ferrara, Dipartimento di Economia e Management, offrirà elementi di comprensione sulla politica dei ghetti nazisti, analizzandola come una tappa significativa nel percorso di distruzione dell’ebraismo europeo. Inoltre, focalizzando l’attenzione su fonti primarie ancora troppo poco conosciute (archivi e testimonianze delle vittime rinchiuse nel ghetto, ma anche testimonianze della visione dei carnefici che fotografarono e filmarono gli effetti della loro azione di annientamento) si cercherà di stimolare una riflessione sulla conoscenza e sull’uso che oggi facciamo di tali fonti.

Alle 21 seguirà presso la Sala Boldini la proiezione gratuita di A Film Unfinished (Shtikat Haarchion, Il silenzio dell’archivio) di Yael Hersonski (Israele 2010, 89’, v.o.sott.it.), preceduta da un’introduzione di Laura Fontana, responsabile per l’Italia del Mémorial de la Shoah e responsabile Attività di Educazione alla Memoria del Comune di Rimini.

Si tratta di un documento originale sulla propaganda nazista nel ghetto di Varsavia, scaturito dal ritrovamento nei sotterranei di un archivio nell’ex Germania orientale, cinquant’anni dopo la fine della guerra, di quattro bobine di un film girato dai nazisti proprio nel ghetto, nel maggio 1942. Appena tre mesi prima dell’inizio delle deportazioni verso il centro di sterminio di Treblinka, le immagini mostrano una sorprendente contraddizione tra la miseria e la sofferenza di molti e il benessere di pochi fortunati.

Solo in seguito furono scoperte altre bobine con le stesse scene ma riprese da altre prospettive. Ma soprattutto emerse un rozzo pre-montaggio che suggeriva l’idea di un vero e proprio film concepito alle spalle di questo footage, in sostanza di un copione che mostrava tutta la forza del messaggio manipolatorio della propaganda nazista che avrebbe voluto comunicare agli spettatori l’idea di una “bella vita” condotta dagli ebrei nel ghetto, smentendo la drammaticità dei racconti sulla persecuzione ebraica.

Il lavoro straordinario compiuto dalla Hersonski – nipote di una sopravvissuta del ghetto di Varsavia – deriva anche dal fatto che è riuscita a rintracciare alcuni sopravvissuti di quel luogo, i quali, ripercorrendo le immagini girate dai nazisti, raccontano cosa ricordano di quei tragici giorni e, soprattutto, svelano la finzione della pellicola. Dalle sue indagini fu possibile ricostruire una sorta di doppio film, da un lato, un “normale” documentario delle terribili condizioni di vita nel ghetto, dall’altra la finzione imposta dai nazisti che organizzarono una vera e propria messa in scena con le vittime trasformate in attori e protagoniste di finti pranzi, ricevimenti, musica e feste, a dimostrare che gli ebrei non se la passavano poi così male.

Se per molti anni il documentario è stato utilizzato come fonte primaria senza metterne in discussione l’autenticità assoluta, quanto possiamo fidarci delle immagini e ritenerle vere?

 

(www.estense.com)

 

Studenti del liceo GB Vico nella sede di Gazzetta Italia

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Ieri, 22 ottobre, Comunicazione Polonia ha ospitato nella sua sede un gruppo di liceali italiani che sono arrivati a Varsavia nell’ambito del progetto “How to organise a marketing Company”. Gli studenti rappresentavano la scuola Giambattista Vico di Napoli. All’inizio agli studenti è stato presentato il profilo dell’azienda Comunicazione Polska (storia, di cosa si sta occupando e quali piani ha azienda per futuro). Poi si svolta una vivace discussione sul tema delle somiglianze e differenze nel fare business in Polonia e in Italia, ma si è discusso anche di molti altri temi interessanti che riguardano le relazioni tra i due paesi. Alla fine foto di gruppo!