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Il sacrificio polacco nella battaglia di Montecassino

Nel linguaggio comune, quando si parla di seconda guerra mondiale, l’espressione “gli angloamericani” è spesso utilizzata come sinonimo di “Alleati” e di sicuro non si può sminuire il ruolo che l’esercito americano e quello britannico hanno avuto nel liberare il Vecchio Continente dal giogo nazifascista. Tuttavia, tralasciando la più ovvia omissione del ruolo dell’Unione sovietica, pur con tutti i caveat del caso, altrettanto spesso ci si dimentica dell’apporto di altri paesi che hanno dato il loro contributo alla guerra di liberazione. Lo stesso esercito britannico era composto non solo da truppe anglosassoni ma anche provenienti dal resto dell’impero.

Benché la Polonia fosse stata il primo paese a soffrire l’invasione della Germania nazista nel settembre del 1939, e anche quella sovietica un paio di settimane più tardi, i polacchi si dimostrarono subito attivi nella lotta contro gli occupanti. Consapevole della minaccia che rappresentavano, Stalin fece arrestare medici, intellettuali, professionisti, ufficiali, insomma, un’intera classe dirigente che fece poi fucilare a Katyń nella primavera del 1940. Morirono più di 21.000 polacchi, in quella che fu a tutti gli effetti una “pulizia di classe”. Molti altri furono deportati nei gulag siberiani. Quelli che sopravvivevano al viaggio vennero internati in campi di lavoro forzato in cui le condizioni di vita non erano migliori di quelle dei campi di concentramento nazisti.

Dopo il tradimento del patto Molotov-Ribbentropp da parte dei tedeschi e l’invasione della Russia, Stalin venne convinto dagli Alleati a liberare i prigionieri polacchi, affinché fossero impiegati contro le forze dell’Asse. Il 30 luglio 1941 venne firmato il patto Sikorski-Majski tra le autorità sovietiche e il governo polacco in esilio a Londra, grazie al quale vennero liberate decine di migliaia di prigionieri polacchi dai campi di prigionia dell’URSS. Essi confluirono nel Secondo Corpo d’Armata guidato dal generale Władysław Anders. Anche Anders era stato arrestato perché quando gli fu chiesto di entrare nell’Armata Rossa preferì la prigionia. Accettò di guidare i suoi connazionali soltanto a patto che venissero liberati tutti quanti i detenuti polacchi: non solo gli uomini, ma anche le loro famiglie, gli orfani, ecc.

Stalin non si lasciò comunque intenerire dagli angloamericani e non fornì alcun aiuto ai polacchi, né vestiti, né cibo, né trasporto. Non si fidava di loro e sperava che la fame, la fatica e le basse temperature si occupassero di loro. Anders riuscì comunque a portarli in Persia, dove ebbero la possibilità di addestrarsi. E’ in Persia che venne “arruolato” l’orso Wojtek, che divenne simbolo del Secondo Corpo d’Armata e lo seguì in tutte le sue successive peregrinazioni. Giunti in Nord Africa, i polacchi si prepararono a partecipare alla campagna per la liberazione dell’Italia, dove giunsero nella primavera del 1944.

In Italia si resero conto molto presto della difficoltà che comportava lo sfondamento della linea Gustav all’altezza dell’abbazia di Montecassino, ma non si tirarono indietro. Alla battaglia parteciparono indiani, inglesi, francesi, neozelandesi, gurkha, maori, algerini, sudafricani, ecc. La popolazione civile non subì soltanto le angherie dei nazifascisti ma anche le tristemente celebri “marocchinate”, le violenze perpetrate dalle truppe maghrebine sotto il comando francese. E poi ci fu il bombardamento.

Tre assalti non erano stati sufficienti a sfondare la linea tedesca e così si decise di bombardare l’abbazia benedettina, ma fu un errore madornale. Più che i tedeschi, vi avevano trovato rifugio dei civili, 300 dei quali morirono. Poiché il destino si prende spesso gioco degli uomini, i “diavoli verdi”, come venivano chiamati i parà nazisti, sfruttarono le macerie come valide fortificazioni difensive. Fu a questo punto che si fece avanti Anders. I polacchi avevano l’occasione di dimostrare al mondo che la Polonia non era stata abbattuta dal totalitarismo, nazista o sovietico che fosse, e il 18 maggio 1944 parteciparono in maniera determinante all’ultimo assalto, quello decisivo. Pagarono un alto prezzo in termini di vite umane, morirono più di mille soldati polacchi. Tuttavia, i tedeschi furono costretti a ripiegare. Nei pressi dell’abbazia, oggi ricostruita, sorge il Cimitero militare polacco, dove riposano i caduti e dove riposa lo stesso generale Anders, che morì in esilio a Londra nel 1970, ma volle essere seppellito accanto ai suoi soldati.

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