Comincerò da una strana trasformazione. Ecco l’album di debutto solista di Damiano David, il cantante noto per l’energetico fenomeno italiano Måneskin, arrivato fino in America conquistando una nomina ai Grammy. Dal punto di vista letterario, in funny little fears troviamo una sincerità sorprendente. Damiano non interpreta alcun ruolo, non finge di essere un ragazzo cattivo. Canta di solitudine, della paura dell’intimità, dell’ansia per la routine e della ricerca del vero “io” in mezzo alla fama. Musicalmente, il disco oscilla tra un pop ben prodotto, l’indie rock e, a tratti, anche un delicato synthwave. Qui l’artista si presenta maturo, più delicato, a volte inquietante, ma profondamente umano. Resta solo una domanda: perché tutto questo, messo insieme come un tutto unico, non ha più la stessa forza delle canzoni dei Måneskin, intensamente costruite, forse a volte grottesche e kitsch, ma capaci di trascinare le folle?
Giorgio Poi – Schegge
L’esatto opposto di Damiano David è Giorgio Poi, di cui sicuramente si innamorerebbero i fan di Sufjan Stevens o Mac DeMarco. È una malinconia dolce e una finezza chitarristica che permettono di staccarsi dalla realtà. Poi, nel suo stile, ha creato un concetto che non cerca di essere una narrazione coerente: è piuttosto una raccolta di piccoli momenti. Il titolo (in italiano “schegge”, “frammenti”) non è casuale: è un collage musicale di emozioni, ricordi e osservazioni sottili, che svela sempre nuovi strati a ogni ascolto successivo. Tutto qui è incredibilmente fragile: i testi, le armonie e anche la struttura stessa delle canzoni. Una sincerità che non ha bisogno di clamore o di classifiche, sottile, delicata, e allo stesso tempo straziante in modo inimmaginabile. Un album straordinario!
Rkomi – Decrescendo
Nel suo album più recente anche Rkomi fa i conti con se stesso. Il titolo annuncia un suo rallentamento, un allontanamento dal rumore, forse anche la fine di una certa fase. Infatti, non si tratta solo della continuazione delle sue ricerche artistiche, ma anche di un consapevole abbandono della scena con classe. Un percorso che è passato dalle radici trap, attraverso bocconi di TikTok, il flirt con pop e rock, fino a una musica più riflessiva. In questa versione Rkomi si nasconde dietro un sottile strato di chitarre, sintetizzatori caldi e beat minimalisti che non dominano mai la voce, ma la sostengono. Meno urla, più contenuto: è questa la sua vittoria.
Ritorna come ogni anno l’appuntamento più importante a livello mondiale per l’industria del design, principalmente per l’arredamento, ossia il celeberrimo Salone del Mobile di Milano. In programma dal 21 al 26 aprile 2026, nei consueti spazi di Rho Fiera, la manifestazione nata nel 1961 giunge così alla sua 64esima edizione. Contestualmente al Salone ha luogo da tradizione anche il Fuorisalone, evento diffuso per vari quartieri e location della città, che si trasforma in una fucina di creatività e bellezza con molteplici iniziative artistiche, culturali e quant’altro. Tutto ciò va dunque a delineare la Milano Design Week, quella settimana in cui ogni anno, alla fine di aprile, la città meneghina ha ancor più addosso gli occhi di tutto il mondo.
Ieri, giovedì 23 aprile, ho potuto visitare l’immensa rassegna che occupa ben 12 padiglioni del polo fieristico, in uno spazio sold out di 169.000 mq, raccogliendo oltre 1900 espositori con una percentuale di oltre un terzo provenienti dall’estero (36,6% per 32 Paesi), e 227 brand alla prima apparizione o di ritorno. Nella giornata di oggi, venerdì, la mostra sarà visitabile anche per gli studenti, mentre nel fine settimana aprirà totalmente le porte al pubblico. L’edizione 2026, come dichiarato negli intenti dell’evento, traccia il filo rosso di un’architettura ancor più integrata tra contenuti e percorsi espositivi, con le novità dei Saloni Contract e Raritas. La foto che vi ho proposto come copertina di questo articolo fa parte di quest’ultimo dispositivo curatoriale, che annovera pezzi unici derivanti da 28 gallerie internazionali.
Gli eventi e le iniziative legate a questa rassegna nel complesso sono davvero numerosissimi. Quest’anno ha anche segnato il ritorno delle Biennali di Eurocucina e del Salone Internazionale del Bagno, oltre alle due sopra citate novità cui si uniscono il SaloneSatellite dedicato a giovani designer, e un corposo e rinnovato programma culturale di portata sempre più internazionale. Il salone del Mobile rappresenta, in poche parole, la manifestazione che dà voce a nuove sperimentazioni, idee, punti di incontro e business in tutto ciò che concerne l’arredo. Dalle camere da letto alle zone living, pranzo, spazi esterni, sedute e tutto ciò che fa parte del modo di vivere, legato ovviamente in maniera indissolubile all’arredamento.
Il Mostro, Francesca Olia /fot. Emanuele Scarpa, Netflix
19 giugno 1982 a Baccaiano di Montespertoli nella provincia di Firenze. Strada laterale buia, ma abbastanza frequentata. Una coppia di ragazzi accosta e si ferma. Fanno sesso. Da lontano qualcuno li sta osservando. Appena finiscono vedono una figura scura avvicinarsi alla macchina. Accendono il motore e cercano di scappare ma non riescono a evitare i colpi di pistola indirizzati prima al ragazzo e poi alla sua compagna. Il Mostro ha colpito ancora. Questa volta a livello globale perché la miniserie “Il Mostro”, creata da Stefano Sollima e Leonardo Fasoli per Netflix e presentata in anteprima alla 82^ Mostra del Cinema di Venezia, è rimasta a lungo in testa alla classifica della piattaforma.
Con l’appellativo Mostro di Firenze i giornali definirono uno o più serial killer non identificati autori di otto duplici omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985 e commessi sempre con la stessa arma. Le vittime delle aggressioni erano coppie appartate nelle campagne nei dintorni di Firenze. Fu il primo caso conosciuto di omicidi seriali ai danni di coppie in Italia. Il caso ebbe una grande risonanza mediatica all’epoca dei delitti e anche dopo, durante i processi contro i presunti responsabili, e fu ampiamente descritto e filmato. Ancora oggi resta uno dei casi irrisolti più agghiaccianti della cronaca nera, continua a ispirare registi e scrittori. Basta citare l’ampio romanzo-inchiesta “Il Mostro di Firenze. Indagine su un serial killer” di Douglas Preston e Mario Spezi pubblicato da Wydawnictwo Czarne (in traduzione di Kaja Gucio) di cui abbiamo scritto nel numero 102 di Gazzetta. Solo che nel libro tutto inizia dal 1974, invece nella serie si inizia dal 1982 per poi tornare indietro e cercare le tracce nel primo omicidio simile.
La serie di Sollima ritorna alle origini del caso del Mostro di Firenze, a partire dalla prima indagine, ricostruendo una delle inchieste più lunghe e controverse della storia italiana. Un racconto che attraversa documenti, ipotesi e piste ancora oggi oggetto di dibattito, ripercorrendo nel particolare la cosiddetta “pista sarda”. “La storia, per arrivare con chiarezza (…) deve cominciare dall’inizio. Perché raccontare con onestà, con rispetto, con rigore deve ancora avere un senso. Forse non per risolvere, non per capire, ma per ricordare. Un modo per restare accanto a chi è rimasto lì, per sempre nella notte, e dire: non siete stati dimenticati”, ha dichiarato il regista.
Guardare tutte e quattro le puntate di fila in una sala buia su un grande schermo con a fianco altri giornalisti e cinefili accreditati al Festival di Venezia, oltre a essere una vera e propria maratona, fa sicuramente più effetto. All’inizio tutti si sono chiesti che cos’altro si può aggiungere a questa storia già ben nota a tutti. Invece Sollima e Fasoli hanno creato una storia raccontata da diversi punti di vista che parte dal matrimonio di Stefano Mele (strepitoso Marco Bullitta) e Barbara Locci (ottima interpretazione di Francesca Olia) e pian piano aggiunge qualche dettaglio in più: l’incontro dei coniugi con Stefano Vinci (Valentino Mannias) e con suo fratello Francesco (Giacomo Fadda) per poi alla fine creare un quadro complesso generale che non spiega fino in fondo ma delinea bene una parte delle indagini lasciando allo stesso tempo lo spettatore con la voglia di guardare ancora e aprendo lo spazio per una continuazione.
L’ottimo lavoro di scrittura, regia e interpretazione, insieme alle spettacolari immagini di Paolo Carnera ha fatto sì che, quasi subito dopo il debutto lo scorso 22 ottobre, la serie si sia guadagnata un posto nella top 10 di ben 85 paesi e ancora oggi è tra le più viste su Netflix.
Una delle scene teatrali più sfarzose dell’Europa barocca si trovava tra le mura del Castello Reale di Varsavia. Si trattava del primo teatro lirico permanente in terra polacca e uno dei primi a nord delle Alpi. La mostra “Il grande gioco” racconta come un re ambizioso trasformò la corte in un centro di spettacoli emozionanti e come l’arte divenne un potente strumento di potere.
Una passione regale
Władysław IV Vasa, re di Polonia dal 1632 al 1648, fu uno dei monarchi più illuminati della sua epoca. Da grande intenditore d’arte, capì ben presto che essa poteva essere utile non solo alle questioni spirituali, ma anche alla politica.
Da giovane intraprese un lungo viaggio in Europa, durante il quale visitò, tra l’altro, Firenze, Roma, Mantova, Parma, Venezia e Vienna. Lì entrò in contatto con le forme più innovative di rappresentazioni teatrali.
Al suo ritorno decise di creare un luogo simile a Varsavia. Già nel 1628, al Castello, andò in scena l’opera «Acis e Galatea», inaugurando così l’attività del teatro di corte.
Situata nell’ala sud della residenza, la sala teatrale è stata ampliata e modernizzata negli anni successivi da architetti italiani. In breve tempo è diventata uno degli spazi teatrali tecnologicamente più avanzati d’Europa.
Durante la mostra scoprirai, tra le altre cose, come nel XVII secolo si rappresentavano tempeste sul palcoscenico o si facevano scendere gli dei dal cielo.
L’opera come spettacolo di potere
Il teatro reale non era solo un intrattenimento. Costituiva anche un efficace strumento di propaganda.
Musica, poesia, scenografia, costumi e ingegnosi meccanismi scenici contribuivano a creare spettacoli che coinvolgevano tutti i sensi. Con lo stupore dello spettatore, si rafforzava l’autorità del monarca.
Nel mondo di Ladislao IV quasi ogni evento pubblico aveva un carattere teatrale: dalle cerimonie diplomatiche agli ingressi solenni nelle città o agli spettacoli pirotecnici. L’intera Repubblica diventava il palcoscenico di un grande spettacolo.
Che cosa vedrai
La mostra presenta oltre un centinaio di oggetti provenienti dalle collezioni di istituzioni polacche ed europee: dalle opere di pittura e grafica agli strumenti musicali, passando per documenti e stampe d’epoca.
Oltre ai reperti storici, la narrazione è arricchita da:
ricostruzioni e modelli del teatro del Castello Reale,
proiezioni multimediali,
oggetti interattivi che illustrano il funzionamento del palcoscenico barocco.
Nell’anno in cui la cucina italiana viene (giustamente!) riconosciuta Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco Wiktoria Nawara, giovane ragazza che dalla capitale della ceramica polacca Boleslawiec è andata a studiare cucina a Parma, vince la 14^ edizione di MasterChef Polonia, sognando di diventare una grande chef della cucina italiana.
Com’è iniziata la tua passione per la cucina?
“Fin da bambina. A casa tutti cucinano: mia nonna, mia madre, mia sorella più grande ed inevitabilmente anch’io! Una passione che mi ha raggiunto non solo attraverso i piatti della tradizione polacca ma anche provando a sperimentare ricette di altri paesi tra cui soprattutto quelle italiane. Ogni volta che tornavamo da un viaggio importavamo nuove ricette e nuovi ingredienti da sperimentare. Dico subito che fin da piccola i miei piatti preferiti erano la pasta e la pizza”.
Quando hai capito che cucinare per te non era solo una passione ma poteva diventare la tua professione?
“Dopo gli studi. Era l’epoca dei miei studi magistrali di Economia con specializzazione in Diritto Tributario. Lavoravo in un ufficio che si occupava di imposte (lei la chiama Kancelaria podatkowa). Quando tornavo a casa, stanca e triste dopo ore passate a fare analisi sulle tasse, la prima cosa che mi faceva tornare le energie e il sorriso era entrare in cucina. Poi è arrivata l’esperienza a Masterchef Polonia, dove possono partecipare solo cuochi non professionisti. E lì davanti a quella giuria importante, tra cui, c’era lo chef italiano Andrea Camastra, ho capito che la mia passione per la cucina poteva trasformarsi nel mio lavoro. Ora naturalmente il mio sogno è poter lavorare un giorno per qualche ristorante famoso e poi chissà…forse un giorno aprire il mio ristorante. Prima però dovrò fare tanta gavetta”.
Che piatti hai cucinato a Masterchef?
“Siamo in Polonia e quindi ci sono state anche prove con pierogi, golonka e kotlet mielony, ma poi ci siamo sfidati su tanti piatti diversi tra cui quelli italiani e quelli ai frutti di mare”.
Come vanno gli studi di cucina a Parma?
“A settembre ho iniziato il corso alla Scuola Internazionale di Cucina Italiana Alma. Abbiamo lezioni cinque giorni la settimana di teoria e pratica, approfondiamo anche le culture culinarie regionali, la lingua italiana e abbiamo lezioni di sommelier. A fine anno faremo uno stage obbligatorio in qualche importante ristorante italiano e a luglio ci sarà l’esame finale”.
Cosa hai visitato dell’Italia?
“Sono stata in molti posti, spessissimo a Milano e Bologna e poi in Calabria, Emilia-Romagna e Toscana, naturalmente ho anche visitato Roma e Venezia! Ma se mi chiedi il mio luogo preferito è senza dubbio la Calabria!”
E il tuo piatto preferito italiano?
“I tortelli di zucca!”
E quello polacco?
“Lo zurek”.
E il piatto che ti viene meglio?
“Faccio tutto bene! Scherzi a parte ho una mia speciale ricetta: Lasagne alla Norma, ovvero una Parmigiana di Melanzane ma con le lasagne”.
La Cucina Italiana è stata ufficialmente riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO il 10 dicembre 2025.
“Giusto così, mi pare assolutamente doveroso. Quello che mi ha conquistata è la particolare attenzione degli italiani verso il cibo, una sorta di esaltazione della qualità delle ricette e degli ingredienti. In Polonia invece ancora tanti hanno bisogno di avere davanti agli occhi un piatto strapieno, come se più ingredienti ci sono più buono è il piatto. Un errore madornale, è la qualità che conta non la quantità.”
Per noi italiani a volte è strano vedere l’approccio polacco, un po’ anarchico, al mangiare, ovvero si mangia a qualsiasi ora.
“Ma io seguo il preciso ritmo italiano! Colazione al mattino, pranzo alle 13 e cena alle 20!”
Il 27 marzo 2026, presso l’Istituto Polacco di Roma, si è svolto l’eccezionale evento “La bellezza in musica e poesia”, con la soprintendenza della direttrice, Dott.ssa Małgorzata Furdal. I partecipanti sono stati gli studenti dell’Istituto Comprensivo “Antonio Gramsci” Aprilia e della Scuola Polacca di Ostia. La cerimonia è stata impreziosita dalla presenza del Console della Repubblica di Polonia, Dr. Bartosz Skwarczyński, che ha sottolineato l’importanza del progetto volto a unire le comunità scolastiche attraverso musica e poesia.
L’orchestra dell’Istituto Gramsci, sotto la guida dei professori Roberta Barbera, Joanna Łukaszewicz, Gloria Santarelli, Oscar Di Raimo e Stefano Catena, ha eseguito un repertorio di altissimo livello, tra cui la “Marcia Solenne” di Elgar e il “Notturno op. 9 n. 2” di Chopin. La Scuola Polacca di Ostia ha preparato una recitazione bilingue delle poesie di Wisława Szymborska, coordinata dalle professoresse Deborah Tosi e Marta Czajczyńska. Il progetto ‘La bellezza in musica e poesia’ ha permesso agli studenti di sviluppare le proprie competenze artistiche, approfondire lo scambio culturale e vivere un’esperienza unica di respiro internazionale.
Nel 2026, bicentenario di Carlo Collodi, ovvero il “papà” di Pinocchio, ci è venuto spontaneo immaginare una copertina (firmata Luca Laca Montagliani) in cui il burattino, candido bugiardo, cammina nel mondo contemporaneo infestato di verità illusorie. L’approfondimento sull’attualità di Pinocchio è del professor Tomasz Skocki. Su questo numero tanti articoli dedicati ai viaggi: Siracusa, Orvieto, Lublino, Zamosc. Per la musica parliamo dell’ultimo Festival di Sanremo e ovviamente di Sal Da Vinci, per la moda intervistiamo Pietro Ballandi dell’azienda italiana Kontatto, e poi spazio all’arte con uno splendido articolo su Casa Balla. E poi andiamo a Katowice a scoprire l’unica classe liceale italo-polacca. Raccontiamo poi della famosa fotografa Letizia Battaglia, del nuovo film su Goliarda Sapienza e del segreto della longevità italiana. Naturalmente non mancano le nostre rubriche di cucina, letteratura e motori. Insomma tanti motivi per non farvi scappare questo bellissimo numero di Gazzetta Italia!
La Regina delle Dolomiti torna ad ospitare le Olimpiadi dopo 70 anni. Un’era geologica, se la tariamo sulla velocità del mondo contemporaneo, che Cortina ha attraversato con l’aplomb di una nobile signora passando dal primo boom turistico, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio anni Sessanta – simboleggiato dall’esilarante “La Pantera Rosa” del 1963, diretto da Blake Edwards, con Peter Sellers nei panni dell’Ispettore Clouseau e la magnifica Claudia Cardinale, in gran parte ambientato nella conca ampezzana – alla Cortina degli anni Ottanta quando al motto “siamo tutti ricchi”, e se non lo eravamo ci indebitavamo per esserlo, divenne il cuore della mondanità invernale italiana immortalata dai celebri “cinepanettone” di Carlo Vanzina. Per parlare della Cortina contemporanea che riaccoglie i Giochi Invernali siamo andati a scomodare l’infaticabile Francesco Chiamulera inventore ed organizzatore del Festival letterario “Una Montagna di Libri”, personaggio di spicco della comunità ampezzana del 21° secolo.
Al di là delle enormi ricadute mediatiche cosa porta in concreto l’Olimpiade a Cortina?
“I Giochi sono una imperdibile occasione di rilancio infrastrutturale. Per abitare la montagna e per lavorarci ovviamente abbiamo bisogno di collegamenti e servizi di qualità. La mia speranza, che è anche una convinzione, è che queste Olimpiadi siano l’occasione per sfatare il luogo comune che aleggia da 40 anni su Cortina, quando amici e visitatori dicono: “bella, bellissima, ma vi siete un po’ seduti sugli allori”.
1956-2026, dopo 70 anni che Cortina è quella che accoglie per la seconda volta i Giochi Invernali?
“Come aveva notato Edward Morgan Forster all’inizio del secolo scorso, noi torniamo nei luoghi di villeggiatura e vacanza e pensiamo alle precedenti volte in cui c’eravamo venuti, ovvero spetta ai luoghi di vacanza il compito ingrato di ricordarci che il tempo passa. Cortina negli anni è cambiata, è un paese di montagna con 5 mila abitanti che vivono il loro territorio sapendo di dover affrontare un turismo sempre più esigente e cercando di non perdere la connessione con il passato. E il nostro Festival, a suo modo, contribuisce a mantenere vivo il filo rosso della storia di questa città”.
Guido Tonelli, Francesco Chiamulera
Andiamo al punto: com’è nata la rassegna letteraria “Una Montagna di Libri”?
“È nata per gioco. Nel 2009, quando ero ancora uno studente di Storia dell’Università La Sapienza, ho avuto l’idea di invitare a Cortina scrittori e giornalisti che già a conoscevo. Seguendo il saggio consiglio di una amica “se fai una cosa falla bene” e grazie al supporto di alcune persone di Cortina abbiamo organizzato fin dalla prima edizione un cartellone con vari appuntamenti e presentazioni. Certo non potevo sapere quanto poi questo Festival sarebbe cresciuto rivestendo anche un ruolo importante nella mia vita. L’idea di base era quella di far rivivere la tradizione degli “Incontri con l’autore” che in passato avevano portato a Cortina personaggi come Giovanni Comisso, Dino Buzzati, Ernest Hemingway, Vladimir Nabokov, Goffredo Parise. Volevamo riconnettere Cortina a quel suo passato culturale in cui grandi personaggi della letteratura venivano qui in vacanza ma anche per praticare il mestiere della scrittura”.
Una rassegna che negli anni ha saputo ritagliarsi un ruolo significativo tra i Festival letterari.
“In queste ultime edizioni registriamo circa 20 mila presenze di pubblico all’anno. Un pubblico che partecipa ai circa 70 eventi, tra estivi e inverali, che organizziamo portando a Cortina scrittrici e scrittori da tutto il mondo. Quest’anno avremo anche un calendario specifico legato ai Giochi Olimpici e Paralimpici”.
Sui prati (Alverà, Cortina)
In un’epoca dominata dalla velocità, dalla frammentazione e dall’urgenza dell’attualità, che spazio rimane per la letteratura intesa come “tempo lungo di riflessione profonda”?
“La letteratura per fortuna è ancora un’esigenza che non è smarrita, in questo convulso presente ed anzi probabilmente se la passa molto meglio del giornalismo. Il nostro Festival è una occasione per trasformare il sacrosanto piacere solitario della lettura in una esperienza sociale, nello stare insieme intorno ai libri. E dal nostro piccolo osservatorio colgo che il pubblico ci segue con entusiasmo mostrando un grande bisogno di approfondimento”.
Letteratura come spazio di riflessione che ci aiuta a comprendere meglio la società in cui viviamo?
“In un’attualità segnata da orribili vicende geopolitiche il leggere testi apparentemente più distanti dalla contingenza diventa un modo per guardare in un altro modo e anche capire meglio il presente rispetto al limitarsi alle informazioni quotidiane. L’ultimo esempio di questo ruolo della letteratura sono i due libri dell’ucraino Andrei Kurkov “Diario di un’invasione” e “La nostra guerra quotidiana” grazie ai quali ho capito che quello che leggevo quotidianamente sulla guerra in Ucraina non mi aiutava a capire l’intera vicenda. La letteratura ha ancora quella sorta di primato di inquadramento di una vicenda che viene dal raccontare guardando il mondo dall’alto, a volo d’uccello, con distacco. In questo senso la letteratura ti comunica degli aspetti che il giornalismo quotidiano tambureggiante non ti fa cogliere”.
Noti nel pubblico di “Una Montagna di Libri” una crescente attenzione al presente? E una specifica voglia di comprensione profonda?
“Apro una piccola parentesi sugli autori che indagano il presente suggerendo ai lettori di Gazzetta Italia il libro “Quello che possiamo sapere”, l’ultimo di McEwan che ambienta il racconto in un futuro distopico post disastri, sia ambientali che bellici. Per quanto riguarda invece il rapporto tra il pubblico di “Una Montagna di Libri” e l’attualità una cosa ho notato in modo chiaro: le persone percepiscono la contraffazione e la natura imbrogliona del sistema dei talk show e dell’informazione televisiva italiana. Noi organizzatori di Festival letterari ci sentiamo sempre di più come simbolica e forse disperata alternativa al sistema fallace e colpevole dell’informazione televisiva che su alcune questioni cruciali, come ad esempio la guerra in Ucraina, informa inducendo lo spettatore a schierarsi in una sorta di inaccettabile referendum tra posizioni che vengono riportate come uguali e alternative ma che non sono affatto equivalenti! La posizione della legittimità e del diritto internazionale viene parificata a quella di invasori e dittatori come se fosse tutto uguale, come fosse una scherzosa vicenda in cui ci si può dividere a seconda delle simpatie. Al nostro Festival, che è variegato e si occupa delle più diverse materie, noto che molti partecipano esasperati dall’aver compreso che limitandosi alla sola informazione televisiva non si capisce nulla della realtà in cui viviamo. Insomma abbiamo praterie in cui correre liberi parlando e informando sui le più diverse tematiche. Quando abbiamo invitato Anne Applebaum sotto le Tofane a parlare di Europa dell’Est e di democrazia il pubblico numeroso la ascoltava come se si abbeverasse da una fonte miracolosa. E anche quando trattiamo argomenti apparentemente lontani dall’attualità i lettori presenti sanno che comunque da ogni incontro si porteranno via concetti e riflessioni che gli serviranno in seguito per costruirsi un quadro migliore della società in cui viviamo. Insomma se ascoltiamo Colm Tòibìn parlare di Thomas Mann esprime punti di vista eterni e non relegati agli anni Venti del secolo scorso. La letteratura è maestra di vita”.
Dino Buzzati a Croda Da Lago, CortinaErnest Hemingway a Cortina
Quando parliamo di presente non possiamo non domandarci come l’intelligenza artificiale stia rapidamente entrando nella nostra vita e quindi anche nella letteratura, cosa ne pensi?
“È una cosa affascinante e angosciante allo stesso tempo, di certo un tema che non va sottovalutato. Sarebbe facile dare risposte confortanti del tipo “l’intelligenza umana è insostituibile”, ma invece non possiamo esserne certi. L’unica cosa che sappiamo è che la AI non è una macchina. Finora abbiamo inventato macchine che davano risposte prevedibili e agivano su comando umano, non avevano iniziative proprie. Con l’AI siamo entrati un’altra dimensione. Ci sono libri molto interessanti, tra cui quello dello scrittore-informatico Nello Cristianini, che raccontano come ciò che noi sappiamo sulla AI è minore di quello che non sappiamo. Di certo, come sostiene Emmanuel Carrère, non possiamo minimizzare questo tema tanto che sto pensando ad un incontro per “Una Montagna di Libri” in cui sul palco dialoghiamo con una intelligenza artificiale. Un libro che consiglio caldamente ai lettori di Gazzetta Italia è “If Anyone Builds It, Everyone Dies” in cui gli autori Eliezer Yudkowsky e Nate Soares sostengono che se nasce una intelligenza artificiale generale allora l’umanità morirà perché le esigenze dell’uomo saranno irrilevanti rispetto a quelle della AI. Insomma oggi sulla AI possiamo socraticamente sostenere che sappiamo di non sapere”.