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La lunga lotta per l’indipendenza

Si avvicina sempre più un traguardo importante nella storia contemporanea della Polonia. Il prossimo 11 novembre il Paese festeggerà il centenario della riconquista della sua indipendenza, seguita a ben 123 anni di occupazione straniera.

Alla lunga agonia della Confederazione polacco-lituana, minacciata dai grandi imperi confinanti e indebolita da un assetto istituzionale ormai insostenibile, posero fine le spartizioni nella seconda metà del Settecento. Nel 1772, 1793 e poi di nuovo nel 1795, Russia, Prussia e Austria si divisero il territorio della Rzeczpospolita obojga narodów (lat. Respublica utriusque nationum), facendola scomparire dalle cartine politiche del continente europeo. All’inizio dell’Ottocento la Russia controllava l’82% del territorio della vecchia Confederazione, mentre Prussia e Austria avevano rispettivamente l’11% e il 7%. Lo zar deteneva anche il titolo formale di re di Polonia.

La speranza dei polacchi che l’occupazione potesse essere breve e che la Nazione potesse tornare indipendente fu alimentata già qualche tempo dopo da Napoleone. Dopo aver creato il Ducato di Varsavia, uno staterello che avrebbe dovuto precedere una Polonia nuovamente sovrana, l’imperatore partì per la Russia nel 1812 e molti polacchi lo seguirono nell’impresa. La disfatta di Napoleone segnò anche la loro.

Nel corso del XIX secolo i polacchi non si diedero per vinti e ci furono diverse insurrezioni, soprattutto nel zabór (zona di spartizione) russo. Nel 1830 scoppiò la cosiddetta insurrezione di novembre, mentre durante la Primavera delle Nazioni nel 1848 nuove rivolte fecero guadagnare ai polacchi, accanto agli italiani, la nomea di ‘combattenti per la libertà’. L’ultima insurrezione significativa fu quella del gennaio 1863. La creazione di un embrione di Stato clandestino, con una propria amministrazione, tassazione ed esercito, non impedì alle truppe dello zar di schiacciare i ribelli e di procedere a una repressione ancor più dura delle precedenti. Ci furono esecuzioni, deportazioni in Siberia, confische, una nuova ondata di emigrazioni. Il russo venne imposto come lingua dell’istruzione e dalla denominazione ufficiale di questi territori sparì persino il nome di Polonia. Questo ennesimo fallimento segnò le coscienze dei polacchi della generazione successiva, polemici nei confronti della mentalità insurrezionista romantica. Essi si concentrarono su azioni di minore portata, sulla costruzione di una società civile attraverso l’istruzione e lo sviluppo economico. Si dedicarono insomma all’edificazione delle basi di una conquista dell’indipendenza non improvvisa e armata, bensì graduale e in un futuro imprecisato.

Lo scoppio della Grande Guerra nel 1914 offrì una nuova chance di libertà. Il conflitto sul fronte occidentale e la rivoluzione in Russia (i bolscevichi annullarono i trattati di spartizione il 7 agosto 1918) furono sfruttati dagli indipendentisti, tra i quali Józef Piłsudski. Il Consiglio di reggenza proclamò l’indipendenza il 7 novembre 1918 e l’11 fu affidata a Piłsudski la guida del paese. Quest’ultima data viene festeggiata come giorno dell’indipendenza dal 1937.

I tempi difficili non finirono qui e altre battaglie dovettero essere combattute (la guerra polacco-bolscevica, le insurrezioni in Grande Polonia e Slasia). Il risultato fu la creazione di uno Stato che contava 27 milioni di abitanti e una superficie di 390.000 chilometri quadrati (quasi la metà della Polonia prima delle spartizioni).

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