L’arte della fotografia secondo Michał Sterzyński

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Michał Sterzyński direttore della fotografia, laureato all’Accademia di Belle Arti di Poznań e alla Global Cinematography Institute di Los Angeles. Il suo cortometraggio di diploma “Decay” (2014) ha ricevuto numerosi premi tra cui American Movie Award e Los Angeles Movie Award per miglior fotografia. A Gazzetta Italia Michał racconta le sue esperienze lavorative tra Europa e Stati Uniti con particolare attenzione alla produzione italo-polacca “Non odiare” di Mauro Mancini, con Alessandro Gassman come protagonista.

Il film ha avuto la prima all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e il 16 novembre ha aperto Warsaw Jewish Film Festival. Quale direttore della fotografia di “Non odiare” Sterzyński ha ricevuto, durante il Festival di Venezia, la “Menzione Speciale per il Cinema” di Gazzetta Italia.

Michał Sterzyński / fot. Massimo Tommasini

Volevi diventare direttore della fotografia ma hai scelto un percorso originale di studi?

Ho iniziato la carriera all’Accademia di Belle Arti di Poznań in due facoltà: Fotografia e Intermedia ma molto presto ho cambiato per un percorso formativo individuale perché fin dall’inizio ero certo che volevo occuparmi di cinema. In seguito ho scelto di continuare gli studi negli Stati Uniti, in una scuola dedicata esclusivamente ai direttori della fotografia indirizzata ad insegnare la tecnica del mestiere, qui impari i segreti del cinema hollywoodiano dai professionisti. Per diventare un bravo direttore della fotografia devi percorrere una strada difficile perché adesso tanti sognano di lavorare nel cinema. È difficile soprattutto iniziare a fare i lungometraggi ma io ero testardo e ho realizzato il mio sogno.

Quali sono le differenze lavorative tra Europa e America?

La scuola americana è molto industriale e ha le proprie regole, forma gli esperti che faranno le grandi produzioni hollywoodiane. Tanta attenzione si presta al processo stesso di fare film e alla gerarchia tra i diversi mestieri, e il direttore della fotografia è ultimo in quella gerarchia. Inoltre il cinema americano, anchequello indipendente è molto commerciale e c’è la tendenza ad inquadrare ogni direttore della fotografia in un solo determinato genere in cui viene considerato bravo. Una volta ho perso l’occasione di fare un film negli Stati Uniti in fase di preproduzione perché avevo nel portfolio solo film thriller e loro volevano qualcuno per una commedia. Lì tutto è molto schematico se non hai mai fatto le commedie vuol dire che non le sai fare. Non si prende in considerazione che puoi adattare l’esperienza al film che devi girare. L’Europa è decisamente più artistica e lavora con altri principi. La scelta del direttore della fotografia dipende dall’estetica delle sue foto, dall’atmosfera che riesce a creare grazie al suo lavoro e dalle emozioni che suscitano le sue
immagini.

Michał Sterzyński, Alessandro Gassman / fot. Massimo Tommasini

C’è qualcosa che ti ha colpito nello stile di lavoro italiano?

Avevo lavorato in Italia solo nelle pubblicità, “Non odiare” è stato il mio primo lungometraggio italiano. Abbiamo avuto una grande fortuna perché il lavoro si è svolto senza complicazioni. Non abbiamo mai avuto più di un quarto d’ora di ritardo. Non ero sicuro di cosa aspettarmi perché non sapevo come si lavora su set di questo tipo in Italia. Alla fine devo dire che gli italiani si sono rivelati molto precisi e preparati. Sono rimasto piacevolmente sorpreso. L’ambiente di lavoro era perfetto, ho potuto concentrarmi del tutto sulle foto.

Con tuo fratello Maciej Sterzyński siete titolari della casa di produzione Stern Pictures che ha collaborato alla realizzazione di questo fi lm. Come siete entrati a far parte di questa coproduzione?

Abbiamo partecipato a questa produzione grazie ad Alessandro Leone e alla sua Agresywna Banda che ha coprodotto “Non odiare”. Dopo abbiamo conosciuto il resto del team e il regista Mauro Mancini. Abbiamo lavorato insieme sul progetto iniziando dalla fase di preproduzione. I preparativi sono stati intensi perché le location erano vuote e le abbiamo allestite appositamente per il film.

Avete girato un film sull’antisemitismo in una città simbolicamente legata a questa tematica?

È vero, tutte le scene le abbiamo girate a Trieste dove nel settembre del 1938 Mussolini ha annunciato le leggi razziali. La scelta del posto sicuramente non è stata casuale. Ma è altrettanto importante notare che è un film con un messaggio universale, in fondo non si riconosce facilmente in quale città siamo. Questa storia poteva succedere dappertutto. Sia la produzione che il regista non volevano collegare la tematica del film con una città precisa in Italia. In conseguenza abbiamo fatto un film che non è tipicamente italiano pur essendo realizzato in Italia. È una storia dove succedono tante cose ma nello stesso tempo è molto intima. Siamo riusciti a mantenere un certo equilibrio tra parola e immagine.

In che cosa consiste, secondo te, la buona reputazione dei direttori della fotografi a polacchi?

Ormai è un marchio mondiale, sinonimo di un alto livello di professionalità. Si distinguono soprattutto grazie al loro background artistico-culturale che ricevono nelle scuole polacche artistiche o di cinematografia. In Polonia impariamo molto di più rispetto ad un direttore della fotografia statunitense o di un’altra parte del mondo. Molto spesso siamo in grado di disegnare velocemente l’inquadratura, abbiamo una sensibilità visuale maggiore e questo aiuta molto. All’estero possiamo migliorare la tecnica ma non impareremo mai le basi che sono altrettanto importanti nel nostro mestiere.

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