Il raccoglitore solitario: l’autismo negli animali non umani

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I comportamenti tipici del disturbo dello spettro autistico sono mai stati osservati in specie diverse da quella umana? Questa è la domanda che ha ispirato la mia tesi a conclusione del corso di laurea in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e la Natura, conseguita presso l’Università degli Studi di Trieste. E ogni qual volta ho condiviso i progressi delle mie ricerche, ho incontrato persone affascinate e incuriosite dall’argomento. Da un lato, questo dimostra che l’autismo è un tema che suscita interesse, ma dall’altro si conferma una conoscenza spesso ancora troppo ancorata a degli stereotipi: nell’immaginario comune, l’individuo autistico è sempre di sesso maschile, bianco, portato per la matematica. Un po’ Sheldon Cooper e un po’ Shaun Murphy. E se l’autismo è osservabile in animali non umani, allora sicuramente avrà qualcosa a che fare con i gatti.

Ovviamente, la realtà è un po’ più complicata, e per trovare una risposta è necessario porsi in un’ottica osservatrice il più possibile imparziale, libera dai pregiudizi e lontana dalle facili interpretazioni. 

L’autismo è un disturbo del neurosviluppo definito da sintomi comportamentali in due aree generali: compromissione della comunicazione sociale reciproca e dell’interazione sociale, e pattern di comportamento, interessi ristretti o ripetitivi. Trattandosi di un disturbo alquanto variabile secondo le caratteristiche individuali di ogni persona, è stato introdotto il termine più generale “spettro autistico”. 

Attualmente il disturbo viene considerato prevalentemente nella sua accezione patologica e, di conseguenza, viene indagato con l’obiettivo di identificarne i meccanismi genetici sottesi. Tuttavia, la tendenza a considerare la condizione unicamente in termini patologici può ostacolare una visione più ampia, capace di integrare ogni manifestazione di neurodiversità come parte della variabilità naturale della specie. Nel tentativo di superare questo limite e offrire al tempo stesso un approccio innovativo alla considerazione del disturbo dello spettro autistico, il confronto con specie animali che presentano comportamenti sociali peculiari, come ad esempio le specie solitarie, può offrire una chiave di lettura alternativa, e rivelare una prospettiva interessante sia sulla visione dell’autismo umano, che va oltre i deficit e le difficoltà di integrazione sociale, sia sulla comprensione delle specie animali solitarie, suggerendo che la diversità cognitiva e, di conseguenza, comportamentale, può avere un valore adattativo e un impatto ecologico rilevante. 

L’ecologia comportamentale comparata offre numerosi spunti: sulla base delle attuali conoscenze, è possibile affermare che sia gli individui autistici che i mammiferi solitari tendono a mostrare elevata capacità di sistematizzazione, propensione alla routine, ridotto coinvolgimento sociale, oltre a interessanti parallelismi nella comunicazione facciale e ipersensibilità sensoriale. È il caso, ad esempio, del puma, che esibisce comportamenti altamente organizzati e ripetitivi, e le cui interazioni sociali sono ridotte ad una sorta di “tolleranza reciproca” riservata a occasioni specifiche, come la condivisione di una preda molto grande o l’accoppiamento. Lo studio degli oranghi in natura, invece, ha evidenziato un legame materno limitato e un apprendimento focalizzato alle tecniche di foraggiamento, oltre ad una modalità di comunicazione caratterizzata dall’assenza di sguardo reciproco diretto. Ma gli studi si estendono anche ad altri carnivori solitari, ad esempio tigri, giaguari, ghiottoni e orsi bruni.

Dal punto di vista neuroscientifico, i progressi nelle tecniche di neuroimaging hanno permesso di identificare specifiche strutture cerebrali atipiche che si distinguono negli individui autistici. Analogamente, anche tra specie di mammiferi sociali e solitarie si osservano differenze neuroanatomiche e funzionali che riflettono le diverse strategie comportamentali adottate. Tra queste, si citano: macrocefalia, crescita accelerata del cervello, anomalie dell’amigdala, attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) superiore o disorganizzata in presenza di stimoli sociali anche lievi. In generale, l’organizzazione neurale tipica dei soggetti autistici ricorda quella osservata in animali con comportamenti solitari, più predisposti alla percezione dell’ambiente circostante generale che alle sfumature delle interazioni sociali. È interessante, ad esempio, osservare le differenze comportamentali tra le arvicole delle praterie, specie monogama e sociale, e le arvicole montane, specie promiscua e asociale.

La convergenza di prove comportamentali e neurologiche sembra supportare la possibilità che la predisposizione alla vita solitaria, anziché rappresentare un deficit sociale, possa costituire una strategia evolutiva vantaggiosa in specifici contesti ecologici, ad esempio quelli caratterizzati da scarsità di risorse o loro ampia dispersione territoriale. Tale prospettiva trova parallelismi significativi con l’ipotesi del raccoglitore solitario (J. Reser, 2011), che inquadra l’autismo in termini evolutivi. Negli ambienti ancestrali, potrebbero esserci state nicchie o periodi in cui la sopravvivenza era favorita da uno stile di vita più solitario, meno incline alla socialità e più attento ai dettagli ambientali, e gli individui in grado di spostarsi da soli, persistere in attività ripetitive di foraggiamento e riconoscere i cambiamenti dell’ambiente circostante sarebbero stati avvantaggiati. Di conseguenza, i geni che promuovono tali tratti sarebbero stati selezionati positivamente nei nostri antenati, spiegando così perché gli alleli correlati al disturbo dello spettro autistico persistano ancora oggi nelle popolazioni moderne. Questo modello riformula l’autismo come una variante naturale dello spettro sociale che esiste da tempo nei mammiferi: un insieme adattativo di tratti per una nicchia ecologica solitaria.

In questa prospettiva, il disturbo dello spettro autistico non dovrebbe essere visto esclusivamente come una patologia, ma piuttosto come una possibile variazione adattativa all’interno della specie umana, che potrebbe riflettere strategie adottate durante l’evoluzione. Analogamente, strategie simili potrebbero essersi sviluppate anche in altre specie di mammiferi, non come deviazioni dalla neurotipicità, ma come risposte vantaggiose per la sopravvivenza e la diffusione della specie, condivise da tutti gli individui. Ciò non implica che l’autismo non sia invalidante nel mondo sociale moderno, ma piuttosto suggerisce la possibilità che questi tratti non siano stati errori casuali nell’evoluzione: al contrario, potrebbero essere stati benefici in determinati contesti.

E i gatti? Se credete di poter decifrare la natura del loro comportamento, sappiate che «i gatti sono con noi per ricordarci che non tutto, nella vita, dev’essere spiegato».