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UE-Polonia: la minaccia dell’Articolo 7 e la ricerca di un compromesso

Lo scorso mese la Polonia è diventata suo malgrado la protagonista di un episodio senza precedenti nella storia dell’Unione europea: il 20 dicembre 2017, per la prima volta dalla sua costituzione, la Commissione europea ha avviato la procedura di attivazione dell’Articolo 7 del TUE sulla promozione e salvaguardia dei valori dell’Unione europea. L’articolo in questione può innescare un meccanismo di sanzione ai danni di uno Stato membro dell’UE qualora sia constatata l’esistenza “di un evidente rischio di violazione grave” dei valori fondamentali dell’ordine comunitario (libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti umani e altri ancora). L’eventuale pena consiste nella sospensione di alcuni diritti per lo Stato membro, compresi i diritti di voto in seno al Consiglio europeo. Tuttavia, le sanzioni possono essere comminate solo nel caso in cui il Consiglio europeo le approvi all’unanimità: l’Ungheria guidata dall’euroscettico Viktor Orban ha ribadito in più occasioni che rimarrà alleata a Varsavia e non voterà a favore dell’Articolo 7.

La Polonia è quindi al riparo dalle sanzioni, ma lo strappo con Bruxelles è sotto gli occhi di tutti. La cosiddetta “opzione nucleare” dell’Articolo 7 è il risultato di due anni di dissapori tra le istituzioni europee e il governo polacco, culminati nella recente riforma del sistema giudiziario voluta da Varsavia, che metterebbe a rischio la separazione dei poteri fondamentali e l’indipendenza della magistratura. All’annuncio della decisione della Commissione europea, il vicepresidente Frans Timmermans ha dichiarato: “Abbiamo deciso col cuore pesante, ma non avevamo altra scelta, dobbiamo difendere trattati, valori e spirito dell´Europa”. La Polonia ha tre mesi di tempo per attuare le direttive europee in materia di stato di diritto, altrimenti si andrà al voto al Consiglio europeo.

Rispetto alla decisione di Bruxelles, le principali reazioni degli esponenti del governo polacco sono state di sconcerto, ma il Primo Ministro Mateusz Morawiecki – che ha assunto l’incarico lo scorso 7 dicembre – ha dimostrato una certa moderazione. Il Premier ha pubblicato un tweet in cui ha detto che la Polonia è “fedele allo stato di diritto quanto il resto dell’Unione europea” e ha poi aggiunto: “Il dialogo tra la Commissione europea e Varsavia deve essere aperto e onesto. Credo che la sovranità della Polonia e l’idea di un’Europa unita possano essere riconciliate”. Morawiecki è stato anche invitato a Bruxelles dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, che in questo periodo sta cercando di ricucire i rapporti tra le due posizioni per evitare un’ulteriore divisione tra Europa occidentale e orientale. Come segno di distensione, il presidente della Commissione europea ha apertamente manifestato la sua contrarietà a tagliare i fondi strutturali destinati alla Polonia, che nell’attuale bilancio settenale è la maggiore beneficiaria dell’Unione Europea.

Nel frattempo, nella mattinata di martedì 9 gennaio, il Primo Ministro polacco ha formalmente annunciato un rimpasto di governo, che vede un avvicendamento alla guida di sei ministeri di primo piano (Esteri, Finanza, Difesa, Interni, Salute e Ambiente). Per quanto la decisione abbia importanti riflessi sulla politica interna della Polonia, il rimpasto può anche essere interpretato come un atto di buona volontà nei confronti dell’Unione europea. In particolare, l’allontanamento di Antoni Macierewicz, Witold Waszczykowski e Jan Szyszko – rispettivamente Ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Ambiente – potrebbe dare nuovo respiro alle relazioni Varsavia-Bruxelles, dato che gli ormai ex ministri sono stati sempre molto critici verso la politica dell’Unione Europea e non hanno certo facilitato il cammino del governo polacco nei due anni di questa legislatura. I prossimi mesi ci diranno se sarà possibile un’inversione di rotta che contenga le tensioni o se la crepa nei rapporti tra Polonia e Unione Europea si rivelerà ancor più pronunciata.

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