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Home Blog Page 308

Torta caprese al limone con salsa al limoncello

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Ingredienti:

Per la torta
– 5 uova
– 60 g zucchero semolato
– 200 g farina di mandorle
– 120 g zucchero a velo
– mezza bacca di vaniglia
– 1 limone biologico
– 180 g cioccolato bianco grattugiato
– 30 g scorzette di cedro candito
– 50 g fecola di patate
– 10 g lievito per dolci
– 100 g olio extra vergine di oliva

Per la salsa al limoncello
– 6 limoni biologici
– 100 g zucchero
– 1 cucchiaio di amido di mais
– mezzo bicchiere di limoncello
– 100 ml di panna fresca

Per decorare
– zucchero a velo
– scorze di cedro candito
– 50 ml limoncello

Preprazione:

Con la planetaria o con le fruste elettriche montate le uova con lo zucchero fino ad ottenere un composto chiaro e spumoso; a parte miscelate la farina di mandorle con lo zucchero a velo, la vaniglia, la buccia del limone, il cioccolato bianco tritato e le scorzette di cedro candito. Setacciate la fecola e il lievito: per ultimo aggiungete l’olio extra vergine d’oliva. Unite le uova montate alle farine continuando a mescolare.

Versate il composto in una tortiera di 24-26 cm di diametro  rivestita di carta forno e infornate per i primi 5 minuti a 200° poi a 160° per altri 45 minuti in modalità ventilata.

Per la salsa al limoncello scaldate in un pentolino il succo dei limoni con lo zucchero semolato. A parte diluite l’amido di mais con il limoncello freddo, unite al composto caldo e fate addensare la salsa sul fuoco, poi levatela immediatamente e fate raffreddare bene.

Con la planetaria o con le fruste elettriche montate la panna; versate a filo la salsa al limoncello fredda nella panna montata continuando a mescolare.

Non vi resta che servire e impiattare la torta: spolverizzate la torta con lo zucchero a velo. Tagliate quindi le fette, disponetele sui piatti e guarnite con la crema al limoncello, i cubetti di cedro candito e un bicchierino di limoncello.

Buon appettito!

Marta Mężyńska, una pittrice della nuova generazione

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Modesta, bella, con un grande talento. Così in breve si può descrivere una laureata dell’Akademia Sztuk Pięknych (Accademia di Belle Arti) di Varsavia, la pittrice Marta Mężyńska che abita a Milano. È qui, racconta Mężyńska, che ha sviluppato le ali da pittrice ed è qui che è stata notata e apprezzata. Da anni riceve premi e riconoscimenti per le sue opere e bisogna dire che la sua arte è eccezionale. Mentre il mondo si concentra sui blog di moda, l’arte astratta e la nudità onnipresente, lei nelle sue opere dipinge caseggiati e vetrine di negozi. Come? Leggete e vedete da soli.

Perché ti sei trasferita in Italia?

Sono andata in Italia, la prima volta, per uno scambio studentesco. Mi è piaciuto il sole, la vita senza problemi e bere il caffè in piazza. Poi c’erano anche altri fattori che mi hanno fatto prendere la decisione di trasferirmi. Ma non è stata una decisione facile.

Sei un’artista conosciuta prima di tutto nell’Italia settentrionale. Il tuo successo più recente è il riconoscimento “Artista del Mese” di ArtGallery a Milano. Vuoi commentarlo?

Senza dubbio ero sorpresa quando mi sono trovata tra gli artisti di ArtGallery. È stato un bel inizio dell’anno nuovo.

L’ultimo anno, però, è stato anche pieno di premi e mostre, per esempio il premio nella Finale di “Io Espongo” a Torino, la mostra collettiva “The Coffee Art Project” a Milano e la tua mostra Garda Cafè Art nel Salò e nel Teatro Nuovo insieme alla Galleria ArteUtopia a Milano. Un successo dietro l’altro!

L’ultimo anno è volato troppo velocemente. Presto saranno due anni da quando mi sono trasferita a Milano e devo dire che comincio a cogliere i frutti del mio lavoro. Milano mi ha dato un’opportunità che non sono riuscita a trovare in Toscana. Qui sono cresciuta come pittrice. Ovviamente ci sono tanti fattori che contribuiscono ai miei successi, piccoli e grandi. Non basta solo fare il proprio lavoro, bisogna anche conoscere delle persone che credono in te e in ciò che fai.

Come è nato il tuo strano amore per condomini e vetrine di negozi?

Le prime vetrine di negozi le ho dipinte in Toscana, era l’effetto del mio lavoro addizionale. Lavoravo come decoratore delle vetrine e facevo cartelli per i negozi. Progettavo e facevo a mano tutte le iscrizioni e il mio amore per la calligrafia l’ho usato nel dipingere. Se parliamo dei caseggiati, è una storia totalmente diversa. Nel posto dove abito c’è un edificio di 13 piani. Vedendolo ogni giorno, ho deciso di usarlo come modello e così ho creato la prima serie di 7 lavori in cui quell’edificio è al primo piano nelle diverse ore del giorno.

Le tue prossime mostre s[cml_media_alt id='113089']Longawa - Marta Mężyńska (7)[/cml_media_alt]aranno a Torino e a Roma. Ce le presenti?

La prima mostra individuale “Coordinate” sarà aperta il 23 maggio a Torino, è l’effetto della vittoria nel concorso Io Espongo. La mostra a Roma sarà aperta il 27 maggio nell’Ashanti Galleria. Ci sono anche progetti per l’autunno, adesso sono in corso trattative con la Banca Generale che ha un locale per esposizioni in centro e aspettiamo ancora la risposta dalla Fabbrica di Vapore, ma sono ottimista e so che probabilmente non riposerò d’estate.

Hai anche mostre in Polonia?

Adesso mi concentro sull’Italia, in Polonia mi potete trovare al portal Polska Młoda Sztuka. Collaboro con le gallerie, con gli artisti, tutto dipende dal progetto che mi propongono.

Qual’è la tua tecnica? Te l’ha insegnato qualcuno o ci si arrivata da sola?

Dipingo solo a tela, con le vernici a olio. Un processo naturale che è cominciato già al liceo artistico. Durante gli studi avevo la possibilità di provare un’altra tecnica ma mi sento bene quando dipingo con le vernici a olio e quindi continuo così.

Gli artisti famosi in tutto il mondo che vorresti conoscere sono…

Gli artisti che vorrei conoscere purtroppo non ci sono più.

Come descriveresti te stessa come artista?

Nei miei lavori traggo dall’architettura, dalla grafica e dalla pittura. È difficile descrivere quello che faccio, è comunque un lavoro che mi dà molta soddisfazione e non c’è spazio per pensare al: ‘che voleva dire l’artista?’ Non mi ispira nessuna corrente contemporanea.

Qual’è il motto per la vita?

Andare sempre avanti e godere quello che ho.

Leonardo Lacaria, il nuovo volto italiano del cinema polacco

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Attore, modello, ballerino, Leonardo Lacaria dopo un girovagare tra Italia e Stati Uniti sta trovando la sua consacrazione professionale in Polonia. In una Varsavia prolifica sede di produzioni televisive, cinematografiche e di spot pubblicitari, Leonardo sta crescendo e ottenendo successi grazie alle numerose proposte per interpretare ruoli interessanti in serie televisive e soprattutto in produzioni cinematografiche.

“Recentemente ho avuto la fortuna di essere scelto per alcune parti da registi importanti. Il maestro Krysztof Zanussi, mi ha dato un ruolo nel suo nuovo film “Obce Cia?o” (Foreign Body), dove ho avuto la fortuna di recitare con una delle attrici polacche più famose Agnieszka Grochowska, protagonista del film che è in uscita al cinema in Italia, Polonia e Russia il prossimo autunno. Per me è stato un piacere immenso conoscere e lavorare con Zanussi persona con cui mi sono trovato subito a mio agio e con cui ho instaurato un meraviglioso rapporto di amicizia. Naturalmente spero di lavorare ancora in futuro con Zanussi. Un’altra importante opportunità di crescita me l’ha data Jerzy Stuhr, attore e regista e che mi ha offerto una parte nel film Obywatel (cittadino), anche con Stuhr sono rimasto in ottimi rapporti. E per finire è arrivata la terza parte in un film, che mi ha dato la possibilità di lavorare per il regista-attore Artur Urbanski.”

Che sensazioni hai avuto nel passare dalla tranquilla San Miniato, in Toscana, dove sei nato e cresciuto, all’attuale vivace “swinging Warsaw”?

“Varsavia è una città molto interessante e devo dire che mi trovo benissimo a lavorare con i polacchi. Diciamo che soffro solo ogni tanto qualche eccesso di serietà e drasticità nel carattere di questo popolo. Dell’Italia mi manca, appunto, la capacità dei miei connazionali di vivere con leggerezza e semplicità nonostante i problemi ed anche la buona dose di autocritica che abbiano noi italiani che al contrario qui in Polonia non è molto diffusa. Poi naturalmente mi mancano il clima, il mare e la famiglia mentre per il cibo non c’è problema perché a Varsavia si trova ogni tipo di cucina e anche di ottima qualità”.

La carriera artistica di Lacaria è iniziata con il ballo, la danza classica che ha praticato fino ai trent’anni. Competizioni, concorsi ed esibizioni e che lo hanno portato ad esibirsi addirittura in spettacoli negli Stati Uniti, come nello Schiacchianoci di Czajkowski. Dopo l’esperienza negli USA, Leonardo torna in Europa. A fine del 2010 è a Varsavia e quasi per gioco sono iniziate delle collaborazioni prima come modello in piccole sfilate, poi in spot televisivi e in serial, lavori che hanno trattenuto in Polonia Lacaria.

“Qui in Polonia le prime comparse in spot pubblicitari e apparizioni in TV si sono alla fine rivelate delle opportunità interessanti che mi hanno permesso di esprimere la mia grande passione per la recitazione unita alla possibilità di usare tre lingue: italiano, polacco e inglese. Idiomi imparati “[cml_media_alt id='113083']Giorgi - Leonardo Lacaria[/cml_media_alt]sul campo”, da perfetto autodidatta, che mi permettono di comunicare con estro e naturalezza. Questo mi ha consentito d’evidenziare una creatività tutta italiana. Così in breve tempo sono stato richiesto da quattro serial televisivi, tra cui “Pi?ty Stadion”, dove ho conosciuto e lavorato sul set con il noto attore Arkadiusz Jakubik protagonista del film “Drogówka”.”

Ed è attraverso questi primi lavori che Lacaria è stato notato da registi importanti come Krzysztof Zanussi, Jerzy Stuhr e Artur Urba?ski che lo hanno voluto come attore in tre film di prossima uscita al cinema: “Obce cia?o”, “Obywatel” e “Ojciec”. Nell’arco di nove mesi, Leonardo ha dunque preso parte a tre produzioni cinematografiche di grande rilievo. Ciò che i registi hanno apprezzato di lui è stata la sua recitazione istintiva, un estro e un improvvisazione naturale che bucano lo schermo, considerato che Leonardo non ha concluso un vero tradizionale percorso di recitazione.

Ora Leonardo Lacaria ha in programma altre produzioni televisive e cinematografiche con proposte che cominciano ad arrivare anche dall’Italia e da oltreoceano. Di recente Leonardo ha preso parte ad una sessione fotografica per l’agenzia “Charme de la mode”, indossando le giacche del noto stilista russo Alex Caprice (per info: www.charmedelamode.plhttp://www.alexcaprice.com/www.studio44.pro). “Nel frattempo con grande piacere ho collaborato con Gazzetta Italia, il magazine che unisce italiani e polacchi, per realizzare la divertente copertina a bordo della splendida Vespa sidecar!”

Leonardo Lacaria ha una fanpage su FB dove potete seguirlo:

https://www.facebook.com/pages/Leonardo-Lacaria/197727453771952?ref=hl

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Incontro Renzi – Tusk a Roma

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c. L’incontro si è svolto in un clima di grande cordialità ed amicizia ed ha permesso di mettere a fuoco le principali tematiche di reciproco interesse. Sul sito della presidenza del Consiglio (http://www.palazzochigi.it/Notizie/Palazzo%20Chigi/dettaglio.asp?d=75706 ) si può trovare la registrazione della conferenza stampa congiunta che i due Primi Ministri hanno tenuto al termine del loro incontro.

San Marino, luogo da favola

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Questo piccolo paese situato sulla collina visibile dall’autostrada che attraversa la regione dell’Emilia-Romagna è ritenuto la repubblica più antica al mondo, fondata nel 301 D.C. In questa enclave piccolissima, situata nel territorio italiano, tutto è focalizzato sul Monte Titano nella capitale di San Marino. Possiamo arrivarci con la funivia o salendo la strada. Attraversata l’antica Porta Urbica in pietra, quasi come per incanto, ci spostiamo in un luogo da favola. Passeggiando sulle strade acciottolate tra le torri del castello, le fortificazioni medievali, i palazzi pittoreschi, le piazze punteggiate di boutique costose e caffetterie “con vista”, possiamo immaginare di incontrare sul nostro cammino un corteo reale. Non è mica impossibile! Basta visitare San Marino il 3 settembre, quando, come ogni anno, la Repubblica festeggia l’ottenimento dell’indipendenza dall’Impero Romano. In questo periodo nella capitale succedono infatti dei veri miracoli! Lungo la città decorata di bandiere bianco-blu vagano principi e principesse con i loro cortei, tutti vestiti in modo solenne, accompagnati dall’orchestra. I pagliacci intrattengono i turisti, le guardie po[cml_media_alt id='113075']Sta?kiewicz - San Marino (2)[/cml_media_alt]rtano le bandiere dei loro signori, le truppe mantengono l’ordine. Con il bel tempo la festa dura per tutta la giornata e i residenti di San Marino si riconoscono dal loro sguardo sorridente e orgoglioso. Quando con Maciek siamo andati a San Marino per la prima volta, non siamo stati molto fortunati. Il tempo ci è stato nemico e io già da due giorni avevo l’influenza. L’unica attrazione e consolazione di questa gita è stato appunto il corteo medievale mascherato. Poi è andato solo in peggio. Pioveva, il vento tirava, e le tre torri famose del castello, che volevamo visitare quel giorno, si sono maliziosamente nascoste dietro una nebbia densa. All’inizio bighellonavamo per la città sotto un grande ombrello, provando a fare buon viso a cattivo gioco. Abbiamo assaggiato i liquori locali in uno dei negozi, il che ci ha almeno un po’ riscaldato e rincuorato. Ma quando le strade lastricate si sono trasformate in ruscelli, ci siamo seduti in uno dei pub, tremando dal freddo e ridendo della nostra cattiva sorte. Un temporale sul Monte Titano! Ad altezza di 760 m.s.l.m. sembrava surreale, quasi come nei film. In una tale scenografia inquietante ci mancavano solo i personaggi cattivi. “Non ti preoccupare”, mi disse Maciek, “Ci torneremo tra un anno, in condizioni piu favorevoli”. Di solito cerchiamo di realizzare i nostri piani, e perciò…

Un anno dopo, prima della gita, abbiamo controllato il meteo molto precisamente. Prevedevano una giornata di sole e per noi solo questo contava. Dall’Adriatico italiano, dove Maciek lavore nella stagione estiva, alla Repubblica di San Marino ci siamo arrivati in un’ora circa. Salendo con la funivia sopra le case di Borgo Maggiore sapevo già che questa volta sarebbe stato tutto diverso. Per non perdere tempo ci siamo recati subito alla prima delle cime del Monte Titano, torre La Rocca o Guaita. Costruita nel XI secolo, una volta serviva come prigione. Le viste che si estendevano dalla fortezza ci hanno compensato per tutto ciò che era successo l’anno scorso. Fermandoci sui vari balconi e gradini abbiamo ammirato i paesaggi. Continuando tra fortificazioni e flora mediterranea, siamo arrivati alla seguente torre: La Cesta o Fratta. Da qui si estendeva il panorama sulle altre torri e sui tetti dell’intero borgo. Eravamo sul punto più alto del Monte Titano. Circondati e accarezzati dalle colline, con l’Adriatico luccicante sull’orizzonte. Poi siamo tornati giù in città al mercato vecchio che è stato integralmente incluso nella lista UNESCO nel 2008. Nell’esplorazione dei vicoli della capitale di San Marino non si è disturbati dalle macchine, tutta la zona è libera del traffico. E questo è un altro vantaggio di questa destinazione, soprattutto quando si vuole fuggire dalla frenesia quotidiana. Vagando per le strade guardavamo le vetrine dei negozi. La nostra attenzione è stata attirata dalle decorazioni natalizie di una delle vetrine, che spiccava decisamente in quell’atmosfera di vacanze. Siamo entrati e siamo di nuovo finiti in un altro mondo, questa volta in Lapponia, la terra natale di Babbo Natale. Molto probabilmente c’era tutto ciò che può sognare un bambino: lecca-lecca color arcobaleno, sfere di vetro con la neve dentro, scatole di musica fantasiose, schiaccianoci, bagattelle e gli [cml_media_alt id='113072']Sta?kiewicz - San Marino (19)[/cml_media_alt]ornamenti più curiosi per l’albero di natale. Il proprietario, un signore gentile, ci ha mostrato il locale e ci ha raccontato la storia delle sue origini. È proprio questo che mi piace al Sud! Non importa se incontri un italiano o un “san mariniano”, tutti sorridono e sono molto gentili e loquaci. Abbiamo comprato una souvenir originale e ci siamo recati verso il municipio per guardare il tramonto dalla terrazza panoramica. Al nostro arrivo la Piazza della Libertà (la libertà è il motto di questa nazione piccolina!) era tutta immersa nella luce arancione brillante. Qualcosa è cambiato, però. Ovunque c’erano tavole imbandite in modo elegante. I camerieri si muovevano freneticamente, mentre gli ospiti, vestiti bene, aspettavano qualcosa con ansia. I turisti, come paparazzi-investigatori, guardavano il tutto indiscretamente. Si sentiva nell’aria l’atmosfera di tensione ed eccitazione. Tutti aspettavano i giovani sposi. Noi, però, non avevamo abbastanza tempo. Quando il sole si è nascosto dietro le colline, siamo tornati alla macchina. Quella sera avevamo un altro, ultimo piano: la cena nella cittadina italiana di San Leo dove una volta arrivati, seduti con un bicchiere di vino rosso, pasta e formaggi nel magico ristorante Il Bettolino, ricordavamo la nostra, finalmente riuscita, gita a San Marino!

Polish Job, lavori polacchi a Milano

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Dall’8 al 13 aprile a Milano si è tenuta la nuova edizione della Milano Design Week 2014 dove non sono mancate opere di design polacco. L’esibizione è stata organizzata da Lodz Design Festival su richiesta dell’Istituto Adam Mickiewicz che si occupa della promozione della cultura polacca all’estero. E’ la prima esposizione nazionale del design polacco a Milano preparata sulla scala così grande.

L’esibizione dei designer polacchi si poteva vedere nel palazzo principale del quartiere Ventura Lambrate. Gli amanti di questo evento sanno perfettamente che la via Ventura, durante la settimana milanese del design, è famosa per i progetti super moderni e d’avanguardia e quindi non per caso i designer polacchi erano là. Le opere presentate erano divise in tre parti: Località, Nostalgia e Innovazione. Per sapere cosa caratterizza questi oggetti ho intervistato la signora Aleksandra Kietla (direttrice del settore promozione e portavoce del Lodz Design Festival nella Fondazione Lodz Art Center).

”In “Località” ci sono i progetti ispirati dalla tradizione locale e espressi attraverso materiali come legno, carbone o lino, ma anche attraverso tecniche e forme speciali. K2 Family sono mobili di legno progettati da Tomek Rygalik che si adattano perfettamente al design locale. La “Nostalgia” è un ritorno al passato arricchito con degli elementi moderni. Un esempio eccellente sono gli orologi FSO che con il loro stile richiamano le vecchie macchine un tempo prodotte in Polonia. La faccia dell’orologio assomiglia all’orologio della macchina e la manopola assomiglia alla ruota. “Innovazione” è il segmento delle tecnologie moderne e delle tendenze contemporanee. Innovazione è prima di tutto Oskar Zieta: designer, ma anche designer-inventore che crea i suoi mobili da due pezzi piatti di piastra. All’inizio utilizzate e poi saldate e tagliate, le lamiere sono pronte a formazione grazie all’aria compressa.”

Così infatti è stato creato lo sgabello sul quale ero seduta.

”Anche se la produzione è di massa, ogni volta gli oggetti hanno una forma diversa. Il vantaggio di questa tecnologia è il grande risparmio durante il trasporto perché basta solo trasportare le lamiere piatte e formarle con il compressore una volta arrivati a destinazione.

L’esibizione ha suscitato grande interesse e come ha detto la signora Aleksandra: ”Soprattutto dopo aver visto le altre opere non abbiamo assolutamente nessun motivo per vergognarci come polacchi e specialmente in Polonia non apprezziamo quello che abbiamo e dobbiamo andare all’estero per sentirci apprezzati.”

Grazie per la conversazione e ci vediamo fra un anno[cml_media_alt id='113064']Makowska - Polish Job (6)[/cml_media_alt].[cml_media_alt id='113065']Makowska - Polish Job (7)[/cml_media_alt]

Dominik Skurzak, l’obiettivo che svela l’anima

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In un’epoca dominata dall’immagine le vie della fotografia sono infinite. Quello che colpisce di Dominik Skurzak è la capacità di cogliere l’atmosfera di un ambiente, l’essenza di un luogo, il ritmo della vita, l’anima dietro il volto. Skurzak è un fotografo speciale che attraverso le sue foto racconta il senso di quello che vediamo che va oltre la fissità dell’estetica e della posa. “Quando fotografo mi piace cogliere la spontaneità dell’azione, l’umore delle persone, l’imprevedibilità della vita”, racconta Dominik fotografo viaggiatore che ha realizzato straordinari reportage da molti paesi lontani. “Non metto la gente in posa, la quotidianità offre già di suo uno spettacolo continuo”. Dominik è un curioso osservatore della realtà che racconta attraverso i suoi scatti, usando un approccio da vero fotogiornalista. Musicista di formazione, Dominik fotografa e pubblica foto dal 1997. Negli anni 2000-2012 è stato direttore del dipartimento della cultura nel settimanale inglese The Warsaw Voice. Fotografo ufficiale del Concorso Internazionale intitolato a Fryderyk Chopin negli anni 2000-2005. Del suo lungo curriculum ricordiamo nel 2006 il servizio fotografico del festival di Mozart “La Folle Journee au Japon” a Tokyo, e nella primavera del 2010 della prima edizione polacca a Varsavia. Nel giugno 2007 il servizio fotografico completo al XIII Concorso Internazionale intitolato a Piotr Czajkowski a Mosca per media giapponesi. Editore di album fotografici Dominik Skurzak è autore dell’album con le foto dal XV Concorso Internazionale di Pianoforte intitolato a Fryderyk Chopin. Con le sue foto sono state realizzate esposizioni in Polonia, Lettonia e Giappone (Tokyo). Editore dell’album illustrato dedicato alla biografia e alla carriera del vincitore del XV Concorso di Chopin, Rafa? Blechacz, negli ultimi anni Skurzak ha lavorato per: Reuter, Rzeczpospolita, Fakt, Die Welt, Gazeta Wyborcza, Orlen, Ministerstwo Spraw Zagranicznych, Filharmonia Narodowa, Sinfonia Varsovia, Nationale Nederlanden, BRE Bank, PKO S.A., Orange, Yamaha-Japan, Kawai-Japan, HIS-Japan, Caritas-Polska, Royal Thai Embassy in Warsaw, Towarzystwo im. Fryderyka Chopina, NIFC, PCK, Ernst and Young, Squire Sanders, Chopin Piano Music Magazine-Japan, TV Arte. Ma la grande passione di Dominik sono i viaggi e dal 2012 si dedica ai reportage da paesi lontani. Progetti fotografici sul tema della diversità culturale degli abitanti di vari continenti: Europa, Asia e Africa. Tra i tanti amori di Dominik c’è però anche l’Italia, paese in cui si reca spesso, e la Vespa, motivi per cui ha collaborato con Gazzeta Italia nella realizzazione della copertina di questo numero. Chi fosse interessato a conoscere i lavori d Dominik Skurzak può visitare il sito web: www.dominikskurzak.wordpress.com[cml_media_alt id='113057']Giorgi - Dominik - paparazzi (7)[/cml_media_alt][cml_media_alt id='113058']Giorgi - Dominik - paparazzi (8)[/cml_media_alt]

50 anni di Nutella a Varsavia

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L’impresa italiana Ferrero ha celebrato anche a Varsavia i 50 anni di Nutella. E’ stato organizzato un grande evento dedicato alla Nutella, prodotta anche in Polonia, al quale, in un bellissimo parco cittadino appositamente allestito, sono confluite migliaia di persone. Tutti hanno potuto gustare la deliziosa Nutella e i tantissimi bambini presenti hanno potuto effettuare giochi organizzati per la circostanza. L’Ambasciatore Riccardo Guariglia, lieto di celebrare l’anniversario di un prodotto che è diventato simbolo di italianità, è stato accolto nel parco Nutella dal Direttore di Ferrero Polska, Enrico Bottero.

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“Vespoholismo”

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Intervista a Marek Witon “Cipiór”

Buongiorno, come nasce il Vespa Club Polska?

Ufficialmente il Vespa Club Polska nasce il 13 gennaio 2003 ma le origini del Club le possiamo datare un può prima. Nel 2001 ho comprato una Vespa GS del 1961 la moto non funzionava e dovevo riparala. Purtroppo avevo dei problemi per trovare i ricambi per la mia Vespa e ho fatto la ricerca sul internet. Non era facile trovarli perché in Polonia era più conosciuta la Lambretta che la Vespa. In quel tempo ho conosciuto gli amici, che già erano grandi appassionati di Vespa, Piotr Kulesz? “Kuler” di Varsavia e  Szymon Chojnowskiego “Ortos” di Wroc?aw. Nel 2002 insieme con mia moglie siamo andati in Austria e siamo rimasti sorpresi perché là in ogni paese esistono i club di Vespa che raccolgono tantissimi appassionati. Allora in quel momento abbiamo pensato perché non fondare uno in Polonia? Importante momento per il club fu l’incontro a ?ód? (Moto Bazar Weteran a ?ód? 11.01.2003)

Allora 2003 si può considerare come data ufficiale del inizio di Vespa Club Polska?

Sì, 13 giugno 2003 abbiamo creato il nostro sito web abbiamo comprato il dominio e abbiamo cominciato le attività. Nell’idea di creare questo club c’era la volontà di aiutarsi reciprocamente per esempio per risolvere problemi tecnici degli scooter, l’acquisto di ricambi etc. Vorrei aggiungere che il nostro club funziona rigorosamente come attività no profit, nonostante il fatto che si potrebbe guadagnare qualcosa.

Quali i momenti più importanti del vostro club?

Uno dei più importanti eventi legati con la storia del nostro club era la prima esibizione delle nostre Vespe nel “V Skuteromania – Raduno Nazionale del scooter d’epoca e classici” a Piaseczno il 10-11.07.2005. Un altro momento importante è stata la partecipazione al meeting internazionale della Vespa degli associati di F.I.V (Federation Internationale Des Vespa Clubs)  ovvero “Eurovespa 2005 – Pörtschach” a  Klagenfurt in Austria. Durante questo evento siamo stati accolti nel gruppo europeo della Vespa. Un momento indimenticabile quanto durante la serata di gala davanti al 8 mila di partecipanti di tutto mondo è stata esposta la bandiera polacca.

Quante volte vi incontrate?

Ci incontriamo inl raduni nazionali in tutta Polonia e inoltre ci vediamo ogni anno a Varsavia per farci gli auguri prima di Natale e per festeggiare il giorno di San Valentino “Vespovalentynki”, e a Wroc?aw ci incontriamo prima di Pasqua per gli auguri. Ma se qualche lettore di Gazzetta Italia volesse partecipare ai nostri incontri a Varsavia per conoscere meglio le nostre vespe lo invitiamo ogni mercoledì alle ore 19 davanti di monumento di Nicola Copernico.

I prossimi raduni?

20-25 maggio a ?l?sk, 20-22  giugno a ?ód? e il secondo weekend di settembre nei pressi di Varsavia, ancora dobbiamo decidere dove fare questo raduno (prendiamo in considerazione Warka, Sochaczew o zona di Zgierz). Per sapere di più vi invitiamo di visitare il nostro sito www.vespaclub.org.pl

Come supporta la tua moglie il fatto che tu dedichi tante energie a questa passione?

Hm..una domanda interessante…Mia moglie si è innamorata della vespa quando la prima volta ha fatto un giro con la mia “Bellezza” del 61 e mi pare che da quel momento lei abbia accettato il mio hobby. Mia moglie ha organizzato paio di raduni autunnali e quando il nostro club passava momenti di difficoltà mi ha dato un supporto importante. In questa occasione vorrei ringraziare tutte le mogli che rispettano e chiudono un occhio su questo nostro hobby. Oltre alla moglie anche mio figlio di 3 anni mi dà un supporto importante nello sviluppare la mia passione visto che gira sotto casa con la sua vespa elettrica. Spero che tra pochi anni mio figlio guiderà una vespa vera, ora mi fa compagnia quando scendo in garage a riparare la moto.

Hai partecipato a qualche raduno di World Vespa Days organizzato in Italia?

Fu l’inizio dell’amore per l’Italia e probabilmente la causa della mia passione. Nel 2004 siamo andati con mia moglie a visitare la Mecca per gli appassionati di Vespa: il Museo Piaggio a Pontedera. Nel 2006 siamo andati ad un World Vespa Days a Torino dove erano presenti circa 8 mila partecipanti, con grande orgoglio guardavo come la bandiera polacca sventolava avanti al Palazzo Reale. L’anno dopo, 2007, in un altro raduno abbiamo girato insieme con circa 7 mila Vespe per le pittoresche strade di San Marino. Mi ricordo con grande affetto il meeting World Vespa Days a Torino nel 2006 una passeggiata con la moto lungo il fiume Po, una strada piena di curve e intorno profumo di grano, mais, aranci e gente delle piccole città sorridenti, dove sembra che nessuno guardi l’orologio e soprattutto si beve un ottimo caffè.

Quanti associati ci sono nel Vespa Club Polska?

Non abbiamo un elenco di associati, nè tessere. Vespa Club Polska è una organizzazione aperta ogni uno può diventare membro, la Vespa è il nostro hobby e se uno vuole diventare uno della nostra famiglia è il benvenuto. Attualmente sul nostro sito sono registrate circa 1200 persone invece ai raduni si presentano 50-100 vespe, in un meeting erano presente anche 120 vespe. Sul nostro forum virtuale durante tutto l’anno sono attive 150-180 persone.

Cambieresti la tua Vespa per un’altra moto, diciamo una Harley Davidson?

Sì e no…oltre alla Vespa possiedo nella mia collezione anche una Triumph Bonnevilla SE’10. Qualcuno mi può accusare d’aver tradito la Vespa perché possiedo un moto che si associa con la cultura Rockers. Negli anni 60-70 in Gran Bretagna le culture Rockers&Modys (che giravano con le Vespe e Lambrette) non si amavano.Per fortuna questi tempi sono passati e ora con gran piacere ogni tanto faccio un cambio tra Vespa e Triumph.

Ringrazio per l’intervista Marek Witon, e ai tutti soci del Vespa Club Polska auguro: buon viaggio!

L’Europa e il ruolo dell’Italia nel mondo

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Giorgio Napolitano

LA VIA MAESTRA

L’Europa e il ruolo dell’Italia nel mondo

conversazione con

Federico Rampini

 

Premessa (quasi autobiografica)

Nel mio dialogo con Federico Rampini, nelle mie risposte alle sue domande e alle sue sollecitazioni, si riflette l’esperienza di un settennato (2006-2013), intensamente vissuto da presidente della Repubblica anche sul terreno delle relazioni internazionali. Nel disegno costituzionale concepito, nell’Italia liberatasi dal fascismo, tra il giugno 1946 e il dicembre 1947, così come nelle analisi interpretative, nella prassi politica e nella giurisprudenza che ne hanno fatto nei decenni successivi una realtà vivente, aperta a ogni prova e verifica, la figura del capo dello Stato è stata identificata con quella di un presidente “non esecutivo”. Un presidente, cioè, non dotato di poteri di governo, ma investito di precise funzioni sancite nella Carta, tra cui certamente anche quella di rappresentare il paese nella vita internazionale. Di rappresentarlo insieme e d’intesa con il governo, riconoscendo l’autorità di decisione dell’Esecutivo, sorretto dalla fiducia del Parlamento, anche in materia di politica estera nonché di politica di difesa e sicurezza.

Dunque, senza alcuna confusione e sovrapposizione di poteri e di responsabilità (al di là di qualche episodio di frizione e dissonanza verificatosi nei passati decenni), il presidente della Repubblica è comunque partecipe e coprotagonista di una fitta rete di relazioni, da quelle con i capi delle missioni diplomatiche straniere di cui accoglie le credenziali a quelle con i capi di Stato che riceve in Italia e dai quali è ricevuto, in visite di Stato o informali, nei rispettivi paesi. Si realizza così – e si è realizzata nel corso del mio settennato – una vasta messe di incontri di valore internazionale: ho tenuto in Italia 112 incontri con capi di Stato e numerosi altri con personalità di governo e rappresentanze straniere, e ho compiuto 75 viaggi all’estero, anche su invito di organizzazioni internazionali, dall’Onu alla Nato, al Parlamento europeo. Occasioni speciali d’incontro sono state offerte dalle iniziative per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, culminate nella grande celebrazione a Roma del 2 giugno 2011; mentre hanno avuto un particolare significato gli incontri annuali “Uniti per l’Europa” degli 8 presidenti europei, secondo una consuetudine inaugurata dal mio predecessore Carlo Azeglio Ciampi e dai suoi omologhi dell’epoca (presidenti “non esecutivi”).

Ho richiamato questa cornice istituzionale e questa esperienza personale per chiarire come valutazioni e punti di vista espressi via via nelle pagine che seguono scaturiscano dall’insieme degli scambi di opinione, delle discussioni pubbliche e riservate, che hanno costituito il contenuto della mia attività internazionale tra il 2006 e il 2013, e degli approfondimenti che han- no preceduto e seguito ogni incontro. Vorrei aggiungere e sottolineare che quell’attività è stata fonte di conoscenza di molti attori della vita internazionale e di sviluppo, quindi, anche di significativi rapporti personali. Può essere di qualche interesse, forse, citare alcuni esempi e ricordare alcuni episodi di particolare spessore umano ed emotivo. Penso, per esempio, a come si è aperto e a come si è concluso i1 mio primo settennato.

Si è aperto – il 21 maggio 2006, pochi giorni dopo i1 mio insediamento al Quirinale – con una visita a Ventotene, per partecipare all’omaggio programmato per il 20° anniversario della scomparsa di Altiero Spinelli. Era i1 riconoscimento dovuto all’uomo dal quale avevo tratto una decisiva lezione ideale e “di metodo”. E mi riferisco a una fase lontana della mia storia politica e culturale, a quella che fu (a partire dalla fine degli anni Sessanta) la fase dell’“apprendistato europeistico” dei comunisti italiani: la fase del passaggio del Pci da una posizione negativa e di diffidenza verso la nascente Comunità europea all’assunzione della consapevolezza della necessità di non estraniar- si dal processo di integrazione avviato dall’Italia di De Gasperi insieme con gli altri 5 paesi “fondatori”.

Di quell’evoluzione, che personalità come Giorgio Amendola e Nilde Iotti vissero entrando nel 1969 a far parte de11’Assemblea di Strasburgo, io fui partecipe con piena convinzione, traendo poi una determinante ispirazione da1 rapporto diretto con Altiero Spinelli (eletto nel 1976 come indipendente nelle liste del Pci) e dall’approfondimento della sua esperienza e del suo pensiero (ne diedi testimonianza nel 2007 nella raccolta di scritti Altiero Spinelli e l’Europa). Fu dunque con profonda emozione che, nella limpida luce del mattino di quel 21 maggio 2006, dissi a Ventotene delle idee e delle battaglie di Spinelli: “Si tratta del lascito più ricco su cui possano contare, per formarsi moralmente e per operare guardando al futuro, le nostre generazioni più giovani. Lo penso ancora oggi, e ne sono convinto più che mai, constatando come da un indebolirsi, in larghi strati di cittadini ed elettori, della conoscenza e comprensione del progetto europeo con- segua il diffondersi della sfiducia nella politica, nella democrazia e nell’avvenire comune.

Il settennato si è concluso, il 24 marzo 2013, con il pellegrinaggio a Sant’Anna di Stazzema – luogo di una delle più feroci stragi naziste sul finire della seconda guerra mondiale – che abbiamo compiuto insieme io, da presidente della Repubblica italiana, e Joachim Gauck, da presidente della Repubblica federale tedesca. Nel comune omaggio alla memoria delle vittime — inermi di ogni età, bambini, intere famiglie —, nell’abbraccio tra noi presidenti e con la popolazione di quel piccolo borgo, sopravvissuti alla strage, eredi delle vittime, gente modesta e laboriosa, sentimmo forte lo spirito, il senso più alto dell’unità europea.

Il superamento di micidiali nazionalismi aggressivi: era questo l’obiettivo con cui si identificò Altiero Spinelli, immaginando, dall’isola in cui era ristretto come prigioniero, il disegno di una nuova Europa. La riconciliazione, il riavvicinamento tra nazioni e tra popoli la cui reciproca ostilità aveva per ben due volte, nel Novecento, trascinato l’Europa nell’abisso di guerre mondiali sempre più devastanti: e dunque la pace e la cooperazione, soprattutto tra Francia e Germania, come essenziale matrice politica di un processo di integrazione europea, che non nacque in chiave puramente economicistica. Che non nacque e tanto meno può oggi restare chiuso in quella chiave, in quella dimensione.

Ecco quel che sentivamo, io e il collega e amico Gauck, sulle colline di Sant’Anna di Stazzema. Perciò a me quella giornata è apparsa come un ideale punto di approdo di sette anni, nei quali per tanta parte il mio impegno sia internazionale sia nazionale è sta-to segnato da convinzioni e da scelte europeistiche.

E vorrei anche dire che in quell’omaggio del presi- dente tedesco alle povere vittime della macchina di guerra e di oppressione scatenata dal nazismo in ogni angolo d’Europa ho ritrovavo l’immagine esemplare, in- dimenticabile, del cancelliere Willy Brandt – già oppositore del nazismo ed esule – che cade in ginocchio dinanzi al monumento alle vittime del ghetto di Varsavia.

L’esperienza e le idee di Brandt hanno rappresentato per me un alto punto di riferimento, sempre più suggestivo da quando lo incontrai per la prima volta fino a quando discutemmo insieme della sinistra italiana nei suoi rapporti con la socialdemocrazia europea in quel giorno – 9 novembre 1989 – che per singolare coincidenza con un’imprevedibile accelerazione della storia sarebbe stato anche il giorno della caduta del Muro di Berlino. Ho ricordato quel magico momento, quell’incontro personale con Willy Brandt, rivedendo il 1° marzo scorso all’Università Humboldt di Berlino – che mi aveva invitato a inaugurare con una lezione sull’Europa una delle annuali Willy Brandt lectures – Egon Bahr, uno dei più eminenti e fedeli collaboratori di fede europeistica del cancelliere della Ostpolitik. Ci eravamo salutati l’ultima volta, commossi, alla cerimonia funebre per Willy Brandt, nell’ottobre 1992, nell’edificio del vecchio Reichstag a Berlino.

Il lettore vorrà comprendere questo mio risalire a momenti del passato partendo da storie di anni e per- fino mesi recenti. È un fatto che in quel passato si ritrovano non secondarie premesse del modo in cui ho potuto assolvere le mie responsabilità internazionali di presidente. Queste le ho, naturalmente, adempiute in stretta ed esclusiva aderenza a una tradizione e visione unitaria dell’interesse e del ruolo dell’Italia sotto il profilo della sua collocazione internazionale e della sua politica estera. Ma le mie pluriennali esperienze precedenti in campo internazionale – pur vissute nel- lo svolgimento di funzioni politiche di parte (già superate, peraltro, nel presiedere la Camera dei deputati italiana o la Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo) – mi hanno fatto sempre sentire a mio agio, e mai a disagio, nel rappresentare infine da presidente della Repubblica il mio paese, tutto il paese, in Europa e nel mondo.

In effetti ho ripreso – senza soluzione di continuità – il rapporto di collaborazione e amicizia con personalità conosciute vent’anni prima, come il presidente austriaco Heinz Fischer o quello israeliano Shimon Peres. E mi sono trovato subito in un comune sentire con europeisti di una generazione molto più giovane, come Bronislaw Komorowski, divenuto presidente polacco nel solco della grande tradizione di Solidarno??, i1 cui esponente più eminente per sensibilità e cultura europea, Bronislaw Geremek, conoscevo e seguivo con ammirazione già negli anni Ottanta. E come Danilo Turk, presidente sloveno fino al 2012, studioso di diritto internazionale di impronta italiana, impegnatosi con me e con il nuovo presidente croato, Ivo Josipovi?, a gettare le basi di una riconciliazione e nuova cooperazione nell’Adriatico, a chiusura di drammatiche tensioni ereditate dalle vicende della seconda guerra mondiale nei Balcani. Gli incontri, non solo di vertice ma popolari, a Trieste ne1 2010 e a Pola nel 2011 rimangono le tappe più coinvolgenti da me vissute nel percorso di allargamento e consolidamento dell’unità europea.

E anche alla condivisione di quel percorso che ricollego il singolare rapporto che si è stabilito tra me, da presidente della Repubblica italiana, e il pontefice Benedetto XVI, fino alle sue dimissioni nel febbraio 2013. Un rapporto nato dall’’interesse, che si manifestò subito tra noi, a conoscerci, a comprenderci, a confrontare le nostre valutazioni e opinioni sui temi che ci coinvolgevano entrambi nell’esercizio dei rispettivi ruoli. E tra quei temi prese subito rilievo l’Europa, rispetto alla quale convergevamo nel considerare decisivo il processo di unificazione e integrazione e il potenziale contributo a una positiva evoluzione del quadro internazionale, a cominciare dalla ricerca di una soluzione pacifica del conflitto mediorientale.

La frequentazione del papa è stata per me un’esperienza nuova, e particolarmente stimolante e ricca per to spessore culturale della sua personalità. Ma la sintonia e la confidenza non comuni che hanno caratterizzato i1 nostro rapporto non si spiegano solo alla luce di affinità personali. Quel che ci faceva sentire vicini era un essenziale retroterra comune, in quanto entrambe le nostre vite risultavano integralmente inscritte nella grandiosa e terribile esperienza storica del Novecento. Un’esperienza che i nostri due paesi di origine avevano più di tutti gli altri vissuto in termini drammatici e traumatici fino alla metà del secolo scorso, e dalla quale noi stessi come persone – Joseph Ratzinger al pari di me – avevamo tratto un decisivo impulso a riconoscerci nella visione di una nuova Europa unita, continuando a coltivarla e perseguirla anche una volta giunti ad altissime responsabilità a1 vertice della Chiesa cattolica e dello Stato italiano.

Un così significativo e caloroso rapporto tra il presidente e il pontefice è stato naturalmente molto importante anche per consolidare un’operosa collaborazione, nel reciproco rispetto, tra Stato e Chiesa in Italia. Che qui ricordo, com’è facile intendere, non tanto quale componente della politica internazionale che ho condiviso da presidente, quanto come uno degli architravi del processo di coesione – sempre da consolidare e rinnovare – della società italiana. È la strada su cui già ci stiamo inoltrando anche con il nuovo pontefice Francesco.

Nello stesso tempo, l’asse dell’europeismo attorno a cui hanno ruotato fin dagli anni Cinquanta la presenza e l’iniziativa dell’Italia nella vita internazionale è sempre stato inseparabile dall’altro riferimento decisivo: quello dell’amicizia e alleanza con gli Stati Uniti, nel più vasto quadro transatlantico. Inseparabili, quell’asse e questo riferimento, lo sono stati anche nella mia esperienza lungo il primo settennato presidenziale e il trentennio precedente. Quando nel 1978 potei compiere la mia prima visita in America, non mi limitai a uno sforzo di rappresentazione della realtà politica italiana, in cui trovassero il giusto posto le posizioni della sinistra. Parlando in alcune delle più importanti università statunitensi e in prestigiosi centri di formazione dell’opinione pubblica, mi feci nello stesso tempo portatore della visione di un’Europa comunitaria che si andava facendo sempre più inclusiva e anche più assertiva, e tendeva ad assumere un profilo internazionale più autonomo ma senza mettere in questione il suo legame storico con gli Stati Uniti. Quella mia missione si collocava in antitesi all’antiamericanismo ancora diffuso in Italia nella sinistra di opposizione.

La visione di cui mi facevo portatore aveva all’epoca – per la mia qualifica di dirigente del Pci – i connotati dell’“eurocomunismo”, un fenomeno che interessava fortemente i più sensibili e aperti circoli culturali e politici americani, così come li interessava – più dell’“ordinaria” politica interna italiana – la singolare realtà del Pci. Di quell’interesse, e del ruolo da me svolto negli anno Settanta e oltre, ho colto (non senza sorpresa) ancora tracce e testimonianze in occasione del mio più recente viaggio – da presidente della Repubblica – negli Stati Uniti (gennaio 2013).

Nel progressivo consolidarsi e arricchirsi della mia visione delle componenti ideali e storiche del rapporto tra Europa e Stati Uniti, del loro comune radicamento e della loro comune appartenenza all’Occidente come “luogo della democrazia”, posso rivendicare una continuità e una coerenza rafforzatesi attraverso le revisioni e i cambiamenti d’orizzonte culturale e politico che pure ho conosciuto fino alla grande svolta del 1989. Di quella continuità, e di certi fecondi antecedenti, mi sono largamente giovato nello svolgere il mio ruolo e nel dare il mio contributo – nel settennato presidenziale – sia sul fronte politico e istituzionale europeo sia sul fronte dei rapporti Europa-America.

Un “antecedente” che mi piace ricordare è quello della partecipazione, negli anni Ottanta-Novanta, a un ciclo di incontri semestrali promossi dall’Aspen Institute tra parlamentari europei (una ristretta rappresentanza) e parlamentari statunitensi (in più nutrita schiera): incontri dedicati all’evolversi, in anni cruciali, delle relazioni tra Est e Ovest.

E vorrei anche ricordare l’assai formativo “antecedente” dell’esperienza da me compiuta, a partire dal 1984 e per ben dieci anni, come membro dell’Assemblea parlamentare della Nato. In quella sede ebbi modo di coltivare le tematiche della difesa e della sicurezza, e di avere colleghi – specialmente europei, e in particolare della sinistra (tedeschi, inglesi, spagnoli) – con i quali mi sarei poi reincontrato in diverse vesti e occasioni. I molteplici percorsi che ho ricordato sarebbero negli anni scorsi confluiti nel rapporto stabilito al livello più alto con le sfere dirigenti americane: da presidente italiano con il presidente degli Stati Uniti. Ho seguito da vicino, con neutralità istituzionale e con personale passione e speranza, l’emergere e l’affermarsi di Barack Obama alla guida degli Stati Uniti. Il rapporto che si è stabilito tra noi ha toccato livelli di attenzione, fiducia e finanche confidenza reciproca, e ha presentato tonalità umane, di autentica amicizia, che non avrei potuto prevedere. In fin dei conti, rappresentiamo generazioni e storie diversissime: ma che ciò non abbia costituito un ostacolo, e abbia piuttosto rappresentato uno stimolo, dimostra quanto sia importante – nei rapporti tra i diversi paesi e le loro leadership – un’affinità di approcci, di modi di sentire, di retroterra ideali e morali, oltre che di orientamenti e di impegni politici. E da questo clima instauratosi nell’esercizio delle rispettive funzioni e delle comuni responsabilità tra il presidente italiano e il presidente americano ha tratto beneficio il mio paese, e ha tratto beneficio l’Europa. L’interesse nazionale italiano e l’interesse comune europeo: è questo che, in definitiva, ha contato e conta per me più di ogni altra cosa.

Giorgio Napolitano

 

Post scriptum

Questo libro, nato da un’idea di Federico Rampini, è stato da noi concepito — e scritto “a quattro mani” — come parte del bilancio del settennato presidenziale (maggio 2006 – aprile 2013) sotto i1 profilo delle iniziative e delle relazioni internazionali di cui sono stato parte attiva nell’esercizio della mia funzione istituzionale. Poi, in circostanze del tutto impreviste, sono stato sollecitato – nonostante mie nette dichiarazioni di volontà in senso opposto – a rendermi disponibile per la rielezione a presidente, che ha avuto luogo – con un voto di larghissimo consenso – il 20 aprile 2013. Questo libro vede la luce, dunque, a breve distanza dall’inizio di un secondo mandato, e non può dar conto di sviluppi, che ancora non ci sono stati, della mia attività internazionale. Ma al testo abbiamo lavorato fino all’ultimo giorno prima di andare in stampa, con la massima attenzione per ogni novità che intervenisse nel quadro europeo e mondiale.