Slide
Slide
Slide
banner Gazzetta Italia_1068x155
baner_big
Baner Gazetta Italia 1068x155_Baner 1068x155
New Flavours
De Wave
Bottega Italiana
Adalbert's
Banner_1068x155px_final

Home Blog

Måneskin tornano insieme sul palco: la band sarà a Sanremo 2027

0
Måneskin, Milano, 2023. Fot: Oktawia Burzak

Stefano De Martino inizia a svelare i primi dettagli sulla prossima edizione del Festival di Sanremo, che condurrà e di cui sarà anche direttore artistico. Una delle sue anticipazioni ha già suscitato grande interesse tra gli appassionati di musica italiana: tra gli ospiti speciali di Sanremo 2027 ci saranno i Måneskin.

A confermarlo è stato lo stesso De Martino in un’intervista a „TV Sorrisi e Canzoni”, la cui versione integrale sarà pubblicata il 1° settembre.

“Tra gli ospiti ci saranno i Måneskin”, ha rivelato il conduttore.

Per i fan della band si tratta di una notizia attesa da mesi. Sarà infatti la prima esibizione pubblica dell’intera formazione da quasi tre anni. L’ultima volta che Damiano David, Victoria De Angelis, Thomas Raggi ed Ethan Torchio sono saliti insieme sul palco è stata a Parigi, nel 2024, al termine di una delle fasi più importanti della loro carriera.

È proprio a Sanremo, infatti, che tutto ha avuto inizio. Nel 2021 i Måneskin hanno vinto il Festival con „ZITTI E BUONI”, conquistando pochi mesi dopo anche il primo posto all’Eurovision Song Contest. Quel successo ha aperto loro le porte della scena internazionale e dei più importanti palcoscenici del mondo. Negli anni successivi la band ha portato la propria musica in giro per il mondo e ha pubblicato l’album „RUSH!”, seguito dalla versione estesa „RUSH! (ARE U COMING?)”.

Nel 2024 i Måneskin hanno annunciato una pausa e ciascun membro della band si è concentrato sui propri progetti. Damiano David ha intrapreso la carriera solista, pubblicando l’album „FUNNY little FEARS”, seguito dalla versione estesa „FUNNY little FEARS (DREAMS)”, e partendo per un tour mondiale. Thomas Raggi ha presentato il suo progetto solista „MASQUERADE”, Victoria De Angelis si è concentrata sulla carriera da DJ, mentre Ethan Torchio ha partecipato alla produzione delle musiche del film “Ogni pensiero vola”.

Durante la pausa non sono mancate le speculazioni sul futuro della band, comprese quelle su una possibile separazione. I musicisti, tuttavia, non hanno mai confermato ufficialmente queste ipotesi e il loro ritorno insieme è rimasto una delle domande più frequenti tra i fan. Ora, finalmente, sembra esserci una risposta.

Il 77° Festival della Canzone Italiana di Sanremo si terrà dal 16 al 20 febbraio 2027. Al momento non si conoscono ancora i dettagli dell’esibizione dei Måneskin, né se la band abbia in programma qualcosa di speciale per il pubblico. De Martino si è limitato a confermare la loro presenza tra gli ospiti della prossima edizione.

Per i dettagli bisognerà quindi aspettare ancora un po’. Una cosa, però, è già certa: il prossimo Sanremo offrirà al pubblico l’occasione di rivedere insieme sul palco tutti e quattro i membri dei Måneskin, dopo un periodo in cui ciascuno di loro si è dedicato ai propri progetti artistici. Per i fan della band, sarà senza dubbio uno dei momenti più attesi della prossima edizione.

Torna la Serie A! Ecco i calciatori polacchi al via nel 2026/2027. Occhio alle Coppe: nuovi incroci europei Italia-Polonia?

0

Ha preso il via nell’ultimo fine settimana la stagione 2026/2027 del campionato italiano di calcio di Serie A, con il primo turno conclusosi nella serata di ieri. Come visto lo scorso anno in questo articolo, anche per la nuova stagione andiamo ora ad analizzare la presenza di giocatori polacchi nelle rose dei 20 club. Non va dimenticato però che, sebbene il campionato abbia preso il via, il calciomercato è ancora aperto, fino alla serata di martedì 1 settembre, e pertanto anche il prossimo weekend di partite sarà interessato da movimenti e trattative. E proprio un calciatore della nazionale polacca è appena approdato in uno dei club italiani più importanti, in una situazione di mercato molto chiacchierata di questi ultimi giorni.

Partiamo dall’Atalanta, che per il secondo anno consecutivo potrà contare sulla qualità del classe 2001 Nicola Zalewski. Il giocatore della nazionale biancorossa, con anche cittadinanza italiana, è stato autore di un’ottima prova nel 2-1 casalingo contro il Sassuolo di domenica sera, che ho potuto godermi dagli spalti. Schierato dal nuovo mister Maurizio Sarri alto nel tridente a destra, il numero 59 ha messo lo zampino nel gol del vantaggio dopo cinque minuti, con una bella imbucata in profondità sulla destra, da cui è scaturita poi la rete bergamasca. Al decimo invece, sempre su quella fascia, è stato autore di una incredibile percussione, saltando un paio di avversari in velocità e arrivando però logicamente stanco alla conclusione, trovando la respinta del portiere ospite. Sostituito poco prima dello scoccare dell’ora di gioco, Zalewski ha dunque offerto una prova generosa mettendo in evidenza la sua duttilità: sovente, infatti, lo si può notare agire anche in veste di mezz’ala. Nelle esperienze precedenti con le maglie di Roma e Inter ha interpretato anche i ruoli di terzino o esterno alto sulla catena di sinistra, laddove anche aveva cominciato con la maglia della Dea, senza dimenticare anche alcune gare giocate da trequartista, compito alle volte eseguito  anche con la nazionale.  Non sono mancate chiacchiere di mercato anche per Zalewski, ma l’apporto di un giocatore con simili caratteristiche, capace di svariare praticamente lungo tutto il campo, può essere determinante in una squadra che potrebbe anche riassaggiare l’Europa, qualora passasse il turno di qualificazione giovedì, staccando il pass per la Conference League che nell’ultima annata ha visto la Fiorentina di scena per ben due volte in Polonia. Nell’ultima parte di questo articolo analizzeremo anche la prospettiva europea sui possibili nuovi incroci tra Italia e Polonia nelle Coppe Europee della stagione 2026/2027.

Nella pocanzi citata Inter, squadra campione d’Italia, ha iniziato la sua terza stagione Piotr Zieliński, indubbiamente il calciatore polacco più blasonato del campionato, nonché primo della storia nerazzurra. Anche il centrocampista classe 1994, al pari di Zalewski, secondo polacco della storia del Biscione, possiede la cittadinanza italiana, essendo in Italia dall’ormai lontano 2011, quando vestiva la casacca dell’Udinese, prima dei due anni ad Empoli preludio degli otto di Napoli, nei quali si è consacrato come uno dei migliori interpreti del ruolo. Nella veste di mezz’ala nel centrocampo a cinque interista continua a svolgere un compito parecchio importante, e nell’esordio di San Siro contro il Monza sabato alle 18.30, uno dei due match inaugurali del torneo, ha anche trovato la via della rete. 

Restiamo in mediana e spostiamoci proprio nella menzionata Udine, sede dell’altra partita che ha aperto la Serie A 2026/2027, dove Jakub Piotrowski ha partecipato al pareggio per 1-1 dei bianconeri contro il Como. Il roccioso centrocampista classe 1997, con una decina di presenze anche nella rappresentativa nazionale, è alla seconda stagione con la casacca dei friulani, dopo una prima annata in cui ha centrato un ottimo decimo posto, siglando anche una rete in 33 presenze. Tra i compagni con cui ha raggiunto il posizionamento nella parte sinistra della graduatoria c’era anche Adam Buksa, attaccante connazionale che ha appena salutato in direzione Maiorca. Sabato prossimo, per la seconda giornata di campionato, l’Udinese scenderà in campo a Monza, altra partita che avrò modo di seguire dal vivo. Chissà se con almeno un polacco in campo, Piotrowski, o magari di più. Le vie del calciomercato sono infinite…

Chiudiamo il discorso centrocampo con un interessante giovane classe 2007, Adrian Przyborek, acquistato dalla Lazio nell’ultimo mercato invernale dal Pogoń Szczecin. Il talentuoso trequartista, messosi in luce sin da giovanissimo in Ekstraklasa grazie alla sua raffinatezza, creatività e ottima interpretazione del ruolo, ha assaggiato il campo della Serie A solo per i dieci minuti e poco più finali di Lazio-Pisa, gara conclusiva dello scorso campionato. Vedremo quanto spazio potrà ritagliarsi nella nuova annata, in una zona di campo che forse è il tassello più solido della formazione capitolina. 

Avanziamo il raggio di gioco e iniziamo con un nome ben noto al calcio italiano, per poi introdurne un altro tutto da scoprire in questa stagione. Arkadiusz Milik, centravanti della Juventus classe 1994, non ha certo bisogno di presentazioni. Portato in Italia dal Napoli che nel 2016 lo prelevò dall’Ajax, e dove rimane fino al 2021, dopo una stagione in Francia al Marsiglia torna nel 2022 in Italia con la Juventus, da subito con un buon impatto. Le ultime due stagioni sono state però un vero incubo per Arek, la cui carriera è stata fortemente condizionata dagli infortuni alle ginocchia, già in maglia azzurra. Nella primavera dello scorso campionato era tornato a calcare il campo in due spezzoni di gara, gli unici della stagione, dopo oltre due anni lontano dal terreno di gioco. Buon precampionato per lui ora, con anche un gol nell’amichevole australiana con il Palermo, mentre non è sceso in campo nel tradizionale test in famiglia allo Stadium di lunedì 17 agosto (potete vedere due foto appena sopra) e nella gara d’esordio di domenica a Frosinone. E non abbiamo avuto modo di apprezzare in campo all’esordio, in questo caso nella gara Venezia-Lecce, nemmeno il nuovo attaccante dei lagunari Kornel Lisman. L’esterno offensivo arriva dal Lech Poznań, con il quale ha vinto i due ultimi campionati di Ekstraklasa. Parliamo di un talentuoso classe 2006, alla prima esperienza in un campionato di livello e in una compagine che ha investito parecchio per affrontare al meglio il ritorno in Serie A.  

Ora arretriamo il raggio d’azione, parlando di due difensori dei quali uno ben conosce il campionato italiano, giocandovi ormai dal 2019, mentre l’altro ha imparato a conoscerlo nella scorsa stagione, ma potrebbe essere prossimo ai saluti. Il primo nome è quello di Sebastian Walukiewicz del Sassuolo, alla seconda stagione in maglia neroverde, dopo aver difeso i colori di Cagliari, Empoli e Torino. Non impiegato a Bergamo all’esordio causa infortunio,  il difensore centrale classe 1997, ormai perlopiù impiegato come terzino destro, è attualmente il calciatore in attività con più gare giocate (143) e minuti (quasi 13mila)  senza aver mai trovato la via della rete in Serie A. In nazionale invece gode di un gol in dieci presenze. Arriverà quest’anno finalmente la gioia del gol anche in campionato? Gol che manca anche al secondo giocatore in questione, Jan Ziółkowski della Roma, che nel suo ultimo e unico anno di A ha messo insieme 18 presenze, un bottino di assoluto rispetto nella compagine giallorossa, nel cui terzetto difensivo non è facile trovare spazio. Rimbalzano notizie di un possibile addio proprio nelle ore della notte tra lunedì e martedì, con anche club italiani, tra i quali Monza e Parma, interessati al giovane classe 2005, tanto in prestito quanto a titolo definitivo. Non mancano apprezzamenti anche dall’estero. Un destino dunque, al momento in cui questo articolo sarà pubblicato, ancora da scrivere. 

Manca invece solo il nero su bianco per un giocatore pronto a vestirlo il bianconero, o meglio il vero e proprio annuncio ufficiale del club (al momento della scrittura di questo articolo), e arretriamo ulteriormente il baricentro spostandoci tra i pali. Parliamo dunque di portieri con Kamil Grabara che è pronto ad essere un nuovo giocatore della Juventus, con la trattativa andata in porto nella giornata di lunedì 24 agosto, dopo vari giorni di rumours. L’estremo difensore classe 1999, che ho avuto modo di vedere anche a giugno in campo a Varsavia con la nazionale, andrà a ricoprire il ruolo di secondo portiere, sulla carta, alle spalle del neo arrivato Vicario, calciatore nel giro della nazionale italiana. Il portiere “mascherato”, ben riconoscibile per la protezione che indossa a seguito di un infortunio al volto dai tempi del Copenaghen, è un elemento di assoluta affidabilità e caratura internazionale, il cui nome era circolato nelle sedi bianconere già ai tempi di Wojciech Szczęsny, su indicazione stessa del miglior interprete biancorosso del ruolo di questo secolo. Ora è stato prelevato dal Wolfsburg, squadra tedesca retrocessa nell’ultima stagione di Bundesliga. Per un nuovo portiere polacco in Serie A invece ce n’è uno che la frequenta ormai da oltre una dozzina d’anni, ed è Łukasz Skorupski, il guardiano dei pali del Bologna. Portato in Italia dalla Roma nel 2013 dal Górnik Zabrze, dopo una parentesi all’Empoli tra il 2015 e il 2017 e il ritorno nella capitale l’anno successivo, dal 2018 è diventato un punto di riferimento per i rossoblù, rivelandosi spesso e volentieri uno degli interpreti del ruolo più affidabili del campionato. Per lui anche 20 presenze con la nazionale maggiore, tra cui la grande prestazione negli Europei 2024 contro la Francia e l’ultima Nations League,  competizione pronta a ripartire con la nuova edizione esattamente tra un mese.

Dopo aver dunque visto nel dettaglio tutti i calciatori polacchi presenti attualmente (calciomercato permettendo, nel bene e nel male) nel campionato italiano, spendiamo una parola al solito per l’Ekstraklasa, con il campionato polacco che ha già visto completarsi cinque turni. Vediamo poi anche la situazione europea delle squadre coinvolte ed eventuali  possibili incroci con le italiane. Sono numerosi dunque i giocatori biancorossi che sono transitati dai campionati italiani e ora sono tornati in patria, o c’è chi addirittura fa avanti e indietro come l’iconico Pawel Dawidowicz, tornato in Serie B all’Hellas Verona dopo una breve parentesi al Raków Częstochowa. In terra veneta ha trovato anche il connazionale Kacper Sezonienko, attaccante che l’Hellas ha prelevato dal retrocesso Lechia Gdańsk e che ho visto all’opera in terra veronese nel suo debutto in amichevole agli inizi di agosto, contro il Lecco. Torniamo ora come detto all’Ekstraklasa. Al momento in testa alla graduatoria c’è il Legia Varsavia, reduce da una deludente annata e ora capace di raccogliere 11 punti nelle prime cinque sfide. Ho avuto modo di assistere alla gara di apertura del terzo turno del 7 agosto, in un momento di stacco dal Tour de Pologne tra Wisła Kraków e Wisła Płock. La formazione di Cracovia è tornata nella massima serie dopo quattro anni di purgatorio, o inferno che dir si voglia, determinata a voler dire la propria. Qui aveva chiuso la sua carriera una figura chiave per la società, Jakub Błaszczykowski, un giocatore che ho adorato nella mia adolescenza e oltre, e che proprio dal Wisła spiccò il volò per consacrarsi a livello mondiale con il Borussia Dortmund, con anche una parentesi successiva in Serie A alla Fiorentina. A proposito di incroci tra Polonia e Italia, e che incrocio fu questo.

Tornando al campo attuale, nella sfida in questione tra “omonime” legati al fiume Vistola, i ragazzi di Mariusz Jop sono riusciti a portare a casa la vittoria, imponendosi per 2-1 contro una compagine altrettanto ben organizzata. La partita ha proposto qualche trama interessante, in particolare per mano dei padroni di casa, ben quadrati e capaci di tesser del buon gioco, grazie anche al duo iberico Rodado-Sánchez, autori delle reti; ma anche gli ospiti, imbattuti nelle prime due, non hanno sfigurato. Vorrei spendere infine un’ulteriore parola proprio per il tecnico dei padroni di casa, non per un altro merito tecnico, ma per un aspetto extra campo. Nella mia vita ho preso parte in veste di giornalista a centinaia di partite, frequentando dunque la conferenza stampa post gara. Potrei anche non ricordare, non credo, ma difficilmente penso mi possa esser capitato di vedere un allenatore come Mariusz Jop che, prima di sedersi a parlare, passi a salutare stringendo la mano a tutti i presenti, me compreso. Chapeau. 

Ben cinque formazioni polacche sono state impegnate nelle qualificazioni alle competizioni europee e hanno delle partite da recuperare, pertanto la classifica risulta parziale. Il Lech Poznań ha cestinato, senza troppi giri di parole, la possibilità di poter rivedere una compagine polacca in Champions a distanza di dieci anni dal sopra citato Legia, perdendo il turno di qualificazione con il campione di Danimarca Aarhus e garantendosi poi l’accesso alla Europa League sbarazzandosi agevolmente dei faroesi del KÌ Klasvik e chiudendo la pratica Thun con un 7-0 giovedì scorso, in attesa del turno di ritorno tra due giorni in Svizzera. Potremmo parlare già di fase a gironi anche per lo Jagiellonia Białystok, vincente 4-0 nell’andata contro l’Iberia Tbilisi e ora atteso dal ritorno in Georgia. Un risultato meno largo rispetto al Kolejorz, ma che dovrebbe garantire una certa tranquillità per l’approdo al gruppone di Europa League dove potrebbero esserci i suggestivi incroci con Juventus e Milan, competizione vinta nel 2024 dall’Atalanta nella magica notte di Dublino (potete apprezzare più sopra la statua commemorativa del trofeo fuori dallo stadio di Bergamo). Il GKS Katowice ha salutato la Conference League perdendo con l’Hapoel Tel Aviv, proprio la squadra contro cui si sta giocando l’accesso alla terza competizione europea l’Atalanta. Altre due polacche però sono in battaglia per il medesimo obiettivo. Il Górnik Zabrze, estromesso dalle qualificazioni per la Champions per mano del Fenerbache, poi da quelle per l’Europa League dal Ferencvaros, si trova ora a dover rimontare a Montecarlo il 3-2 subito all’andata dal Monaco. Se il Lech Poznań aveva non certo la strada spianata, ma comunque un percorso potenzialmente agevole per centrare la Champions, per i minatori vi era da subito una salita quasi insormontabile coi turchi, ed impegnativa con gli ungheresi. E trovare poi il Monaco anche per la Conference non è proprio il massimo della fortuna, ecco. Tutto da scrivere invece il destino del Raków Częstochowa, che è riuscito a chiudere sul 2-2 l’andata di Spalato contro l’Hajduk con un gol allo scadere, tenendo i giochi dunque aperti per il ritorno in Polonia. Tra due giorni, giovedì 27 agosto, avremo tutti i verdetti. Il giorno dopo invece ci saranno i sorteggi, e scopriremo se vi saranno dunque dei nuovi incroci europei italo-polacchi, come accaduto in due circostanze nell’ultima stagione. 

Testo e Foto: Alberto Mangili

Che ci fa un veneziano a Cracovia?

0

Prefazione al nuovo romanzo di Sebastiano Giorgi “La banda Stryjkowski”. Cronache di esuli e sognatori a Kazimierz” edito da Austeria. 

C’ è una sorta di buffa “maledizione” che colpisce inesorabilmente i maschi italiani che vanno in Polonia: il film Giuseppe a Varsavia (1964) di Stanisław Lenartowicz, con Elżbieta Czyżewska, Antonio Cifariello e Zbigniew Cybulski. Cifariello e Cybulski morirono poi entrambi giovani: Cifariello in un incidente aereo in Africa e Cybulski finendo sotto le ruote del treno che stava tentando di agguantare in corsa. Ma la “maledizione” consiste nel fatto che il protagonista del film, un soldato dell’ARMIR che fuggì a Varsavia per non tornare sul fronte russo, è un pasticcione incredibile e ne combina di tutte per amore di una fanciulla polacca. Inevitabilmente quindi anche Jacopo, il protagonista di questo divertente e malinconico, poetico e bizzarro libro, ricorda il Giuseppe della commedia (tra l’altro, il ruolo di Giuseppe doveva essere interpretato da uno dei più famosi comici polacchi, ma il regista dichiarò che nessuno avrebbe potuto interpretare un italiano meglio di un nuovo arrivato dalla penisola italiana…).

Jacopo è un veneziano fino al midollo e vive nella casa lasciatagli dai nonni materni al confine nord del periferico, ma ancora autentico, isolotto di Sant’Elena. La sua monotona vita nella bellissima Venezia, ormai devastata dal turismo di massa, viene improvvisamente sconvolta da una breve e appassionata avventura con Edyta, una bella turista polacca. Come spesso accade, la passione consumata in pochi giorni ingenera un doloroso malinteso: lui si innamora, lei torna alla sua città (Nowa Huta), alla sua vita e lo dimentica, ignorando ogni suo messaggio.

Lui è un testardo romanticone ma forse, seppur all’inizio confusamente, intuisce anche che quella scossa può finalmente farlo uscire dalle acque paludose e prive di stimoli, della sua vita lagunare e decide di andarla a cercare in Polonia, paese del quale, come molti italiani, ignora quasi tutto.

Si ritrova a Cracovia, nel quartiere di Kazimierz, “che in un secolo si è trasformato da cuore pulsante di una delle più antiche comunità ebraiche d’Europa a nuovo Eldorado turistico desertificato di abitanti ma ingolfato di ristoranti e di negozi di souvenir”. Ma forse anche per questo familiarizza rapidamente: “Da veneziano mi sono ambientato bene in questa isola, in senso figurato, di Kazimierz (Kazimierz era un’isola fino al XIX secolo, separata da Cracovia da un ramo della Vistola). Questa versione di me che sperimenta nuovi luoghi, nuove amicizie, nuovi lavori mi piace. Edyta mi ha obbligato a tirar fuori qualcosa che avevo trascurato. Non so quanto resterò a Cracovia, ma di sicuro nessuno in questo momento sente la mia mancanza a Venezia. Che io torni domani o tra due anni non fa alcuna differenza, gli amici mi accoglieranno allo stesso modo e mi faranno i soliti discorsi”.

Venezia e Cracovia si rimbalzano come due specchi contrapposti: continui sono i riferimenti dell’una all’altra. La bellezza e la paccottiglia sembrano avvicinarle. Ma è il quartiere ebraico di Kazimierz, dove si svolge gran parte della vicenda, che fa trasparire un senso di vuoto che l’inautentico a uso turistico non riesce a occultare e anzi esalta. Oggi, le immagini dell’orrore, ora riproducibili e modificabili, vengono filtrate da retoriche di segno diverso e tendono a generare l’oblio anziché la memoria. L’appello a “non dimenticare” risuona così sempre più stanco. “Il tuo occhio come pietra cieco” recita un verso di Paul Celan del 1959. Anche nel Ghetto di Venezia, il primo della storia con questo nome, si percepisce tristemente l’oblio che la falsa mercanzia dei negozietti non fa che accentuare. Due luoghi un tempo pieni di vita e ora ammantati di morte.

Uno dei meriti del libro consiste nel fatto che questo veneziano pazzerello trasforma la tristezza del quartiere in una girandola di situazioni surreali e divertenti. Il suo “grimaldello” è uno strano albergo, proprio nel centro del quartiere, testimonianza del mondo galiziano perduto. Le camere sono arredate con vecchi mobili, ovunque alle pareti ci sono mappe ottocentesche; i corridoi sono pieni di pile di libri (perché l’albergo è anche una casa editrice e una libreria) e la sala da pranzo sembra un salotto borghese fasciato di centrini e velluti. Una grande poltrona in pelle consunta, quasi un trono, è sovrastata dal ritratto di un grande musicista klezmer che là passava le giornate e amava dire: “Quasi ogni donna che si è seduta su questa poltrona poi è rimasta incinta”. Per Jacopo è come se si fosse aperta una porta magica e fosse precipitato nel paese delle meraviglie. E là dentro, magicamente, riesce anche a introdurre, nel menù tradizionale del ristorante, i venezianissimi bigoli in salsa.

Dentro e attorno alla Locanda Stryjkowski ruotano i personaggi più singolari, ognuno accompagnato da una storia personale sorprendente. Lo “straniero” Jacopo, come un demiurgo, le catalizza tutte e ce le fa, a modo suo, conoscere.

Quei personaggi finiscono col collegarsi, agli occhi del lettore sempre più incuriosito, grazie a Jacopo che da passivo spettatore diventa mano a mano una sorta di baldanzoso direttore d’orchestra. Nasce così la “banda Stryjkowski”. Si realizza quella sorta di “gruppo in fusione” della quale parlava Jean-Paul Sartre ne La critica della ragion dialettica (1960): persone che incrociano e associano i loro destini. I fili dei personaggi si intrecciano e si incontrano con manifestazioni di bella e simpatica umanità e solidarietà. Le donne sono più sagge e giocano un ruolo fondamentale, com’ è del resto nella tradizione storica e culturale di una nazione dove gli uomini venivano frequentemente ammazzati o deportati. Sono loro che, pure in questa vicenda, e anche nei personaggi più stravaganti, come la facoltosa massaggiatrice ayurvedica Ester, mostrano di aver le idee più chiare e saper alla fine condurre le danze a loro favore.

Ma il personaggio più significativo di questo bizzarro gruppetto è forse l’improbabile rappresentante di gioielli Mateusz: “magro, capelli neri lisci con un ciuffo che, con un tic, sposta infinite volte, baffi anni Settanta, andatura dinoccolata, che viaggia con la sua Volvo Station Vagon 240 DL in una sorta di quadrilatero neo-galiziano tra Vienna, Cracovia, Trieste, Leopoli, Praga e Vicenza”, e sosta lunghi periodi a Cracovia dove ha una buona parte dei suoi clienti e un occasionale conforto amoroso, con una procace e falsoburbera guidatrice di carrozze per turisti e che alla fine riuscirà a legarlo stabilmente a sé.

L’obiettivo di Jacopo rimane costantemente quello di ritrovare Edyta. E così a un certo punto dalla vecchia Cracovia-Kazymierz si arriva a Nowa Huta. E nuovamente le assonanze con Venezia emergono prepotentemente. Non soltanto perché Jacopo si accorge che quella città, costruita nell’epoca staliniana, fu progettata in uno stile che cercava di fondere lo stile Rinascimentale con quello pomposo e retorico dell’architettura socialista di modello sovietico. Di nuovo Cracovia e il suo sobborgo Nowa Huta sono simmetriche a Venezia e Marghera. Se negli anni Cinquanta il regime comunista decise di creare un contraltare industriale a Cracovia, negli anni Venti il fascismo dette vita, a poca distanza dalla intoccabile e decadente Venezia, al Petrolchimico di Porto Marghera. Due poli industriali che inquinarono le città d’arte vicine a loro. La Modernità che si affiancò all’Antichità con esiti abbastanza disastrosi. È quindi quasi ovvio che Jacopo, al di là dell’amore, si trovi tutto sommato a suo agio a Nowa Huta: ci sente la Marghera della sua Venezia. Alla fine del libro è inevitabile chiedersi se tutto quello che viene raccontato sia vero o meno. L’io narrante Jacopo ogni tanto, quando qualcuno gli chiede se racconterà quello che gli è capitato, dice che “sta prendendo appunti”. Ma la Polonia, e questo è una parte del suo grande fascino, non soltanto per gli italiani, è un luogo dove anche le cose più inverosimili possono accadere: come sostiene Alfred Jarry, nel suo famoso testo teatrale patafisco Ubu roi (1896), qualsiasi cosa è possibile in Polonia perché ci troviamo “in Polonia o in nessun luogo”. Quando agli inizi degli anni Ottanta studiavo a Varsavia mi imbattei in un libro sull’Insurrezione di Varsavia del 1944: Rapsodia Żoliborska (1957) di Stanisław Podlewski.

Vi si narrava di un ufficiale di Roma, ferito in Russia e ricoverato a Varsavia, che fuggì come Giuseppe, fu ospitato in una casa nel quartiere nord della città, si innamorò della figlia di coloro che lo accolsero, la mise incinta e, sentendosi ormai polacco, si unì agli insorti e fu ucciso dai tedeschi nei pressi della Stazione Danzica…

Laura Breszka: “Felicità” tra Varsavia e Polignano

0

Quando le luci si accendono e la telecamera entra in azione, è concentrata, composta e immersa nel suo ruolo. Appena le luci si spengono, inizia a camminare, gesticolare e sprigionare un’energia incontenibile, come se stesse solo aspettando di liberare le emozioni soffocate dentro di sé per quei pochi minuti. Questa è Laura Breszka, attrice cinematografica, teatrale e di doppiaggio, nota, tra gli altri, per le serie: “Julia”, “Cisza nad rozlewiskiem” e “Singielka”. Già in autunno la si potrà vedere in una nuova produzione TVP, la serie polacco-italiana “Felicità”, basata sul libro di Katarzyna Kalicińska. In un’intervista per Gazzetta Italia racconta gli inizi della sua carriera e le impressioni dal set a Polignano a Mare.

Fare l’attrice è stato da sempre il tuo sogno nel cassetto?

Ho frequentato corsi di teatro dalla terza elementare fino alla fine delle scuole medie, poi sono andata al liceo con una classe teatrale a Breslavia. Mi sono anche esibita in un teatro di pantomima, quindi ho pensato abbastanza presto che era questo che volevo fare nella vita. Recitare mi veniva facile e sentivo interiormente di essere brava. E quando qualcosa è piacevole, ci si lascia guidare dall’intuito. Ogni spettacolo che facevamo con la classe alle elementari e al liceo veniva messo in scena su vari palcoscenici in Polonia. Andavamo a festival e concorsi teatrali. Ricordo che a una rassegna a Poznań, che si teneva al Teatro Polacco, abbiamo vinto la Maschera d’Oro. Ero abituata al palcoscenico fin da piccola e amavo il teatro.

Quale ruolo di questo periodo iniziale ricordi di più?

Ho due ricordi di quel periodo. Il primo è la poesia di Wisława Szymborska “Odio” che declamavo in molte recite scolastiche. Ma il mio personaggio preferito di quel periodo era la Rosa de “Il Piccolo Principe”, mi sentivo speciale per essere stata scelta per quel ruolo. Era in parte un teatro di pantomima, ma molto originale, con la musica dei Pink Floyd. Inventai persino un modo di entrare sul palco: rotolando. La regista dello spettacolo, Dorota Aleksandrowicz, era la nostra insegnante di polacco che ammiravo molto. Ebbi con lei le mie prime lezioni di teatro e si può dire che in qualche modo mi abbia plasmata nella prima fase. Era completamente diversa dalle altre insegnanti: rossa, con le lentiggini, si esprimeva con un linguaggio spiccato. Mi affascinava e avevo timore di lei nello stesso tempo. Fu lei a incoraggiarmi a intraprendere la strada della recitazione e a dirmi che ne valeva la pena.

La scuola di cinema di Łódź è stata la tua prima scelta?


Una delle mie amiche, prima degli esami, mi parlava della scuola di Łódź in termini entusiastici. Avevo sentito così tante cose sugli artisti che frequentavano questa scuola e sull’approccio eccezionale verso gli studenti, che non riuscivo a immaginarmi di studiare altrove. A causa di vari sconvolgimenti della vita, ho saputo della data dell’esame il giorno prima, quindi mi sono preparata all’ultimo minuto. Fortunatamente, dopo tanti anni di esibizioni, avevo materiale da cui attingere. Mi sono candidata anche a Varsavia e sono rientrata tra le 50 persone che hanno superato la prima fase, ma quando ho saputo di essere stata ammessa a Łódź, ho rinunciato al resto degli esami per Varsavia. Ora me ne pento un po’, ma ricordo che mi sono ammalata a causa dello stress e delle emozioni che hanno accompagnato la selezione, e questo è stato anche il motivo della mia decisione.

Come ti prepari per un ruolo?


Penso che mi serva semplicemente del tempo per capire il personaggio e iniziare a identificarmi con lui. Inoltre, come diceva Janusz Gajos, il mio insegnante di Łódź, è importante l’autenticità, ovvero interpretare se stessi nelle date circostanze, basandosi sulla propria verità. Ogni personaggio che interpreto devo essere io, ma in un’altra città, famiglia, situazione economica ecc. Se ci allontaniamo troppo da noi stessi, non sarà più convincente. Creando un ruolo, mi ci abituo lentamente e alla fine arriva un momento in cui lo sento dentro di me. Molto importante per me è anche la fiducia da parte del regista, grazie alla quale posso sentirmi al sicuro sul set.

Laura Breszka e Klementyna Karnkowska

Nella serie “Felicità” interpreti Zośka, parlaci un po’ di lei.


Zośka è una donna molto sensibile e molto forte che deve affrontare un’enorme perdita e un segreto che sta lentamente scoprendo, e che la avvicina gradualmente all’Italia. Lei tende molto a interiorizzare le cose, analizza tanto. Io invece sono l’opposto! In me tutte le emozioni sono subito visibili. Per questo la preparazione di questo ruolo ha richiesto un enorme lavoro da parte mia, di pacificazione e di tenere a freno la mia natura espansiva! Ho dovuto limitare molto i miei movimenti e tutte le mie caratteristiche dinamiche. A un certo punto l’ho privata di tutto, ma anche quella non è stata una buona soluzione. Mi hanno aiutato molto le conversazioni con il regista, Makary Janowski, con cui abbiamo riflettuto su chi fosse veramente, cosa le piacesse, quali fossero i suoi interessi. Grazie a questo sono riuscita a connettermi con lei e spero che il risultato sia interessante. Ora sento un enorme legame con il personaggio di Zośka, perché, come dicevo, costruisco ogni personaggio basandomi su me stessa, quindi ora viviamo in mondi paralleli e posso connettermi con lei in qualsiasi momento. Tuttavia, nella vita di tutti i giorni, le emozioni prendono il sopravvento.

Non eri spaventata di dover recitare in italiano?


La parte della protagonista nella serie “Felicità” è stata per me un enorme onore, non me l’aspettavo. Ero così felice che non ho pensato affatto a quanto testo avrei dovuto imparare in italiano. Prima dell’inizio delle riprese ho preso lezioni di italiano per imparare le basi della lingua e sentirmi più sicura almeno per quanto riguarda la pronuncia di alcune parole. Cogliere la melodia della lingua italiana non è stato un problema per me, ma devo ammettere che all’inizio non sapevo che le battute in italiano sarebbero state così tante, e per fortuna! Grazie a questo, non ero affatto spaventata di dover recitare in una lingua che non conosco.

Sei stata a Polignano a Mare per quasi un mese, dove avete girato le scene italiane della serie. Come ricordi quell’esperienza?


Questo progetto dimostra che, nonostante le differenze culturali e le barriere linguistiche, siamo in grado di creare qualcosa di innovativo e originale. Apprezzo molto l’opportunità di lavorare con una troupe italiana, con attori italiani, specialmente durante il soggiorno a Polignano a Mare. Sono felice di aver avuto l’occasione di conoscere gli abitanti e di immergermi per qualche settimana nel mondo italiano. C’era sul set, ad esempio, una signora anziana che preparava le orecchiette per le strade di Bari e che migliaia di persone seguono su Instagram. Quando giravamo in una gelateria, venivamo serviti da camerieri locali, e questa è stata una splendida combinazione tra vita quotidiana e cinema.

Fot. Przemysław Pączkowski

Tour de Pologne 2026, vince il tedesco Brenner all’ultimo atto della settimana. Italia a segno con le tre tappe di Milan e Calzoni miglior scalatore

0

Va in archivio anche l’edizione numero 83 del Tour de Pologne, partito lunedì 3 agosto da Gdynia e chiusosi ieri, domenica 9, con la canonica cronometro finale alle Kopalnia Soli di Wieliczka. Il più importante appuntamento ciclistico polacco, la sette giorni inserita nel calendario UCI World Tour, ha portato in dote all’Italia ben tre tappe su sette e una delle maglie di categoria in gioco, con addirittura anche la possibilità di vittoria finale accarezzata da un atleta tricolore. Andiamo a ripercorrere brevemente insieme i punti salienti della come sempre emozionante manifestazione, che anche quest’anno mi sono potuto fortunatamente godere sul campo.  

Dopo l’edizione del 2025 seguita pressoché in toto, con ben cinque giornate su sette, quest’anno il mio programma ne prevedeva tre. Rispetto allo scorso, ad eccezione delle due tappe finali di Bukowina Tatrzańska e Wieliczka sostanzialmente replicate, tutte le frazioni hanno avuto un punto di partenza e uno di fine distinti a lunga distanza; anche per quanto riguarda il nuovamente presente classico arrivo di Karpacz, l’anno scorso teatro però pure della partenza. Basti guardare la mappa del tracciato o figurarselo nella testa seguendo il mio racconto, per rendersi conto di come il claim ufficiale dell’edizione “północ  południe / da nord a sud” fosse più che mai calzante. Si parte come detto da Gdynia, destinazione Koszalin,  territorio baltico per la prima frazione che è anche la più lunga del programma, con i suoi 234.2 km. La settimana non può iniziare meglio per l’Italia grazie al poderoso successo di Jonathan Milan della Lidl-Trek, capace di battere in volata un altro sprinter specialista e già vincitore di una tappa lo scorso anno, il francese Paul Magnier. Pur essendo stato da tifoso molto contento per  questo trionfo, non nascondo in grande onestà che ci sia stato un personalissimo piccolo „rosicamento”, poiché purtroppo sarei entrato in gioco solo dalla terza giornata, e mi è spiaciuto non poter vedere Milan festeggiare in Polonia e conquistare la prima maglia gialla. Ma le vittorie vanno chiaramente ben oltre la mia presenza o meno, e il plurale è d’obbligo, poiché il friulano si ripete incredibilmente l’indomani nella tappa Międzyzdroje-Stettino, con un’altra volatona ma stavolta con più margine sullo stesso sempre pericoloso avversario transalpino e compagnia varia. Inutile invece per me ripetere quanto appena detto sopra, però insomma … Ma eccomi finalmente il terzo giorno di gara presente sul traguardo di Zielona Góra, nella tappa partita dall’altra città di riferimento di Lubuskie, Gorzów Wielkopolski. Una corsa dalle dinamiche leggermente diverse dalla precedenti, ma ecco che ancora una volta, la terza, il copione straordinariamente non cambia: è sempre la ruota di Milan a varcare per prima la soglia d’arrivo. E questa volta posso anche finalmente godermelo sul podio dal vivo. L’unico peccato, se di tale si può parlare, dell’indossare il simbolo del leader della classifica generale, è il non poter mettere in mostra in corsa la meravigliosa maglia tricolore da campione italiano. C’è modo però comunque di vederla sul palco nel classico momento spumante e nell’immediato post premiazione, ed eccovela qui in tutta la sua bellezza.  Tre giorni, tre vittorie, una tripletta sensazionale: è magia Johnny. 

Il quarto giorno sveglia presto e si va alla partenza a Żagań, non prima di aver fatto però una piccola sosta a Żary, città davvero altrettanto deliziosa. Eccomi dunque più tardi al Palazzo di Żagań , suggestivo teatro della cerimonia delle firme e della partenza, con la carovana diretta poi a Karpacz, per una frazione che logicamente consta di un profilo altimetrico diverso dal tris inaugurale. Dedico la copertina di questo articolo proprio a uno scatto di quella mattina, con la Lidl-Trek schierata e Milan per l’ultima volta in giallo, accompagnati da eleganti signore in abiti tradizionali. La formazione tedesca si presentava al via con ben cinque italiani sul roster di sette complessivo. Meglio di loro solo la XDS Astana Team, compagine kazaka a forte trazione italiana, con addirittura sei difensori del tricolore. In tutto gli italiani in gara sono stati 22, pertanto la metà esatta facente parte dei due team in questione. Pensate che i polacchi in gara erano invece 10, con Kwiatkowski (Netcompany Ineos), Maciejuk (Movistar Team) e Małecki (Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team) a sommarsi al settebello della squadra nazionale polacca, guidata da Patryk Stosz, premiato come miglior combattivo nella scorsa edizione. Tornando alla truppa blu turchese, l’unico non italiano è Victor Langellotti, campione di Monaco, ex compagno di squadra del pocanzi citato Kwiatkwoski e vincitore l’anno scorso della tappa regina sui Tatra, arrivato in squadra letteralmente un paio di giorni prima dell’inizio del Tour. Pur avendo visto da pochi metri, direi centimetri, i più grandi ciclisti del mondo in varie occasioni, non mi piace avere selfie coi corridori. Preferisco fotografare loro. Così come per Brandon McNulty l’anno scorso, poi risultato vincitore finale, ci sono però le eccezioni, e per la stima particolare che ho per Langellotti, non potevo non avere una foto con lui, peraltro con la speciale maglia di campione monegasco (di cui anche ironicamente non troppo tempo fa è stato l’unico contendente), e la conservo con affetto. Inoltre è stato anche l’unico corridore che, volutamente, sono riuscito a vedere sia alla partenza sia all’arrivo della cronometro a Wieliczka, posti a non troppa distanza l’uno dall’altro. Ma prima di parlare dell’atto finale, vediamo come ci si è arrivati, con le tappe mancanti all’appello.

Il traguardo di Karpacz, quest’anno di scena alla quarta e non alla seconda giornata, ha visto la vittoria del corridore neerlandese della Visma | Lease a Bike Bart Lemmen. Primo successo da professionista per il 31enne che ha fatto del ciclismo un lavoro solo a 27 anni: una storia bellissima la sua, fino a non troppo tempo fa impiegato nella Royal Air Force olandese, e poi la grande occasione in maglia giallonera per il Tour de France 2024. Secondo al traguardo l’italiano Christian Scaroni, proprio dell’Astana, che va vicinissimo alla vittoria. Il menù della quinta tappa offre la partenza da Opole e l’arrivo al Kocierz Resort, nel voivodato della Piccola Polonia praticamente sul confine con la Slesia, una trentina di chilometri da Bielsko-Biała. La gioia di giornata va ad uno di quelli che era senza dubbio tra i protagonisti più attesi di tutto il Tour de Pologne, il campione nazionale svizzero della UAE Team Emirates XRG Jan Christen. Vincitore del premio per il miglior giovane nella scorsa edizione, in questa si è invece ritagliato la soddisfazione di una tappa, precedendo nell’ordine il tedesco Marco Brenner, colui che andrà a vincere il Tour, e il francese Louis Barré, trionfatore invece della frazione dell’indomani sui Tatra. Sesto invece il fratello Fabio, in forza alla Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team.  A Bukowina Tatrzańska, la tappa regina della settimana, sabato 8 agosto è allora ancora un corridore della Visma | Lease a Bike a conquistare, tra le altre cose, il peluche con l’ape, simbolo della manifestazione (c’è affinità del resto con i calabroni, soprannome affettuoso della truppa giallonera). Oltre che, da tradizione, i vestiti ed ornamenti del luogo, toccati l’anno scorso a Victor Langellotti e anche a Rafał Majka, quest’anno presente al Tour in veste di opinionista sportivo. Scaroni, come due giorni prima, è secondo sul traguardo, ma grazie anche a questi abbuoni si presenta alla giornata finale in testa alla classifica generale. È dunque l’ora della cronometro alle celeberrime Miniere di sale di Wieliczka, poco distante da Cracovia. Rieccomi in campo per assistere ad una giornata conclusiva che, a differenza di una più facilmente ipotizzabile versione del 2025, lascia invece la strada aperta a svariate risoluzioni.

Alle ore 13 e 56 minuti del 9 agosto 2026, il belga Gerben Thijssen della Alpecin-Premier Tech apre le danze della prova a cronometro, affrontando per primo i 12.5 chilometri della pedalata. Ogni minuto un nuovo corridore si alterna al blocco di partenza, fino alle 15:54 con l’italiano Alberto Bettiol della XDS Astana Team, in undicesima posizione in classifica generale dopo la prova di Bukowina, a 33 secondi di distacco dal compagno e connazionale Scaroni. I ciclisti della top 10 partono ad intervalli di 2 minuti, dunque alle 16.14 chiude le danze lo stesso Scaroni. La cronometro è una prova sempre particolare, per specialisti, che può ridisegnare le carte in tavola, a maggior ragione con distacchi così risicati. A far registrare il miglior tempo di 14.25,49 minuti e vincere la cronometro è lo svizzero Stefan Küng, il 99esimo a partire, con una velocità media di un soffio inferiore ai 52 km/h. Grandissima soddisfazione per il corridore della Tudor Pro Cycling Team, in lacrime anche ripensando al brutto infortunio ormai alle spalle, e tantissimo orgoglio anche per il suo compagno di squadra Marco Brenner, il cui settimo tempo nella prova è bastevole per issarlo al primo posto della classifica finale e renderlo il vincitore del Tour de Pologne 2026. Il tedesco partiva dalla quarta posizione ed è riuscito a scavalcare tre avversari, tra cui i due Visma vincitori di quarta e sesta tappa. Scaroni scende purtroppo al settimo posto, seguito da Matteo Sobrero della Lidl-Trek, l’anno scorso terzo classificato, e il prima menzionato Bettiol, sesto nella rassegna 2026. Il podio lo vanno a completare il neozelandese Finn Fisher-Black della Red Bull – BORA – Hansgrohe, che ha guadagnato quattro posizioni, e lo spagnolo del Movistar Team Iván Romeo, che ne ha risalite addirittura sette. Il momento della premiazione del vincitore e del podio finale vede anche la presenza del presidente polacco Karol Nawrocki, oltre che come sempre del Direttore Generale Czesław Lang e team. 

Marco Brenner si leva lo sfizio di prendersi non solo la maglia gialla ma anche la bianca della classifica a punti, indossata da Jonathan Milan in questa cronometro. L’Italia però porta a casa la maglia bianca con pois blu del miglior scalatore grazie a Walter Calzoni della Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team. Grandi prestazioni dunque per Tudor e Pinarello, le uniche due compagini ProTeam e non WorldTour in gara, che portano a casa ottimi risultati. La maglia blu della combattività va al corridore della rappresentanza polacca Radosław Frątczak, mentre il compagno Filip Gruszczyński è il miglior biancorosso piazzato con il 25esimo posto in classifica generale. Premiati anche il sempre acclamatissimo Michał Kwiatkowski, che l’anno scorso non portò a termine la settimana, e ha sfrecciato ora nella cronometro di Wieliczka con la maglia di campione polacco, e lo svizzero Jan Christen, anche lui in gara con la divisa di campione nazionale elvetico. Migliore squadra a conti fatti è la Visma Lease a Bike, che nel proprio roster in terra polacca ha potuto contare anche sulle pedalate dell’affidabile e forte italiano Filippo Fiorelli.

 

Testo e Foto: Alberto Mangili

Gazzetta Italia 118 (agosto – settembre 2026)

0

Gazzetta Italia 118 celebra in copertina l’Opera dedicata alla regina Bona Sforza, un lavoro maestoso di cui conoscerete i dettagli dal Direttore dell’Opera di Cracovia Piotr Sulkowski. Il regista Makary Janowski invece ci prepara e accompagna verso l’atteso arrivo su TVP a settembre del serial “Felicità”, girato tra Varsavia e Polignano a Mare. Non potevamo poi non dedicare un’articolo all’apertura a Pietrasanta del Museo dedicato al grande scultore polacco Igor Mitoraj. Un numero ricchissimo anche di musica – con un approfondimento su Jovanotti e il racconto dell’amore per i compositori polacchi del maestro Massimiliano Caldi – e di viaggi tra Puglia, Cilento e Sicilia, impreziosito da due eccezionali interviste a Magdalena Wrana direttrice dell’Accademia Polacca delle Scienze di Roma e alla pianista, infermiera durante l’Insurrezione di Varsavia, Danuta Dworakowska. E ancora troverete le nostre tradizionali rubriche di lingua, cucina, motori, moda, fumetti e letteratura. Insomma correte agli Empik a prendere la vostra copia o acquistatela online (gazzettaitalia.pl) o scriveteci a redazione@gazzettaitalia.pl BUONA LETTURA!

Alessandro Parrello: “Felicità” dentro e fuori dal set

0

Fot. Luca Spennato

Scansiona il QR per ascoltare l’intervista in italiano

Un ormai lontano giorno dell’epoca in cui stavamo uscendo dal Covid mi telefona “Paolone”, caro amico veneziano che lavora nel mondo del cinema, avvisandomi che è in arrivo a Varsavia il regista e attore Alessandro Parrello finalista al concorso Grand Off Short Film Awards. Oggi cinque anni dopo anche Alessandro è diventato un carissimo amico oltreché un habitué della capitale polacca.

Da poche settimane sono terminate le riprese del nuovo serial “Felicità”, basato sull’omonimo libro di Katarzyna Kaliczynska, prodotto da TVP e ambientato tra Varsavia e Polignano a Mare, in cui sei uno dei protagonisti. Cosa ti porti dentro di questo lavoro?

“Voglio essere sincero con te, girare “Felicità” è stata una delle esperienze più piacevoli degli ultimi anni sia come professionista che come uomo. Mi sono divertito molto perché, avendo fatto negli ultimi anni soprattutto il regista o il produttore, spesso ho sacrificato un po’ di quella spensieratezza che invece qui ho ritrovato lavorando assieme ad un regista molto bravo e a un affiatato gruppo di lavoro con colleghi italiani e polacchi. Con alcuni di loro si è instaurato anche un bellissimo rapporto di amicizia fuori dal set e credo che quando il pubblico vedrà la serie, si accorgerà di quanto siamo stati bene nel girarla. In tante settimane di lavoro tra Varsavia a Polignano ci siamo conosciuti e uniti a livello umano perché tutti volevamo la stessa cosa: realizzare una serie bella, innovativa ma soprattutto vicina alle persone. Io credo che ci siamo riusciti e grande merito va al regista Makary Janowski che è stato un capitano eccezionale, sempre in ascolto degli attori, sorridente e calmo anche nei momenti di maggior pressione lavorativa ed emotiva. Tu lo sai bene perché sei stato spesso sul set e hai potuto vedere questa armonia. Inoltre amo molto il mio personaggio: Marco, un brillante avvocato con dei valori forti che dopo anni vissuti tra Roma e Milano torna dalla sua famiglia a Polignano e li incontra Zoska, che arriva da Varsavia con la figlia adolescente, sconvolgendo un po’ gli equilibri nella pensione Felicità. Tra i due scatta subito qualcosa ma… non voglio anticipare di più! 

Alessandro Parrello, Laura Breszka / fot. Przemysław Pączkowski

Noi ci siamo conosciuti a Varsavia in occasione del festival Grand Off in cui eri finalista, a distanza di anni che idea ti sei fatto della capitale polacca? 

Quell’episodio lo ricordo sempre con grande gioia perché è stato un incontro magico grazie al mio amato film breve “Nikola Tesla the man from the future”, che mi ha dato tante soddisfazioni. Ma ti ho mai detto che per un attimo stavo per non venire a Varsavia? In quel momento, era l’autunno del 2021, avevano chiuso tutto e per viaggiare occorreva il green pass. Ero in un periodo di intenso di lavoro e la sera della partenza per Varsavia, stravolto dalla stanchezza, ho rinunciato. Scrissi agli organizzatori del festival che probabilmente non sarei andato al Gala. Poi, evidentemente c’è qualcuno che dall’alto mi protegge, dopo una lunga dormita, la mattina dopo mi sono svegliato e ho deciso: “parto per Varsavia, sento che è una occasione da non perdere”. Ho rifatto il biglietto e sono partito il pomeriggio… Il resto è storia, lì ci siamo conosciuti, grazie al nostro amico “Paolone” che ci ha messi in contatto. In quei giorni pensai subito che mi sarebbe piaciuto ritornare a Varsavia per conoscerla meglio, la città mi aveva dato ottime vibrazioni. Poi la vita sa sempre come svilupparsi e come sorprenderci. Quel desiderio di tornare alla fine si è realizzato, ma mai avrei pensato di tornare per essere protagonista di una serie polacca connessa all’Italia e soprattutto alla mia Puglia! Oggi dopo aver conosciuto meglio Varsavia ti confermo le sensazioni provate la prima volta: città straordinaria, vivace, curata, piena di arte e voglia di costruire. Mi ha ricordato le sensazioni che ho vissuto i primi anni a New York. Non escludo che in futuro possa trascorrere più tempo qui. 

 

fot. Przemysław Pączkowski

Parlaci della tua carriera. Da dove vuoi cominciare?

Ah… inizierei definendola il viaggio più faticoso e più incredibile che abbia mai fatto. Per quanto la mia gavetta sia stata lunga e non facile, posso dire che alla fine le cose stanno andando nel modo in cui sognavo accadessero. È stato un percorso pieno di sacrifici e di rinunce, dai primi passi in Rai a 19 anni, agli anni vissuti negli USA, dove andai quando avevo 26 anni per crescere come uomo e come artista lontano dalla famiglia e dal mio mondo. Oggi posso dire che ne è valsa la pena, ogni sacrificio ha determinato una evoluzione, guardandomi indietro rivedo tutte le tappe che sono servite a costruire una carriera con solide fondamenta. Avevo una visione e l’ho seguita con estrema fedeltà, svolgendo nel frattempo decine di mestieri diversi per mantenermi. In cambio dei sacrifici ho il privilegio non solo di poter recitare in progetti internazionali, ma anche di poter scrivere, dirigere e talvolta produrre delle opere cinematografiche importanti che desideravo realizzare e che mi hanno dato molte soddisfazioni, fatte grazie alla casa di produzione che ho fondato nel 2011, la WEST 46 films. In questi anni di gavetta ho anche imparato tanti sport, mi sono dedicato alla scrittura – a New York per cinque anni ho diretto perfino un mio magazine – ho appreso due lingue straniere e… chissà magari provo anche ad imparare il polacco! Un background di esperienze che metto al servizio del mio lavoro. Sono partito con l’idea di fare l’attore ma in America ho trovato il coraggio di provare ad esprimermi seriamente anche come autore e regista. Fondamentali poi sono stati gli incontri con tre persone meravigliose, Bruce a New York, Teresa e Giovanna in Italia, che hanno creduto fortemente in me e a cui sarò sempre molto grato. Poi sono arrivati i premi e le soddisfazioni che sono la conseguenza di tanti anni di lavoro. Riassumendo sono un ottimista nato, il mio segreto è stato ed è: crederci!

Fot. Alice Della Valle

Come si coniugano le carriere d’attore e di regista?

Penso siano due facce della stessa medaglia. Seppur molto diversi come impostazione, sia l’attore che il regista raccontano delle storie e se un artista sente di avere qualcosa da dire o una bella idea, non deve porsi il limite di vedersi solo come attore o solo come regista. Si possono ricoprire entrambi i ruoli, a patto che ci sia una grande preparazione e una efficace pianificazione, per poter così essere credibili e in grado di sostenerne il peso e la responsabilità, soprattutto quando un produttore ti affida un progetto. Spesso mi è capitato di dover essere attore, regista e sceneggiatore dello stesso progetto e per quanto possa spaventare, alla fine mi ci sono abituato e non mi spaventa il farlo. Come attore i personaggi bisogna prima sentirseli addosso e dopo decidere di dargli vita. Io sono un fan dei generi avventurosi e fantastici e da questi temi ho iniziato a scrivere e raccontare le mie storie. Se oggi ho la fortuna di poter fare questi mestieri, ovvero davanti e dietro la macchina da presa, posso solo che considerarmi una persona felice. Quando preparo un progetto da regista faccio molta ricerca, approfondisco alcune tecniche e mi circondo dei migliori professionisti a cui trasmetto la mia visione del film in modo che possano riversarla nella creatività dei rispettivi settori di competenza, e mi piace sottolineare che con alcuni di loro lavoro proficuamente da tempo. Si tratta sempre di un lavoro di squadra non solo nella regia ma anche nella recitazione perché un attore per essere attraente e brillante in scena ha bisogno del supporto di chi lo mette in condizione di dare il meglio. E io sono molto grato a tutte le figure che girano attorno al set. 

Sei un romano di origini pugliesi che vive tra Roma e Monopoli. Come ti dividi tra la caotica capitale, i trulli e le spiagge pugliesi?

Sono due modi di vivere talmente diversi che forse potrei aver trovato il mio piccolo grande equilibrio. Roma è caotica, disordinata e con livelli di stress nelle persone che se ci si osservassero dall’alto sembreremmo una moltitudine di formiche che si muovono impazzite. Il traffico è assurdo a tutte le ore. Di conseguenza anche la mia vita a Roma è più frenetica e mi sposto quasi solo in moto. Poi però Roma è coinvolgente e se ti fermi ad osservarla con altri occhi, ti rendi conto che è potente e unica per tutto quello che c’è dentro, per i caratteri delle persone. Abito in un quartiere che adoro, tra Ostiense e Piramide, dove ho tutto a portata di mano. A Monopoli è esattamente l’opposto, le persone hanno un altro ritmo di vita, molto più calmo. Come sai li abito nei trulli in campagna, tra ulivi e colline, ma vicino al mare e questo è importante perché il mare ha la capacità di restituirmi quella serenità interiore cosi preziosa quando devo dedicarmi alla scrittura o a un nuovo progetto. Monopoli e Roma sono entrambe casa per me, essenziali al mio vivere.

Progetti per il futuro?

A luglio uscirà il mio fantasy breve “Alby l’ultimo Ulivo”, girato in Puglia con Francesco Pannofino nei panni di un tenero Albero Parlante animato, realizzato unendo animazione 3D e con riprese in live action. Qualcosa di raro per l’Italia. Poi presenteremo il thriller di avventura “Ricordati che ti voglio bene”, girato sulle montagne innevate del Nord Italia nel cui cast c’è Luca Ward, Maurizio Lombardi ed Eugenio Ricciardi, che nella serie “Felicità” interpreta mio fratello. In questi giorni sto anche scrivendo un soggetto per una nuova serie, con un produttore del Principato di Monaco il quale mi ha proposto un’idea che ho trovato straordinaria e che dirigerò. Contemporaneamente, sto ultimando la revisione della sceneggiatura del mio lungometraggio da regista. Nei prossimi mesi invernali invece girerò un nuovo film breve della mia serie sui generi cinematografici, fino ad ora ne ho realizzati 12 sui 21 previsti dal progetto, di cui “Nikola Tesla” è stato il film di apertura. Tra questi ne sto scrivendo uno di genere spy action, ambientato tra l’Italia e la Polonia e tu sarai uno dei primi a cui farò leggere lo script appena pronto! E poi se dovessimo proseguire il viaggio di “Felicità” nel 2027 con una seconda stagione salirei a bordo con grande gioia per raccontare nuovi aspetti del mio personaggio Marco. Sono per un cinema fatto di eroi e avventure che facciano sognare, ispirare il pubblico e far sentire che in fondo tutto è possibile.

Oriana Celentano, che interpreta Giulia in “Felicità”, Francois Plantamura,
proprietario della Vespa azzurra, Alessandro Parrello. Foto di Luca Spennato

De Wave Group investe in Polonia

0

De Wave Group, il general contractor globale per la cantieristica navale e nautica con origini genovesi, investe sul suo polo produttivo in Polonia

Nel marzo scorso, a Varsavia, Riccardo Pompili, CEO di De Wave Group, ha ricevuto il Premio Gazzetta Italia, un riconoscimento internazionale che testimonia il percorso di crescita e consolidamento di una realtà industriale sempre più protagonista nel panorama della cantieristica globale. Un premio che è anche il simbolo di una visione industriale che guarda con attenzione ai mercati europei, tra cui la Polonia, oggi snodo strategico nello sviluppo del Gruppo.

Nato a Genova nel 2014, De Wave Group è oggi uno dei principali operatori a livello internazionale nel settore degli interni navali, specializzato nella progettazione, produzione e installazione di soluzioni complete per navi da crociera e yacht. In poco più di dieci anni, il Gruppo ha intrapreso un percorso di crescita rapido e strutturato, sostenuto sia da un’espansione organica sia da una strategia di acquisizioni mirate che hanno permesso di integrare competenze lungo l’intera filiera produttiva. 

Oggi De Wave si configura come un vero e proprio “general contractor” globale nella Blue Economy, in grado di coprire tutte le fasi del processo: dal design alla realizzazione finale, fino ai servizi post-vendita. Una crescita testimoniata anche dai numeri: 1.500 dipendenti, 7 stabilimenti produttivi, 13 sedi operative in 9 Paesi e un fatturato che punta a superare i 500 milioni di euro.

Alla base di questo sviluppo vi è una visione chiara: rafforzare il controllo diretto della produzione, aumentare l’integrazione tra le diverse business unit e creare sinergie tra le aziende del Gruppo. Le recenti acquisizioni nel settore dell’outfitting, dell’impiantistica e della carpenteria metallica si inseriscono proprio in questa logica, contribuendo alla creazione di un hub industriale capace di rispondere alle esigenze sempre più complesse del mercato Cruise.

In questo contesto internazionale, la Polonia riveste un ruolo sempre più centrale. Lo stabilimento di Lipno rappresenta infatti un tassello chiave nella rete produttiva del Gruppo, non solo per le sue competenze specifiche – legate in particolare alla produzione di cabine e wet units – ma anche per la sua posizione geografica. Situato a circa 200 chilometri dal porto di Danzica, il centro produttivo si colloca in un’area che sta assumendo un ruolo crescente come porta d’ingresso verso l’Europa per i traffici provenienti dall’Asia.

Proprio per valorizzare questo potenziale, De Wave ha avviato un importante processo di trasformazione dello stabilimento polacco. Il piano prevede un intervento sia sul piano strutturale – con il rinnovamento degli spazi produttivi e degli ambienti di lavoro – sia su quello organizzativo e gestionale. L’obiettivo è superare una visione frammentata per dare vita ad una piena integrazione del polo produttivo all’interno della supply chain di gruppo.

Elemento chiave di questo percorso è l’introduzione di un nuovo Sistema di Gestione del Lavoro (WMS – Work Management System), che consentirà di ottimizzare i flussi produttivi e logistici secondo una logica lean. Parallelamente, sono in fase di revisione i processi operativi e i modelli di controllo di gestione, con l’introduzione di KPI condivisi e strumenti di monitoraggio avanzati.

Questa evoluzione non riguarda solo l’efficienza produttiva, ma anche la qualità del lavoro. L’integrazione dei sistemi e la standardizzazione dei processi permetteranno infatti di migliorare le condizioni operative, aumentando al contempo l’affidabilità e la competitività dello stabilimento.

Il percorso intrapreso dal Gruppo in Polonia riflette una visione più ampia: costruire un sistema industriale integrato, capace di coniugare eccellenza produttiva, innovazione tecnologica e presenza capillare sui mercati internazionali. In questo scenario, il riconoscimento ottenuto a Varsavia da Pompili assume un valore simbolico ancora più significativo: non solo celebrazione dei risultati raggiunti, ma conferma di una strategia che guarda al futuro. E la Polonia è uno dei pilastri del piano di sviluppo. Una crescita che, partendo dalle radici italiane, continua a svilupparsi su scala globale, mantenendo al centro un principio chiave: lavorare come un unico gruppo, con una visione condivisa.

Fot. De Wave Group

New Flavours: la cultura degli aromi sbarca a Varsavia

0

Un gusto al limone o al caramello è uguale in tutto il mondo? Assolutamente no! A spiegarci come gli aromi si declinano a seconda delle culture alimentari è Monia Floridi dell’azienda New Flavours, eccellenza italiana, che ha sede nella verde Umbria, realtà che vanta numerose certificazioni e una grande attenzione all’ambiente.

“Il caramello per un palato tedesco deve avere una nota di vaniglia, per un polacco un retrogusto di burro e per un francese deve ricordare un misto vaniglia-burro bruciato, insomma un po’ creme brulee”, spiega Floridi a capo di una azienda che produce aromi per 70 paesi del mondo. Tutto nasce nel 2008 quando la chimico-fisica Monia Floridi apre insieme a Jean Christophe Coppin, esperto in profumi, la New Flavours iniziando a far ricerca per arrivare a trovare i migliori aromi da proporre sia nel settore alimentare che in quello farmaceutico. Da quel momento la crescita è stata esponenziale grazie alla filosofia, che alcuni ritenevano fuori mercato, di puntare solo su prodotti biologici e naturali. 

“Gli aromi sono artificiali o naturali, sono due mondi diversi, noi abbiamo scelto la via naturale e biologica. A cosa servono? Prendi una barretta o una bevanda proteica che fanno bene ma che hanno un sapore amaro, il gusto va mascherato esaltando la parte migliore del prodotto. Così come le medicine, soprattutto quelle per i bambini. Poi c’è la funzione di aromatizzazione, ad esempio degli snack ai gusti. Insomma ci occupiamo di tutto lo spettro di quello che si mangia e si beve dagli energy drink, agli snack, alle barrette, alle medicine”. 

Nel tempo i gusti cambiano? 

“Sì molto! Noi viaggiamo e testiamo i sapori e gli aromi di vari paesi. Cambiamenti resi più rapidi negli ultimi anni perché le persone si muovono con grande facilità, gli scambi oltreché culturali sono sempre anche culinari. Il sapore è poi strettamente connesso con quello che noi ci aspettiamo mentalmente da un determinato prodotto.”

Ovvero?

“Per esempio la ciliegia, quello che per noi è il suo sapore classico in Cina è improponibile, la ciliegia per un cinese deve avere un gusto del frutto fresco non come quello in Europa simile all’amarena. Così se tu proponi a dieci persone un gusto limone ognuno nella sua testa si prefigura qualcosa di suo: c’è chi lo immagina comprensivo della buccia e quindi amaro, chi pensa al profumo del limone, chi si aspetta più un tono di succo, ciascuno ha una sua idea della materia prima che è legata alla cornice culturale culinaria in cui è cresciuto e vive”. 

Quindi lavorando per diversi paesi voi dovete adeguarvi ai vari gusti nazionali?

“Esattamente, siamo un’azienda di circa 30 persone e quasi un terzo di noi lavora nello studio e nella ricerca degli aromi. Per esempio in Polonia c’è una attrazione per una nota di gusto più burrosa rispetto alla Germania e così via quello che seduce il palato dei tedeschi non è quello che gradiscono i francesi. Un altro esempio: in Polonia piace la cannella dolce, in Inghilterra la speziata e in Cina il gusto cannella non va proprio. Noi viaggiamo, andiamo nei ristoranti e testiamo il gusto dei vari piatti dai più tipici ai più stravaganti, compriamo prodotti nei vari Paesi e li assaggiamo in Team. Anche in Italia, da regione a regione, i sapori cambiano, al nord prevalgono gusti forti cremosi al sud quelli più freschi e speziati. E se parliamo di peperoncino in Italia, più o meno è lo stesso prodotto invece in Cina o nei Paesi Arabi c’è una scelta più ampia e conoscono meglio le differenze.”

Concretamente come nasce un gusto?

“Un gusto si progetta a partire da una idea, a volte nostra a volte del cliente, studiamo il mercato e con tanta creatività e dedizione arriviamo alla formulazione e sviluppo di Gusti che rispettano la tradizione e guardano al futuro. I progetti possono durare anche anni, ma questo per New Flavours è solo una sfida.” 

Ora entrate nel mercato polacco, cosa vi ha colpito di questo Paese?

“Abbiamo trovato i polacchi sensibili ad aromi naturali e biologici e attenti sia alla qualità, sia all’assenza di coloranti e zuccheri aggiunti, che all’OGM FREE. Un mercato in cui le aziende sono curiose e non hanno paura di provare nuovi aromi”.

Monia Floridi

E i gusti polacchi?

“Ho trovato eccezionale il modo in cui trattano i funghi, poi mi ha colpito la diffusione della kompot, il gusto dei pierogi e le varie versioni della szarlotka, la torta alle mele. È un Paese che ci interessa molto e per questo siamo in procinto di aprire la nostra sede a Varsavia”.

In qualunque parte del mondo noi siamo, esiste un minimo comune denominatore: possono cambiare ingredienti, sapori e rituali, ma il valore della convivialità resta universale. Sedersi a tavola non significa soltanto condividere un pasto, bensì creare connessioni, rafforzare legami familiari e consolidare relazioni professionali e di business.

Fot. New Flavours