Lancia Stratos HF, Alitalia nella stratosfera

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Il primo segno di un’ennesima imminente rivoluzione nella progettazione delle auto fu l’Alfa Romeo Carabo nel 1968, quando lo Studio Bertone rivelò la sua nuova fascinazione per una carrozzeria dalle linee semplici, futuristiche e affilate. Si trattava di una proposta che prendeva le distanze dalle forme oblunghe e arrotondate che all’epoca erano la norma dello stile automobilistico e che dava inizio a una nuova era, quella delle “Dream Cars”. È con quest’auto che Marcello Gandini introdusse per la prima volta le portiere che si aprono a taglio di forbice, una soluzione che avrebbe più tardi diventata l’attributo del marchio Lamborghini.

Ciò che si poteva osservare allo stand Bertone durante il Salone dell’Automobile di Torino del 1970 era incredibile. La Lancia Stratos Prototipo Zero era come veicolo del Dr. Emmett Brown in “Ritorno al futuro – Parte III”, tranferito nel Far West di fine Ottocento. Ancor maggiore fu lo shock degli abitanti di Bruxelles nel 1971, quando il mezzo si fece strada nel traffico cittadino, diretto alla fiera automobilistica di quell’anno. In un istante tutte le auto che aveva sorpassato si trasformarono in catorci provenienti da un tempo remoto. Con la sua forma incuneata la Stratos ricordava un proiettile argentato più che un automobile. Se allora era innovativa e affatto avulsa dalla realtà di quei tempi, oggi potremmo paragonarla soltanto all’incontro con una civiltà aliena. Mentre Nuccio Bertone illustrava il suo nuovo progetto al direttore generale della Lancia Pierugo Gobbato, i due stavano davanti ai portoni della fabbrica assieme a un gruppo di ingegneri quando sotto le sbarre abbassate sfrecciò loro accanto questa nuova visione automobilistica. La sua altezza non superava quella di una comune tavola su cui fosse appoggiata una tazza, 84 cm. Il re del pop Michael Jackson volle quest’auto “ultraterrena” nel film “Moonwalker” del 1988, nel quale il protagonista fugge a un inseguimento trasformandosi proprio in una Stratos Zero. Naturalmente non era un mezzo che potesse funzionare in modo normale. Era un concept, un punto di partenza per la creazione di un auto la cui unica destinazione doveva essere la partecipazione alle corse.

La Lancia Stratos HF [High Fidelity] apparve nel novembre del 1971 in un’incarnazione completamente nuova disegnata da Gandini su un sottoscocca di Giampaolo Dallara. I due, che avevano già collaborato in precedenza sul progetto dell’indimenticabile Lamborghini Miura, crearono una nuova icona non soltanto dell’automotive italiano ma di quello mondiale. Grazie agli sforzi di Cesare Fiorio, principale ideatore del “progetto Stratos” e direttore del reparto corse di Lancia, e del già menzionato Gobbato, furono testate varie confi gurazioni fino al 1973 affinché il cuore dell’auto fosse costituito dal motore V6 della Ferrari Dino 246GT. Molti componenti minori, come le chiusure e le maniglie delle portiere, i fanali anteriori e posteriori, i pulsanti del cruscotto, ecc. furono attinti a piene mani da vari modelli Fiat, che divenne proprietaria di Lancia nel 1969. La Stratos aveva anche innovazioni proprie: era una delle prime automobili ad adottare rivestimenti in alcantara, forse l’unica al mondo nei portaoggetti delle cui portiere si trovasse posto per caschi sportivi, aveva un parabrezza anteriore tra i più panoramici dell’epoca e fi nestrini laterali che si abbassavano scorrendo un cursore sull’arcuato binario posto negli sportelli.

Compatta, a forma di cuneo, leggera e con un motore potente; l’auto indubbiamente serviva al suo scopo. Dopo aver ottenuto nel 1974 l’omologazione FIA per il gruppo 4 (nonostante fossero stati prodotti soltanto 492 dei 500 esemplari richiesti), conquistò subito il titolo di Campione del Mondo Rally e lo mantenne per i successivi due anni. Il pilota più titolato alla guida della Lancia Stratos fu Sandro Munari, tre volte vincitore del prestigioso Rally di Monte Carlo.

Ciò che le dava un vantaggio nei rally era allo stesso tempo una maledizione per la Lancia Stratos HF Stradale, destinata all’uso civile. Il veicolo aveva sospensioni molto rigide, era costoso, stretto e rumoroso, in poche parole inadatto a un uso normale. I clienti non accettavano la sua radicalità, tanto più considerando che come auto sportiva non era disponibile di colore rosso. Per di più non la si poteva registrare in nessun Paese in Europa, per non parlare del ricco mercato americano, perché non rispettava le norme sulla sicurezza. Apparentemente ancora nel 1978 si poteva ricevere un esemplare di Stradale a chilometraggio zero.

Che cosa ha a che fare con tutto questo Alitalia? È presto detto. La compagnia aerea di bandiera italiana è stata lo sponsor principale di Lancia negli anni 1975-77, ovvero il periodo di maggior successo della Stratos. Il logo tricolore di Alitalia, ideato nel 1969 da Walter Landor, autore tra l’altro del simbolo di Cotton Corporate e del logo FedEx (ora tutti lo sappiamo), era l’esibizione non verbale del dinamismo e della modernità della compagnia aerea. La Stratos dava l’apparenza di essere “tagliata” per quel logo. Durante i rally i reporter che commentavano la corsa, spesso da un elicottero, concordavano sul fatto che dall’alto si poteva riconoscere la macchina da lontano ed era una vista inimitabile.

Dedichiamo dunque ancora qualche parola all’Alitalia, società che da anni attraversa molti problemi. Mi piace viaggiare con Alitalia. Sebbene abbiano iniziato come tutti a risparmiare sui pasti e siano poco puntuali, ho comunque grande rispetto per il loro attaccamento ai dettagli. Nel 2015 il logo della compagnia è stato rinnovato ispirandosi alle auto sportive e per la tredicesima volta dal 1950 è cambiata l’uniforme del personale. Per Alitalia hanno disegnato Florence Marzotto, Renato Balestra, Giorgio Armani. Al momento dietro all’intera collezione si nasconde la famosa Alberta Ferretti. Non ho idea del perché sia stata presa così in fretta la decisione di cambiare, giacché gli abiti del personale proposti da Ettore Billotta nel 2016 erano molto chic, colorati, dignitosi ed eleganti. La collezione era ispirata agli anni Cinquanta e Sessanta, quando hostess e piloti erano considerati sinonimo di classe, eleganza e libertà. Hanno fatto il loro ritorno foulard, guanti, borsette e toque, la cui forma ricordava i pendii terrazzati della Liguria. Gli accessori in pelle provenivano da Napoli, le calzature dalle Marche, i tessuti dalla Toscana. L’ex presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo, alla guida di Alitalia dal 2014 al 2017, ha imposto l’introduzione di un colore fino ad allora mai utilizzato dalla compagnia: il rosso naturalmente, benché in una sfumatura di vinaccia. Con la fuoriuscita di Montezemolo, dalla collezione di quest’anno è sparito anche il suo amato colore rosso.

Riassumendo, la visione futuristica di Bertone, la determinazione di Fiorio e Gobbato, i geniali Dallara e Gandini, il motore Ferrari, il dinamico logo Alitalia e il talento magistrale di Munari; sono questi gli ingredienti che hanno fatto grande la Lancia Stratos, eroina dei rally.

Il modellino dell’azienda Kyosho del 2001 vestendo l’unica giusta livrea è eccezionale e anche abbastanza unico. Qui c’è la versione “Dirty”, vale a dire sporca, assieme a un supporto dato da un diorama che riproduce un pantano dopo una nevicata e dunque vediamo l’auto nel suo ambiente naturale. Un altro ele-mento eccezionale è l’inserimento all’interno del modellino del pilota e del navigatore. Trattandosi di una replica dell’auto che vinse il rally di Monte Carlo nel 1977, sono Sandro Munari e Silvio Maiga. Il tutto è accompagnato da una custodia acrilica dedicata, con l’informazione che si tratta di uno di 1000 pezzi in edizione limitata in scala 1:18.

Lancia Stratos HF – Gruppo 4 FIA
Anni di produzione: 1974-75
Volume di produzione: 492 esemplari (di cui 28 in versione rally)
Motore: Ferrari tipo 236 E. V-6 65°
Cilindrata: 2418 cm3
Prestazioni motore: 245 KM/7700
Velocità massima: 248 km/h
Accelerazione 0-100 km/h (s): 4,6
Cambio: 5 rapporti
Massa: 850 kg
Lunghezza: 3710 mm
Larghezza: 1750 mm
Altezza: 1115 mm
Interasse: 2180 mm

foto: Piotr Bieniek
traduzione it: Massimiliano Soffiati

 

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