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Il linguaggio di San Francesco. Della fraternità, della follia, della poesia

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Stefano Redaelli
Utilizzando questo qrcode è possibile ascoltare la lettura in italiano di questo articolo da parte di Ludwik Amatore, interprete e guida al Museo dell’Insurrezione di Varsavia

 

Nell’anno di san Francesco sentiremo (già la sentiamo) ricorrere la domanda: cosa farebbe, cosa direbbe san Francesco, se tornasse oggi, in un mondo dilaniato dalle guerre (cinquantasei conflitti armati in corso, la cifra più grande dalla Seconda Guerra Mondiale), dalla violenza (in un anno sono stati segnalati in Italia più di un milione di messaggi di odio sulla rete: principalmente contro gli stranieri, le donne, gli ebrei), dalla disuguaglianza sociale (sono 5,7 milioni gli individui in povertà assoluta in Italia; 2,5 milioni in Polonia), dall’ingiustizia? 

E noi come reagiremmo alla sua venuta? Se l’era chiesto il critico letterario Carlo Bo, nei primi anni ottanta, in un breve e denso testo, intitolato Se tornasse San Francesco (Il nuovo Leopardi, 1982); se lo chiede il frate minore Enzo Fortunato, nel suo recentissimo libro, che porta quasi lo stesso titolo: E se tornasse Francesco? (San Paolo, 2025).

La risposta di Carlo Bo non è ottimistica: “la maggior parte delle volte che viene a battere alla nostra porta facciamo finta di non sentire e non apriamo e diventiamo strumenti della sua perfetta letizia”. E se lo sentiamo, rispondiamo: “Vattene, tu sei un semplice idiota, qui non ci puoi venire”. Oppure, nel migliore dei casi, se non ci siamo tappati le orecchie o non abbiamo alzato la voce per cacciarlo, compiamo un gesto a cui, proprio nell’anno a lui dedicato, dobbiamo fare molta attenzione: “facciamo entrare nelle nostre case la sua leggenda e lasciamo fuori le sue verità che sono la pazienza, il perdono, l’amore”.

La tentazione di dipingere, nell’ottavo centenario della sua morte, un san Francesco pacifista, ecologista, una sorta di mite supereroe dell’uguaglianza e della giustizia (di cui abbiamo drammaticamente bisogno) è grande. Semplificare, proiettare una figura complessa, multidimensionale, su uno spazio ridotto, sulla superficie bidimensionale di un santino, della copertina di un libro, di un giornale, è il modo più elegante di addomesticarla. E fraintenderla. Ma forse Carlo Bo non è stato sufficientemente pessimista, forse potremmo reagire come il Grande Inquisitore di Dostoevskij: processando e condannando san Francesco per il suo intollerabile, utopistico modello di vita, che ci costringe a ignorarlo, rifiutarlo, a farne una leggenda, una devozione, un santino. Per una simile reazione, occorrerebbe un certo spessore intellettuale; forse, più banalmente, sposteremmo il problema dal piano dell’etica e della teologia, a quello della salute mentale, e lo giudicheremmo pazzo, con tanto di diagnosi psichiatrica: ordineremmo un TSO (trattamento sanitario obbligatorio).

Oppure lo prendiamo sul serio, lo ascoltiamo, impariamo il suo linguaggio, verbale e non verbale, fatto di parole, gesti, azioni. “Di tutto il corpo faceva lingua”, si è scritto di lui.

Copertina: Diana Wietrzykowska-Pizoń

Quale linguaggio parlava san Francesco? 

Il linguaggio della fraternità. 

Della pace, certo, dell’ecologia, anche, ma della fraternità innanzitutto, da cui derivava il resto. Francesco voleva essere fratello di tutti: di ogni donna e uomo, animale, creatura vivente, del sole, del vento, dell’acqua, della terra, perfino della morte. Ma più di tutti voleva essere fratello dei poveri e dei malati. Aveva la predilezione per gli ultimi, per i fragili. Non era filantropia, era immedesimazione. Non si limitava a servirli, viveva con loro, come loro. Perché erano i più simili a Cristo. Quando incontra il lebbroso, non gli dà soltanto da mangiare, lo abbraccia, condivide il pasto dallo stesso piatto.

Il linguaggio della follia. 

La promiscuità con il lebbroso, la spogliazione totale davanti al padre e al tribunale ecclesiastico; l’ostinata rinuncia ad ogni bene materiale e a una abitazione (fino alla morte si batté perché la Regola vietasse il possesso di case, ma perse); la pacifica e incosciente visita al Sultano, nel bel mezzo di una crociata, per annunciargli il messaggio evangelico dell’amore, della pace; la predica agli uccelli, il dialogo con il lupo. Tutti gesti riconducibili a una delle (numerosissime) voci del DSM (Manuale statistico e diagnostico dei disturbi psichiatrici). Lo psichiatra Vittorino Andreoli dedica un capitolo a san Francesco nel libro Follia e santità (Rizzoli, 2005), mostrando come queste due forme misteriose di vita possano coesistere, senza essere l’una dell’altra spiegazione. È così assurda, scandalosa, sconveniente, la radicale scelta di prossimità agli ultimi, la povertà incondizionata, da confinare necessariamente con la follia.

Il linguaggio della poesia. 

La prima poesia in italiano volgare è sua (lo sappiamo, l’Indovinello veronese è un testo più antico, ma non è una poesia), ed è un inno di lode. Una poesia benedicente Dio, il creato, l’umanità, la sua bellezza, ma anche la sua caducità. Versi che cantano il bello e il senso di tutto ciò che esiste, e fondono ogni uomo, creatura animata e inanimata, in un legame di fraternità. Siamo tutti (tutto) esseri creati, destinati dunque alla trasformazione e alla consunzione, sottomessi al ciclo della vita e della morte: belli anche per questo. Belli e simili nel loro destino (anche di malattia e morte), nella loro possibilità di essere al servizio gli uni degli altri. Inizia così la nostra letteratura in lingua italiana, con questi versi umanissimi di san Francesco.

Prenderlo sul serio vuol dire tornare alle origini: del linguaggio poetico, che mette in luce la bellezza e caducità di ogni cosa; del linguaggio della follia, con i suoi gesti sconsiderati, compiuti per un bene maggiore del proprio: del linguaggio della fraternità, che epura le relazioni da ogni forma di violenza, rispetta e considera l’altro un proprio simile, con pari diritti e bisogni. Vuol dire tornare all’origine di ciò che è umano in noi: alle radici.

Allora, come vogliamo ricordarlo, nell’ottavo centenario della sua morte, il santo di Assisi? Con i tratti serafici della biografia ufficiale di Bonaventura, rievocando una leggenda? Forse non basta, occorre attingere a quelle precedenti e alternative, fatte scomparire a favore dell’agiografia ufficiale, ma poi riapparse, da cui emerge un san Francesco scomodo, non privo di contraddizioni, squilibrato, umano. Ne parlano ampiamente Alessandro Barbero in San Francesco (Laterza, 2025) e Aldo Cazzullo in Francesco. Il primo italiano (HarperCollins, 2025). Letture consigliatissime.

E, soprattutto, come vogliamo celebrarlo, rendergli onore? Potremmo provare a reimparare il suo linguaggio: di fraternità, di follia, di poesia. Campi in cui siamo diventati analfabeti. Forse per questo non ci capiamo più, neanche tra “simili”, conterranei, familiari, coinquilini, troppo presi a difendere i nostri beni, le nostre idee, i nostri interessi. Forse per questo ci ignoriamo, feriamo, combattiamo, ghiacciando i nostri cuori, armando i nostri confini. È un secolo triste e buio, quello in cui celebriamo san Francesco, forse più buio del suo. Francesco di Assisi può riportare luce e gioia: letizia, come la chiamava lui.

Nell’ultimo libro scritto prima di morire, intitolato Gioia (Einaudi, 2025), il grande psichiatra Eugenio Borgna spiega cos’è la letizia francescana: “La letizia, con cui a volte si confonde la gioia, è quella francescana, per questo ci fa vedere le persone nel loro aspetto luminoso, non solo in quello umbratile, facendoci capire che in ciascuno di noi luci e ombre si alternano, e le ombre si diradano solo se sappiamo incontrare gli altri con amore, e con sensibilità”.

La letizia: altra cifra del linguaggio francescano. Ce ne basterebbe poca, finanche imperfetta, per inaugurare un nuovo modo di comunicare, di venirsi incontro, di riscoprirci fratelli.

Turismo e affari, Polonia e Italia sempre più connesse

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Fot. F.R. Lacomino

Secoli d’amicizia, vicinanza culturale, sintonia religiosa, reciproca attrazione? È difficile scegliere quali siano le ragioni più profonde delle storiche, intense, relazioni tra polacchi e italiani. Rapporti che negli ultimi tempi stanno letteralmente esplodendo non solo grazie alla montante “Italomania” (prendo in prestito il nome di una nota associazione) dei polacchi verso il Bel Paese, ma anche per il crescente interesse d’affari e turistico degli italiani nei confronti della terra di Chopin, nel 2024 oltre 700 mila italiani hanno visitato la Polonia. E mentre guardiamo con curiosità allo sviluppo di questa nuova ricezione della Polonia da parte degli italiani possiamo intanto certificare il successo turistico del Bel Paese tra i polacchi. Lo scorso 19 novembre si è svolta all’Hotel Bellotto di Varsavia una tappa del Buy Italy Tourism Roadshow 2025, organizzata dalla Camera di Commercio e Industria Italiana in Polonia (CCIIP). L’evento ha riunito i principali rappresentanti del settore turistico, delle compagnie aeree e dei media per promuovere quattro regioni incredibilmente diverse – Calabria, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna – e i nuovi collegamenti aerei tra Italia e Polonia. 

“L’Italia è una delle destinazioni più popolari tra le rotte dell’aeroporto di Varsavia Modlin. Nella stagione invernale 2025/2026, offriamo 9 destinazioni italiane servite da Ryanair e Wizz Air, tra cui Bergamo, Bologna, Bari, Brindisi, Roma, Milano-Malpensa, Palermo e Venezia. Osserviamo un crescente interesse per l’Italia, sia tra i turisti che tra i viaggiatori d’affari. A consuntivo del 2025 prevediamo un ulteriore aumento del numero di passeggeri che viaggiano tra Polonia e Italia e nel 2026 speriamo di mantenere questo trend ed espandere la rete di rotte”, ha affermato Tomasz Szymczak, vicepresidente Vendite e Marketing / SVP Commerciale dell’aeroporto di Modlin, intervenuto al dibattito del Buy Italy Tourism Roadshow 2025 che ho avuto il piacere di moderare. 

“L’Italia è attualmente una delle destinazioni in più rapida crescita nella nostra rete europea: in cinque anni abbiamo raddoppiato il numero di passeggeri trasportati. È un Paese”, ha puntualizzato Krzysztof Moczulski, portavoce di LOT Polish Airlines “che attrae non solo durante le festività natalizie, ma anche come meta ideale per viaggi durante tutto l’anno. L’eccezionale diversità delle regioni italiane, un forte marchio turistico, un’eccellente offerta enogastronomica e una domanda stabile ne fanno un mercato promettente per LOT Polish Airlines. Lo confermano le ultime aggiunte alla nostra rete: il lancio di una rotta da Cracovia a Roma e l’annuncio dei voli da Varsavia a Bologna”. 

Alicja Wójcik-Gołębiowska, Responsabile Comunicazione CEE e Paesi Baltici, Ryanair ha così commentato: “Nel 2025 abbiamo offerto oltre 20 destinazioni italiane dalla Polonia: Roma, Bologna, Venezia, Perugia, Olbia e Lamezia Terme. I polacchi amano l’Italia e noi rispondiamo a questo crescente interesse introducendo nuovi collegamenti come il Lublino-Trapani e l’Alghero-Varsavia Modlin, che debutteranno nell’estate del 2026. Vediamo anche un enorme potenziale nella cooperazione commerciale tra la Polonia e le regioni italiane, sia nel settore turistico che negli scambi economici più ampi”. 

Calabria 

Ed eccoci alle regioni a cominciare dalla Calabria che registra numeri importanti sulle presenze: nel 2025 (gennaio-agosto), 40.000 polacchi hanno visitato la Calabria con 175.000 pernottamenti, con un aumento dell’89% rispetto al 2019. Una regione servita da tre aeroporti: Lamezia Terme (SUF), Reggio Calabria (REG) e Crotone (CRV) mentre il numero di voli dalla Polonia è in costante crescita. Lamezia è collegata direttamente con Katowice, Cracovia e Breslavia e, dal 2025, anche con Varsavia e Poznań, con buone probabilità di proseguire i voli nel 2026. Voli per Reggio Calabria sono disponibili da Katowice. Una regione che è la quintessenza dell’Italia mediterranea, un luogo dove due mari incontrano montagne selvagge e le tradizioni locali sono ancora vive. La Calabria combina la cultura della Magna Grecia, l’eredità bizantina e normanna e l’energia contemporanea del Sud. Tra i siti più importanti ci sono: Reggio Calabria, con il Lungomare Falcomatà e i famosi Bronzi di Riace; Tropea, una delle città di mare più belle d’Italia; Scilla e Chianalea, la “Venezia calabrese” a picco sul mare; Gerace, una città medievale in pietra con una cattedrale monumentale; e Cosenza, un dinamico centro culturale che unisce architettura moderna e siti archeologici: Locri, Sibari e i complessi museali della Magna Grecia. E poi c’è la Calabria “WILD” per chi cerca natura, sport e spazi lontani dal turismo di massa con decine di sentieri costieri, punti panoramici, spiagge nascoste in calette rocciose e mari cristallini su entrambi i versanti della regione. Le sue principali aree all’aperto includono: il Parco Nazionale della Sila – laghi, foreste, trekking e ciclismo – l’Aspromonte – panorami spettacolari e sentieri panoramici; il Pollino – sentieri a lunga percorrenza e natura selvaggia; e il Cammino di San Francesco di Paola – un rinomato percorso spirituale e naturalistico di 247 chilometri che collega monasteri, parchi e città. La cucina calabrese si distingue per il suo carattere deciso e la sua autenticità. In tema di gastronomia la Calabria è famosa tra l’altro per la ‘Nduja di Spilinga, una pasta di carne piccante, il bergamotto di Reggio Calabria, un agrume raro utilizzato in profumeria e pasticceria, il peperoncino di Diamante, la regina del piccante. La regione è inoltre rinomata per il suo olio extravergine di oliva, la pasticceria e i dolci locali, i formaggi e il vino. 

Emilia Romagna 

Nel 2025 (gennaio-agosto), l’Emilia-Romagna ha registrato un aumento del 14% degli arrivi dalla Polonia (172.000) e un aumento dell’11,2% dei pernottamenti (646.000) rispetto all’anno precedente. I voli da Varsavia, Cracovia e Breslavia sono serviti da due aeroporti, Bologna e Rimini, e nel 2026 saranno lanciati voli aggiuntivi, tra cui Varsavia-Bologna e Rimini-Breslavia. Situata tra il Mar Adriatico e gli Appennini, l’Emilia-Romagna offre tutto il necessario per una vacanza all’insegna del divertimento: un vasto litorale, città d’arte rinascimentali, pittoreschi borghi medievali e una natura incontaminata. Vanta tre siti Patrimonio dell’Umanità UNESCO – Ravenna, Modena e Ferrara – mentre Bologna e Parma detengono i prestigiosi titoli di Città Creative UNESCO. La regione è anche rinomata per le sue “piccole perle”, come Comacchio, la pittoresca Dozza con i suoi murales, la medievale Brisighella, nota per il suo eccellente olio d’oliva. L’Emilia-Romagna è anche la regione culinaria più ricca d’Europa, con un record di 44 prodotti DOP e IGP. È qui che nascono i simboli più iconici della cucina italiana: il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma e l’aceto balsamico tradizionale di Modena. Città come Parma e Modena sono una tappa obbligata per gli amanti del cibo e numerosi itinerari gastronomici conducono attraverso il cuore della cultura culinaria europea: la Food Valley. La regione attrae gli appassionati di auto con musei, fabbriche, piste di prova e festival come il Motor Valley Fest. Ferrari, Maserati, Lamborghini, Pagani, Ducati: tutti questi marchi sono nati qui. Con oltre 9.000 km di percorsi ciclabili e una rete certificata di bike hotel, l’Emilia-Romagna è poi una destinazione ideale per gli amanti del ciclismo. La Riviera Romagnola vanta 110 km di spiagge sabbiose, sicure, moderne e perfettamente adatte alle esigenze di diverse tipologie di viaggiatori: famiglie, anziani, persone con disabilità e chi viaggia con animali domestici. La regione sta investendo nell’accessibilità: a Rimini “Spiaggia Libera Tutti” offre servizi per persone con mobilità ridotta e “Rimini Beach for All”, un programma con zone autism friendly. La costa si distingue anche per i numerosi lungomare moderni, le spiagge premiate con la Bandiera Blu e la Bandiera Verde. 

Friuli-Venezia Giulia 

Una regione di straordinaria compattezza e la più vicina alla Polonia. Qui, in soli 90 minuti, si può passare dalla montagna al mare, dalle Dolomiti Friulane, alle Alpi Carniche e Giulie, attraverso i vigneti del Collio, fino a Grado e Lignano Sabbiadoro sulla costa adriatica. Nel 2024 la regione ha registrato oltre 10 milioni di pernottamenti, il 60% dei quali di turisti stranieri, nonché incrementi impressionanti del +27% (arrivi) e del +24% (pernottamenti) rispetto al 2023. La Polonia è uno dei mercati chiave: si classifica al 4° posto in termini di arrivi e al 5° in termini di pernottamenti. L’accessibilità della regione è migliorata dal nuovo collegamento Cracovia-Trieste. Il Friuli-Venezia Giulia è un mix unico di culture italiana, slava e mitteleuropea. I turisti sono attratti dall’elegante città portuale di Trieste con il suo Castello di Miramare, dalla storica Udine, dalla città di confine di Gorizia, Capitale Europea della Cultura 2025, e da Pordenone che sarà Capitale Italiana della Cultura nel 2027. La regione ospita anche siti Patrimonio dell’Umanità UNESCO come l’area archeologica di Aquileia; Palmanova, città rinascimentale a forma di stella; Cividale del Friuli, un tesoro longobardo con il pittoresco Ponte del Diavolo. Troviamo inoltre alcuni dei prodotti DOP più famosi d’Italia: il Prosciutto di San Daniele DOP, il formaggio Montasio DOP ed eccellenti vini mentre Trieste è la capitale del caffè italiano. In estate il Friuli-Venezia Giulia offre condizioni ideali per il trekking nelle Dolomiti Friulane, nelle Alpi Giulie e nelle Alpi Carniche. E poi ci sono spettacolari percorsi ciclabili, tra cui la Ciclovia Alpe Adria e una rete di sentieri per mountain bike e sterrati. Nella regione sono disponibili anche rafting, canyoning, arrampicata e parapendio, così come laghi di montagna cristallini e valli protette. Le località balneari del Friuli – Lignano Sabbiadoro, Grado, Marina Julia e il Golfo di Trieste – offrono ampie spiagge, acque basse e sicure, sentieri escursionistici, ampie strutture per famiglie e condizioni ideali per velisti e surfisti. Il Friuli Venezia Giulia si distingue anche come destinazione invernale, offrendo un ottimo rapporto qualità-prezzo, un’atmosfera autentica e piste poco affollate. 

Fot. Nicola Brollo

Sardegna 

Nel 2025 (gennaio-agosto), l’isola è stata visitata da oltre 3 milioni di turisti, con un aumento del traffico proveniente dalla Polonia del 57% nel biennio. L’isola attrae i visitatori non solo per le sue spiagge – qui si trova Cala Goloritzé, riconosciuta nel 2025 come la spiaggia più bella del mondo – ma anche per la sua cultura, la sua storia e il suo patrimonio UNESCO. L’isola ha tre aeroporti principali: Cagliari (CAG), Olbia (OLB) e Alghero (AHO). Il patrimonio storico della Sardegna è unico, l’isola conserva stratificazioni storiche che risalgono a migliaia di anni fa: dalle diciassette Domus de Janas preistoriche (nella tradizione sarda, “case delle fate”, ma in realtà sepolture preistoriche), iscritte nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel luglio 2025, ai nuraghi monumentali (tra cui Su Nuraxi a Barumini, anch’esso Patrimonio Mondiale dell’UNESCO dal 1997), alle necropoli e ai santuari disseminati su tutto il territorio. Il paesaggio della Sardegna è plasmato dalla civiltà nuragica che ha lasciato un segno indelebile nell’architettura, nei rituali e nello stile di vita dei suoi abitanti. La Sardegna attrae sempre di più anche chi cerca la natura e le attività all’aria aperta nella loro forma più pura. Montagne, altipiani, canyon, foreste e un vasto mosaico di paesaggi costieri rendono l’isola un luogo ideale per trekking, escursionismo, arrampicata e canyoning. Splendidi panorami e strade sterrate attraggono anche gli appassionati di gravel e mountain bike, mentre laghi, lagune e coste sono ideali per immersioni, stand-up paddle, vela e birdwatching. Anche la spiritualità occupa un posto speciale: l’isola vanta una rete di otto vie di pellegrinaggio ufficiali e otto luoghi di culto che attraversano villaggi, chiese e santuari, creando un mix unico di natura e tradizione. Il Trenino Verde, una funicolare che attraversa i paesaggi più selvaggi della Sardegna, rimane una delle esperienze di turismo lento più emblematiche dell’intero Mediterraneo. Non è un caso che la Sardegna sia una delle cinque Zone Blu del mondo, destinazioni per la longevità. È qui che da secoli si coltiva l’arte del vivere bene, basata su alimentazione, esercizio fisico, relazioni sociali e armonia con la natura. La cultura sarda si esprime anche in un vivace calendario di eventi: dalle processioni della Settimana Santa alle feste di Sant’Efisio e Sant’Antioco, dal rito dei Candelieri alle sfilate delle confraternite e alle spettacolari celebrazioni del carnevale.

Fot. Ettore Cavalli

Milano Cortina 2026, ultime tappe per il Viaggio della Fiamma Olimpica

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Il palco di Lecco con il braciere olimpico domenica 1 febbraio 2026

Testo e foto: Alberto Mangili

 

Prosegue il lungo e suggestivo percorso della Fiamma Olimpica, che ha illuminato e continua ad illuminare tante città italiane, nell’avvicinamento ai Giochi di Milano Cortina 2026, in partenza venerdì 6 febbraio. Un viaggio iniziato nel Bel paese lo scorso 6 dicembre 2025 con la prima tappa di Roma, e che avrà termine due mesi dopo, nella ormai imminente frazione numero 60 di giovedì 5 febbraio 2026 a Milano, il giorno prima della grande cerimonia inaugurale.  Il primo passo vero e proprio dell’itinerario è da ritrovarsi però, come da tradizione, in Grecia, con l’accensione rituale della Fiamma il 26 novembre 2025 ad Olimpia Antica. 

 

Come detto, il percorso della Fiamma lungo il territorio italiano è stato strutturato in ben 60 segmenti.  L’obiettivo è quello chiaramente di far vivere una grande emozione ai cittadini raccolti lungo le numerosissime strade e piazze toccate, mettendo al contempo in mostra la bellezza di tutti i luoghi che l’Italia ha da offrire.  Dopo la partenza da Roma dunque, il viaggio si è snodato attraverso Umbria, Toscana, per poi andare sulle isole, risalendo tutto lo Stivale da Sud lungo tutto il Centro, toccando ogni regione e, una volta tornata a Nord,  anche alcune delle sedi dei Giochi (che vedremo nel dettaglio con un pezzo dedicato nei prossimi giorni). Pertanto, dopo i secondi due terzi di gennaio “girovagando” qua e là  nella parte settentrionale del  Paese, domenica 1 febbraio la Fiamma è giunta nella mia città natale: Lecco. 

 

In una serata non troppo fredda, sotto alle montagne e in riva al lago, il capoluogo lacustre ha ospitato l’arrivo della tappa numero 56, iniziata in mattinata dalla Valtellina. Come da prassi anche delle altre frazioni, svariati tedofori si sono alternati portando la Fiamma Olimpica, tra una folla festante e desiderosa di condividere un importante momento collettivo. Dopo un percorso in riva al lago e per alcune vie significative della città, la Fiamma è finalmente giunta in Piazza Garibaldi attorno alle 19.30. Ed io fortunatamente ho potuto essere lì, proprio sotto al palco, a vedere gli ultimi metri della Fiamma, sulla torcia, prima di sfiorare ed incendiare il braciere e illuminare tutto quanto. Bellissimo anche sentire da vicino anche le emozioni dei tedofori stessi, delle autorità, di tutta la gente. 

 

Poche cose nella vita mi piacciono come vedere un fuoco che arde. Mi ricorda il camino o la stufa di casa, quella sensazione famigliare, o di contro le mie esperienze lontano da casa, come i fuochi all’aperto nelle gelide notti in Lapponia. Incredibile però, oltre all’ardore di un fuoco simile (nel pratico e nell’evocativo), vedere anche lo spegnimento del braciere, con la fiamma “messa via” e pronta, anche qui tanto concretamente quanto simbolicamente, a portare la propria luce altrove. Nel momento in cui scrivo mancano ancora 4 tappe, prima della cerimonia inaugurale allo Stadio San Siro di Milano di venerdì 6 febbraio. I Giochi Olimpici si chiuderanno poi il 22 febbraio, mentre a marzo, tra il 6 e il 15, sarà la volta dei Giochi Paralimpici. Come detto in precedenza, non mancherò di raccontare altro (anche con qualcosina sul campo) di questo straordinario evento.

Biblioteca Montessori – il lungo cammino tra l’opera e il lettore

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Il 3 febbraio alle ore 18.00, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, si terrà un incontro dedicato a un’iniziativa editoriale di particolare rilievo: la collana Biblioteka Marii Montessori (Biblioteca di Maria Montessori). L’evento, intitolato “Biblioteca Montessori – il lungo cammino tra l’opera e il lettore”, sarà un’occasione per discutere le idee di Maria Montessori, la loro ricezione in Polonia e il lavoro pluriennale che ha reso possibile, per la prima volta, l’accesso completo del pubblico polacco ai suoi scritti.

Il metodo elaborato da Maria Montessori ha rivoluzionato la pedagogia, proponendo una visione completamente nuova del bambino: un essere autonomo, dotato di un naturale potenziale di sviluppo. Le scuole e le istituzioni educative montessoriane operano oggi in tutto il mondo e fanno parte anche del panorama educativo polacco. Paradossalmente, nonostante le donne polacche partecipassero già all’inizio del XX secolo ai primi corsi di formazione tenuti direttamente da Montessori, solo cento anni dopo il lettore polacco ha potuto conoscere tutte le sue principali pubblicazioni librarie nella propria lingua.

La collana Biblioteka Montessori, pubblicata dalla casa editrice Wydawnictwo Naukowe PWN e autorizzata dall’Associazione Montessori Internazionale (AMI), comprende quindici titoli ed è stata realizzata nell’arco di otto anni. Si tratta di un progetto che ha richiesto non solo competenze traduttive e redazionali, ma anche una profonda comprensione del contesto storico, pedagogico e filosofico del pensiero montessoriano. Perché le opere di Montessori arrivano nelle case polacche solo ora? Quali difficoltà hanno accompagnato il lavoro sulla collana e in cosa consiste la soddisfazione di aver colmato una lacuna così rilevante nelle scienze umane e nella pedagogia polacche? Di questi temi discuteranno le partecipanti all’incontro:

Luiza Krolczuk – laureata in filologia polacca presso l’Università di Breslavia, traduttrice di letteratura italiana, membro dell’Associazione dei Traduttori Letterari. Dal 2018 collabora con Wydawnictwo Naukowe PWN, per la quale ha tradotto tutte le opere italiane di Maria Montessori, tra cui Il segreto dell’infanzia, Formazione dell’uomo, Il bambino in famiglia, La mente del bambino. Mente assorbente e L’autoeducazione. Traduce anche narrativa e letteratura per l’infanzia ed è cofondatrice della Fondazione Polska 2100.

Nella sua nota a L’autoeducazione scrive: “Maria Montessori è una traduttrice, una donna che ha costruito un ponte comunicativo tra il mondo degli adulti e quello del bambino. (…) Lottando per una posizione dignitosa del bambino, trasmetteva con intelligenza e coraggio contenuti urgenti per le sue amiche contemporanee. (…) a cui Marta Frej grida nelle sue grafiche contemporanee: «Facciamo squadra, amiche!» (…) Montessori era una romantica appassionata, un’idealista ferma, una donna profondamente moderna; non lasciamoci dunque ingannare dal suo abito d’altri tempi e dai capelli raccolti in uno chignon.”

Sylwia Camarda, voce dell’autentico Montessori in Polonia. Insegnante diplomata, esperta e professionista, da anni restituisce all’educazione il suo significato originario: sostenere lo sviluppo naturale del bambino in un’atmosfera di fiducia, rispetto e libertà. Dirige una scuola dell’infanzia e una scuola Montessori fedeli all’idea di Maria Montessori, nonché un centro di formazione per adulti in cui prepara insegnanti e genitori. In qualità di curatrice scientifica della collana Biblioteka Montessori di PWN e autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, unisce teoria e pratica, ispirando l’ambiente educativo alla riflessione e al coraggio. La sua missione è l’educazione e l’impegno a favore dei bambini e delle donne.

Aleksandra Małek – psicologa, laureata presso l’Università Cattolica di Lublino. Dal 2012 è legata a Wydawnictwo Naukowe PWN come editrice di pubblicazioni scientifiche nel campo della psicologia e della pedagogia. Ha accompagnato gli autori di oltre 300 libri e ha coordinato la pubblicazione di tutti i volumi della collana Biblioteka Marii Montessori. Nel 2023 ha curato una raccolta di estratti dalle opere di Montessori intitolata Naucz mnie robić rzeczy samodzielnie (Insegnami a fare le cose da solo). Come redattrice collabora anche con la casa editrice Oficyna Związek Otwarty; nella vita privata è un’appassionata di saggistica.

La collana Biblioteka Marii Montessori comprende pubblicazioni precedentemente sconosciute al lettore polacco, rendendo possibile per la prima volta una conoscenza così completa e approfondita del pensiero della straordinaria medica e pedagoga. Il coronamento simbolico del progetto è il volume L’autoeducazione – un’opera nata agli albori della carriera di Montessori, che contiene i presupposti fondamentali del suo metodo e la descrizione della sua applicazione pratica.

L’incontro presso l’Istituto Italiano non sarà soltanto un racconto sui libri, ma anche sul percorso delle idee, sulla responsabilità del traduttore e dell’editore e sull’importanza dell’accesso alle fonti che plasmano il pensiero contemporaneo sull’educazione e sull’infanzia.

La rinascita di Matera

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testo e foto: Dominika Rafalska
traduzione it: Maria Chiara Piras

 

Oggi è un gioiello e una delle città più attraenti d’Italia. Alcuni decenni fa era un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini. Matera è la prova vivente che la metamorfosi e la rivitalizzazione ben pensata di una città antica, anche se difficili, sono possibili.

Alla provvisoria fermata a Polignano a Mare sono l’unica passeggera. Sono quasi le 7.00 di mattina e spero vivamente che il mio autobus arrivi puntuale. Eccolo! Partiamo attraverso le strade secondarie e dopo alcune decine di minuti arriviamo a Bari. Qui l’autobus, quasi vuoto fino a poco fa, si riempie immediatamente fino all’ultimo posto. Tutti vanno a Matera.

Niente di strano. Il capoluogo della Basilicata è infatti una tappa obbligata durante un viaggio nel sud Italia. Una delle città più antiche non solo d’Italia, ma del mondo intero, ha davvero molto da offrire. Una città scavata nella roccia, affascinanti strade tortuose, splendidi edifici in pietra. Matera ispira anche gli artisti: la città è stata scelta come set cinematografico per numerosi film. Per esempio Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964), La passione di Cristo di Mel Gibson (2004) e infine No Time to Die con Daniel Craig nel ruolo di James Bond (2021). I paragoni di Matera con la Gerusalemme ai tempi di Cristo o con Petra in Giordania sono più che giustificati. Guardando oggi la città è difficile credere che, ancora negli anni ’50 del XX secolo, venisse definita “la vergogna della nazione” a causa delle terribili condizioni di vita che vi regnavano.

Al sud niente è cambiato 

È difficile stabilire con precisione quanti anni ha Matera. Gli studiosi ritengono che sia nata nel periodo paleolitico. Nelle morbide rocce di tufo del canyon del fiume Gravina, nel corso dei secoli, vennero scavate grotte, cappelle e persino intere chiese. È interessante notare che questo modo di vivere è rimasto in uso qui fino alla prima metà del XX secolo.

Le terre su cui sorge Matera passarono di mano in mano, diventando proprietà, tra gli altri, di Romani, Greci, Arabi e Longobardi. La prima menzione della città (allora conosciuta con il nome di Matheolla) risale al 251 a.C. Le dure condizioni di vita, le malattie dilaganti e la fame hanno segnato il destino della città e dei suoi abitanti per secoli.

Ancora oggi a Matera si è conservato l’antico impianto urbanistico. La parte storica della città, i Sassi di Matera, è composta da due parti: il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano. Il primo è considerato il quartiere più antico di Matera. Qui si possono visitare grotte autentiche, oggi trasformate, tra l’altro, in piccoli musei. Alcune delle “case tradizionali” sono oggi anche hotel (e non dovrebbe sorprendere il fatto che in alcune camere non ci siano finestre).

Triste bellezza

La storia di Matera non è soltanto un racconto romantico che ispira gli artisti. Per secoli gli uomini hanno vissuto qui spesso in un’unica stanza insieme agli animali, che costituivano tutti i loro beni. In passato nella città dilagavano malattie e carestie, e la mortalità infantile raggiungeva il 44%. Oggi è difficile immaginare che ancora nella prima metà del XX secolo fino al 90% degli abitanti (su 20 mila) era analfabeta. La gente viveva senza accesso all’acqua, alle fognature e all’elettricità.

“Chiunque vede Matera non può fare a meno di sopravvivere allo shock, tanto è espressiva e commovente la sua triste bellezza” ha scritto Carlo Levi nel libro Cristo si è fermato a Eboli (1945). Levi è stato medico, scrittore e intellettuale di sinistra. Faceva parte dell’organizzazione antifascista Giustizia e Libertà. Negli anni ’30 è stato esiliato dalle regioni industriali e ricche del Nord al povero Sud. Ha trascorso gli anni della guerra in Basilicata, nella provincia di Matera. L’esilio di Levi in Basilicata e il suo libro, in cui ha descritto l’inimmaginabile miseria del Sud, si sono rivelati una pietra miliare nel processo di miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti della regione e della stessa Matera.

La pubblicazione ha guadagnato popolarità in Italia. Nel 1979 è stato realizzato un film tratto dal libro, diretto da Francesco Rosi. Ancora più importante sembra il fatto che già tre anni dopo la pubblicazione del libro il leader del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, ha visitato Matera. È stato lui a definire la parte della città chiamata Sassi come “vergogna nazionale”. Nel 1950 il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, ha deciso di creare un piano di salvataggio per la città e ha incaricato l’elaborazione di un progetto di legge sulla ristrutturazione e sullo sfollamento degli abitanti di Matera. Già nel 1951 il progetto è stato presentato in Parlamento. Il 9 aprile 1951 in prima pagina del quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, è comparso il titolo: “I Sassi di Matera scompariranno, De Gasperi cancella una vergogna nazionale”.

Dietro questa affermazione c’era però una grande responsabilità e una quantità enorme di lavoro. L’operazione era complessa e il politico si rese conto che erano necessari studi approfonditi e il coinvolgimento di esperti di diversi settori. Questi studi hanno portato alla creazione di un progetto che prevedeva la nascita di tre nuovi quartieri: La Martella, Venusio e Picciano. È lì che sono stati trasferiti gli abitanti dei Sassi. A ogni famiglia sono stati assegnati tre ettari di terra coltivabile. Il 17 maggio 1952 è stata firmata una legge speciale per la riqualificazione dei Sassi che prevedeva la costruzione di sette nuovi insediamenti e la ristrutturazione di 859 abitazioni del quartiere. Dopo il 1953 il centro è stato ufficialmente chiuso. La vita è tornata lì solo alcuni decenni più tardi. Purtroppo i costi sociali di questo progetto si sono rivelati elevati. Durante il trasferimento della popolazione del quartiere i legami sociali si sono molto indeboliti e molte persone, paradossalmente, si sono adattate con difficoltà alla vite nei nuovi quartieri, molto migliori ma sconosciuti. Solo dopo molti anni si è capita davvero l’importanza di questo processo.

Rinascita

“Matera può essere trattata come un luogo culturale che fa parte della tradizione, cioè il fenomeno della trasmissione di generazione in generazione del patrimonio culturale. La tutela del patrimonio non dovrebbe consistere soltanto nella conservazione e nel miglioramento dello stato fisico dell’architettura della città, ma anche nella protezione dei valori storici, costituiti da importanti eventi sociali, politici e culturali. Tutte queste azioni non sarebbero state possibili senza la partecipazione della popolazione locale che da secoli abita la città, diventando parte inscindibile”, ha scritto l’architetto Marta Stachurska nell’articolo Due volti di Matera. La problematica della tutela del patrimonio culturale di Matera nel processo di riqualificazione della città antica pubblicato nella Wiadomości Konserwatorskie (2002, n.64). L’autrice ha sottolineato che a un certo punto, introducendo i piani di riqualificazione della città,  si è smesso con le pratiche di sfollamento forzato della popolazione e le nuove iniziative hanno previsto il coinvolgimento degli abitanti nel processo di recupero dei Sassi. 

È stata loro offerta una concessione gratuita secolare delle grotte abbandonate in cambio dell’aiuto nel restauro degli edifici. Tutti gli interventi legati alla riqualificazione del tessuto urbano e architettonico dovevano essere realizzati nel rispetto del principio di sviluppo sostenibile. “La priorità degli interventi è stata il rispetto del tessuto originario, la realizzazione delle opere necessarie nel pieno mantenimento del carattere e della forma autentica del luogo senza possibilità di introdurre modifiche permanenti. Tutti i lavori dovevano seguire le precise indicazioni della soprintendenza ai beni culturali…” si legge nel testo di Stachurksa. 

Il carattere eccezionale di Matera è stato riconosciuto nel 1993, quando la città è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Sono stati inclusi l’area dei Sassi (l’antico centro urbano e l’altopiano sul lato opposto del burrone) e il Parco delle Chiese Rupestri. È stata sottolineata l’integrità e l’autenticità del luogo, la necessità della sua protezione e il requisito di una corretta gestione.

Marta Stachurska scrive: “Nella motivazione dell’iscrizione nella Lista UNESCO i Sassi sono soprattutto stati presentati come il più illustre e intatto esempio di insediamento perfettamente conservato nell’area mediterranea, che illustra fasi fondamentali della storia dell’umanità risalenti al paleolitico”.  La riqualificazione riuscita ha nuovamente attratto in città gli abitanti, ma anche investitori e turisti. Alcune grotte sono state trasformate in alberghi, gallerie, caffetterie e adorabili negozi di artigianato. Nel 2019 la città è stata dichiarata Capitale Europea della Cultura. 

Oggi Matera affascina con la sua bellezza unica. La città scavata nella roccia sembra scendere a cascata nel profondo canyon, e il sole al tramonto dipinge d’oro i profili bianchi delle case e delle chiese dei Sassi. La luce dell’ora dorata rende il contorno della cattedrale di Matera un fenomeno quasi ultraterreno. Le strade sembrano non finire mai. Oltre alle grotte, alle autentiche abitazioni e ai belvedere, in città e nei suoi dintorni si possono vedere più di 160 chiese rupestri. Matera oggi attira non solo gli amanti della storia, dell’architettura e della fotografia, ma anche gli appassionati di escursioni in montagna. La triste bellezza di Matera e i decenni segnati dalla sofferenza dei suoi abitanti appartengono, fortunatamente, al passato.

I viaggi sono la migliore università: intervista a Elżbieta Dzikowska

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traduzione it: Dominika Wałęka

 

Elżbieta Dzikowska ha visitato quasi tutto il mondo, dall’Asia all’America Latina. Come viaggiatrice e storica d’arte ha fatto conoscere il mondo ai polacchi e l’Italia è il suo luogo preferito. 

Spesso inizio con la stessa domanda, ovvero con le parole di Federico Fellini che diceva: “i sogni sono l’unica realtà”. Ha mai fatto il sogno italiano?

Bisogna ricordare che ai tempi della mia gioventù non si poteva né desiderare né sognare. Per tutta la mia vita ho lottato anche con l’insonnia. Neanche gli sciamani mi hanno aiutato, ma almeno, grazie alla ricerca di un rimedio per i miei disturbi, ho avuto l’occasione di girare un film e di scrivere il libro “Czarownicy” (Stregoni). L’importante è non arrendersi. Così preferivo non sognare l’Italia, ma andarci. È stranissimo, ma l’Italia ha cominciato ad affascinarmi prima ancora che ci andassi, non sapevo quasi nulla di questo Paese, eppure qualcosa mi attirava. Forse sognavo l’Italia senza rendermene conto. Quando finalmente ci sono andata i sogni non mi servivano più. Tutto è diventato reale. L’Italia è, per me, il Paese più importante dal punto di vista della cultura e, nonostante i tanti cambiamenti che vi avvengono da secoli, sa rimanere se stessa e coltivare la propria identità. 

Per Lei l’Italia è qualcosa di più di un paesaggio straordinario?

È un terra in cui si intrecciano naturalmente le mie due identità: viaggiatrice e ricercatrice d’arte. Non sono soltanto una sinologa, ma anche una storica dell’arte e considero i viaggi una condizione necessaria per accedere alle opere, agli artisti e ai fenomeni. Il contesto italiano – dai musei e dalle chiese alle esposizioni temporanee –  offre possibilità infinite. Si presenta come un “archivio vivente” del passato e come un laboratorio della contemporaneità. 

Ai tempi della PRL (Repubblica Popolare di Polonia), quando non si poteva né desiderare né sognare, Lei doveva affrontare non solo migliaia di chilometri, ma anche barriere politiche, finanziarie e mentali. La sua storia dimostra quanta determinazione fosse necessaria allora per scoprire il mondo. 

Il primo viaggio in un paese lontano fu quello in Cina nel 1957. Allora ero una giovane studentessa di Sinologia all’Università di Varsavia e un viaggio in Cina rappresentava un’opportunità straordinaria per un contatto diretto con la cultura, che fino ad allora avevo conosciuto solo dai libri. Bisogna ricordare che era il periodo in cui la Polonia si trovava nel blocco dei paesi socialisti e le relazioni con la Cina, benché fossero tese politicamente, permettevano lo scambio accademico. Il viaggio in sé fu un’impresa difficile, richiedeva tanti permessi e due giorni di volo. Dopo questa esperienza sognavo di non dover più affrontare le turbolenze durante il volo. Ammetto che, nel mondo, ho paura di due cose: la maleducazione e le turbolenze in aereo. 

La seconda grande avventura fu il primo viaggio in Sud America, all’inizio degli anni Sessanta. Erano tempi in cui un passaporto era un lusso e il biglietto quasi irraggiungibile. Ho deciso di partire su una nave mercantile diretta in Messico. Il viaggio è durato tre settimane, in una angusta cabina, in compagnia di persone sconosciute, con accesso limitato ai comfort. Il budget era minimo, sufficiente solo per i pernottamenti e i pasti più economici. Quell’esperienza mi ha insegnato a viaggiare con attenzione, in stile da reporter.

La lista dei luoghi nel mondo che Lei ha raggiunto e che ha visto, è impressionante. Eppure, quando in un’intervista Le è stato chiesto qual era il suo luogo preferito sulla Terra, Lei ha risposto: l’Italia. 

Per me viaggiare è un’università e l’Italia mi permette di frequentare i migliori studi possibili. In realtà, concluderli è impossibile, perché c’è sempre qualcosa da scoprire. Viaggio in Italia da decenni, ci sono stata innumerevoli volte, eppure ci sono ancora regioni, come la Sardegna, che mi aspettano. Su quest’isola si trovano oltre settemila monumenti dell’età del bronzo. Ci sono tante testimonianze della presenza umana, come a Iglesias, una cittadina della costa occidentale, dove si trovano miniere risalenti all’epoca nuragica. Tutto questo mi sta aspettando! 

E il suo primo viaggio in Italia?

Credo che il primo sia stato un viaggio con la mia amica Barbara Weber a Perugia, siamo andate all’università per imparare l’italiano. Dopo aver completato il corso, abbiamo comprato il biglietto “tremila chilometri” e prendevamo i treni da una stazione all’altra: abbiamo visitato Firenze e siamo arrivate fino in Sicilia. Nel corso degli anni sono tornata a Firenze molte volte e vi ho persino trascorso la Pasqua con un’altra mia amica, Barbara Szubińska. Non esistono collezioni paragonabili a quelle di Firenze. È la culla del Rinascimento, che da secoli affascina per il suo patrimonio artistico e architettonico. Il punto più importante è ovviamente la Galleria degli Uffizi, l’antica sede degli uffici dei Medici, trasformata in museo già nel Cinquecento. Mi piace anche tornare alla Galleria dell’Accademia, famosa soprattutto per il monumentale David di Michelangelo.  

Che significa per Lei viaggiare?

Viaggiare insegna a conoscere il mondo e, a volte, insegna anche il coraggio e la fiducia in se stessi. Durante il soggiorno a Roma ho partecipato a un congresso internazionale della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura). Desideravo tanto realizzare un’intervista con il direttore di questa organizzazione, ma… né l’ambasciatore né gli altri diplomatici riuscivano ad aiutarmi. Che cosa ho fatto? Ho scritto un piccolo biglietto con una domanda: “Signor Presidente, può concedermi un’intervista?” e l’ho consegnato all’ingresso della sessione inaugurale del congresso. Poco dopo l’assistente del direttore generale della FAO mi ha invitato con il suo consenso. 

E poi ci sono stati i viaggi con suo marito Tony Halik.

Con mio marito, per vent’anni, quasi ogni anno viaggiavamo in macchina da Varsavia a Genova. Lì lasciavamo la macchina e ci imbarcavamo sulla nostra barca, con cui navigavamo nel Mar Ligure. Niente riusciva a fermarci, nemmeno il pacemaker che era stato impiantato a Tony. Cinque giorni dopo essere uscito dall’ospedale eravamo già in mare, visitando Portofino o l’insediamento nascosto di San Fruttuoso. Il mare impone disciplina: il tempo è capriccioso, i porti hanno i loro ritmi.  Per salpare bisogna essere preparati, ma anche fidarsi delle proprie decisioni. È la stessa logica che applico nel mondo dell’arte: prima la ricognizione solida, poi conclusioni coraggiose.  

Cosa le hanno insegnato i numerosi viaggi alla Biennale di Venezia? 

La Biennale insegna a essere vigili. Da un’edizione all’altra cambiano i temi, i linguaggi e persino i modi di guidare il visitatore. Da anni uso Venezia come un barometro: verifico dove si sono spostati gli accenti –  verso la politica, l’ecologia, il corpo, la tecnologia – e quindi se le narrazioni polacche si armonizzano con la corrente o vanno controcorrente. La prima volta che sono andata alla Biennale risale agli anni Novanta su invito di Roman Opałka. Quegli anni hanno portato momenti significativi che hanno permesso all’arte polacca di farsi conoscere dal pubblico internazionale. Nel 1993 Roman Opałka ha presentato la sua opera pittorica “Liczenie do nieskończoności” (Contare fino all’infinito), creando una toccante meditazione sul tempo e sulla transitorietà. Le sue opere,  schiarite gradualmente fino al bianco totale, sono diventate uno dei simboli più forti dell’arte concettuale del XX secolo e a Venezia hanno ricevuto un enorme riconoscimento. Quattro anni dopo, nel 1997, Katarzyna Kozyra ha presentato “Łaźnie” (Le terme), un’installazione video che ha aperto un nuovo capitolo nel pensiero sul corpo e sull’identità. L’opera, premiata dalla giuria, ha suscitato dibattiti a livello internazionale. Nel 1999, invece, Mirosław Bałka ha presentato le installazioni minimaliste che affrontavano memoria, sensualità e storia, spesso riferendosi all’esperienza dell’Olocausto e alla transitorietà.

Che tipo di città è Venezia per Lei?

È il più grande museo  a cielo aperto. Piazza San Marco con la sua basilica maestosa, i cui mosaici dorati raccontano la storia della città. Il Palazzo Ducale, l’antica sede dei dogi e simbolo della potenza politica. Per me una tappa obbligatoria sono anche le Gallerie dell’Accademia, dove si possono ammirare i capolavori di Bellini, Carpaccio e Tiziano. E poi il Museo Peggy Guggenheim, ospitato in un palazzo sul Canal Grande, con opere di Picasso, Pollock, Kandinsky e Miró. Questo museo contrasta con l’arte antica di Venezia, mostrando come la città sia diventata uno spazio di dialogo tra le epoche. Venezia è per me la città più bella del mondo, anche se non sono mai riuscita a trovarla vuota, l’ho sempre vissuta affollata. Avere un contatto personale con lei diventa sempre più difficile. Tuttavia, riesco a trovare i miei angoli. Ho persino un amico commerciante a Burano dove compro vestiti e mi fà lo sconto.

Scoprendo l’Italia quanto sono stati importanti i suoi incontri con Igor Mitoraj.

Ho conosciuto Mitoraj alla fine degli anni Ottanta a Pietrasanta, dove aveva il suo studio. Lì, insieme a mio marito, abbiamo girato un film che è stato poi presentato nel programma televisivo “Pieprz i wanilia” (Pepe e vaniglia). Qualche anno dopo, insieme a Wiesława Wierzchowska, ho organizzato alla Galleria Zachęta di Varsavia una mostra con le sue opere, in cui erano esposti anche lavori di altri artisti polacchi che creavano all’estero. Di Mitoraj conservo il ricordo di un uomo straordinariamente modesto, gentile e tranquillo, che realizzava sculture monumentali.

Lei ha conosciuto molte culture, quindi Le è più facile trarre delle conclusioni. Come definisce gli italiani?

Gli italiani sono il popolo più aperto del mondo, non è solo un’affermazione generica, ma un fatto costruito nei gesti quotidiani: i sorrisi ai propri interlocutori, l’atteggiamento cordiale, gli inviti spontanei. Ricordo l’Italia come un Paese in cui la barriera tra me e la gente del posto svanisce, proprio come in Tibet, dove ho visto la gente con i sorrisi più belli. 

“Ciao Varsavia”: un viaggio intimo tra corpo, identità e malinconia urbana

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“Ciao Varsavia”, il nuovo cortometraggio di Diletta di Nicolantonio, è un racconto intimo e delicato sull’identità e il corpo. Conosciamo la storia di Diana, una giovane donna alle prese con disturbi alimentari e le aspettative della società. Il tutto raccontato sullo sfondo di una Varsavia malinconica e decadente, in cui la solitudine assume una nuova dimensione. 

Nel 2025, il film ha vinto il Premio Andromeda alla Festa del Cinema di Roma ed è stato chiamato dalla giuria “un viaggio intimo e silenzioso dentro la fragilità e la forza di una giovane donna che cerca di ricucire il proprio rapporto con il corpo e con il mondo”. In Polonia è stato proiettato il 6 dicembre 2025 al Kino Kultura di Varsavia nell’ambito della rassegna dei cortometraggi “Shardana’s Reel”, organizzata dall’Associazione Shardana.

A raccontarci i retroscena della realizzazione del film sono state Diletta di Nicolantonio, regista e sceneggiatrice, e Sara Serraiocco, coproduttrice esecutiva.

Nella foto: Carlotta Gamba, Diletta di Nicolantonio, Sara Serraiocco

“Il film viene dal bisogno di parlare di più di disordini alimentari nelle scuole italiane” – racconta Diletta di Nicolantonio – “Ho deciso di ampliare questo tema raccontando la storia di una ragazza che si trova in una fase molto difficile della sua vita. I suoi problemi sono in gran parte legati all’immagine del proprio corpo, che in questa società conta tantissimo e viene giudicato tanto. La mia protagonista è metà italiana metà polacca. Non ha nemmeno una sua vera identità, sta in mezzo di due culture. Essendo una ragazza molto vulnerabile, in alcune situazioni scende anche a compromessi rinunciando a sé stessa”.

La città gioca un ruolo importante nella storia, riflettendo la solitudine della protagonista. Ci trasferiamo nella grigia e malinconica Varsavia, che sembra quasi uscire dagli anni ’90.

“Ho scelto di girare a Varsavia perché l’estetica e una certa malinconia di questa città mi ricordavano tanto quello che vive il personaggio. Varsavia è molto bella, però ha anche molti toni forti di decadenza. Vediamo anche la clinica di Konstancin, la cui bellezza di altri tempi da un tono particolare alle scene girate al suo interno. Ci sono pochi dialoghi, raccontano tanto i luoghi e le immagini” – spiega Nicolantonio.

“Mi sono subito innamorata del progetto, dello sguardo molto maturo di Diletta e del suo grande talento visivo” – racconta Sara Serraiocco, attrice per la quale il film è stata la prima esperienza nel ruolo di produttrice – “Insieme al direttore di fotografia Matteo Cocco hanno curato molto bene l’immagine del film, ad esempio usando delle lenti russe e anamorfiche. La parte visiva rispecchia quello che sta vivendo la protagonista, riflettendo tra l’altro la sua dismorfia del corpo”.

Dopo la realizzazione del cortometraggio “Lukiskes” girato in un carcere in Lituania, la regista si concentra sulla Polonia, dove abita da due anni.

“Sono italo-croata, ho un po’ di sangue baltico che mi riporta a questi luoghi che sento molto vicini alla mia cultura. Adoro anche il cinema polacco per il suo modo di raccontare le storie, i miei registi preferiti sono Zanussi e Kieślowski. Sono anche molto attratta dall’architettura sovietica”.

Nel cast prevalentemente polacco vediamo due noti attori italiani: Carlotta Gamba e Fortunato Cerlino. 

“Carlotta Gamba è stata la mia prima scelta per il ruolo della protagonista. Con la sua sincerità e delicatezza è riuscita veramente a far vedere la vulnerabilità del personaggio. Ha nello sguardo il dolore e la sensibilità che io cercavo” – racconta la regista.

“Ciao Varsavia” affronta temi complessi e attuali con straordinaria delicatezza e autenticità.

Come spiega Nicolantonio: “Credo che sia importante vedere questo film perché fa capire quanto è malata la nostra società. Tutti, soprattutto i giovani, siamo molto legati all’aspetto esteriore, dettato dal mondo finto e deforme dei social media. Tante persone soffrono di disturbi alimentari, non si accettano. Servirebbe a tutti noi un ritorno alla realtà”.

“Se il nostro corto riesce a entrare nell’animo dei giovani, soprattutto le ragazze che si potrebbero immedesimare nel percorso della protagonista, vuol dire che abbiamo fatto centro. Speriamo che il nostro messaggio arrivi” – aggiunge Serraiocco.

Addio a Giorgio Armani, icona del Made in Italy

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Giorgio Armani alla Mostra del Cinema di Venezia / fot. Gianfraco Tagliapietra

Sebastiano Giorgi ne parla con Walter Prati

 

Lo scorso 4 settembre ci ha lasciato Giorgio Armani, uno dei più influenti stilisti del XX e XXI secolo e simbolo di quel Made in Italy che a partire dai mitici anni Ottanta ha dettato i canoni della nuova eleganza informale urbana, quella di Richard Gere in American Gigolò, ma anche della donna manager che si impone in quel mondo del business fino ad allora dominato dall’uomo. Di questo iconico stilista, imprenditore e mecenate – partito come commesso alla Rinascente e che oggi lascia un impero di 2,3 miliardi di euro – ne parliamo con Walter Prati, titolare di GPoland, maggior importatore e distributore di moda italiana in Polonia, paese in cui rappresenta anche le linee Emporio Armani e Armani Exchange.

“Abbiamo perso non solo un simbolo della moda italiana ma anche un grande imprenditore attento al benessere dei dipendenti ed un mecenate verso l’arte e lo sport che seguiva con passione”, spiega Prati che poi ricorda la novità che ha caratterizzato il gusto Armani. “Ha rivoluzionato la moda con un approccio che enfatizzava l’eleganza discreta, la funzionalità e la fluidità dei tessuti. Per dirla in una frase: ha liberato il corpo dalle costrizioni dimostrando che se la taglia è giusta e il tessuto è di qualità non servono altri orpelli”.

Armani è stato indubbiamente uno dei principali protagonisti di quell’Italia anni Ottanta che ha spinto il Made in Italy all’apice della popolarità mondiale mentre la cosiddetta “Milano da bere”, positivista e ottimista, scalzava dal trono della moda Parigi e Londra.

“Un periodo magico nella moda con i colori e i tessuti Versace, le perfette creazioni dell’ingegner Ferrè, la genialità artistica di Moschino e la straordinaria sobria, coerenza, senza tempo dei capi Armani. Anni in cui l’Italia ha dettato i canoni non solo della moda ma del modo di vivere, così come Armani ha poi declinato il suo gusto nel design di Armani Casa, in Armani/Nobu, negli orologi, negli occhiali, nei profumi e perfino nello sport disegnando le divise olimpiche degli atleti italiani per le edizioni di Londra 2012, Rio de Janeiro 2016, Tokyo 2020 e Parigi 2024. Ma voglio aggiungere che ancor oggi l’Italia gioca un ruolo di primordine nel lusso, il famoso distretto della calzatura della Riviera del Brenta ha ancora il primato mondiale della qualità, così come la zona a sud di Firenze rappresenta ancora il vertice dei prodotti di pelletteria. Senza contare che tante Maison francesi hanno anche stilisti italiani e che soprattutto producono le loro linee lusso in Italia.”

Hai conosciuto Giorgio Armani?

“Sì in un modo assai buffo. Ero andato a trovare un amico che lavorava per Armani quando ancora avevano la sede a due passi da Piazza San Babila. Mentre ero con lui passa una persona che mi pare di conoscere tanto che gli chiedo come va e gli do una pacca sulla spalla mentre lui risponde gentilmente. Quando si allontana il mio amico mi dice ma sai chi è? Io lo guardo perplesso. Lui aggiunge: è Giorgio Armani! Poi in seguito ho avuto occasione di vederlo diverse volte a Saint Tropez quando correva seguito dal bodyguard. L’ultima volta che l’ho visto, molto affaticato, è stato alla sua sfilata del 2024”.

Da studente di medicina a commesso della Rinascente, da uomo copertina, sulla rivista Time, a stilista delle star di Hollywood, tra questi la Diane Keaton di “Io e Annie”, Jodie Foster alla premiazione per l’Oscar, Richard Gere, e poi i concept store in città come New York, Tokyo, Parigi, le collaborazioni con gli architetti del calibro di Tadao Ando e Massimiliano Fuksas, gli abiti da sposa per Nicole Kidman, Katie Holmes, Penélope Cruz e ancora una infinità di premi e riconoscimenti, Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Legione d’Onore Francese, e poi ricordiamo il Rodeo Drive Walk of Style Award a Beverly Hills, per il suo contributo al mondo della moda, dato alla presenza di celebrità come Sophia Loren, Jodie Foster, Michelle Pfeiffer, Steve Martin e Mira Sorvino. Ma Armani ha portato il suo tocco di classe in ogni aspetto della vita e delle sue passioni, investendo nel restauro di opere d’arte (le vetrate dell’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés di Parigi) in iniziative culturali, tra cui la produzione dell’album Giorgio Armani presenta: Ennio Morricone – Musica per il Cinema, una compilation delle colonne sonore più celebri del compositore italiano, realizzato in collaborazione con la Filarmonica della Scala e il Coro Filarmonico della Scala senza dimenticare iniziative benefiche e di promozione della sostenibilità ambientale, fu tra i primi a non usare pellicce animali, e la sua passione per la squadra di pallacanestro Olimpia Milano, la più vincente d’Italia. 

Sophia Loren, Giorgio Armani / fot. Gianfranco Tagliapietra

“Era un genio a tutto tondo, capace di portare il suo gusto e l’attenzione al dettaglio in tutto quello che faceva, basta vedere a come lavorano e si vestono i suoi dipendenti. Un perfezionista il cui stile rimarrà nel tempo e che ha voluto prevedere con meticolosità anche il futuro dei suoi marchi dopo di lui che dovranno restare italiani ancora per un po’ di anni. Una cosa che voglio sottolineare è la sua generosità e attenzione verso chi era in difficoltà. Ho saputo, in via privata, di tanti gesti di supporto e beneficenza che fatto lontano dai riflettori, una cosa che mi ha commosso”.

Nell’impossibilità di racchiudere in un articolo la vita e quello che ha rappresentato Giorgio Armani non solo nella moda, scelgo di chiudere questa chiacchierata con Walter Prati ricordando che nel 2000 il Solomon R. Guggenheim Museum di New York dedicò una retrospettiva per celebrare i suoi 25 anni di carriera di Armani. La mostra, progettata dal regista teatrale Robert Wilson e curata da Germano Celant e Harold Koda, offrì un’esplorazione tematica dell’evoluzione e dell’impatto culturale di Armani, presentando oltre 400 oggetti tra abiti, schizzi originali, tracce audio e video. Successivamente, la retrospettiva divenne itinerante, facendo tappa in diverse città internazionali e concludendosi nel 2007 alla Triennale di Milano.

Walter Prati / fot. Filip Okopny

Andrea Camilleri, narratore della Sicilia

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Andrea Camilleri, fot. Marco Tambara (Creative Commons Attribution 3.0 Unported)

Scrivo questo testo per invitare a scoprire il mondo di Andrea Camilleri sia chi non ha mai avuto tra le mani un suo libro, sia chi conosce solo il commissario Montalbano. Ma anche coloro che alla parola “giallo” storcono subito il naso e per questo motivo evitano la sua opera. È un errore, perché Camilleri è molto di più di un autore di libri polizieschi. È uno scrittore capace di raccontare con la stessa verve la quotidianità siciliana e le ossessioni culinarie, come anche la grande storia, la politica o le passioni umane. I suoi libri sono – perdonatemi la banalità – uno specchio della vita: riflettono i giorni comuni e i momenti straordinari, ora con ironia, ora con umorismo, e altre volte con tenerezza e malinconia.

Camilleri scrittore. Sì, ma questo è solo uno, e il più spettacolare, capitolo della sua strada artistica. Fu anche regista, attore, docente. Curiosamente, divenne scrittore nel senso pieno del termine, uno scrittore famosissimo, molto tardi: solo dopo i settant’anni cominciò ad avere successi letterari. Vale la pena cogliere la molteplicità dei suoi volti e dei suoi ruoli. 

Andrea Camilleri è qualcuno che si può vedere come:

Creatore di un mondo straordinario: perché scriveva in un contesto tanto ricco e affascinante da sembrare a volte irreale. La sua letteratura nasceva dalla memoria e dall’esperienza della Sicilia, dalla sua lingua, cucina, costumi, ma anche dalla storia. Spesso tornava ai tempi dell’unità d’Italia, un momento burrascoso e ambiguo che aveva creato tanto l’identità dei siciliani quanto il loro senso di estraneità verso il nuovo Stato. Camilleri trasformava queste realtà in capolavori letterari al confine tra dialetto e italiano, storia e contemporaneità, quotidianità e grottesco. La sua prosa brillava di colori – gastronomia, ironia, umorismo e malinconia – come un mosaico inconfondibile.

Narratore di storie: come un vecchietto sulla piazza di Porto Empedocle che inizia con un aneddoto e finisce narrando vita e miracoli di tutto il paese.

Attento osservatore: perché, anche in tarda età, già cieco, sapeva commentare la realtà con straordinaria lucidità. Dettava nuovi libri intrecciandovi gli assurdi quotidiani, l’ironia e la tenerezza verso il mondo. Non parlava ex cathedra, piuttosto sedeva accanto al lettore, raccontandogli una storia come se lo conoscesse da sempre.

Per me è stato quello che mi ha fatto capire la Sicilia. Non ad amarla – perché quell’amore mi accompagnava da tempo – ma ad addomesticarne e comprenderne meglio la quotidianità esotica. Per spirito di contraddizione, sono felice di aver visto la parte dell’isola da lui descritta prima che nascesse la serie televisiva che rese celebre quella regione. Non conoscendo il futuro set cinematografico, mi godevo soltanto l’atmosfera dei luoghi e cercavo di collocarvi non solo i personaggi del commissario Montalbano, ma anche il farmacista Alfonso “Fofò” La Matina, Antonietta “Ntontò” Peluso de “La stagione della caccia”, o Michelino, tragico protagonista de “La presa di Macallè”.

A settembre 2025 celebriamo il centenario della nascita di Andrea Camilleri, un’ottima occasione per riflettere sulla sua opera (c’è stato anche un incontro all’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia) e ricordare una figura che occupa un posto speciale nella letteratura italiana, e soprattutto siciliana. 

Mord und Pasta

Il termine “Mord und Pasta”, usato per la prima volta al festival del giallo di Monaco nel 2003, esprime perfettamente l’atmosfera della serie con il commissario Salvo Montalbano, un giallo intrecciato con la vita e la cucina siciliana. Camilleri inventò un protagonista che insegue assassini e truffatori, ma con la stessa passione va a caccia della migliore pasta, sardine o cozze, senza parlare del granchio che incontra durante le passeggiate, che tratta più come un piatto da gustare che come ascoltatore dei suoi monologhi. L’indagine non ha senso senza un buon pranzo, e il pranzo senza l’indagine non ha sapore. Proprio questa miscela – delitto e pasta, ironia e malinconia – rende i libri di Camilleri unici nel loro genere.

Camilleri scrisse ben 28 romanzi gialli con Montalbano. Non è necessario cominciare dal primo volume, ognuno è un’opera compiuta. Io consiglierei, per iniziare, i miei preferiti: La gita a Tindari, Il sorriso di Angelica, Le arance dell’ispettore Montalbano, La forma dell’acqua.

Tutti hanno in comune la figura del commissario, la galleria dei personaggi e l’atmosfera di Vigàta, città immaginaria ispirata a Porto Empedocle. Gli autori della serie TV risolsero il problema della topografia in modo geniale: “costruirono” Vigàta con più cittadine del sud-est della Sicilia – principalmente  Ragusa, Modica e Scicli – e collocarono la casa del commissario nella marina di Punta Secca. Oggi lì funziona la pensione “La casa di Montalbano”, dove ci si può sentire come il protagonista di questa serie.

Il mondo di Montalbano è fatto non solo di enigmi criminali, ma anche di figure piene di vita: Livia, la fidanzata genovese di lunga data, il leale Mimì Augello, il bonario Fazio, l’inestimabile Catarella, maestro di strafalcioni linguistici, il burbero dottor Pasquano e Enzo il proprietario della trattoria in cui il commissario celebra i suoi piatti preferiti.

Lasciamo Montalbano sulla terrazza della sua casa sul mare e torniamo indietro nel tempo.

Dal cacciatore al birraio

Andrea Camilleri, oltre al ciclo di Montalbano, e forse soprattutto (sono un grande fan proprio di questa parte della sua produzione), ha lasciato una ricca collezione di romanzi storici, nei quali con straordinaria libertà univa finzione letteraria a fatti e documenti.

Uno dei primi fu La stagione della caccia, pieno di ironia e grottesco, ambientato all’inizio dell’Ottocento nella, e come poteva essere diversamente, Vigàta. Arriva in città il giovane farmacista Fois, e con lui comincia una serie di misteriose morti. È un libro a cavallo tra giallo, romanzo d’avventura e commedia di costume, leggero, divertente e insieme apripista dell’intero filone storico camilleriano.

Su un tono simile si muove La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta, raccolta di otto racconti tra fine Ottocento e metà Novecento. Camilleri ritrae con umorismo e tenerezza la Sicilia provinciale, dai venditori di gelati, alle sedute spiritiche, alle lettere anonime che avvelenano la vita del paese.

Un altro esempio è Il nipote del Negus, romanzo-falso reportage che mescola documenti ufficiali, lettere, ritagli di giornale (lo stesso espediente che Camilleri userà ne La scomparsa di Patò) con una storia apparentemente assurda. Il tutto sembra frutto di pura fantasia. Non è così. Se l’autore dei documenti citati è un certo Camilleri, la vicenda in sé è vera e riguarda il principe Brhané Sillassié, nipote dell’imperatore Hailé Selassié I, che tra il 1929 e il 1932 frequentò la Regia Scuola Mineraria di Caltanissetta, conseguendo il diploma di perito minerario.

Un tono diverso lo offre Le pecore e il pastore, straordinario libro in cui l’autore attinge a eventi della Sicilia del 1945. La figura centrale è il vescovo Giovanni Battista Peruzzo, detto “il pastore”, che ebbe il coraggio di schierarsi dalla parte dei contadini poveri, diventando per questo bersaglio di un attentato. Mentre lotta per la vita dopo le ferite, dieci benedettine di Palma di Montechiaro compiono un sacrificio drammatico, muoiono di fame e di sete, credendo che la loro morte avrebbe salvato il vescovo. Camilleri, imbattutosi in questa storia per caso, la ricostruisce dando vita a un racconto toccante di fede, sacrificio e delle dure realtà della Sicilia del dopoguerra.

Uno dei libri più personali e amari resta La presa di Macallè, romanzo sulla guerra d’Abissinia vista con gli occhi di un bambino. Camilleri mostra come la propaganda fascista formava l’immaginario dei più giovani e come l’entusiasmo infantile si trasformasse presto in delusione e amarezza.

Macallè è uno dei miei romanzi storici preferiti di Camilleri, l’altro – immutabilmente da anni – è La rivoluzione della luna, ambientato più lontano nel tempo, nella Palermo del XVII secolo. È un racconto suggestivo di un potere femminile breve ma spettacolare. Camilleri, basandosi su un episodio realmente accaduto, disegna il ritratto di Eleonora di Mora, donna che per 27 giorni governò la Sicilia tentando di introdurre riforme giuste.

Ma Lei parla camillerese?

Uno dei più originali romanzi storici di Camilleri è Il birraio di Preston. Punto di partenza fu un fatto reale del 1874: la decisione del prefetto di Sicilia di mettere in scena in un teatro di provincia l’opera di Nicola de Giosa Il birraio di Preston. Camilleri lo trasformò in una farsa sugli assurdi della burocrazia del giovane Stato italiano.

Ma il suo esperimento più grande fu la lingua, l’autore non solo usa la caratteristica mescolanza di italiano e siciliano, ma introduce anche altri dialetti della penisola, creando un vero e proprio “teatro delle lingue” dell’Italia da poco unificata. Questo ci porta al suo segno distintivo: la lingua. Camilleri creò qualcosa di proprio, un ibrido che non era né italiano classico, né siciliano puro. È un idioma “camilleriano”, pieno di parole locali, ritmo e melodia del parlato, che i critici chiamano addirittura “il camillerese”.

Per i lettori non siciliani può risultare difficile, per i traduttori, lo so bene, inizialmente micidiale, ma nello stesso tempo conferisce ai testi (in originale) un sapore e un’autenticità irripetibili. La sua prosa suona come i racconti, le storie narrate in piazza, dove contano sia il significato delle parole sia il loro suono e la mimica del narratore.

Camilleri in Polonia

Andrea Camilleri è presente in Polonia da oltre due decenni. La sua strada verso il lettore polacco iniziò nel 2001, quando presso l’editore Noir sur Blanc uscì La forma dell’acqua, primo volume della serie con il commissario Montalbano. Da quel momento proprio Noir sur Blanc resta l’editore principale di Camilleri nel nostro Paese.

Come sottolineano Joanna Górecka e Jan Elbanowski della casa editrice: “Attualmente siamo l’unico editore polacco di Camilleri. In precedenza alcuni suoi libri sono usciti anche presso la gemella Wydawnictwo Literackie, fuori dalla serie di Montalbano, tra cui Il Tuttomio,  Le pecore e il pastore il Re di Girgenti. Rebis circa dieci anni fa pubblicò Donne. Ma oggi solo Noir sur Blanc pubblica con coerenza le sue opere.”

In totale sul mercato polacco sono già disponibili 39 titoli di Camilleri: 27 romanzi della serie Montalbano e 8 altri con Noir sur Blanc (tra cui i racconti La Regina di Pomerania, La Guerra private di Samuele e altre storie, e i romanzi Il birraio di Preston, La stagione della caccia, La scomparsa di Patò), 3 con Wydawnictwo Literackie e 1 con Rebis.

Le vendite dei libri di Camilleri – ammettono gli editori – sono buone, e il numero di lettori è probabilmente aumentato dopo la messa in onda su TVP della serie sulle avventure del commissario Montalbano. “Per noi il valore sta nel fatto che i gialli di Camilleri sono completamente diversi dalla maggior parte della letteratura di questo genere in Polonia, è al tempo stesso un grande vantaggio e una sfida promozionale. Negli anni siamo riusciti a costruire un gruppo fedele di lettori e continuiamo ad ampliarlo. Le tirature e le vendite crescono gradualmente”, dice Jan Elbanowski.

Un esempio interessante di passione locale è la libreria Orbita a Rybnik, che da anni promuove con successo le avventure del commissario Montalbano. Ambasciatrice fedele di Camilleri in Polonia è anche Anna Świtajska, cofondatrice della casa editrice e della libreria di Sopot Smak Słowa, che sottolinea come lo scrittore occupi da tempo un posto speciale nella sua vita.

Come dice Anna, ne divenne un’appassionata lettrice dalle prime opere e sempre attese con impazienza ogni nuovo volume, sia i gialli di Montalbano, sia i romanzi storici. “Mi sono imbattuta in Montalbano grazie a un amico, professore di psicologia, che adorava i gialli e mi consigliò Camilleri. Da allora ho letto tutto ciò che usciva, e poi aspettavo con ansia i nuovi volumi. Durante un viaggio in Sicilia visitai i luoghi legati a Montalbano e allora compresi pienamente la follia italiana per i suoi libri e la serie TV. Anch’io amo l’adattamento televisivo, lento, suggestivo, molto ‘montalbanesco’. Nello Smak Słowa incontro molti appassionati simili, lettori che ogni anno attendono un nuovo volume, alcuni guardano la serie, altri vanno in Sicilia in cerca della trattoria di Enzo.”

E poi?

I piani editoriali di Noir sur Blanc comprendono sia i prossimi volumi di Montalbano, fino alla conclusione della serie, sia libri fuori dal ciclo. Sono in preparazione tra gli altri Noli me tangere e Rivoluzione della luna.

Pirandello scriveva che ognuno di noi ha centomila facce. Camilleri ha mostrato che anche la Sicilia si può raccontare in centomila modi, una volta sul serio, un’altra non tanto, una volta attraverso la cucina, un’altra attraverso il delitto.

Camilleri, scrittore amatissimo, e, come diceva lui stesso, scelto democraticamente dai lettori, sarà sempre con noi, in persona, anche se non, come diceva il assistente Catarella, personalmente.

 

Maciej A. Brzozowski, italianista (laureato in Filologia Italiana all’Università di Varsavia), traduttore di letteratura, pubblicista (“Twój STYL”, “Pani”), autore dei libri “Gli italiani, la vita è teatro” (Muza), “Divine. Le italiane che hanno sedotto il mondo” e del più recente: “Uccelli del paradiso. Gli italiani che hanno conquistato il mondo” (entrambi pubblicati da Znak Horyzont).

Casa Polonia ai Giochi Olimpici Milano-Cortina 2026

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Radosław Piesiewicz

Intervista a Radosław Piesiewicz, Presidente del Comitato Olimpico Polacco 

foto: Szymon Sikora/PKOl

 

Dal 6 al 22 febbraio 2026 Milano, capitale dell’innovazione italiana, e Cortina, perla delle Dolomiti, saranno i cuori pulsanti della XXV edizione dei Giochi Olimpici Invernali. Sarà la terza edizione olimpica invernale ospitata in Italia, dopo le edizioni di Cortina nel 1956 e Torino nel 2006, nonché la quarta assoluta includendovi quella estiva di Roma nel 1960. Sarà la prima edizione con ufficialmente due città ospitanti mentre le gare si svolgeranno anche a Rho (MI), Assago (MI), Bormio (SO), Livigno (SO), Predazzo (TN), Rasun-Anterselva (BZ), Tesero (TN). Olimpiadi invernali che saranno l’occasione per il Comitato Olimpico Polacco di realizzare una accogliente Casa Polonia destinata sia ad ospitare incontri tra atleti, tifosi e giornalisti polacchi, sia per far conoscere il Paese di Chopin al pubblico italiano e internazionale. Di questa bella iniziativa ne parliamo con il Presidente del Comitato Olimpico Polacco Radosław Piesiewicz.

“Nonostante ci sia una comprensibile preoccupazione tra i comitati olimpici per il fatto che le Olimpiadi si svolgano in sette luoghi distanti tra loro, contiamo sulla capacità degli organizzatori di gestire tutto con efficienza. Sono sicuro che le condizioni per atleti e allenatori saranno al massimo livello, l’Italia è ben preparata non è la prima volta che ospita i Giochi Olimpici Invernali. Come Comitato Olimpico Polacco, abbiamo già un piano per la gestione gli atleti e per lo staff che sarà impegnato. Intanto nel prepararci all’evento voglio sottolineare che incontriamo molta cordialità da parte degli italiani, in particolare a Cortina. Per noi è importante contare su questo supporto perché per la seconda volta nella storia, e per la prima durante i Giochi Invernali, organizzeremo un Casa Polonia durante i Giochi. Casa Polonia sarà un’occasione per mostrare la tipica ospitalità polacca e i sapori del nostro paese. Casa Polonia sarà presente nei diversi luoghi in cui i nostri atleti gareggeranno, affinché possano sentirsi supportati. Questa iniziativa è dedicata non solo ai nostri atleti ma anche ai tifosi polacchi, italiani e di tutto il mondo che a Casa Polonia troveranno, come durante i Giochi Olimpici di Parigi, una cosiddetta mix zone in cui tifosi, giornalisti, anche a quelli senza accredito, potranno incontrare i nostri atleti e sedersi a parlare delle gare davanti a un caffè o a un bicchiere di vino”.

Casa Polonia sarà un’occasione per fare promozione turistica del Paese?

“Non nascondo che vogliamo incoraggiare gli italiani a visitare la Polonia perché è un paese bellissimo. Abbiamo molto di cui essere orgogliosi: tanta natura, numerose bellezze architettoniche ed una storia ricchissima. E poi vogliamo incuriosire gli italiani a provare i sapori della nostra cucina e anche, lasciatemelo dire, dei nostri vini che seppur non siano al livello di quelli italiani, stanno diventando un prodotto di qualità”.

Intanto i polacchi da anni ogni inverno invadono gioiosamente le Dolomiti.

“I polacchi quando vanno a sciare all’estero scelgono l’Italia. Oltre alle ottime infrastrutture per lo sci l’Italia offre qualcosa che non si può comprare a nessun prezzo: il sole! Le montagne italiane sono poi apprezzate perché la stagione dello sci non finisce a gennaio o febbraio ma ad aprile. Anch’io amo sciare, i miei primi sci li ho ricevuti in regalo alla comunione. Da polacco devo comunque ammettere che riguardo gli sport invernali abbiamo ancora tanto da imparare e in Polonia non abbiamo le alte vette italiane”.

Che attese ci sono verso gli atleti polacchi?

“Innanzitutto mi piace ricordare che la prima delle 23 medaglie olimpiche invernali vinte dalla Polonia è stata ottenuta a Cortina nel 1956 da Franciszek Gąsienica Groń, quindi abbiamo un motivo in più per festeggiare la nostra presenza in questa meravigliosa località proprio come successo alle ultime Olimpiadi di Parigi dove abbiamo celebrato il centenario della prima medaglia olimpica per la Polonia. Per quanto riguarda l’attesa per i nostri sportivi io ho molta fiducia, sono una persona ottimista che ama sognare in grande e poi un presidente del Comitato Olimpico Polacco deve credere nei propri atleti. Detto questo ammetto che non sarà facile vincere medaglie, perché il Ministero dello Sport e del Turismo non ha finanziato in tempo le federazioni. In ogni caso credo che faremo una bella figura nel pattinaggio di velocità, nel biathlon, nel pattinaggio artistico, nello snowboard e nello short-track”.

Justyna Kowalczyk
Kamil Stoch

Non possiamo evitare di parlare dei brutti anni che stiamo vivendo e riflettere come ai tempi degli antichi greci in occasione dei Giochi c’era la “Ekecheiria” (776 a.C.) ovvero “la tregua sacra” proclamata per permettere a tutti di viaggiare in sicurezza per partecipare o assistere ai giochi, mettendo fine alle guerre almeno durante le Olimpiadi. In cuor suo cosa si augura?

“Sogno che tutti i conflitti nel mondo cessino, ma bisogna essere realisti, non sarà possibile, perché i soldi governano il mondo e le guerre portano ad alcuni grande arricchimento. Oggi viviamo guerre combattute come quella tra Russia e Ucraina, o tra Israele e Palestina e guerre ibride come quella che stiamo vivendo al confine orientale dell’Unione Europea. Ad andarne di mezzo sono soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Io personalmente non prenderei decisioni affrettate sull’esclusione di una nazione dai Giochi, perché così si rischia di punire atleti che non hanno alcuna responsabilità o influenza sul governo del loro Paese. Magari desiderano un cambiamento nel loro Paese ma hanno paura. È facile dire che si può protestare, noi polacchi sappiamo quanto costa: quante persone sono morte durante l’insurrezione di Varsavia o nelle altre nostre rivolte? Era necessario? Forse sì perché oggi viviamo in un paese libero. Ma sento il dolore per le vite che sono sacrificate per questa indipendenza, per questa libertà”.