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L’architettura del nuovo ordine: la Polonia come leader di cambiamento, innovazione e partnership regionale in Europa

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Il Forum Economico di Karpacz si è confermato ancora una volta un punto di riferimento fondamentale sulla mappa geopolitica ed economica dell’Europa centro-orientale. Svoltosi all’insegna dello slogan “L’architettura del nuovo ordine – stabilità in tempi di cambiamento”, l’evento ha riunito leader del mondo degli affari, rappresentanti di governi ed enti locali, oltre a luminari ed esperti di scienze sociali e tecnologiche. I dibattiti di Karpacz hanno mostrato chiaramente come la Polonia non sia più soltanto un’economia intenta a recuperare il divario, bensì un attore maturo in grado di plasmare le politiche di sicurezza, digitalizzazione e innovazione industriale su scala continentale.

Uno dei filoni più importanti del Forum ha riguardato la sicurezza nazionale sotto il profilo della stabilità militare, sociale e informativa. Il Vicepremier e Ministro della Difesa Nazionale, Władysław Kosiniak-Kamysz, in un’ampia intervista rilasciata a Krzysztof Stanowski, ha analizzato nel dettaglio le sfide attuali dell’interesse nazionale polacco. Ha sottolineato come la Polonia si trovi in un momento storico cruciale, in cui la scelta geopolitica si riduce all’adesione ai valori della civiltà occidentale contro le pressioni provenienti da Oriente. Kosiniak-Kamysz ha posto un forte accento sulle minacce legate alla guerra ibrida, evidenziando che se da un lato le forze armate gestiscono la propaganda diretta russa, la vera sfida risiede nella proliferazione di queste narrazioni all’interno del Paese. Il Vicepremier ha inoltre illustrato le spese record del bilancio statale per la difesa, spiegando che gli investimenti negli stabilimenti bellici polacchi (che gestiscono ordinativi per i fucili d’assalto GROT e i veicoli corazzati Rosomak) puntano sia a rafforzare il potenziale dell’esercito, sia a fare da traino per l’economia nazionale.

Sul fronte delle istituzioni e dell’equilibrio dei poteri, gli interventi e l’intervista dell’ex Presidente Andrzej Duda con Krzysztof Stanowski hanno tracciato un bilancio delle dinamiche politiche interne ed estere. Durante il colloquio, Duda è stato chiamato a valutare lo stile di gestione del suo successore, il Presidente Karol Nawrocki, commentando anche la discussa decisione di quest’ultimo di revocare l’Ordine dell’Aquila Bianca a Volodymyr Zelensky. A questo proposito, Duda ha difeso la propria scelta originaria del 2023 di conferire la massima onorificenza al leader ucraino come modello di leadership in tempi di crisi, spiegando di non essere rimasto ferito dalla successiva revoca, in quanto maturata in un contesto geopolitico ormai mutato. Sollecitato da Stanowski sulle prospettive di un suo futuro impegno politico di fronte alle spaccature interne al partito Diritto e Giustizia (PiS), Duda ha condiviso riflessioni sui rapporti con la NATO e l’UE, riservando anche spazio ai progetti personali al termine del suo mandato.

A completamento dell’asse strategico sulla difesa, le sessioni con Krzysztof Gawkowski e i rappresentanti del Ministero della Digitalizzazione hanno dimostrato come la cibersicurezza sia ormai indissolubilmente legata alla difesa militare. È stata rimarcata la necessità di proteggere le infrastrutture critiche dagli attacchi informatici, sviluppare le capacità polacche nel cloud sicuro e implementare l’intelligenza artificiale come pilastro dello Stato moderno.

Un posto di rilievo è stato occupato dalla presentazione dello studio speciale per il Ministero della Difesa Nazionale, intitolato “La sicurezza delle catene di approvvigionamento nell’industria della difesa polacca in tempo di pace”, elaborato da un consorzio guidato dalla Scuola Superiore di Commercio di Varsavia (SGH) insieme a prestigiose istituzioni come l’Università AGH, la Politecnica di Cracovia, l’Università Jagellonica, l’Accademia Militare Tecnica (WAT), l’Università di Varsavia e l’Istituto ISECS. La tesi centrale evidenzia che il solo acquisto di equipaggiamento all’estero non garantisce la sovranità difensiva: occorre un’efficace gestione del ciclo di vita delle capacità operative (Life-cycle Management), puntando sulla nazionalizzazione dei componenti, sull’offset e sull’integrazione civico-militare per le tecnologie a duplice uso (dual-use).

L’innovazione si conferma il cuore della nuova architettura economica. Il settore spaziale è stato protagonista grazie alla presenza di astronauti e rappresentanti dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), tra cui Sławosz Uznański. Nei panel dedicati all’indipendenza spaziale di Polonia ed Europa, si è discussa l’importanza della formazione ingegneristica e dell’uso del telerilevamento satellitare. Un passo fondamentale per trattenere i talenti sarà l’imminente apertura del centro ESA BIC (Business Incubation Centre) a Varsavia. Contestualmente, l’AI Forum ha affrontato i temi dell’automazione industriale, dell’etica dell’IA e della medicina, mentre il Rapporto congiunto dell’SGH e di 5 atenei partner ha analizzato la congiuntura CEE, il rapporto capitale/PIL e la transizione digitale e verde.

La dimensione transatlantica e la cooperazione globale hanno trovato una cassa di risonanza centrale sul Palco Principale del Forum. In questo contesto si è inserito l’intervento di Seth Adams, Inviato Speciale del Presidente degli Stati Uniti per il Turismo, l’Eccellenza e i Valori Americani, introdotto da Monika Demari, già Presidente del Consiglio di Amministrazione del Club Polacco-Americano di Miami. Adams ha descritto il viaggio e il turismo non solo come fattori economici, ma come strumenti strategici per consolidare i legami tra le società e favorire la comprensione reciproca. Il suo discorso ha toccato temi cruciali quali la sicurezza, le migrazioni, la difesa della libertà di parola, la rivalità geostrategica con la Cina e il valore dell’identità condivisa dell’Occidente, riaffermando la centralità delle relazioni dirette tra Polonia e Stati Uniti.

Parallelamente, lo sviluppo delle infrastrutture di collegamento ha caratterizzato il dibattito “Connettere i territori. Creare opportunità. Come i collegamenti aerei possono costruire partnership a lungo termine in Europa”, organizzato nello Spazio del Politecnico di Varsavia con l’Aeroporto di Breslavia S.A. e Confindustria Polonia. Moderato da Alessandro Saglio (Confindustria Polonia), il panel ha visto la partecipazione di Karol Przywara (Aeroporto di Breslavia), Michał Rado (Maresciallato della Bassa Slesia), Patrizia Paglia (Confindustria Piemonte), German Carboni (Ambasciata d’Italia) e Małgorzata Ostrowska (Consiglio d’Affari Italo-Polacco). Il lancio di cinque nuove rotte dirette tra Torino e la Polonia è stato presentato come un ponte per il business — unendo Bassa Slesia e Piemonte nei settori automotive e tech — e come motore per un turismo attivo tutto l’anno (all-year destination), dallo slow travel alle formule bleisure.

L’ampia presenza italiana ha visto protagonisti Matteo Ogliari (Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia) nei dibattiti storico-culturali ed Elisabetta Caprino (Direttrice Generale della Camera di Commercio e Industria Italiana in Polonia – CCIIP) sui temi dell’internazionalizzazione. A delineare le riforme dell’UE è intervenuto Francesco Tufarelli, Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano, richiamando l’Unione a una maggiore flessibilità burocratica, al rispetto della sussidiarietà e a una collaborazione amministrativa efficiente per preservare la competitività globale.

L’edizione di quest’anno del Forum Economico ha dimostrato che la Polonia sta consolidando con determinazione la propria posizione nelle dinamiche internazionali. Le analisi condotte sui prerequisiti per l’ingresso nel G20 confermano che la crescita del PIL, la spinta digitale e il ruolo chiave nella difesa dell’Europa centro-orientale rendono il Paese un interlocutore naturale nei grandi dibattiti globali. Gazzetta Italia è stata partner mediatico dell’evento.

 

A VENEZIA IL FILM SUL VIAGGIO DEL SECONDO CORPO D’ARMATA POLACCO: “PAPAVERI ROSSI” DI SERGIO MAIFREDI A “CINEMA &ARTS” IDEATO DA ALESSIO NARDIN, PREMIO COLLATERALE UFFICIALE DELLA 83ª MOSTRA INTERNAZIONALE DI ARTE CINEMATOGRAFICA

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(In foto: Massimiliano Cividati, il Presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, Sergio Maifredi e Ruggiero Torre)

Teatro Pubblico Ligure porta a Venezia la storia, quasi sconosciuta in Italia, dei 120.000 uomini, donne e bambini che dai Gulag sovietici arrivarono a liberare Montecassino, Roma e Bologna, portando con sé la più grande compagnia teatrale itinerante della Seconda guerra mondiale.

Oggi, 11 settembre 2026, in anteprima europea assoluta, è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia il terzo film di Sergio Maifredi nell’ambito del premio collaterale ufficiale “Cinema & Arts” ideato da Alessio Nardin. “Papaveri rossi” è stato proiettato nell’ambito del premio collaterale ufficiale “Cinema&Arts” alla presenza del Console Generale di Polonia Agnieszka Gloria Kaminska.

«Inseguo questa storia – dichiara il regista Sergio Maifredi – da quando, nel 2005, ho iniziato a lavorare in Polonia. È la storia della ricerca di libertà di un popolo prigioniero nei Gulag sovietici che, guidato dal generale Anders, riesce a raggiungere l’Italia con mezzi di fortuna. Diventano un esercito, ma prima ancora si riconoscono come popolo. La cultura per loro diventa l’arma più forte. Tra i militari ci sono grandi intellettuali e scrittori, che di quelle vicende saranno anche i narratori. Raccontare “Papaveri rossi” significa, per me, raccontare come un popolo prigioniero ritrova la propria libertà ricostruendo la propria cultura».

Lo spettacolo dei Mondiali di Calcio Femminile Under 20 in Polonia

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Iniziata lo scorso 5 settembre e con la finalissima in programma il 27 settembre 2026, la FIFA U-20 Women’s World Cup si sta disputando in Polonia, che è dunque teatro di una manifestazione calcistica di caratura mondiale. Il Campionato del Mondo di Calcio Femminile per la categoria Under 20 porta dunque nelle città di Łódź, Katowice, Sosnowiec e Bielsko-Biała lo spettacolo delle 24 rappresentative nazionali in lizza per il titolo mondiale, divise in sei gironi da quattro formazioni ciascuno, prima della successiva fase a eliminazione diretta. Una fase che, grazie a due vittorie nelle altrettante gare ad ora affrontate, sia Polonia (Gruppo A) sia Italia (Gruppo D) hanno già raggiunto, con un turno di anticipo. Ho avuto modo di assistere alla seconda sfida del girone di ciascuna delle due nazionali, con la Polonia vittoriosa sul Messico martedì 8 settembre a Katowice, e l’Italia l’indomani in quel di Łódź contro la Nuova Zelanda. Vediamo meglio insieme queste due partite e altro circa le nostre due nazionali ed il prestigioso torneo nel suo complesso.

La Polonia fa gli onori di casa ed è dunque di scena nel match inaugurale, domenica 5 settembre a Katowice, conquistando la vittoria per 3-0 sull’Argentina. Lunedì 6 è tempo invece dell’esordio per l’Italia, che dopo lo svantaggio iniziale riesce a rimontare gli Stati Uniti, imponendosi per 2 reti a 1. Il migliore avvio possibile per poter sognare di arrivare il più lontano possibile, nella manifestazione che vede come campione in carica la Corea del Nord, inserita nel raggruppamento E, e altre interessanti compagini. Arriviamo dunque alle due partite che mi sono potuto godere dagli spalti, anche se per la precisione dei fatti sono tre e “un po’”. Per le prime due giornate dei gironi le due partite del raggruppamento si disputano l’una alle 15 e l’altra alle 18, nel medesimo impianto. Ciò non accadrà nel terzo turno, a partire da domani, dove deve essere garantita la contemporaneità tra le gare dei singoli gironi, e dunque la Polonia per esempio sarà di scena a Bielsko-Biała alle 18 contro il Benin, mentre Argentina e Messico si giocheranno la qualificazione alla stessa ora a Katowice. Ma sempre due partite a impianto saranno, con il girone B che incrociandosi con l’A segue il medesimo concetto, giocando le due gare alle ore 15. Idem per gli altri quattro raggruppamenti.

Ecco spiegato allora quel “un po’”, ossia il quarto circa di gara finale ella sfida tra Benin e Argentina, match delle ore 15 che precedeva la sfida delle 18 tra Polonia e Messico. L’indomani a Łódź invece, con l’Italia in campo per prima alle 15, ho avuto modo di poter vedere per intero anche la successiva sfida tra Giappone e USA. Per la prima volta martedì 8 settembre dunque metto piede nello stadio del GKS Katowice, formazione gialloverde che aveva ben figurato nella scorsa Ekstraklasa da neopromossa: un altro impianto da aggiungere quindi alla mia nutrita lista di stadi polacchi visitati. L’Argentina chiude il match con un corposo bottino di 8 reti a zero, trascinata dalla forte attaccante dell’Internazionale Milano Annika Paz, autrice di una tripletta, la miglior medicina per mettersi alle spalle la sfortunata autorete nella gara d’esordio con la Polonia. 

Polonia-Messico, senza troppi giri di parole, è stata un’autentica sorpresa. Avevo buone aspettative, ma siamo andati ben oltre. Un livello altissimo, una gara interpretata con piglio offensivo da entrambe le formazioni al contempo ben organizzate nel momento di difendere, il tutto condito da gesti tecnici di spessore su ambo i fronti. Seguo da tempo immemore il calcio femminile, sia giovanile sia prime squadre, e ho avuto modo di vedere anche partite di prestigio; voglio citare ad esempio un paio di anni fa un caldissimo Beşiktaş-Galatasaray a Istanbul, una delle rivalità sportive più accese al mondo. La gara tra le giovani ragazze polacche e quelle messicane va però a prendersi con pieno merito la palma di gara di calcio femminile più bella mai vista in vita mia, grazie a un’intensità e a una pulizia di tecnica e interpretazione del gioco non sempre ravvisabili nel calcio in generale. Le messicane trovano subito il vantaggio grazie a una sfortunata autorete biancorossa, forse l’unico modo di battere il fortissimo estremo difensore Julia Wózniak, guardiana dei pali dello Sporting Lisbona, che risulterà decisiva in almeno tre circostanze nel corso del match. Il pareggio polacco con Oliwia Związek arriva pochi minuti dopo lo svantaggio, e da lì in poi sarà un continuo di occasioni da un lato e dall’altro. A risolvere la gara, il cui risultato più giusto e meritato per la qualità espressa sarebbe stato certamente un pareggio (voglio dedicar loro quantomeno la copertina di questo pezzo), è un rigore glaciale a un quarto d’ora dal termine del capitano Zuzanna Witek. A conquistarselo è la numero 15 Weronika Araśniewicz, a mani basse la giocatrice più talentuosa in campo, attaccante classe 2008 del Wolfsburg: gestione del pallone da veterana, coordinazione, velocità, dribbling fulmineo e visione di gioco, pur agendo sulla fascia, un pacchetto completo per una calciatrice con la stoffa del fenomeno, e tutti gli ingredienti in dote per potersi imporre come una delle figure emblema del movimento. Uno spettacolo calcistico per gli occhi. Un anno fa a giugno 2025, negli Europei Under 19 tenutisi sempre in Polonia, nella sfida contro l’Italia terminata 1-1, fu proprio lei a siglare la rete dell’iniziale vantaggio biancorosso, con una serpentina incredibile. Tanta curiosità su dove potrà arrivare questa Polonia, un gruppo assolutamente unito e che lavora sotto la guida di mister Marcin Kasprowicz da diverso tempo, con un blocco fedele che dunque ben si conosce in campo, e una buona amalgama risulta quanto mai fondamentale in una situazione simile.

Abbiamo citato l’Italia e dunque trasferiamoci a Łódź, dove ieri, mercoledì 9 settembre, ho potuto ammirare anche la partita delle azzurre, alle prese con la Nuova Zelanda. Lo stadio in questo caso è quello del ŁKS Łódź, una delle due principali formazioni della città assieme al Widzew, ma a differenza dei concittadini non milita ora in Ekstraklasa, bensì nella seconda serie. Alle 15 è dunque il turno di Pellegrino Cimò, la talentuosa numero 10 che pareggiò un anno prima il pocanzi gol ricordato di Araśniewicz, e compagne, per andare a prendersi la seconda vittoria. La gara offre un copione ben diverso da quella appena raccontata, soprattutto per un atteggiamento più difensivo delle oceaniche, abili a chiudersi e sfruttare le azioni di contropiede. L’Italia di mister Nicola Matteucci per tal ragione fatica a sfondare e crearsi occasioni nitide, ma questi riesce a sbrogliare la matassa con i cambi dalla panchina. Gli ingressi delle attaccanti classe 2007 Rosanna Ventriglia e Karen Appiah, in forza rispettivamente a Roma e Milan, risultano infatti decisivi grazie alla doppietta della prima e al grandissimo gol della seconda per chiudere i conti. Ventriglia sblocca la gara al 78’ con una precisa girata di destro all’altezza del dischetto, avventandosi su una palla vagante nell’area biancoverde. Cinque minuti dopo la numero 9 concede il bis, con un tocco sotto porta dopo la sgasata di Appiah dalla destra. La palla sbatte sulla traversa e rimbalza oltre la riga di porta, per poi ritoccare il legno e uscire: dalla mia postazione in tribuna stampa in linea con quella porta ho visto subito come la sfera avesse nettamente varcato la linea, ma per far esplodere la gioia delle azzurrine è servito qualche secondo ulteriore prima della conferma della direttrice di gara. A un minuto dal novantesimo l’Italia mette la ciliegina sulla torta, con la spizzata della stessa Ventriglia (due gol e un assist dunque) a trovare Appiah che, dal limite dell’area, supera di prima intenzione Brooke Neary con un pregevole pallonetto. Primo gol in nazionale per la forte numero 11, così come (primi, poiché due) per la numero 9, all’esordio assoluto, visto che non aveva preso parte alla gara inaugurale. Ventriglia non è nuova ad esordi “col botto”, visto che con la Roma in Champions League nel dicembre 2024 segnò alla prima assoluta, contro proprio il Galatasaray che avevo sopra menzionato, e che avevo visto in Turchia appena un mese prima. Grande festa dunque per l’Italia in campo e sugli spalti, alla presenza anche di S.E. l’Ambasciatore d’Italia in Polonia Luca Franchetti Pardo, per la prima volta agli ottavi di finale della rassegna mondiale di categoria. 

Alle 18 il programma offre poi una sfida che non posso proprio perdermi, ed è quella tra due ex formazioni campioni del mondo come Giappone e Stati Uniti. Due stili di gioco abbastanza diversi, ma una cosa assolutamente in comune: il talento. Dopo qualche bella occasione sprecata su entrambi i fronti, la gara si sblocca in favore degli USA dopo la mezz’ora per via di un corner tagliato e colpo sotto porta ravvicinato. Dopo tante azioni frutto di una manovra metodica e veramente ordinata, la compagine asiatica trova la via del pari al quarto d’ora dal termine, approfittando di una sbavatura difensiva americana, salvo poi venir nuovamente sorpassata solo un minuto dopo. Ma all’84’ Konoha Nakamura decide di estrarre il coniglio dal cilindro, partendo dalla destra ed accentrandosi in area saltando due avversarie, lasciando poi partire un destro a giro dalla distanza imprendibile per Caroline Birkel. Stessa porta dei tre gol dell’Italia, ero praticamente in linea pur ben in alto, una visuale decisamente privilegiata per godersi un pezzo di bravura da stropicciarsi gli occhi.

In conclusione, che dire, sicuramente l’ennesima bella esperienza, per me e tantissime altre persone, in questo Paese che ancora una volta si riconferma teatro di eventi di spicco globale. Strepitoso anche il tifo al seguito di ogni nazionale, dalle famiglie delle giocatrici a normali supporters:  veramente chapeau a tutti quanti. E poi, come detto, il livello visto in campo è stato davvero alto. Tre gare (e un pezzetto) tutte molto diverse tra loro, ma con un già detto ingrediente come minimo comun denominatore: il talento. Tanto. Dopotutto, è un Mondiale. Dopo l’ultimo turno dei gironi in programma tra venerdì 11 e domenica 13 settembre, il quadro prevede gli ottavi di finale tra mercoledì 16 e giovedì 17, e dopo il venerdì di riposo il weekend ospiterà i quarti di finale. L’appuntamento per le due semifinali è fissato per mercoledì 23 settembre a Łódź (ore 15 e ore 18:30), mentre sabato 26 e domenica 27, alle ore 18, stessa location, sarà la volta della finale per il terzo posto e, nell’ultimissimo atto come da logica prassi, della finalissima.

 

Testo e Foto: Alberto Mangili

Gli epitaffi poetici e corrosivi di Roberto Polce

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“Che beffa, l’esistenza: / c’era sempre qualcosa / da fare con più urgenza / e tempo non ce n’era / mai abbastanza. E adesso /che avrei tempo da buttare, / non c’è più niente da fare.” Un pensiero lucido e beffardo corre lungo i versi dell’Epitaffio 7, uno dei frammenti funebri raccolti nel volume C’ero e non c’ero. Repertorio di epitaffi pronto uso di Roberto M. Polce, pubblicato da Infinito edizioni nel novembre del 2025. Sfogliando le pagine di questa originale opera, che mescola con humour poesia e ironia corrosiva, è facile lasciarsi prendere dall’atmosfera e dal sottile umorismo nero che pervade gli epitaffi, dalla fluida musicalità dei versi. Un gusto sottilmente macabro, che evoca riferimenti cinematografici quali la spettrale figura della Morte con la falce, venuta a prendere la vita del nobile cavaliere di ritorno dalle crociate ne “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman o le atmosfere gotiche di un regista visionario, Tim Burton, con i suoi film, sospesi tra oscurità e fiaba, in cui spesso il tema centrale è la dialettica tra vita e morte.  

Quelle che ascoltiamo sono solo voci, soffi impercettibili, lievi sussurri che fendono le nebbie, quasi improvvise folgorazioni. Le voci degli infelici che, forse, non sono riusciti a pareggiare i conti con l’universo e con se stessi quando erano in vita. E ora vagano nelle tenebre, come anime in pena, peregrinando tra ombre minacciose e paesaggi desolati, senza riuscire a trovare un sereno approdo. Forse l’inferno consiste proprio in questo, si chiede l’autore di questa opera elegiaca dai toni sferzanti, un “irrequieto vagabondo della scrittura” come si definisce Roberto M. Polce nelle note biografiche che accompagnano il testo, un inquieto e instancabile esploratore dell’animo umano che ha errato tutta la vita tra versi, racconti e romanzi, articoli e recensioni, guide turistiche e traduzioni di poesia e narrativa. 

Fot. Kamil Gozdan

“Da qualche tempo – confida Polce – vengono a farmi visita i morti. Non so come mai. Forse perché con l’avanzare dell’età mi avvicino sempre di più a quel sottile, impalpabile velo d’ombra che mi separa da loro.” O forse “perché ormai cresce di anno in anno il numero degli amici, parenti, conoscenti scomparsi e con essi quello che è stato il mio mondo si va lentamente, inesorabilmente eclissando verso il lato oscuro, inesplorato dell’esistenza…”. Chi scrive si lascia attraversare da questi messaggi provenienti dall’aldilà come fosse solo un dispositivo di trasmissione, un ambasciatore ignaro del contenuto della sua missiva, una sorta di “modem” capace di convertire i segnali digitali in segnali analogici percepibili dai nostri sensi. 

I morti sembrano provare un piacere particolare, a volte quasi infantile, nell’esprimersi in forme ritmate, nenie, filastrocche e ninnenanne. Impossibile non pensare all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e ai brani della raccolta Non al denaro non all’amore né al cielo di Fabrizio De Andrè, le suggestive ballate ispirate agli abitanti di una piccola cittadina che ora “dormono sulla collina”, nel cimitero di Spoon River.

Parlando del suo luogo natio, Valmontone, che Charles Dickens descrive nel suo diario di viaggio Pictures of Italy (1846) come “la tonda cittaduzza che sorge cinta di mura sulla montagna…”, Roberto M. Polce traccia un sottile fil rouge per la sua passione letteraria: nel Trecento quel borgo potrebbe aver dato i natali a Bartolomeo di Iacovo, autore, secondo alcuni, della trecentesca Cronica che racconta la Vita di Cola di Rienzo. Errabondo anche nella vita, Polce si è poi trasferito dal paese laziale a Milano, per approdare negli ultimi anni sulle rive del Baltico polacco, a Danzica, dove dal 2018 è docente di Lingua e Letteratura italiana presso l’Università. Un approdo sicuro, un luogo del cuore dove, “salvo colpi di scena”, avrebbe desiderio di stabilire la sua estrema dimora eterna.

Il linguaggio è un aspetto importante di questa raccolta: non sappiamo se sia costato molta fatica e lavoro di riscrittura all’autore, eppure, nel leggere gli epitaffi, le parole sembrano scorrere leggere come le vite dei protagonisti. I messaggi in genere si fanno strada al mattino nella mente ancora assonnata di Polce: singole parole, mezze frasi, a volte interi versi già pronti per essere trascritti. Prima che questi svaporino con la luce del giorno occorre annotarli, fissarli nel taccuino della memoria:  sono gli ultimi sussurri, il bagliore fugace di quel momento, alla fine dell’esistenza, quando ognuno vedrebbe riassunta come in una timelapse, l’intera propria vita su questa terra. 

Alla raccolta di versi si accompagna la novella “La Morta” di Guy de Maupassant, in cui Polce afferma di essersi imbattuto per caso mentre trascriveva gli epitaffi. Un uomo, distrutto per la morte della sua amata, visitando il cimitero scopre che i defunti si risvegliano per cancellare le menzogne incise sulle lapidi e ristabilire la “terribile verità” della loro vita. Un racconto che sembra confermare lo spirito che attraversa gli epitaffi funebri di Polce che gli sono stati dettati, e continuano tuttora a venirgli suggeriti, dalle anime dei trapassati. 

Le straordinarie illustrazioni, che fanno da corredo a questi piccoli ritratti ironici e corrosivi, sono opera degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Danzica, per iniziativa del professor Sławomir Witkowski, figura di rilievo nel panorama della grafica polacca. 

Tra le pieghe di queste composizioni si rintraccia inoltre tutta l’esperienza di vita e di lavoro di Roberto M. Polce, il suo percorso umano che lo ha portato oggi a parlare di morte. In maniera mordace e disincantata. O con la dolce malinconia dei versi dell’Epitaffio 1: “È stato molto bello, / ma alla fine ero stanco. / Voi andate pure avanti, / io vi aspetto qui”. 

Fot. Aleksandra Stolarczyk

 

Måneskin tornano insieme sul palco: la band sarà a Sanremo 2027

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Måneskin, Milano, 2023. Fot: Oktawia Burzak

Stefano De Martino inizia a svelare i primi dettagli sulla prossima edizione del Festival di Sanremo, che condurrà e di cui sarà anche direttore artistico. Una delle sue anticipazioni ha già suscitato grande interesse tra gli appassionati di musica italiana: tra gli ospiti speciali di Sanremo 2027 ci saranno i Måneskin.

A confermarlo è stato lo stesso De Martino in un’intervista a „TV Sorrisi e Canzoni”, la cui versione integrale sarà pubblicata il 1° settembre.

“Tra gli ospiti ci saranno i Måneskin”, ha rivelato il conduttore.

Per i fan della band si tratta di una notizia attesa da mesi. Sarà infatti la prima esibizione pubblica dell’intera formazione da quasi tre anni. L’ultima volta che Damiano David, Victoria De Angelis, Thomas Raggi ed Ethan Torchio sono saliti insieme sul palco è stata a Parigi, nel 2024, al termine di una delle fasi più importanti della loro carriera.

È proprio a Sanremo, infatti, che tutto ha avuto inizio. Nel 2021 i Måneskin hanno vinto il Festival con „ZITTI E BUONI”, conquistando pochi mesi dopo anche il primo posto all’Eurovision Song Contest. Quel successo ha aperto loro le porte della scena internazionale e dei più importanti palcoscenici del mondo. Negli anni successivi la band ha portato la propria musica in giro per il mondo e ha pubblicato l’album „RUSH!”, seguito dalla versione estesa „RUSH! (ARE U COMING?)”.

Nel 2024 i Måneskin hanno annunciato una pausa e ciascun membro della band si è concentrato sui propri progetti. Damiano David ha intrapreso la carriera solista, pubblicando l’album „FUNNY little FEARS”, seguito dalla versione estesa „FUNNY little FEARS (DREAMS)”, e partendo per un tour mondiale. Thomas Raggi ha presentato il suo progetto solista „MASQUERADE”, Victoria De Angelis si è concentrata sulla carriera da DJ, mentre Ethan Torchio ha partecipato alla produzione delle musiche del film “Ogni pensiero vola”.

Durante la pausa non sono mancate le speculazioni sul futuro della band, comprese quelle su una possibile separazione. I musicisti, tuttavia, non hanno mai confermato ufficialmente queste ipotesi e il loro ritorno insieme è rimasto una delle domande più frequenti tra i fan. Ora, finalmente, sembra esserci una risposta.

Il 77° Festival della Canzone Italiana di Sanremo si terrà dal 16 al 20 febbraio 2027. Al momento non si conoscono ancora i dettagli dell’esibizione dei Måneskin, né se la band abbia in programma qualcosa di speciale per il pubblico. De Martino si è limitato a confermare la loro presenza tra gli ospiti della prossima edizione.

Per i dettagli bisognerà quindi aspettare ancora un po’. Una cosa, però, è già certa: il prossimo Sanremo offrirà al pubblico l’occasione di rivedere insieme sul palco tutti e quattro i membri dei Måneskin, dopo un periodo in cui ciascuno di loro si è dedicato ai propri progetti artistici. Per i fan della band, sarà senza dubbio uno dei momenti più attesi della prossima edizione.

Torna la Serie A! Ecco i calciatori polacchi al via nel 2026/2027. Occhio alle Coppe: nuovi incroci europei Italia-Polonia?

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Ha preso il via nell’ultimo fine settimana la stagione 2026/2027 del campionato italiano di calcio di Serie A, con il primo turno conclusosi nella serata di ieri. Come visto lo scorso anno in questo articolo, anche per la nuova stagione andiamo ora ad analizzare la presenza di giocatori polacchi nelle rose dei 20 club. Non va dimenticato però che, sebbene il campionato abbia preso il via, il calciomercato è ancora aperto, fino alla serata di martedì 1 settembre, e pertanto anche il prossimo weekend di partite sarà interessato da movimenti e trattative. E proprio un calciatore della nazionale polacca è appena approdato in uno dei club italiani più importanti, in una situazione di mercato molto chiacchierata di questi ultimi giorni.

Partiamo dall’Atalanta, che per il secondo anno consecutivo potrà contare sulla qualità del classe 2001 Nicola Zalewski. Il giocatore della nazionale biancorossa, con anche cittadinanza italiana, è stato autore di un’ottima prova nel 2-1 casalingo contro il Sassuolo di domenica sera, che ho potuto godermi dagli spalti. Schierato dal nuovo mister Maurizio Sarri alto nel tridente a destra, il numero 59 ha messo lo zampino nel gol del vantaggio dopo cinque minuti, con una bella imbucata in profondità sulla destra, da cui è scaturita poi la rete bergamasca. Al decimo invece, sempre su quella fascia, è stato autore di una incredibile percussione, saltando un paio di avversari in velocità e arrivando però logicamente stanco alla conclusione, trovando la respinta del portiere ospite. Sostituito poco prima dello scoccare dell’ora di gioco, Zalewski ha dunque offerto una prova generosa mettendo in evidenza la sua duttilità: sovente, infatti, lo si può notare agire anche in veste di mezz’ala. Nelle esperienze precedenti con le maglie di Roma e Inter ha interpretato anche i ruoli di terzino o esterno alto sulla catena di sinistra, laddove anche aveva cominciato con la maglia della Dea, senza dimenticare anche alcune gare giocate da trequartista, compito alle volte eseguito  anche con la nazionale.  Non sono mancate chiacchiere di mercato anche per Zalewski, ma l’apporto di un giocatore con simili caratteristiche, capace di svariare praticamente lungo tutto il campo, può essere determinante in una squadra che potrebbe anche riassaggiare l’Europa, qualora passasse il turno di qualificazione giovedì, staccando il pass per la Conference League che nell’ultima annata ha visto la Fiorentina di scena per ben due volte in Polonia. Nell’ultima parte di questo articolo analizzeremo anche la prospettiva europea sui possibili nuovi incroci tra Italia e Polonia nelle Coppe Europee della stagione 2026/2027.

Nella pocanzi citata Inter, squadra campione d’Italia, ha iniziato la sua terza stagione Piotr Zieliński, indubbiamente il calciatore polacco più blasonato del campionato, nonché primo della storia nerazzurra. Anche il centrocampista classe 1994, al pari di Zalewski, secondo polacco della storia del Biscione, possiede la cittadinanza italiana, essendo in Italia dall’ormai lontano 2011, quando vestiva la casacca dell’Udinese, prima dei due anni ad Empoli preludio degli otto di Napoli, nei quali si è consacrato come uno dei migliori interpreti del ruolo. Nella veste di mezz’ala nel centrocampo a cinque interista continua a svolgere un compito parecchio importante, e nell’esordio di San Siro contro il Monza sabato alle 18.30, uno dei due match inaugurali del torneo, ha anche trovato la via della rete. 

Restiamo in mediana e spostiamoci proprio nella menzionata Udine, sede dell’altra partita che ha aperto la Serie A 2026/2027, dove Jakub Piotrowski ha partecipato al pareggio per 1-1 dei bianconeri contro il Como. Il roccioso centrocampista classe 1997, con una decina di presenze anche nella rappresentativa nazionale, è alla seconda stagione con la casacca dei friulani, dopo una prima annata in cui ha centrato un ottimo decimo posto, siglando anche una rete in 33 presenze. Tra i compagni con cui ha raggiunto il posizionamento nella parte sinistra della graduatoria c’era anche Adam Buksa, attaccante connazionale che ha appena salutato in direzione Maiorca. Sabato prossimo, per la seconda giornata di campionato, l’Udinese scenderà in campo a Monza, altra partita che avrò modo di seguire dal vivo. Chissà se con almeno un polacco in campo, Piotrowski, o magari di più. Le vie del calciomercato sono infinite…

Chiudiamo il discorso centrocampo con un interessante giovane classe 2007, Adrian Przyborek, acquistato dalla Lazio nell’ultimo mercato invernale dal Pogoń Szczecin. Il talentuoso trequartista, messosi in luce sin da giovanissimo in Ekstraklasa grazie alla sua raffinatezza, creatività e ottima interpretazione del ruolo, ha assaggiato il campo della Serie A solo per i dieci minuti e poco più finali di Lazio-Pisa, gara conclusiva dello scorso campionato. Vedremo quanto spazio potrà ritagliarsi nella nuova annata, in una zona di campo che forse è il tassello più solido della formazione capitolina. 

Avanziamo il raggio di gioco e iniziamo con un nome ben noto al calcio italiano, per poi introdurne un altro tutto da scoprire in questa stagione. Arkadiusz Milik, centravanti della Juventus classe 1994, non ha certo bisogno di presentazioni. Portato in Italia dal Napoli che nel 2016 lo prelevò dall’Ajax, e dove rimane fino al 2021, dopo una stagione in Francia al Marsiglia torna nel 2022 in Italia con la Juventus, da subito con un buon impatto. Le ultime due stagioni sono state però un vero incubo per Arek, la cui carriera è stata fortemente condizionata dagli infortuni alle ginocchia, già in maglia azzurra. Nella primavera dello scorso campionato era tornato a calcare il campo in due spezzoni di gara, gli unici della stagione, dopo oltre due anni lontano dal terreno di gioco. Buon precampionato per lui ora, con anche un gol nell’amichevole australiana con il Palermo, mentre non è sceso in campo nel tradizionale test in famiglia allo Stadium di lunedì 17 agosto (potete vedere due foto appena sopra) e nella gara d’esordio di domenica a Frosinone. E non abbiamo avuto modo di apprezzare in campo all’esordio, in questo caso nella gara Venezia-Lecce, nemmeno il nuovo attaccante dei lagunari Kornel Lisman. L’esterno offensivo arriva dal Lech Poznań, con il quale ha vinto i due ultimi campionati di Ekstraklasa. Parliamo di un talentuoso classe 2006, alla prima esperienza in un campionato di livello e in una compagine che ha investito parecchio per affrontare al meglio il ritorno in Serie A.  

Ora arretriamo il raggio d’azione, parlando di due difensori dei quali uno ben conosce il campionato italiano, giocandovi ormai dal 2019, mentre l’altro ha imparato a conoscerlo nella scorsa stagione, ma potrebbe essere prossimo ai saluti. Il primo nome è quello di Sebastian Walukiewicz del Sassuolo, alla seconda stagione in maglia neroverde, dopo aver difeso i colori di Cagliari, Empoli e Torino. Non impiegato a Bergamo all’esordio causa infortunio,  il difensore centrale classe 1997, ormai perlopiù impiegato come terzino destro, è attualmente il calciatore in attività con più gare giocate (143) e minuti (quasi 13mila)  senza aver mai trovato la via della rete in Serie A. In nazionale invece gode di un gol in dieci presenze. Arriverà quest’anno finalmente la gioia del gol anche in campionato? Gol che manca anche al secondo giocatore in questione, Jan Ziółkowski della Roma, che nel suo ultimo e unico anno di A ha messo insieme 18 presenze, un bottino di assoluto rispetto nella compagine giallorossa, nel cui terzetto difensivo non è facile trovare spazio. Rimbalzano notizie di un possibile addio proprio nelle ore della notte tra lunedì e martedì, con anche club italiani, tra i quali Monza e Parma, interessati al giovane classe 2005, tanto in prestito quanto a titolo definitivo. Non mancano apprezzamenti anche dall’estero. Un destino dunque, al momento in cui questo articolo sarà pubblicato, ancora da scrivere. 

Manca invece solo il nero su bianco per un giocatore pronto a vestirlo il bianconero, o meglio il vero e proprio annuncio ufficiale del club (al momento della scrittura di questo articolo), e arretriamo ulteriormente il baricentro spostandoci tra i pali. Parliamo dunque di portieri con Kamil Grabara che è pronto ad essere un nuovo giocatore della Juventus, con la trattativa andata in porto nella giornata di lunedì 24 agosto, dopo vari giorni di rumours. L’estremo difensore classe 1999, che ho avuto modo di vedere anche a giugno in campo a Varsavia con la nazionale, andrà a ricoprire il ruolo di secondo portiere, sulla carta, alle spalle del neo arrivato Vicario, calciatore nel giro della nazionale italiana. Il portiere “mascherato”, ben riconoscibile per la protezione che indossa a seguito di un infortunio al volto dai tempi del Copenaghen, è un elemento di assoluta affidabilità e caratura internazionale, il cui nome era circolato nelle sedi bianconere già ai tempi di Wojciech Szczęsny, su indicazione stessa del miglior interprete biancorosso del ruolo di questo secolo. Ora è stato prelevato dal Wolfsburg, squadra tedesca retrocessa nell’ultima stagione di Bundesliga. Per un nuovo portiere polacco in Serie A invece ce n’è uno che la frequenta ormai da oltre una dozzina d’anni, ed è Łukasz Skorupski, il guardiano dei pali del Bologna. Portato in Italia dalla Roma nel 2013 dal Górnik Zabrze, dopo una parentesi all’Empoli tra il 2015 e il 2017 e il ritorno nella capitale l’anno successivo, dal 2018 è diventato un punto di riferimento per i rossoblù, rivelandosi spesso e volentieri uno degli interpreti del ruolo più affidabili del campionato. Per lui anche 20 presenze con la nazionale maggiore, tra cui la grande prestazione negli Europei 2024 contro la Francia e l’ultima Nations League,  competizione pronta a ripartire con la nuova edizione esattamente tra un mese.

Dopo aver dunque visto nel dettaglio tutti i calciatori polacchi presenti attualmente (calciomercato permettendo, nel bene e nel male) nel campionato italiano, spendiamo una parola al solito per l’Ekstraklasa, con il campionato polacco che ha già visto completarsi cinque turni. Vediamo poi anche la situazione europea delle squadre coinvolte ed eventuali  possibili incroci con le italiane. Sono numerosi dunque i giocatori biancorossi che sono transitati dai campionati italiani e ora sono tornati in patria, o c’è chi addirittura fa avanti e indietro come l’iconico Pawel Dawidowicz, tornato in Serie B all’Hellas Verona dopo una breve parentesi al Raków Częstochowa. In terra veneta ha trovato anche il connazionale Kacper Sezonienko, attaccante che l’Hellas ha prelevato dal retrocesso Lechia Gdańsk e che ho visto all’opera in terra veronese nel suo debutto in amichevole agli inizi di agosto, contro il Lecco. Torniamo ora come detto all’Ekstraklasa. Al momento in testa alla graduatoria c’è il Legia Varsavia, reduce da una deludente annata e ora capace di raccogliere 11 punti nelle prime cinque sfide. Ho avuto modo di assistere alla gara di apertura del terzo turno del 7 agosto, in un momento di stacco dal Tour de Pologne tra Wisła Kraków e Wisła Płock. La formazione di Cracovia è tornata nella massima serie dopo quattro anni di purgatorio, o inferno che dir si voglia, determinata a voler dire la propria. Qui aveva chiuso la sua carriera una figura chiave per la società, Jakub Błaszczykowski, un giocatore che ho adorato nella mia adolescenza e oltre, e che proprio dal Wisła spiccò il volò per consacrarsi a livello mondiale con il Borussia Dortmund, con anche una parentesi successiva in Serie A alla Fiorentina. A proposito di incroci tra Polonia e Italia, e che incrocio fu questo.

Tornando al campo attuale, nella sfida in questione tra “omonime” legati al fiume Vistola, i ragazzi di Mariusz Jop sono riusciti a portare a casa la vittoria, imponendosi per 2-1 contro una compagine altrettanto ben organizzata. La partita ha proposto qualche trama interessante, in particolare per mano dei padroni di casa, ben quadrati e capaci di tesser del buon gioco, grazie anche al duo iberico Rodado-Sánchez, autori delle reti; ma anche gli ospiti, imbattuti nelle prime due, non hanno sfigurato. Vorrei spendere infine un’ulteriore parola proprio per il tecnico dei padroni di casa, non per un altro merito tecnico, ma per un aspetto extra campo. Nella mia vita ho preso parte in veste di giornalista a centinaia di partite, frequentando dunque la conferenza stampa post gara. Potrei anche non ricordare, non credo, ma difficilmente penso mi possa esser capitato di vedere un allenatore come Mariusz Jop che, prima di sedersi a parlare, passi a salutare stringendo la mano a tutti i presenti, me compreso. Chapeau. 

Ben cinque formazioni polacche sono state impegnate nelle qualificazioni alle competizioni europee e hanno delle partite da recuperare, pertanto la classifica risulta parziale. Il Lech Poznań ha cestinato, senza troppi giri di parole, la possibilità di poter rivedere una compagine polacca in Champions a distanza di dieci anni dal sopra citato Legia, perdendo il turno di qualificazione con il campione di Danimarca Aarhus e garantendosi poi l’accesso alla Europa League sbarazzandosi agevolmente dei faroesi del KÌ Klasvik e chiudendo la pratica Thun con un 7-0 giovedì scorso, in attesa del turno di ritorno tra due giorni in Svizzera. Potremmo parlare già di fase a gironi anche per lo Jagiellonia Białystok, vincente 4-0 nell’andata contro l’Iberia Tbilisi e ora atteso dal ritorno in Georgia. Un risultato meno largo rispetto al Kolejorz, ma che dovrebbe garantire una certa tranquillità per l’approdo al gruppone di Europa League dove potrebbero esserci i suggestivi incroci con Juventus e Milan, competizione vinta nel 2024 dall’Atalanta nella magica notte di Dublino (potete apprezzare più sopra la statua commemorativa del trofeo fuori dallo stadio di Bergamo). Il GKS Katowice ha salutato la Conference League perdendo con l’Hapoel Tel Aviv, proprio la squadra contro cui si sta giocando l’accesso alla terza competizione europea l’Atalanta. Altre due polacche però sono in battaglia per il medesimo obiettivo. Il Górnik Zabrze, estromesso dalle qualificazioni per la Champions per mano del Fenerbache, poi da quelle per l’Europa League dal Ferencvaros, si trova ora a dover rimontare a Montecarlo il 3-2 subito all’andata dal Monaco. Se il Lech Poznań aveva non certo la strada spianata, ma comunque un percorso potenzialmente agevole per centrare la Champions, per i minatori vi era da subito una salita quasi insormontabile coi turchi, ed impegnativa con gli ungheresi. E trovare poi il Monaco anche per la Conference non è proprio il massimo della fortuna, ecco. Tutto da scrivere invece il destino del Raków Częstochowa, che è riuscito a chiudere sul 2-2 l’andata di Spalato contro l’Hajduk con un gol allo scadere, tenendo i giochi dunque aperti per il ritorno in Polonia. Tra due giorni, giovedì 27 agosto, avremo tutti i verdetti. Il giorno dopo invece ci saranno i sorteggi, e scopriremo se vi saranno dunque dei nuovi incroci europei italo-polacchi, come accaduto in due circostanze nell’ultima stagione. 

Testo e Foto: Alberto Mangili

Che ci fa un veneziano a Cracovia?

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Prefazione al nuovo romanzo di Sebastiano Giorgi “La banda Stryjkowski”. Cronache di esuli e sognatori a Kazimierz” edito da Austeria. 

C’ è una sorta di buffa “maledizione” che colpisce inesorabilmente i maschi italiani che vanno in Polonia: il film Giuseppe a Varsavia (1964) di Stanisław Lenartowicz, con Elżbieta Czyżewska, Antonio Cifariello e Zbigniew Cybulski. Cifariello e Cybulski morirono poi entrambi giovani: Cifariello in un incidente aereo in Africa e Cybulski finendo sotto le ruote del treno che stava tentando di agguantare in corsa. Ma la “maledizione” consiste nel fatto che il protagonista del film, un soldato dell’ARMIR che fuggì a Varsavia per non tornare sul fronte russo, è un pasticcione incredibile e ne combina di tutte per amore di una fanciulla polacca. Inevitabilmente quindi anche Jacopo, il protagonista di questo divertente e malinconico, poetico e bizzarro libro, ricorda il Giuseppe della commedia (tra l’altro, il ruolo di Giuseppe doveva essere interpretato da uno dei più famosi comici polacchi, ma il regista dichiarò che nessuno avrebbe potuto interpretare un italiano meglio di un nuovo arrivato dalla penisola italiana…).

Jacopo è un veneziano fino al midollo e vive nella casa lasciatagli dai nonni materni al confine nord del periferico, ma ancora autentico, isolotto di Sant’Elena. La sua monotona vita nella bellissima Venezia, ormai devastata dal turismo di massa, viene improvvisamente sconvolta da una breve e appassionata avventura con Edyta, una bella turista polacca. Come spesso accade, la passione consumata in pochi giorni ingenera un doloroso malinteso: lui si innamora, lei torna alla sua città (Nowa Huta), alla sua vita e lo dimentica, ignorando ogni suo messaggio.

Lui è un testardo romanticone ma forse, seppur all’inizio confusamente, intuisce anche che quella scossa può finalmente farlo uscire dalle acque paludose e prive di stimoli, della sua vita lagunare e decide di andarla a cercare in Polonia, paese del quale, come molti italiani, ignora quasi tutto.

Si ritrova a Cracovia, nel quartiere di Kazimierz, “che in un secolo si è trasformato da cuore pulsante di una delle più antiche comunità ebraiche d’Europa a nuovo Eldorado turistico desertificato di abitanti ma ingolfato di ristoranti e di negozi di souvenir”. Ma forse anche per questo familiarizza rapidamente: “Da veneziano mi sono ambientato bene in questa isola, in senso figurato, di Kazimierz (Kazimierz era un’isola fino al XIX secolo, separata da Cracovia da un ramo della Vistola). Questa versione di me che sperimenta nuovi luoghi, nuove amicizie, nuovi lavori mi piace. Edyta mi ha obbligato a tirar fuori qualcosa che avevo trascurato. Non so quanto resterò a Cracovia, ma di sicuro nessuno in questo momento sente la mia mancanza a Venezia. Che io torni domani o tra due anni non fa alcuna differenza, gli amici mi accoglieranno allo stesso modo e mi faranno i soliti discorsi”.

Venezia e Cracovia si rimbalzano come due specchi contrapposti: continui sono i riferimenti dell’una all’altra. La bellezza e la paccottiglia sembrano avvicinarle. Ma è il quartiere ebraico di Kazimierz, dove si svolge gran parte della vicenda, che fa trasparire un senso di vuoto che l’inautentico a uso turistico non riesce a occultare e anzi esalta. Oggi, le immagini dell’orrore, ora riproducibili e modificabili, vengono filtrate da retoriche di segno diverso e tendono a generare l’oblio anziché la memoria. L’appello a “non dimenticare” risuona così sempre più stanco. “Il tuo occhio come pietra cieco” recita un verso di Paul Celan del 1959. Anche nel Ghetto di Venezia, il primo della storia con questo nome, si percepisce tristemente l’oblio che la falsa mercanzia dei negozietti non fa che accentuare. Due luoghi un tempo pieni di vita e ora ammantati di morte.

Uno dei meriti del libro consiste nel fatto che questo veneziano pazzerello trasforma la tristezza del quartiere in una girandola di situazioni surreali e divertenti. Il suo “grimaldello” è uno strano albergo, proprio nel centro del quartiere, testimonianza del mondo galiziano perduto. Le camere sono arredate con vecchi mobili, ovunque alle pareti ci sono mappe ottocentesche; i corridoi sono pieni di pile di libri (perché l’albergo è anche una casa editrice e una libreria) e la sala da pranzo sembra un salotto borghese fasciato di centrini e velluti. Una grande poltrona in pelle consunta, quasi un trono, è sovrastata dal ritratto di un grande musicista klezmer che là passava le giornate e amava dire: “Quasi ogni donna che si è seduta su questa poltrona poi è rimasta incinta”. Per Jacopo è come se si fosse aperta una porta magica e fosse precipitato nel paese delle meraviglie. E là dentro, magicamente, riesce anche a introdurre, nel menù tradizionale del ristorante, i venezianissimi bigoli in salsa.

Dentro e attorno alla Locanda Stryjkowski ruotano i personaggi più singolari, ognuno accompagnato da una storia personale sorprendente. Lo “straniero” Jacopo, come un demiurgo, le catalizza tutte e ce le fa, a modo suo, conoscere.

Quei personaggi finiscono col collegarsi, agli occhi del lettore sempre più incuriosito, grazie a Jacopo che da passivo spettatore diventa mano a mano una sorta di baldanzoso direttore d’orchestra. Nasce così la “banda Stryjkowski”. Si realizza quella sorta di “gruppo in fusione” della quale parlava Jean-Paul Sartre ne La critica della ragion dialettica (1960): persone che incrociano e associano i loro destini. I fili dei personaggi si intrecciano e si incontrano con manifestazioni di bella e simpatica umanità e solidarietà. Le donne sono più sagge e giocano un ruolo fondamentale, com’ è del resto nella tradizione storica e culturale di una nazione dove gli uomini venivano frequentemente ammazzati o deportati. Sono loro che, pure in questa vicenda, e anche nei personaggi più stravaganti, come la facoltosa massaggiatrice ayurvedica Ester, mostrano di aver le idee più chiare e saper alla fine condurre le danze a loro favore.

Ma il personaggio più significativo di questo bizzarro gruppetto è forse l’improbabile rappresentante di gioielli Mateusz: “magro, capelli neri lisci con un ciuffo che, con un tic, sposta infinite volte, baffi anni Settanta, andatura dinoccolata, che viaggia con la sua Volvo Station Vagon 240 DL in una sorta di quadrilatero neo-galiziano tra Vienna, Cracovia, Trieste, Leopoli, Praga e Vicenza”, e sosta lunghi periodi a Cracovia dove ha una buona parte dei suoi clienti e un occasionale conforto amoroso, con una procace e falsoburbera guidatrice di carrozze per turisti e che alla fine riuscirà a legarlo stabilmente a sé.

L’obiettivo di Jacopo rimane costantemente quello di ritrovare Edyta. E così a un certo punto dalla vecchia Cracovia-Kazymierz si arriva a Nowa Huta. E nuovamente le assonanze con Venezia emergono prepotentemente. Non soltanto perché Jacopo si accorge che quella città, costruita nell’epoca staliniana, fu progettata in uno stile che cercava di fondere lo stile Rinascimentale con quello pomposo e retorico dell’architettura socialista di modello sovietico. Di nuovo Cracovia e il suo sobborgo Nowa Huta sono simmetriche a Venezia e Marghera. Se negli anni Cinquanta il regime comunista decise di creare un contraltare industriale a Cracovia, negli anni Venti il fascismo dette vita, a poca distanza dalla intoccabile e decadente Venezia, al Petrolchimico di Porto Marghera. Due poli industriali che inquinarono le città d’arte vicine a loro. La Modernità che si affiancò all’Antichità con esiti abbastanza disastrosi. È quindi quasi ovvio che Jacopo, al di là dell’amore, si trovi tutto sommato a suo agio a Nowa Huta: ci sente la Marghera della sua Venezia. Alla fine del libro è inevitabile chiedersi se tutto quello che viene raccontato sia vero o meno. L’io narrante Jacopo ogni tanto, quando qualcuno gli chiede se racconterà quello che gli è capitato, dice che “sta prendendo appunti”. Ma la Polonia, e questo è una parte del suo grande fascino, non soltanto per gli italiani, è un luogo dove anche le cose più inverosimili possono accadere: come sostiene Alfred Jarry, nel suo famoso testo teatrale patafisco Ubu roi (1896), qualsiasi cosa è possibile in Polonia perché ci troviamo “in Polonia o in nessun luogo”. Quando agli inizi degli anni Ottanta studiavo a Varsavia mi imbattei in un libro sull’Insurrezione di Varsavia del 1944: Rapsodia Żoliborska (1957) di Stanisław Podlewski.

Vi si narrava di un ufficiale di Roma, ferito in Russia e ricoverato a Varsavia, che fuggì come Giuseppe, fu ospitato in una casa nel quartiere nord della città, si innamorò della figlia di coloro che lo accolsero, la mise incinta e, sentendosi ormai polacco, si unì agli insorti e fu ucciso dai tedeschi nei pressi della Stazione Danzica…

Laura Breszka: “Felicità” tra Varsavia e Polignano

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Quando le luci si accendono e la telecamera entra in azione, è concentrata, composta e immersa nel suo ruolo. Appena le luci si spengono, inizia a camminare, gesticolare e sprigionare un’energia incontenibile, come se stesse solo aspettando di liberare le emozioni soffocate dentro di sé per quei pochi minuti. Questa è Laura Breszka, attrice cinematografica, teatrale e di doppiaggio, nota, tra gli altri, per le serie: “Julia”, “Cisza nad rozlewiskiem” e “Singielka”. Già in autunno la si potrà vedere in una nuova produzione TVP, la serie polacco-italiana “Felicità”, basata sul libro di Katarzyna Kalicińska. In un’intervista per Gazzetta Italia racconta gli inizi della sua carriera e le impressioni dal set a Polignano a Mare.

Fare l’attrice è stato da sempre il tuo sogno nel cassetto?

Ho frequentato corsi di teatro dalla terza elementare fino alla fine delle scuole medie, poi sono andata al liceo con una classe teatrale a Breslavia. Mi sono anche esibita in un teatro di pantomima, quindi ho pensato abbastanza presto che era questo che volevo fare nella vita. Recitare mi veniva facile e sentivo interiormente di essere brava. E quando qualcosa è piacevole, ci si lascia guidare dall’intuito. Ogni spettacolo che facevamo con la classe alle elementari e al liceo veniva messo in scena su vari palcoscenici in Polonia. Andavamo a festival e concorsi teatrali. Ricordo che a una rassegna a Poznań, che si teneva al Teatro Polacco, abbiamo vinto la Maschera d’Oro. Ero abituata al palcoscenico fin da piccola e amavo il teatro.

Quale ruolo di questo periodo iniziale ricordi di più?

Ho due ricordi di quel periodo. Il primo è la poesia di Wisława Szymborska “Odio” che declamavo in molte recite scolastiche. Ma il mio personaggio preferito di quel periodo era la Rosa de “Il Piccolo Principe”, mi sentivo speciale per essere stata scelta per quel ruolo. Era in parte un teatro di pantomima, ma molto originale, con la musica dei Pink Floyd. Inventai persino un modo di entrare sul palco: rotolando. La regista dello spettacolo, Dorota Aleksandrowicz, era la nostra insegnante di polacco che ammiravo molto. Ebbi con lei le mie prime lezioni di teatro e si può dire che in qualche modo mi abbia plasmata nella prima fase. Era completamente diversa dalle altre insegnanti: rossa, con le lentiggini, si esprimeva con un linguaggio spiccato. Mi affascinava e avevo timore di lei nello stesso tempo. Fu lei a incoraggiarmi a intraprendere la strada della recitazione e a dirmi che ne valeva la pena.

La scuola di cinema di Łódź è stata la tua prima scelta?


Una delle mie amiche, prima degli esami, mi parlava della scuola di Łódź in termini entusiastici. Avevo sentito così tante cose sugli artisti che frequentavano questa scuola e sull’approccio eccezionale verso gli studenti, che non riuscivo a immaginarmi di studiare altrove. A causa di vari sconvolgimenti della vita, ho saputo della data dell’esame il giorno prima, quindi mi sono preparata all’ultimo minuto. Fortunatamente, dopo tanti anni di esibizioni, avevo materiale da cui attingere. Mi sono candidata anche a Varsavia e sono rientrata tra le 50 persone che hanno superato la prima fase, ma quando ho saputo di essere stata ammessa a Łódź, ho rinunciato al resto degli esami per Varsavia. Ora me ne pento un po’, ma ricordo che mi sono ammalata a causa dello stress e delle emozioni che hanno accompagnato la selezione, e questo è stato anche il motivo della mia decisione.

Come ti prepari per un ruolo?


Penso che mi serva semplicemente del tempo per capire il personaggio e iniziare a identificarmi con lui. Inoltre, come diceva Janusz Gajos, il mio insegnante di Łódź, è importante l’autenticità, ovvero interpretare se stessi nelle date circostanze, basandosi sulla propria verità. Ogni personaggio che interpreto devo essere io, ma in un’altra città, famiglia, situazione economica ecc. Se ci allontaniamo troppo da noi stessi, non sarà più convincente. Creando un ruolo, mi ci abituo lentamente e alla fine arriva un momento in cui lo sento dentro di me. Molto importante per me è anche la fiducia da parte del regista, grazie alla quale posso sentirmi al sicuro sul set.

Laura Breszka e Klementyna Karnkowska

Nella serie “Felicità” interpreti Zośka, parlaci un po’ di lei.


Zośka è una donna molto sensibile e molto forte che deve affrontare un’enorme perdita e un segreto che sta lentamente scoprendo, e che la avvicina gradualmente all’Italia. Lei tende molto a interiorizzare le cose, analizza tanto. Io invece sono l’opposto! In me tutte le emozioni sono subito visibili. Per questo la preparazione di questo ruolo ha richiesto un enorme lavoro da parte mia, di pacificazione e di tenere a freno la mia natura espansiva! Ho dovuto limitare molto i miei movimenti e tutte le mie caratteristiche dinamiche. A un certo punto l’ho privata di tutto, ma anche quella non è stata una buona soluzione. Mi hanno aiutato molto le conversazioni con il regista, Makary Janowski, con cui abbiamo riflettuto su chi fosse veramente, cosa le piacesse, quali fossero i suoi interessi. Grazie a questo sono riuscita a connettermi con lei e spero che il risultato sia interessante. Ora sento un enorme legame con il personaggio di Zośka, perché, come dicevo, costruisco ogni personaggio basandomi su me stessa, quindi ora viviamo in mondi paralleli e posso connettermi con lei in qualsiasi momento. Tuttavia, nella vita di tutti i giorni, le emozioni prendono il sopravvento.

Non eri spaventata di dover recitare in italiano?


La parte della protagonista nella serie “Felicità” è stata per me un enorme onore, non me l’aspettavo. Ero così felice che non ho pensato affatto a quanto testo avrei dovuto imparare in italiano. Prima dell’inizio delle riprese ho preso lezioni di italiano per imparare le basi della lingua e sentirmi più sicura almeno per quanto riguarda la pronuncia di alcune parole. Cogliere la melodia della lingua italiana non è stato un problema per me, ma devo ammettere che all’inizio non sapevo che le battute in italiano sarebbero state così tante, e per fortuna! Grazie a questo, non ero affatto spaventata di dover recitare in una lingua che non conosco.

Sei stata a Polignano a Mare per quasi un mese, dove avete girato le scene italiane della serie. Come ricordi quell’esperienza?


Questo progetto dimostra che, nonostante le differenze culturali e le barriere linguistiche, siamo in grado di creare qualcosa di innovativo e originale. Apprezzo molto l’opportunità di lavorare con una troupe italiana, con attori italiani, specialmente durante il soggiorno a Polignano a Mare. Sono felice di aver avuto l’occasione di conoscere gli abitanti e di immergermi per qualche settimana nel mondo italiano. C’era sul set, ad esempio, una signora anziana che preparava le orecchiette per le strade di Bari e che migliaia di persone seguono su Instagram. Quando giravamo in una gelateria, venivamo serviti da camerieri locali, e questa è stata una splendida combinazione tra vita quotidiana e cinema.

Fot. Przemysław Pączkowski

Tour de Pologne 2026, vince il tedesco Brenner all’ultimo atto della settimana. Italia a segno con le tre tappe di Milan e Calzoni miglior scalatore

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Va in archivio anche l’edizione numero 83 del Tour de Pologne, partito lunedì 3 agosto da Gdynia e chiusosi ieri, domenica 9, con la canonica cronometro finale alle Kopalnia Soli di Wieliczka. Il più importante appuntamento ciclistico polacco, la sette giorni inserita nel calendario UCI World Tour, ha portato in dote all’Italia ben tre tappe su sette e una delle maglie di categoria in gioco, con addirittura anche la possibilità di vittoria finale accarezzata da un atleta tricolore. Andiamo a ripercorrere brevemente insieme i punti salienti della come sempre emozionante manifestazione, che anche quest’anno mi sono potuto fortunatamente godere sul campo.  

Dopo l’edizione del 2025 seguita pressoché in toto, con ben cinque giornate su sette, quest’anno il mio programma ne prevedeva tre. Rispetto allo scorso, ad eccezione delle due tappe finali di Bukowina Tatrzańska e Wieliczka sostanzialmente replicate, tutte le frazioni hanno avuto un punto di partenza e uno di fine distinti a lunga distanza; anche per quanto riguarda il nuovamente presente classico arrivo di Karpacz, l’anno scorso teatro però pure della partenza. Basti guardare la mappa del tracciato o figurarselo nella testa seguendo il mio racconto, per rendersi conto di come il claim ufficiale dell’edizione “północ  południe / da nord a sud” fosse più che mai calzante. Si parte come detto da Gdynia, destinazione Koszalin,  territorio baltico per la prima frazione che è anche la più lunga del programma, con i suoi 234.2 km. La settimana non può iniziare meglio per l’Italia grazie al poderoso successo di Jonathan Milan della Lidl-Trek, capace di battere in volata un altro sprinter specialista e già vincitore di una tappa lo scorso anno, il francese Paul Magnier. Pur essendo stato da tifoso molto contento per  questo trionfo, non nascondo in grande onestà che ci sia stato un personalissimo piccolo „rosicamento”, poiché purtroppo sarei entrato in gioco solo dalla terza giornata, e mi è spiaciuto non poter vedere Milan festeggiare in Polonia e conquistare la prima maglia gialla. Ma le vittorie vanno chiaramente ben oltre la mia presenza o meno, e il plurale è d’obbligo, poiché il friulano si ripete incredibilmente l’indomani nella tappa Międzyzdroje-Stettino, con un’altra volatona ma stavolta con più margine sullo stesso sempre pericoloso avversario transalpino e compagnia varia. Inutile invece per me ripetere quanto appena detto sopra, però insomma … Ma eccomi finalmente il terzo giorno di gara presente sul traguardo di Zielona Góra, nella tappa partita dall’altra città di riferimento di Lubuskie, Gorzów Wielkopolski. Una corsa dalle dinamiche leggermente diverse dalla precedenti, ma ecco che ancora una volta, la terza, il copione straordinariamente non cambia: è sempre la ruota di Milan a varcare per prima la soglia d’arrivo. E questa volta posso anche finalmente godermelo sul podio dal vivo. L’unico peccato, se di tale si può parlare, dell’indossare il simbolo del leader della classifica generale, è il non poter mettere in mostra in corsa la meravigliosa maglia tricolore da campione italiano. C’è modo però comunque di vederla sul palco nel classico momento spumante e nell’immediato post premiazione, ed eccovela qui in tutta la sua bellezza.  Tre giorni, tre vittorie, una tripletta sensazionale: è magia Johnny. 

Il quarto giorno sveglia presto e si va alla partenza a Żagań, non prima di aver fatto però una piccola sosta a Żary, città davvero altrettanto deliziosa. Eccomi dunque più tardi al Palazzo di Żagań , suggestivo teatro della cerimonia delle firme e della partenza, con la carovana diretta poi a Karpacz, per una frazione che logicamente consta di un profilo altimetrico diverso dal tris inaugurale. Dedico la copertina di questo articolo proprio a uno scatto di quella mattina, con la Lidl-Trek schierata e Milan per l’ultima volta in giallo, accompagnati da eleganti signore in abiti tradizionali. La formazione tedesca si presentava al via con ben cinque italiani sul roster di sette complessivo. Meglio di loro solo la XDS Astana Team, compagine kazaka a forte trazione italiana, con addirittura sei difensori del tricolore. In tutto gli italiani in gara sono stati 22, pertanto la metà esatta facente parte dei due team in questione. Pensate che i polacchi in gara erano invece 10, con Kwiatkowski (Netcompany Ineos), Maciejuk (Movistar Team) e Małecki (Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team) a sommarsi al settebello della squadra nazionale polacca, guidata da Patryk Stosz, premiato come miglior combattivo nella scorsa edizione. Tornando alla truppa blu turchese, l’unico non italiano è Victor Langellotti, campione di Monaco, ex compagno di squadra del pocanzi citato Kwiatkwoski e vincitore l’anno scorso della tappa regina sui Tatra, arrivato in squadra letteralmente un paio di giorni prima dell’inizio del Tour. Pur avendo visto da pochi metri, direi centimetri, i più grandi ciclisti del mondo in varie occasioni, non mi piace avere selfie coi corridori. Preferisco fotografare loro. Così come per Brandon McNulty l’anno scorso, poi risultato vincitore finale, ci sono però le eccezioni, e per la stima particolare che ho per Langellotti, non potevo non avere una foto con lui, peraltro con la speciale maglia di campione monegasco (di cui anche ironicamente non troppo tempo fa è stato l’unico contendente), e la conservo con affetto. Inoltre è stato anche l’unico corridore che, volutamente, sono riuscito a vedere sia alla partenza sia all’arrivo della cronometro a Wieliczka, posti a non troppa distanza l’uno dall’altro. Ma prima di parlare dell’atto finale, vediamo come ci si è arrivati, con le tappe mancanti all’appello.

Il traguardo di Karpacz, quest’anno di scena alla quarta e non alla seconda giornata, ha visto la vittoria del corridore neerlandese della Visma | Lease a Bike Bart Lemmen. Primo successo da professionista per il 31enne che ha fatto del ciclismo un lavoro solo a 27 anni: una storia bellissima la sua, fino a non troppo tempo fa impiegato nella Royal Air Force olandese, e poi la grande occasione in maglia giallonera per il Tour de France 2024. Secondo al traguardo l’italiano Christian Scaroni, proprio dell’Astana, che va vicinissimo alla vittoria. Il menù della quinta tappa offre la partenza da Opole e l’arrivo al Kocierz Resort, nel voivodato della Piccola Polonia praticamente sul confine con la Slesia, una trentina di chilometri da Bielsko-Biała. La gioia di giornata va ad uno di quelli che era senza dubbio tra i protagonisti più attesi di tutto il Tour de Pologne, il campione nazionale svizzero della UAE Team Emirates XRG Jan Christen. Vincitore del premio per il miglior giovane nella scorsa edizione, in questa si è invece ritagliato la soddisfazione di una tappa, precedendo nell’ordine il tedesco Marco Brenner, colui che andrà a vincere il Tour, e il francese Louis Barré, trionfatore invece della frazione dell’indomani sui Tatra. Sesto invece il fratello Fabio, in forza alla Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team.  A Bukowina Tatrzańska, la tappa regina della settimana, sabato 8 agosto è allora ancora un corridore della Visma | Lease a Bike a conquistare, tra le altre cose, il peluche con l’ape, simbolo della manifestazione (c’è affinità del resto con i calabroni, soprannome affettuoso della truppa giallonera). Oltre che, da tradizione, i vestiti ed ornamenti del luogo, toccati l’anno scorso a Victor Langellotti e anche a Rafał Majka, quest’anno presente al Tour in veste di opinionista sportivo. Scaroni, come due giorni prima, è secondo sul traguardo, ma grazie anche a questi abbuoni si presenta alla giornata finale in testa alla classifica generale. È dunque l’ora della cronometro alle celeberrime Miniere di sale di Wieliczka, poco distante da Cracovia. Rieccomi in campo per assistere ad una giornata conclusiva che, a differenza di una più facilmente ipotizzabile versione del 2025, lascia invece la strada aperta a svariate risoluzioni.

Alle ore 13 e 56 minuti del 9 agosto 2026, il belga Gerben Thijssen della Alpecin-Premier Tech apre le danze della prova a cronometro, affrontando per primo i 12.5 chilometri della pedalata. Ogni minuto un nuovo corridore si alterna al blocco di partenza, fino alle 15:54 con l’italiano Alberto Bettiol della XDS Astana Team, in undicesima posizione in classifica generale dopo la prova di Bukowina, a 33 secondi di distacco dal compagno e connazionale Scaroni. I ciclisti della top 10 partono ad intervalli di 2 minuti, dunque alle 16.14 chiude le danze lo stesso Scaroni. La cronometro è una prova sempre particolare, per specialisti, che può ridisegnare le carte in tavola, a maggior ragione con distacchi così risicati. A far registrare il miglior tempo di 14.25,49 minuti e vincere la cronometro è lo svizzero Stefan Küng, il 99esimo a partire, con una velocità media di un soffio inferiore ai 52 km/h. Grandissima soddisfazione per il corridore della Tudor Pro Cycling Team, in lacrime anche ripensando al brutto infortunio ormai alle spalle, e tantissimo orgoglio anche per il suo compagno di squadra Marco Brenner, il cui settimo tempo nella prova è bastevole per issarlo al primo posto della classifica finale e renderlo il vincitore del Tour de Pologne 2026. Il tedesco partiva dalla quarta posizione ed è riuscito a scavalcare tre avversari, tra cui i due Visma vincitori di quarta e sesta tappa. Scaroni scende purtroppo al settimo posto, seguito da Matteo Sobrero della Lidl-Trek, l’anno scorso terzo classificato, e il prima menzionato Bettiol, sesto nella rassegna 2026. Il podio lo vanno a completare il neozelandese Finn Fisher-Black della Red Bull – BORA – Hansgrohe, che ha guadagnato quattro posizioni, e lo spagnolo del Movistar Team Iván Romeo, che ne ha risalite addirittura sette. Il momento della premiazione del vincitore e del podio finale vede anche la presenza del presidente polacco Karol Nawrocki, oltre che come sempre del Direttore Generale Czesław Lang e team. 

Marco Brenner si leva lo sfizio di prendersi non solo la maglia gialla ma anche la bianca della classifica a punti, indossata da Jonathan Milan in questa cronometro. L’Italia però porta a casa la maglia bianca con pois blu del miglior scalatore grazie a Walter Calzoni della Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team. Grandi prestazioni dunque per Tudor e Pinarello, le uniche due compagini ProTeam e non WorldTour in gara, che portano a casa ottimi risultati. La maglia blu della combattività va al corridore della rappresentanza polacca Radosław Frątczak, mentre il compagno Filip Gruszczyński è il miglior biancorosso piazzato con il 25esimo posto in classifica generale. Premiati anche il sempre acclamatissimo Michał Kwiatkowski, che l’anno scorso non portò a termine la settimana, e ha sfrecciato ora nella cronometro di Wieliczka con la maglia di campione polacco, e lo svizzero Jan Christen, anche lui in gara con la divisa di campione nazionale elvetico. Migliore squadra a conti fatti è la Visma Lease a Bike, che nel proprio roster in terra polacca ha potuto contare anche sulle pedalate dell’affidabile e forte italiano Filippo Fiorelli.

 

Testo e Foto: Alberto Mangili