
“La Grazia” ha aperto la scorsa Mostra del Cinema di Venezia ed è stato lì dove ho visto il film. Nella sala Darsena all’inizio del Festival, quando ancora si sente questa fame feroce del cinema che scuote, commuove e sazia l’anima. Quando ancora si hanno solo aspettative e nessuna delusione. E sapevo che avrei visto un film tecnicamente perfetto, con delle belle immagini come solo Sorrentino può fare. Non mi aspettavo però questo viaggio introspettivo e così umano, segnato dal dubbio, riflessione e incertezze.
Di chi sono i nostri giorni? La domanda che, come un ritornello, si pone Mariano De Santis (Servillo) il protagonista del film. De Santis è il Presidente della Repubblica. Nessun riferimento a presidenti esistenti, frutto completamente della fantasia dell’autore. Anche se subito viene in mente qualche nome della storia della politica italiana. Vedovo, cattolico, ha una figlia, Dorotea, giurista come lui (magnifica Anna Ferzetti). Alla fine del suo mandato, tra giornate noiose, spuntano gli ultimi compiti: decidere su delicate richieste di grazia a due persone condannate all’ergastolo. Veri e propri dilemmi morali che si intersecano, in maniera apparentemente inestricabile, con la sua vita privata. Mosso dal dubbio, dovrà decidere.

“La Grazia” è una storia perfettamente costruita, toccante e con un’eccezionale interpretazione di Toni Servillo, premiato con la Coppa Volpi per il miglior ruolo maschile. Il premio Oscar torna con un film sui dilemmi e i sentimenti alleggerito con un senso di umorismo sottile e intelligente. Sorrentino solleva i temi morali e politici dell’attualità italiana ma nello stesso tempo mostra un uomo che non riesce a perdonare il tradimento alla moglie. Il padre che non riesce ad avvicinarsi ai figli e il presidente che non riesce a prendere una decisione. De Santis è un uomo bloccato nel passato il che gli impedisce di andare avanti nel presente. E quindi prende tempo nonostante le pressioni da tutte le parti. Narrazione lenta, quasi meditativa fa sì che anche lo spettatore entri nel processo decisivo del protagonista. È con lui passo dopo passo e osserva come quasi arriva alla soluzione per poi mettere tutto in dubbio. È il film sulla ricerca dell’armonia e della pace interiore nonostante il peso delle responsabilità che il protagonista porta sulle spalle.
Questo tipo di inquietudine e di dubbi morali sono un elemento familiare per lo spettatore polacco e forse per questo “La Grazia”, già uscita nelle sale cinematografiche polacche, riscuote così grande successo. Sorrentino da ragazzino era stato impressionato dal “Decalogo” di Krzysztof Kieślowski. Secondo lui i dilemmi morali di cui parlava il regista polacco nei suoi film erano più interessanti e coinvolgenti di qualsiasi altro tema. Tenevano legati alla sedia più di un thriller. “La Grazia” è una prova di reinterpretazione del cinema di questo tipo. Come ha dichiarato il regista “non penso di essermi avvicinato minimamente alla maestria di Kieślowski ma il mio film senz’altro è incentrato sul dubbio”. E nel mondo pieno di certezze, dove tutti sanno meglio degli altri e sono pronti a dare consigli, mettersi in dubbio è una qualità inestimabile.














