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Di draghi e dintorni

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Passeggiando sotto le mura del Wavel — l’imponente Castello Reale di Cracovia — è impossibile non imbattersi nel buio ingresso di una grotta. Una macchia arruffata di alberi la cela parzialmente e una statua ne fa da guardiano: annerita, ruvida d’aspetto, raffigura un drago rampante. È Smok Wawelski, il Drago di Wavel. Con le sue sei zampe e il respiro infuocato, la statua è una delle icone della città.

Figure dense di significati, ancora oggi i draghi popolano l’immaginario collettivo di oriente e occidente. Eppure, per quanto antichi, persino loro risentono dei tempi moderni, di una società segnata dai cambiamenti climatici, dai conflitti e dal progresso scientifico.

Ne abbiamo parlato con Michele Bellone, autore di Incanto. Storie di draghi, stregoni e scienziati, comunicatore della scienza e curatore editoriale della sezione saggistica per Codice Edizioni. Ci ha raccontato il ruolo che queste creature leggendarie hanno oggi nel mondo scientifico.

Un drago, tanti draghi 

Una premessa è doverosa. Dobbiamo parlare di draghi, al plurale, per ricordare le molte forme che hanno assunto nell’araldica, nei miti antichi e nella storia dell’arte: forme che hanno reso pressoché impossibile realizzarne una tassonomia univoca.

«Prendete il celebre dipinto San Giorgio e il drago di Paolo Uccello. Lì, il drago raffigurato ha quattro arti – due ali e due zampe – e non sei, come emerge da tante rappresentazioni storiche e artistiche. Ma chi, come me, è amante dei giochi di ruolo, sa bene che sono le viverne ad avere quattro arti, non i draghi. Eppure, quello ritratto da Paolo Uccello era un drago, come pure quelli del Trono di Spade, anch’essi dotati di quattro arti», racconta Bellone.

«Posso fare un altro esempio, sempre riferito all’Italia. El bisson, ossia il Biscione milanese, simbolo storico della casata dei Visconti e poi della città di Milano – ripreso in molti altri stemmi, da quello dell’Alfa Romeo all’Inter – pare sia stato ispirato dalla raffigurazione del drago Tarantasio, che secondo le leggende abitava un antico lago nei pressi di Lodi».

In una delle sue rappresentazioni iconiche, Tarantasio aveva due piccole ali, due zampe e un lungo corpo strisciante, simile appunto a quello di un serpente. «In effetti, i draghi dell’immaginario italiano tendono a essere raffigurati più come creature paludose e serpentesche che non come i draghi centro-nord europei. Loro sì, più simili a quelli diventati famosi grazie al cinema.»

Il filo conduttore che unisce la tradizione europea è semmai il vedere nei draghi dei grandi rettili. Anche in questo caso, però, il panorama globale è più variopinto: «I draghi della tradizione orientale mescolano parti di pesci, mammiferi e rettili: non sono mostri maligni, bensì una rappresentazione composita di molte specie diverse simboleggiante le forze naturali. Mentre nell’America centrale vengono rappresentati come giganteschi serpenti piumati, come il famoso Quetzalcoatl».

Draghi al servizio della scienza

Questo caos di forme anatomiche è fondamentale per iniziare a capire un possibile ruolo dei draghi nel mondo scientifico: essere uno splendido caso studio immaginario. Bellone fa un esempio: «Nel 1976, il biologo dell’Università di York Peter J. Hogarth, pubblicò un articolo sul Bullettin of British Ecological Society nel quale prendeva in considerazioni diversi aspetti dell’ecologia e dell’anatomia dei draghi, proponendo un’analisi critica alla luce degli studi darwiniani sull’evoluzione».Qualche mese dopo gli rispose il collega Robert M. May sulla celebre rivista Nature. Il professore di Oxford fece notare che, nella sua analisi, non aveva considerato un aspetto. Se si guarda all’evoluzione dei vertebrati terresti, uno dei tratti più conservati nel tempo è la morfologia tetrapode, cioè basata su quattro arti. I draghi però, contando le ali, ne hanno sei. «Se esistesse una linea evolutiva esapode, vorrebbe dire che i draghi sono più imparentati con il pegaso che con i rettili, e il pegaso sarebbe più imparentato con loro che non con un unicorno o un normale cavallo». La somiglianza tra draghi e viverne a quel punto diventerebbe un fenomeno noto come evoluzione convergente: rami diversi dell’albero della vita sviluppano tratti simili quando occupano nicchie ecologiche affini.

Si tratta di un gioco, ovviamente. Ma è un gioco prezioso per chi si occupa di evoluzione.

La biodiversità dietro i draghi

I draghi però non rappresentano solamente un caso studio utile a mettere alla prova i nostri criteri di classificazione. Immaginare come potrebbero muoversi, volare o sputare fuoco se esistessero realmente è un’ottima scusa per indagare le soluzioni che la biodiversità ha prodotto per ottenere risultati simili.

In Incanto, Bellone ne cita uno particolarmente sorprendente: i Brachininae. Si tratta di una famiglia di insetti comunemente nota come coleotteri bombardieri. Quando minacciati, questi animali sono in grado di emettere un getto di liquido rovente, ottenuto grazie a una miscela di enzimi, perossido di idrogeno e idrochinone che, combinati, portano la reazione a una temperatura molto elevata. Sono insetti a livello di qualsiasi drago sputafuoco, con il pregio di esistere davvero!

Il rapporto tra draghi e biodiversità non è unilaterale. «Un conto è se devi raffigurare un drago in un’immagine statica, un altro è se devi farlo muovere in maniera realistica, come in un film o in una serie. A quel punto gli animali che già esistono sono un’ottima fonte di ispirazione per chi deve costruire una figura animata al computer». Uccelli e pipistrelli sono i modelli migliori.

Scrive Bellone nel suo libro: «Gli artisti digitali di Pixomondo, coinvolti nella realizzazione dei draghi del Trono di Spade, hanno studiato l’anatomia delle ali dei polli per capirne i limiti meccanici, mentre per simulare il decollo di Drogon hanno preso spunto dai pellicani.» (p.40)

Draghi come metafore

Draghi al servizio delle scienze naturali, dunque, ma anche draghi per la biodiversità e draghi come metafore del mondo contemporaneo. «Nel 2015, sempre Robert May — deve essersi appassionato al tema, evidentemente — insieme a Andrew Hamilton e Edward Waters, per un primo di aprile, pubblicarono un articolo su Nature in cui usavano i draghi per parlare dei cambiamenti climatici.»

L’articolo, ovviamente umoristico, correlava il trend delle temperature globali a quello delle menzioni di draghi nella letteratura, sostenendo che chiaramente i fenomeni dovevano essere legati tra loro. Temperature più calde: più draghi avvistati. Che occorra limitare le emissioni prima che se ne risveglino troppi?

I draghi però non sono metafore potenti solo per la scienza. «Uno dei miei draghi preferiti in assoluto» racconta Bellone «non è un drago in senso classico. Compare nel romanzo di Michael Swanwick, Cuore d’acciaio, dove i draghi sono l’equivalente dei nostri cacciabombardieri: macchine costruite in fabbrica, dotate di missili e bombe, ma caratterizzate da una personalità, spesso arrogante e distruttiva». Una metafora delle idee di dominio e distruzione che imprimiamo nella tecnologia intorno a noi.

Smok Wawelski

Si dice che il Drago di Cracovia fu sconfitto da un calzolaio che, astutamente, gli fece trovare una pecora riempita di zolfo. Il bruciore alla gola e alla pancia che seguirono indussero la bestia a raggiungere la Vistola per dissetarsi, ingollando acqua fino ad esplodere. Una leggenda simile ad altre che, nei secoli, hanno popolato di draghi l’intera l’Europa orientale.

Il mostro è dunque morto. Oggi rimane una statua attorno a cui si accalcano i bambini. Rimane anche l’immagine del drago come simbolo di cultura, tradizione e, come abbiamo visto, anche di scienza. Perciò, in futuro, quando vedrete un drago, ricordatevi di contare quante zampe possiede.

Maria Skłodowska-Curie in Italia alla ricerca di radio

traduzione it: Marta Koral

“Il 30 luglio 1918 alle ore 3:30 del mattino, Maria Skłodowska-Curie scese dal treno alla stazione di Pisa”. Così ebbe inizio lo straordinario viaggio di tre settimane della vincitrice di due premi Nobel durante il quale insieme ad alcuni scienziati italiani percorse più di 3.000 km, studiando le radiazioni naturali delle acque termali, delle fumarole e delle rocce. 

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Nel 2023 si sono celebrati due importanti anniversari legati a Marie Skłodowska-Curie, due volte premio Nobel per la fisica e la chimica: 120 anni dalla consegna del primo Premio Nobel e 125 anni dalla scoperta del polonio (84Po) e del radio (88Ra). Tali ricorrenze sono state segnate da un’eccellente collaborazione tra l’Accademia Polacca delle Scienze di Roma, l’Istituto di Chimica Organica del PAN e l’Università di Pisa. Insieme, abbiamo ritenuto opportuno far conoscere ad un pubblico più vasto i dettagli della visita di Maria Skłodowska-Curie in Italia. Infatti, l’illustre Premio Nobel nel 1918 vi trascorse tre settimane, ma sono poche le fonti che ne parlano. In effetti, la Premio Nobel trascorse in questo Paese tre settimane nel 1918, ma sono poche le fonti che fanno riferimento a questo viaggio. Si è scritto molto sulle sue due spedizioni negli Stati Uniti, in Brasile o in Spagna, si è parlato di visite nei Paesi Bassi e a Bruxelles, mentre il suo viaggio in Italia è rimasto sempre un tema inesplorato. Fu a causa della guerra in corso che la spedizione del Premio Nobel si svolse senza particolare risonanza.

 

Come nasce quindi l’idea della visita di Maria Skłodowska in Italia? Verso la fine della Prima guerra mondiale, la Francia comincia a esaurire il radio e la sua “emanazione” (ovvero il radon, un elemento radioattivo che si forma spontaneamente dal decadimento del radio), che veniva utilizzato, tra l’altro, negli ospedali da campo. Madame Curie decise pertanto di recarsi presso le sorgenti termali italiane, ricche di quel prezioso elemento radioattivo, da dove sarebbe stato relativamente facile e veloce trasportarlo in Francia. Tra l’altro, le sostanze radioattive naturali erano già all’epoca oggetto di ricerca in Italia, la difficoltà, tuttavia, stava nel loro isolamento per l’utilizzo pratico. È il motivo per cui i massimi scienziati italiani, guidati dal professor Vito Volterra, invitano più volte Madame Curie nel Bel Paese, nella speranza di poter ricevere conferma delle scoperte fatte fino ad allora, di potersi confrontare, di trovare nuove fonti di questi elementi e di individuare i modi per estrarli. La visita si svolse nel 1918 quando Skłodowska-Curie arrivò a Pisa su invito di Raffaello Nasini, professore di chimica all’Università di Pisa. Il primo passo fu quello di controllare l’apparecchiatura fornita dall’ateneo per la missione di ricerca. Dopo aver verificato la sua idoneità alle misurazioni previste, la scienziata, accompagnata dal giovane assistente di Nasini, Carlo Porlezza, partì per un lungo viaggio attraverso il Bel Paese.

Da sinistra: dr hab. Marcin Górecki (Instytut Chemii Organicznej PAN w Warszawie), prof. Gaetano Angelici (Università di Pisa), prof. Lorenzo di Bari (Università di Pisa), Agnieszka Stefaniak-Hrycko (dyrektor Stacji Naukowej PAN w Rzymie)

Trascorse i primi giorni in intensa attività di ricerca in Toscana. Visitò prima i Bagni di San Giuliano, a pochi chilometri da Pisa, per testare sul campo le apparecchiature disponibili. I test riuscirono alla perfezione e confermarono la notevole radioattività di quelle acque sorgive. Da qui, insieme a Porlezza, Skłodowska partì per la vera missione scientifica alla ricerca di altre possibili fonti di sostanze radioattive. Il 1° agosto giunse a Bagni di Montecatini, le cui acque erano celebri per le loro proprietà benefiche “sul fegato e sulle budella”. Con Nasini e Porlezza misurò la radioattività delle acque termali del Tettuccio. In Toscana visitò anche Larderello, località nota per il suo particolare paesaggio caratterizzato dalla presenza di colonne di vapori bianchi dei soffioni boraciferi. È interessante notare che questi fenomeni naturali, già conosciuti all’epoca di Dante Alighieri, ispirarono il poeta nel descrivere i paesaggi… infernali!

Quindi la spedizione si diresse verso il sud dello Stivale. Da Napoli gli scienziati raggiunsero Ischia per effettuare le misurazioni della radioattività in diversi punti dell’isola, noti da centinaia di anni per le loro proprietà terapeutiche. A Lacco Ameno, il 7 agosto Skłodowska analizzò le acque delle Terme Regina Isabella. L’isola si rivelò un luogo particolarmente ricco in emanazioni radioattive del radio, non solo delle acque, ma anche del terreno e persino dell’aria. Oggi qui si trova uno dei principali centri di cura e soggiorno a livello internazionale. La seguente meta della missione scientifica fu l’isola di Capri, dove furono prelevati altri campioni. Al ritorno verso il Nord, la Premio Nobel si fermò brevemente a Roma, dove strinse alcuni contatti professionali.

La tappa successiva della visita furono gli impianti militari di raggi X vicino a Padova, dove poche settimane prima si erano svolti dei combattimenti. La scienziata li confrontò con le strutture francesi mostrandosi soddisfatta dell’organizzazione di quelle italiane. In Veneto nell’area dei Colli Euganei invece l’equipe scientifica visitò le magnifiche sorgenti termali di Abano, Battaglia e Montegrotto verificando le misurazioni della radioattività delle loro acque, già effettuate in precedenza. Dopo una breve gita in motoscafo da Fusina a Venezia, Skłodowska si recò a Lurisia, dove non solo esaminò la fortissima “emanazione” di radon, ma raccolse anche campioni di autunite, che poi portò con sé in Francia per valutarne la quantità di radio presente. Una vera sorpresa attendeva gli scienziati nella grotta delle cave di Lurisia. Esaminando le rocce con apparecchiature dell’Università di Pisa, gli strumenti addirittura “bollirono”. Nella grotta, che oggi porta il nome dell’illustre scienziata, Madame Curie pronunciò la famosa frase: “Beaucoup de radium!”

Il viaggio si concluse il 18 agosto a Sanremo con una riunione e una prima sintesi della missione scientifica. Il giorno dopo, gli scienziati italiani accompagnarono la Premio Nobel alla stazione di Ventimiglia, da dove prese il treno per ritornare in Francia. Skłodowska-Curie mandò poi al professor Volterra il suo resoconto ufficiale del viaggio, insieme ai ringraziamenti per l’ospitalità italiana. Un anno dopo, inviò una lettera che oggi si trova al Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa, che accompagnava un campione di cloruro di radio, per la standardizzazione delle misure di radioattività nelle acque sorgive.

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Il filmato è disponibile in tre versioni linguistiche: polacco, italiano e inglese sul canale YT di PAN. Buona visione!

Visita dell’Ambasciatore Franchetti Pardo alla Nave Rizzo a Gdynia

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L’Ambasciatore d’Italia in Polonia, Luca Franchetti Pardo, sabato 11 maggio ha visitato la Fregata “Luigi Rizzo”, comandata dal C.F. Catia Pellegrino, che conclude la sua partecipazione alla missione Nato “Brilliant Shield” dopo avere assicurato per cinque mesi la sicurezza del Mar Baltico, integrandosi nel dispositivo di difesa aerea polacco che vede impegnata anche la nostra Aeronautica Militare. Resi gli onori militari all’Ambasciatore, accompagnato dall’Addetto per la Difesa Col. Cavaliere, a bordo di Nave Rizzo è stata accolta una delegazione militare polacca che ha voluto esprimere il vivo apprezzamento di Varsavia per l’impegno italiano a protezione del fianco est della NATO. L’Ambasciatore Franchetti Pardo ha voluto ringraziare le donne e gli uomini in divisa che quotidianamente difendono la sicurezza degli Italiani, operando anche in aree geografiche lontane e a costo di grandi sacrifici personali. Franchetti Pardo ha evidenziato il significativo contributo di Nave Rizzo per la difesa del Paese e delle strutture sensibili nel Mar Baltico e ha ribadito che da parte italiana rimane fermo e convinto il sostegno all’Ucraina e a protezione del fianco est della NATO.

Una follia chiamata Venezia

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traduzione it: Agata Pachucy

Beata Malinowska-Petelenz, architetto, pittrice e illustratrice, autrice di varie esposizioni tra cui “Non andare a Venezia” (Galleria Trzecie Oko, gennaio 2020), presenterà alla Galeria Dymu di Cracovia una serie di opere dal titolo “Una follia chiamata Venezia”. L’inaugurazione della mostra avrà luogo il 13 maggio alle ore 19.00 presso la Galeria Dymu, in via Św. Tomasza 13.

Secondo Bachtin, il carnevale è un momento di rovesciamento del mondo, un via libera alla follia e al sovvertimento delle norme sociali. Ma a Venezia il carnevale dura tutto l’anno perché le folle di turisti continuano ad arrivare indifferenti al rischio di morte sociale della città. Venezia si gonfia ancora, senza sosta, di turisti che sfrecciano tra l’obbligatorio aperitivo, un selfie sotto la Basilica di San Marco e l’acquisto di una calamita con un leone made in China. Questo mondo di estrema fisicità, che trasporta e annienta la città allo stesso tempo, ha trovato la sua rappresentazione nelle straordinarie opere di Beata Malinowska-Petelenz: “mi sono lasciata trasportare dagli strati di colori, dai costumi, dalle maschere onnipresenti. I confini della realtà e del sogno erano sfumati, così come i confini della città in un indefinito territorio in cui non si sa dove finisca la verità e inizi la visione turistica. La pittura qui si contrappone al ritmo incalzante delle visite turistiche; incoraggia la contemplazione del colore, dell’architettura e della materialità della città, che in un impeto carnevalesco diventa la storia di una città che, anche se muore, lo fa con il sorriso sulle labbra.” L’ispirazione per la nuova serie di dipinti a tecnica mista è nata durante la visita dell’autrice a Venezia nell’ultimo sabato del Carnevale 2024. La mostra, curata da Mariusz Twardowski, è sostenuta dalla Fondazione AP KunstArt con patrocinio mediatico di Gazzetta Italia e niemuzeum.pl.

Vini da scoprire tra Val di Cornia e costa degli Etruschi

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L’estremo lembo meridionale della provincia di Livorno sintetizza l’esperienza intensa di storia, natura e cultura, con il vino a fare da filo conduttore

«Andando in Maremma io vedo un paesaggio bellissimo, ma anche terribile, selvaggio, indomabile, una terra ancora al margine della civiltà». L’introduzione alla terra maremmana dello scrittore Carlo Cassola potrebbe spaventare, anche se ormai datata, eppure quell’anima selvatica e non schiacciata dall’invadenza antropica diventa oggi un punto di forza per questo pezzo di Toscana.

I borghi pittoreschi, la campagna vasta e assolata, le spiagge poco attrezzate, il parco sull’area costiera, le saline di Orbetello e il parco dell’Uccellina, le pinete e le colline, il Calidario della (bella) struttura termale a Venturina Terme, i vigneti e le tombe etrusche nascoste dalla macchia mediterranea rappresentano una proposta accattivante per il visitatore curioso, capace di andare oltre l’approccio scontate.

La Val di Cornia è l’estremo lembo meridionale della provincia di Livorno che guarda all’arcipelago toscano e in qualche modo sintetizza l’esperienza intensa di storia, natura e cultura, con paesaggi che si estendono dalle colline coperte di vigneti ai suggestivi borghi medievali, fino alle calette nascoste lungo la Costa degli Etruschi. E in questa terra dalla bellezza vibrante l’esperienza del vino è importante, dato che molte delle aziende vitivinicole hanno costruito proposte enoturistiche intriganti.

ANTICHE MINIERE E TOMBE ETRUSCHE

Le antiche miniere di ferro testimoniano l’importanza economica di questa regione nel corso dei secoli, dato che ai tempi degli Etruschi l’estrazione del metallo aveva portato a trasformare la spiaggia tra Populonia e Baratti in una enorme fornace con carpenteria annessa, dove fuoco e acqua si scontravano per la produzione di manufatti in ferro.

Decaduta nei secoli successivi (anche per l’intervento distruttivo dei Romani) l’economia costiera – le cui vestigia oggi danno senso a un parco archeologico di grande fascino – nel periodo medievale la Val di Cornia ha visto fiorire borghi come Suvereto e Campiglia Marittima, oggi ancora ben conservati e resi vivaci da osterie, ristoranti, botteghe artigiane che restituiscono la bellezza di un presente autentico. Inoltre, a Campiglia Marittima, il Parco Archeominerario di San Silvestro racconta la storia recente delle miniere della zona e offre tour guidati attraverso i cunicoli sotterranei.

Tra un borgo e l’altro, la Val di Cornia rivela una serie di sentieri escursionistici e percorsi ciclabili che permettono ai visitatori di immergersi completamente nella bellezza naturale di questa regione, rendendola un tesoro nascosto per gli amanti della natura e della storia. E spostandosi verso Castiglione della Pescaia, la zona umida della Riserva Naturale Diaccia Botrona è un paradiso per gli amanti della natura, in particolare per il birdwatching.

TRA CANTINE E VINERIE

La Val di Cornia è anche famosa per la produzione di vini che, a partire dalla fine del XX secolo, hanno avviato un percorso di ricerca della qualità. Attraversando boschi e vigneti, si possono raggiungere le cantine in bicicletta (o a cavallo, per gli amanti del turismo equestre) trovando calici e sapori di questa terra. E se la vicina Bolgheri ha monopolizzato l’attenzione sui cosiddetti supertuscan – i vini con taglio bordolese da vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc – la proposta enoica più interessante della denominazione Suvereto e Val di Cornia sta proprio nella capacità di differenziarsi.

La combinazione del terreno ricco di minerali e il clima mite della costa toscana crea infatti un ambiente ideale per la coltivazione delle uve, conferendo ai vini una nota di mineralità e freschezza. E il risultato è molto interessante quando queste peculiarità non vengono coperte da un affinamento in legno invasivo.

Il Sangiovese è protagonista in molti rossi della zona e in Val di Cornia offre un profilo aromatico complesso tra frutti rossi, note floreali e speziate, una struttura tannica non troppo aggressiva. Se dunque non viene stressato da eccessi di concentrazione e di legno, regala un sorso molto piacevole. Per chi ama i vini corposi e le speziature derivate dagli affinamenti ispirati dagli enologi degli anni Novanta, diverse etichette a base Cabernet Sauvignon e Merlot restituiscono sentori di frutta matura, erbe aromatiche e spezie.

Non sono invece da trascurare i bianchi della costa. Il Viognier porta nel calice vini di grande eleganza, ma è il Vermentino la varietà predominante come in tutta la Maremma vinicola e anche in Val di Cornia si esprime in vini freschi e aromatici, giocati tra toni agrumati e di frutta tropicale. In realtà, le espressioni più interessanti sono quelle che non “semplificano” troppo il vino nel segno della freschezza, ma lasciano emergere la macchia mediterranea, la sapidità derivata dai terreni costieri, sfumature balsamiche e una tensione che si spinge fino alla pietra focaia levigata dal mare.

La proposta turistica spazia dalle degustazioni guidate in cantina ai tour tra i vigneti, dalla vendemmia partecipata alle cene con abbinamento dei vini a piatti tipici della regione, ma in qualche caso anche all’accoglienza con pernotto tra le vigne.

 

‘’Giuditta con la testa di Oloferne’’ dalla collezione di Stanislao Augusto Poniatowski

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“Giuditta con la testa di Oloferne”, copia sul modello di Cristofano Allori, olio su tela, dimensioni 141,3 x 118,5 cm, Palazzo sull’acqua, Parco Łazienki di Varsavia

Traduzione it: Aleksandra Pasoń

Nel XVIII secolo, quando il re Stanislao Augusto Poniatowski desiderava trasformare Varsavia in un centro di cultura e di scienza, le sue collezioni artistiche erano seconde solo a quelle della zarina Caterina. Il problema della sopravvivenza delle collezioni polacche risiedeva nel fatto che facevano parte di proprietà privata dei sovrani eletti e non del patrimonio della Corona. Ciò significava che spesso venivano ereditate da chi abitava al di fuori dei confini nazionali che poi talvolta le vendeva oppure le lasciava in eredità ai propri discendenti.

Ecco perché, ad esempio, le pinacoteche dei sovrani della dinastia sassone dei Wettin (ricordiamo che Augusto II “il Forte” e Augusto III “il Sassone” furono re di Polonia) si trovano oggi a Dresda. Purtroppo, la vasta collezione del re Stanislao Augusto Poniatowski si disperse in tutta Europa. Tanti capolavori acquistati da lui in passato, oggi fanno parte di eccellenti gallerie d’arte disseminate in tutto il mondo. Uno degli esempi è “Il cavaliere polacco” di Rembrandt che potemmo per fortuna ospitare nel nostro paese durante una mostra temporanea nel Palazzo sull’Isola di Łazienki Królewskie, ovvero il luogo dove era un tempo esposto. Attualmente è di proprietà della Frick Collection di New York.

Siamo più fortunati con una copia del dipinto “Giuditta con la testa di Oloferne” di Cristofano Allori, maestro italiano del XVI secolo. In Italia il soggetto godeva di popolarità fin dal XV secolo, mentre Giuditta stessa era la patrona di Firenze. Giuditta, una vedova della città di Betulia assediata dall’esercito del re Nabucodonosor comandato da Oloferne, divenne l’eroina che salvò il popolo grazie alla sua astuzia. Con l’aiuto e in compagnia della serva Abra, si recò nella tenda del comandante nemico. Sedusse Oloferne, lo ubriacò e, quando l’uomo si addormentò, Giuditta gli tagliò la testa con una spada, la nascose in un cesto e lasciò l’accampamento insieme ad Abra. All’alba le truppe di Nabucodonosor videro la testa del loro comandante infilzata sulle mura di Betulia, il che scatenò il panico e fece disperdere l’esercito. Giuditta, una donna bellissima, riuscì a sconfiggere il potente Oloferne e a salvare la città. Perché sono appunto gli artisti italiani ad essere così appassionati di questa tematica? Giuditta fu dipinta e scolpita da Donatello, Verrocchio, Botticelli, Mantegna, Caravaggio, Artemisia Gentileschi e Cristofano Allori. Era un manifesto di fede in Dio che sostiene la lotta per la libertà contro l’oppressore, ma rappresentava anche astuzia, saggezza e coraggio di agire. Firenze, che lottava contro la dominazione politica di Roma, non sottoponendosi alle sue richieste, identificava allegoricamente Oloferne con la Santa Sede, mentre lei stessa si raffigurava come Giuditta: astuta, composta e intelligente.

Nelle diverse epoche, sebbene l’opera trasmettesse simbolicamente un’idea di lotta e vittoria contro l’oppressore stilisticamente poteva variare. Donatello creò una scultura statica, in stile antichizzato, ma la sua Giuditta ha un’espressione determinata e uno sguardo freddo con gli occhi spalancati. Botticelli e Mantegna raffiguravano la vedova di Betulia con abiti e capelli scompigliati, mentre cammina come se ballasse; giovane, bella, quasi seducente. Gli artisti barocchi, come Caravaggio e Artemisia Gentileschi, erano maestri del dramma e dei contrasti netti: il sangue e le lenzuola immacolate, la determinazione sul viso della donna contro gli occhi annebbiati dell’uomo morente. Alcuni temi pittorici erano più popolari di altri. È il caso di varie versioni di Venere che emerge dal mare, Danae su cui cade una pioggia dorata, innumerevoli composizioni della Madonna col Bambino, ma anche della biblica Susanna, del giovane Davide con la fionda o, appunto, di Giuditta con la testa di Oloferne. Per quanto riguardava la bella vedova di Betulia, un ventaglio di possibilità era molto ampio visto che, mentre il Rinascimento vedeva in lei grazia, leggerezza e armonia, il Barocco puntava sul momento dell’omicidio in cui il sangue scorre drammaticamente e le espressioni del viso sono a volte feroci.

Allori dipinse tre o quattro versioni del quadro, che si differenziano poco una dall’altra. La prima, creata tra il 1610 e il 1612, si trova nella Galleria Palatina di Firenze. La seconda, datata dall’artista al 1613, è esposta a Edimburgo e fa parte della Collezione Reale di Buckingham Palace. Dalla documentazione emerge che versioni successive, oggi sconosciute, potrebbero essere state realizzate fino al 1621. La composizione, che già ai tempi dell’artista mieteva tanti successi, sarebbe stata spesso copiata anche nel XVIII e XIX secolo. In che cosa consisteva l’eccezionalità della raffigurazione biblica di Allori da renderla così desiderata dai collezionisti? Innanzitutto, secondo gli studiosi italiani che analizzano il dipinto, il pittore rese una sorta di omaggio all’industria tessile fiorentina del XVI secolo. L’abito di Giuditta è molto elaborato e i tessuti con cui è cucito mostrano la ricchezza delle più pregiate sete e di lane finissime. La versione di Varsavia è una copia dell’originale presente nella Galleria Palatina. Non è una riproduzione fedele in quanto il copista decise di alterare alcuni dettagli dell’abbigliamento della donna. Mentre nell’opera di Cristoforo Allori la fusciacca legata intorno alla vita di Giuditta è liscia, in quella del copista è a strisce, ma dipinta in modo tale da poter notare la struttura della stoffa. Nella versione fiorentina è difficile individuare tale particolarità perché il materiale è spesso e leggermente luccicante. Non è facile notare questi dettagli anche perché il quadro nella Galleria Palatina è appeso in un angolo della sala, piuttosto in alto rispetto all’occhio umano. Inoltre, la vernice riflette la luce impedendo una visione precisa. Nell’originale manca anche il cordino rosso che tiene il mantello sulle spalle della donna. Il copista l’ha dipinto in modo che scorra diagonalmente dalla spalla sinistra a quella destra. Si dice che la versione fiorentina sia incompleta, però se analizziamo la maestria pittorica con cui fu creato l’abito dorato con motivi floreali o il frammento del cuscino verde di velluto, ciò sembra poco probabile. Il pittore non solo manipolò magistralmente i colori e la luce, ma trasmise perfettamente la profondità del dipinto.

La scena è molto teatrale. Si tratta di un omicidio. Una giovane donna dal volto pallido e delicato stringe tra le mani i capelli aggrovigliati del persecutore del suo popolo. Più precisamente, tiene solo la sua testa mozzata. Teatralmente illuminata, Giuditta emerge dallo sfondo nero che sottolinea il candore del suo viso e la delicatezza delle mani curate. Sembra che stia posando per una scena. Sul suo volto non c’è paura né sorpresa. Non ci sono neanche le emozioni tipicamente barocche che vediamo in Caravaggio o Artemisia Gentileschi, dove Giuditta ha un’espressione feroce ed è così determinata che la luce drammatica, i contrasti cromatici, i forti contorni e l’accento sul sangue sembrano far parte di un’immagine fissa, una rappresentazione straordinariamente espressiva. Nella composizione di Cristofano Allori, come nel caso della copia nostrana, il carattere teatrale non risiede nell’espressione, ma nella posa dei modelli e nel loro emergere dall’oscurità. Forse fu quello che influiva sulla popolarità del dipinto già ai tempi della sua creazione.

L’opera è quindi una delle rappresentazioni più teatrali di Giuditta con la testa di Oloferne. Abbiamo a che fare con un’improvvisa uscita dall’oscurità verso tonalità di luce vivide e brillanti che, attraverso il contrasto, rivelano l’atto la cui drammaticità è indiscutibile. Al tempo stesso, la composizione offre una miriade di opportunità per la percezione estetica dell’opera.

Filippo Baldinucci, biografo e disegnatore del XVII secolo, scrisse che per la figura di Giuditta posò Mazzafirra, l’amante del pittore, e per quella di Abra la madre dell’artista mentre fu lui stesso che diede le sue fattezze al volto di Oloferne, il che non era niente di particolare nell’epoca barocca in cui gli artisti solevano intrecciare elementi autobiografici nei loro dipinti. Lo fecero Caravaggio e Gentileschi, pittori la cui creatività ispirò Cristofano Allori. Si suppone che Caravaggio abbia dato a Oloferne i suoi lineamenti. Non c’è dubbio che nelle diverse versioni dell’opera dipinte da Gentileschi, Giuditta abbia sia il volto che il corpo dell’artista italiana. Per di più, esse appartengono ad un insieme di composizioni che costituiscono un resoconto drammatico del difficile passato della pittrice. Allori era quindi un uomo del suo tempo inserito in una viva tradizione in cui le proprie esperienze si intrecciavano con le narrazioni apocrife e bibliche. Uno dei ricercatori, osservando una copia parigina della “Giuditta”, arrivò alla conclusione che il pittore si credeva colpito dalla freccia di Cupido. Forse il suo amore per la bella Mazzafirra era infelice.

Nell’inventario del re Stanislao Augusto, il dipinto fu inizialmente registrato senza il nome dell’autore. Nel 1795 fu erroneamente catalogato come opera di Franciszek Smuglewicz, un pittore che lavorò per il re a Roma e a Varsavia.

Polifonia – la mostra di Tomasz Mrozowski

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Tomasz Mrozowski è nato il 3 marzo 1973 a Mielec. Si è laureato presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Scienze Biologiche di Breslavia e in pittura presso l’Accademia di Belle Arti intitolata a Prof. Eugeniusz Geppert di Breslavia. Vive e lavora nei pressi di Mielec, nella parte sud-est della Polonia. Nascosto dal mondo nel suo studio, si dedica alla sua passione – la pittura e la ceramica. Le sue opere si ispirano alla mitologia e alla musica classica. Cerca di sintetizzare questi due concetti per creare una propria etimologia e morfologia dell’immagine dell’universo, ponendo al contempo una distanza tra questi e cercando di scoprire il senso dell’esistenza.Le opere presentate nella mostra Polifonia hanno lo scopo di mostrare la polifonia pittorica, il cui progetto principale è l’idea di molteplicità nell’unità.

Sulla base di questa polifonia imitativa, ho sviluppato trattamenti che fanno sì che la ripetizione della stessa serie di elementi figurativi o cromatici possa essere realizzata in una sorprendente molteplicità di varianti. Trasformo i temi e i contrappunti in vari modi, affinché il messaggio pittorico diventi polifonico, mentre i singoli livelli della struttura sfaccettata sono omogenei e mostrano un alto grado di adattamento. Un elemento del dipinto fa riferimento ad un altro, mentre le singole parti si riferiscono all’insieme. Questo modo di organizzare lo spazio pittorico é la perfezione ideale delle mie ricerche artistiche. Il risultato finale di queste ricerche esprime una polifonizzazione della pittura, in cui mostro le relazioni polifoniche dell’infinito con il finito, utilizzando tecniche originali che combinano la pittura a olio su tela con la ceramica e l’acquerello con l’inchiostro su carta. Il titolo Polifonia è il mio commento alle due regole che governano l’esistenza umana – la necessità e il caso, al loro influenzarsi a vicenda e alla loro provenienza.

La pittura ci chiede come vedere ciò che l’occhio non è in grado di sopportare, così come non può sopportare lo sguardo mortale di Medusa. Perseo si protegge con il suo scudo e lo sguardo della Gorgone che vi si riflette, lauccide. Tuttavia, ciò che la uccide è davvero la sua stessa immagine vista nello specchio? …. o magari qualcosa di peggiore, forse il suo anonimato – perché cosa ci mostra uno specchio – solo un riflesso, la realtà più brutale. Per dipingere, bisogna uccidere ciò che è visibile, il proprio anonimato. Solo dopo il suo annientamento ci si può immergere nella sensualità visiva.

Nella sua raccolta di saggi “Profanazioni”, Giorgio Agamben ha scritto:

“Che cosa dobbiamo fare con le nostre immaginazioni? Amarle, crederci a tal punto da doverle distruggere, falsificare. Ma quando, alla fine, esse si rivelano vuote, inesaudite, quando mostrano il nulla di cui sono fatte, soltanto allora scontare il prezzo della loro verità, capire che Dulcinea — che abbiamo salvato — non può amarci”.

Che cos’è dunque la Polifonia? È l’immagine di un uomo, un Don Chisciotte dei giorni nostri che si trova alle Zattere a Venezia, ossia le Fondamenta degli Incurabili di Iosif Brodskij, sulla riva degli incurabili – perché mortali.

Italia alla Fiera Internazionale del Libro di Varsavia, attesa per l’intervento di Alessandro Barbero

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Il giorno 24 aprile nell’Ambasciata Italiana di Varsavia si è svolta la presentazione della Fiera Internazionale del Libro che si svolgerà dal 23 al 26 maggio 2024 al Palazzo della Cultura e della Scienza della capitale polacca, evento che richiamerà autori, scrittori, editori, traduttori oltre ad un vasto pubblico di appassionati di libri, di letteratura ma possiamo dire di cultura ampiamente intesa. L’ambasciatore d’Italia a Varsavia Luca Franchetti Pardo, ha espresso la sua felicità per il ruolo che quest’anno avrà l’Italia, sottolineando il prestigio di questa partecipazione da ospite d’onore. Franchetti Pardo ha poi spiegato il motto della partecipazione italiana: “Ci vuole un fiore”, frase tratta dall’album di Sergio Endrigo i cui testi sono stati scritti da Gianni Rodari, paragonando la letteratura italiana a un fiore che cambia e sviluppa nuovi valori, così come si sviluppa la letteratura italiana. I visitatori della Fiera potranno partecipare anche ai vari eventi programmati dall’Istituito Italiano di Cultura di Varsavia tra cui: il concerto “Italia FOLKSONGS” con Daniele di Bonaventura Band’Union & Pilar Patassini nel giorno di apertura, incontri e panel con circa 20 autori e autrici italiane e con la partecipazione di 12 case editrici. Fabio Troisi, direttore dell’Istituto, ha parlato del percorso della preparazione di programma italiano specificando cinque linee guida, ovvero: letteratura per l’infanzia; aspetti tecnici come la traduzione e l’edizione dedicati principalmente agli operatori; saggistica, con la presenza del grande storico Alessandro Barbero; narrativa; poesia.

Troisi ha poi sottolineato che, come dice il motto “Ci vuole un fiore” bisogna coltivare la cultura come si fa con un fiore che è organismo vivente come lo è la cultura che si rinnova e cresce. Tutto questo non sarebbe possibile senza l’organizzazione tecnica del padiglione italiano a cura dell’Italian Trade Agency che era rappresentata da Paolo Lemma, direttore di ICE Varsavia. Nel suo intervento Lemma ha citato numeri che dimostrano i profondi contatti commerciali tra Italia e Polonia: 33 miliardi di interscambio. L’evento e stato moderato dal direttore della Fiera Internazionale del Libro Jacek Oryl che ha annunciato la partecipazione di altri 13 paesi: Austria, China, Francia, Spania, Giappone, Corea del Sud, Germania, Norvegia, Romania, Slovacchia, Ucraina, Regno Unito e Bielorussia Libera. Inoltre ha menzionato che durante Fiera conosceremo i vincitori dei vari concorsi laterali come: Premio IKAR dalla Società Polacca degli Editori di Libri e della Fiera Internazionale del Libro Varsavia, del 64° Concorso per i Libri più Belli dell’anno 2024 del PTKW e del 15° Premio di Ryszard Kapuściński per i miglior reportage.

 

Programma completo della partecipazione italiana:

23 maggio 2024 

14:00-14:50 “Ci vuole un fiore” – Case editrici della letteratura per bambini con la partecipazione di Carla Gallucci e Gaia Stock da AIE (Associazione Italiana Editori), in una conversazione con Ewa Nicewicz – Sala Goethe

15:00-15:50 A proposito. Il viaggio tra storia e letteratura – incontro con Helena Janeczek – Sala Goethe

16:00-16:50  Sulla pietà. Pietro Luca Azzaro e Massimo Borghesi in una conversazione con Luciano Lana su Papa Giovanni Paolo II, Papa Francesco e sul rapporto della Chiesa con la comunità – Sala Goethe

17:00-17:50 Attorno ad un granello di sabbia. La poetessa e scrittrice Laura Pugna conversa con Małgorzata Ślarzyńska – Sala Goethe

24 maggio 2024

12:00-12:50 Con le vostre parole. Gioia e dolore del processo della crescita in un’intervista con lo scrittore e psicologo Luigi Ballerini. Conduce Natalia Mętrak-Ruda – Sala Goethe

13:00-13:50 Le statistiche del mercato editoriale italiano. Una presentazione completa dei generi del modo editoriale italiano con la partecipazione di Bruno Giancarlo – Sala Goethe

14:00-14:50 Nella foresta dove cantiamo. Il professore Alessandro Baldacci interviene sul suo variegato universo poetico in una conversazione con Julia Okołowicz-Szumowska – Sala Goethe

15:00-15:50 Dare voce alla pazzia. Nel centenario della nascita di Franco Basaglia, lo scrittore Stefano Redaelli interviene sul rapporto tra letteratura, follia e psichiatria – Sala Kisielewski

16:00-16:50 Passare al lato oscuro del potere. L’autore di thriller storici Matteo Strukul in una conversazione con Marek Zonch – Palco principale, tenda F, Plac Defilad davanti alla Kinoteka

25 maggio 2024

12:00-12:50 “Ad esempio, fare la guerra” Michele Marchitto ricorda Gianni Rodari e il linguaggio dei miracoli nei libri per bambini – Palco principale, tenda F, Plac Defilad davanti alla Kinoteka

13:00-13:50 Nella gioia e nel lavoro. Filosofi esplorano le idee antiche e attuali sul lavoro – Sala Kijów

14:00-14:50 Tradire e tradurre. Luigi Marinelli, Leonardo Massi e Mateusz Salwa in una conversazione sulla traduzione italo-polacca – Sala Kijów

15:00-15:50 Creare la storia. Il celebre storico Alessandro Barbero promuove una lezione di storia affascinante in una conversazione con Sebastiano Giorgi – Palco principale, tenda F, Plac Defilad davanti alla Kinoteka

17:00-17:50 Poesia e… Il poeta Davide Rondoni esplora il processo creativo della scrittura poetica. Estratti dell’opera dell’autore letti da Karolina Porcari – Sala Kisielewski

26 maggio 2024

12:00-12:50 Per creare un principe. I professori Alessandro Campi, Bogumiła Bielańska e Stefan Bielański ricordano “Il Principe” di Machiavelli e la sua eredità nel 500° anniversario della pubblicazione dell’opera – Palco Principale, tenda F, Plac Defilad davanti alla Kinoteka.

13:00-13:50 Nessuno e un’isola. L’autore Mattia Corrente presenta il suo ultimo libro “La fuga di Anna”, un’avventura “on the road” tra il passato e il presente, in una conversazione con Apolonia Filonik – Sala Goethe

14:00-14:50 All’estero, a Est. Perdere il paese. Federica Manzan dialoga con Raoul Bruni del suo ultimo libro “Alma” – Sala Goethe

15:00-15:50 “La vita desiderata brilla”. Il poeta Antonio Riccardi parla con Alessandro Baldacci sulla sua poesia e vita – Sala Goethe.

Vercelli, una città fra le risaie

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fot. Angelomalvasia, CC BY-SA 3.0

Una città che è una perla di storia e monumenti, situata tra le risaie ai piedi delle Alpi. Quando la nebbia copre i paesi e i campi circostanti sembra, soprattutto all’alba, una sorta di visione con le incombenti torri della Basilica di Sant‘Andrea e della Cattedrale di Sant‘Eusebio.

La città si trova sulla Via Francigena, quel pellegrinaggio che parte dal Nord della Francia e arriva a Roma. Una via tuttora percorsa dai viaggiatori contemporanei che camminano raccogliendo i timbri delle loro tappe. Il sentiero è curato dall’Associazione Internazionale Via Francigena fondata nel 1997 che si prende cura dei pellegrini e dei turisti.

Sulla strada per Vercelli i pellegrini possono ammirare le meravigliose e vaste aree di risaie che quando sono allagate dopo la semina, sembrano un vasto lago. Le spighe pesanti di grano ondeggiano leggermente al vento. Poi si scarica l’acqua, arrivano le mietitrebbie e inizia la raccolta del riso. La varietà più famosa e apprezzata è il riso Arborio, così diverso dal riso cinese. I chicchi grossi dopo la cottura si gonfiano magnificamente e sono perfetti per preparare la panissa vercellese. Questo piatto viene preparato in un pentolone con vino rosso Barbera e fagioli rossi. I residui bruciati sul fondo della pentola sono i più desiderati dai buongustai.

fot. Guido Come

La coltivazione del riso in Piemonte fu introdotta nel Medioevo dai monaci cistercensi di Borgogni. Le prime risaie furono quelle nei pressi dell’Abbazia di Lucedio, a 20 km da Vercelli, a nord del Monferrato. Inizialmente il riso veniva coltivato come medicinale in piccole aree. Fu solo sotto l’influenza dei lavori di ingegneria di Leonardo da Vinci alla corte di Lodovico Moro, nel XV secolo, che la produzione del riso cominciò a diffondersi in Italia. Questa attività è testimoniata dalle lettere del principe di Galeazzo Maria Sforza che dà il permesso di esportare 12 sacchi di riso. Lo sviluppo della produzione del riso ha acquisito slancio con la graduale introduzione delle macchine per la pulitura del riso. Lentamente anche le zone attorno a Cigliano, Tronzano e Santhià videro aumentare l’importanza di questo settore produttivo. I documenti di questo periodo menzionano che il riso veniva coltivato nei campi “intorno al Po e da San Germano sino alla Sesia”.

La coltivazione del riso, anche se talvolta incontra opposizione – come fu da parte del Principe di Savoia in quanto potenziale fonte di infezione malarica – attirò sempre più lavoratori, soprattutto dalle regioni montane che qui trovarono lavoro e condizioni di vita sempre più dignitose. Il riso non rappresentava per loro solo una fonte di reddito, ma anche, e forse soprattutto, nutriva loro e le loro famiglie.

Murales commemorativo del film “Riso amaro” nel comune piemontese di Legro / fot. Blusea2001, CC BY-SA 3.0

Una significativa accelerazione nello sviluppo della produzione è legata a Camillo Benso conte di Cavour.

Dapprima divenne il capo del Consiglio dei Ministri del Regno di Sardegna dal 1852 al 1861. E poi con la fondazione dello Stato italiano unificato, il Regno d’Italia nel 1861, Cavour assunse la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Cavour promosse molto la coltivazione del riso e non solo, ma anche quella del latte, dell’allevamento del bestiame nei propri poderi. Fu lui il padre dei canali che irrigano la pianura vercellese. A lui è stato intitolato il canale più esteso, costruito dopo la sua morte. Fu lui anche a fondare nel 1843 l’Associazione Agraria di Torino il cui compito era migliorare le condizioni di lavoro nelle risaie e le tecniche di coltivazione. I canali d’irrigazione venivano utilizzati anche per difendersi dagli attacchi austriaci durante la lotta per l’Unità d’Italia. L’ingegnere Carlo Noé sfruttando la rete di irrigazione delle risaie esistente, allagò gran parte del territorio, respingendo l’attacco delle truppe austriache e costringendole a spostarsi e ritirarsi fino a Torino. Cavour rimane un simbolo del lavoro e dell’intensa attività non solo per il Risorgimento, ma anche per lo sviluppo del Piemonte. Nella piazza centrale di Vercelli si trova un grande monumento dedicato al Conte di Cavour che guarda con occhio attento gli abitanti e i turisti in arrivo.

Sembra tenere d’occhio la Borsa del Riso più grande d’Europa con la sede a Vercelli. È qui che si effettuano le transazioni maggiori, il prezzo del riso aumenta e si decide il volume della coltivazione e della vendita.

Un elemento importante per lo sviluppo della coltivazione del riso in Piemonte furono le mondine – nome che deriva dal verbo mondare che significa togliere le erbacce – donne che venivano a lavorare nelle risaie da Venezia e da tutto il Veneto, ma anche dal Piemonte, dall’Emilia Romagna e dalla Lombardia. Nel momento di maggiore attività erano 300, provenienti anche dal Sud, dal salernitano in particolare. Provenivano da classi sociali modeste e lavoravano nelle fabbriche durante la bassa stagione. Arrivavano in gran numero nelle zone di Vercelli e Novara, nella Pianura Padana, in cerca di lavoro. In tempi in cui i raccolti non erano meccanizzati, ogni paio di mani era importante. Tuttavia, le loro condizioni di lavoro erano difficili, spesso lavoravano dall’alba al tramonto, dalle 10 alle 12 ore al giorno. Soprattutto nel periodo da maggio a luglio. Il loro lavoro consisteva nel sostituire nuove piante al posto di quelle malate e nell’eliminare le erbacce. Lavoravano tutto il giorno in acqua, cosa che le esponeva a malattie endemiche come la malaria e la tubercolosi. Le mondine vivevano in condizioni miserabili, spesso dormivano nelle fattorie o nei dormitori su letti di paglia e avevano poco tempo per riposare. Per questo motivo cercavano di rendere più piacevole il loro lavoro cantando in coro. Cantavano le loro preoccupazioni e le difficoltà del duro lavoro, ma il canto era anche un’espressione di ribellione contro lo sfruttamento cui erano sottoposte. Portavano un cappello di paglia che le proteggeva dal sole e dalle punture di zanzara. Il loro cibo consisteva in una manciata di riso e spesso in rane, di cui abbondavano le acque delle risaie e che preparavano per il pasto serale. Le rane sono ancora oggi un piatto servito nei ristoranti di Vercelli e dintorni.

Il loro destino fu raccontato nel film Il Riso Amaro del 1949 con Silvana Mangano e Vittorio Gassman, diretto da Giuseppe de Santis. Un film, considerato un’opera di punta del neorealismo italiano, che combina gli elementi commerciali con l’osservazione quotidiana della vita. Presenta la vita reale con una storia romantica sullo sfondo.

Vale sicuramente la pena visitare questa regione così poco conosciuta dai turisti, ma ricca di tradizione e storia. Una pianura con alle spalle le Alpi.

23a EDIZIONE DI EXPOSANITÀ a Bologna all’insegna del motto “Ci sta a cuore chi cura”

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La 23a edizione di EXPOSANITÀ, la fiera bolognese del settore sanitario, si terrà dal 17 al 19 aprile in concomitanza con Cosmofarma (dal 19 al 21 aprile). L’edizione precedente ha riunito più di 500 espositori e 45.000 visitatori. L’organizzatore ha inoltre organizzato più di 200 conferenze e incontri.

La campagna di comunicazione che accompagnerà Exposanità 2024 mette al centro l’attenzione dovuta a coloro che curano e al ruolo fondamentale che ricoprono. Exposanità intende fare per la prossima edizione: supportare i professionisti nella ricerca di nuove soluzioni, nuove competenze e nuovi entusiasmi per riprendere a crescere.

Appuntamento a Exposanità, dal 17 al 19 aprile 2024, a BolognaFiere.

Il motto dell’edizione di quest’anno – “Ci sta a cuore chi cura” – riflette l’impegno per la sanità italiana che caratterizza la manifestazione da oltre 40 anni. Questo slogan riflette anche il senso di urgenza di tutelare chi lavora nella sanità italiana: i suoi professionisti. La fiera prevede una serie di incontri sulla riforma sanitaria, sul rafforzamento delle reti assistenziali, sul processo di digitalizzazione e sull’innovazione tecnologica.

In occasione della conferenza stampa di presentazione della fiera, Antonio Bruzzone, Amministratore Delegato del Gruppo BolognaFiere, ha dichiarato:

– Cosmofarma ed Exposanità sono manifestazioni molto importanti per il Gruppo BolognaFiere e possiamo affermare con certezza di essere il leader nazionale delle manifestazioni fieristiche dedicate al mondo della sanità integrale. Il settore dei dispositivi medici, dei prodotti e delle tecnologie al servizio degli ospedali, delle RSA e dell’assistenza domiciliare continua a crescere perché, dopo la pandemia, abbiamo ben compreso quanto sia importante e prezioso non solo per la prevenzione ma anche per il sostegno alle persone fragili, anziane e disabili. Per questo voglio ringraziare le oltre 75 associazioni di categoria che fanno della manifestazione biennale Exposanità un riferimento nazionale e internazionale.

Ha quindi preso la parola Andrea Fortuna, Partner PwC Italia, Healthcare Pharmaceuticals & Life Sciences Leader, che ha presentato una sintesi dei risultati dell’indagine Hopes and Fears Global Workforce condotta da PwC per analizzare le opinioni di quasi 54.000 professionisti in 46 Paesi:

Di questi, più di 5.000 professionisti del settore sanitario sembrano avvertire una maggiore pressione in quanto sottoposti a carichi di lavoro più elevati, un fenomeno attribuito principalmente alla mancanza di risorse. Sorprendentemente, i professionisti del settore, soprattutto gli italiani, sono meno preparati ad affrontare le innovazioni tecnologiche e il loro impatto sul lavoro. Emerge la necessità di nuove competenze tecniche, anche se le soft skills sono considerate più rilevanti per il loro sviluppo professionale. L’indagine mostra che per rispondere alle mutate esigenze del settore sanitario è necessario investire nel capitale umano, in particolare nelle competenze tecnologiche e digitali.

Tra gli oltre 520 espositori ci saranno anche Comarch Italia, con la sua tecnologia a supporto della telemedicina. Tra i rappresentanti polacchi presenti alla fiera biennale EXPOSANITÀ ci sarà ANTAR, noto produttore e distributore di apparecchiature mediche sul mercato polacco. L’offerta dell’azienda comprende stabilizzatori, ortesi, cinture lombari, cuscini ortopedici, deambulatori, balconi, sedie a rotelle.

Andiamo alla fiera di Bologna con la convinzione che i nostri prodotti siano molto competitivi, sia in termini di qualità che di prezzi. Questa fiera ci permetterà di incontrare i nostri partner attuali, ma naturalmente contiamo di conquistare altri mercati esteri” –  ha detto Iga Czyżakowska, export manager di ANTAR, due giorni prima della fiera.

L’offerta dell’azienda, che partecipa per la prima volta alla fiera di Bologna, comprende anche prodotti della linea BIANCO e ROSSO. Si tratta di una serie di prodotti moderni di produzione polacca.

Il nostro vantaggio rispetto ai concorrenti è sicuramente la qualità dei prodotti, il loro design moderno, l’ampiezza della gamma, ma anche l’esperienza nel lavoro sui mercati nazionali ed esteri. Una risorsa molto importante è rappresentata dai molti anni di lavoro in un ambiente internazionale. Oltre alla vasta gamma di prodotti venduti con il marchio ANTAR, la nostra azienda è anche importatrice esclusiva di prodotti di produttori di fama mondiale, come l’azienda americana OPPO Medical Corp. (stabilizzatori medici) e Karma (sedie a rotelle) –  ha aggiunto il titolare dell’azienda, Andrzej Tarnkowski.

Appuntamento a Exposanità, dal 17 al 19 aprile 2024, a BolognaFiere. ANTAR invita gli interessati allo stand C45 del padiglione 21.