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Ryszard Kapuściński, il reporter del Terzo Mondo

I letterati polacchi hanno vinto quattro premi Nobel per la Letteratura, anche se secondo alcuni se ne contano addirittura sette, perché legati alla Polonia. Tuttavia il Paese può vantarsi di parecchi scrittori di spicco, conosciuti all’estero, i quali si iscrivono nel patrimonio letterario mondiale.

Della letteratura polacca si dice che sia immersa nel martirio, ermeticamente chiusa nel suo “essere polacca”. Sebbene buona parte possieda questa caratteristica, si possono notare anche autori davvero universali, globali ed eccezionali, che hanno raggiunto un ampio pubblico di lettori internazionali. Nei Paesi occidentali, gli scrittori polacchi hanno goduto di maggiore popolarità soprattutto negli anni ’80 del ventesimo secolo, quando era forte l’interesse per i rapporti politici dietro la Cortina di ferro. Oggigiorno, sempre più artisti e scrittori polacchi stanno conquistando i “mercati letterari” in diversi paesi, non solo europei. Oggi vogliamo dare un’occhiata a uno degli scrittori che hanno attirato l’attenzione dei lettori all’estero: Ryszard Kapuściński.

Chiamato cronista del Terzo Mondo e giornalista del secolo, Kapuściński è considerato uno dei più importanti giornalisti del Novecento. Ha impressionato molti lettori e critici, è stato acclamato ed imitato da stimati autori di testi, tra cui il famoso giornalista italiano Tiziano Terzani oppure lo scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez. Ha scritto per testate importanti come il New Yorker e il New York Times e ha tenuto conferenze presso parecchie università straniere. Ha anche ricevuto la laura honoris causa da alcuni atenei. Avrebbe potuto vincere il Premio Nobel per la Letteratura, ma alla fine non ha mai ricevuto questo riconoscimento. Le sue opere sono state tradotte ben 439 volte.

Ha affascinato il mondo con il suo nuovo, moderno sguardo sull’arte del reportage. Un “uomo dell’Est” (nato a Pińsk, attuale Bielorussia), che si sentiva un cittadino di categoria inferiore, ha cercato di mostrare al pubblico le regioni più deboli e quelle più trascurate del mondo. Con questo obiettivo, ha cercato di cambiare e riformare il giornalismo: nel suo lavoro ha legato la prospettiva privata e soggettiva con descrizioni realistiche e oggettive della grande storia contemporanea. Nei confronti degli eventi che ha descritto, ha dato più valore al rapporto personale piuttosto che all’oggettivismo puro ed insensibile. Ha cercato di focalizzare l’attenzione dei lettori sull’individuo e la sua sorte. Si è ispirato a Witold Gombrowicz, che ha definito uno dei suoi maestri.

Invitato diverse volte a presentare i suoi libri in Italia, Kapuściński ha conquistato anche il pubblico italiano, con la sua simpatia e modestia e con il suo stile. Affermava spesso di amare molto l’Italia perché era il primo paese occidentale che aveva visitato, alla fine degli anni Cinquanta, in viaggio verso la sua prima missione nel Terzo Mondo. Amava le camicie italiane, le considerava le migliori del mondo.

Kapuściński ha creato intorno a sé una specie di leggenda. Il suo curriculum, così ricco di esperienze insolite (basti ricordare che è stato condannato a morte ben quattro volte ed è stato testimone di 27 rivoluzioni), è pieno di storie davvero straordinarie (come quella su suo padre, fuggito dalla prigionia russa prima di essere mandato allo sterminio di Katyn), e di amicizie eccezionali, come quella con Che Guevara. Era senza dubbio una persona controversa: più volte è stato accusato di aver falsificato la verità nei suoi testi, specie dopo la pubblicazione della sua biografia “Kapuscinski non-fiction” di Artur Domoslawski. Tuttavia rimane senza dubbio il più famoso giornalista e uno dei più famosi scrittori polacchi del Novecento, nonché un mito nel mondo del giornalismo.

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