Orsigna, conversazioni nel silenzio 

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

“Orsigna (…) resta il mio amore e il mio rifugio. Dovunque sono stato nel mondo, qualunque cosa succedesse, tranne l’incontro con la signora dal mantello nero, avrei potuto rifugiarmi all’Orsigna…”
Tiziano Terzani

Nascosto tra le braccia dell’Appennino pistoiese, circondato dal verde rigoglioso dei boschi, un paesino di meno di 100 abitanti, infatti, è un’oasi di pace; una piccola cassetta armonica, la cui musica porta calma e tranquillità. 

All’altezza di 800 metri spuntano una dozzina di case e una piccola piazza con una cappella. Oltre a noi, quasi nessuno. Lì, la presenza dell’uomo è in secondo piano e le poche persone incontrate per strada ci regalano un sorriso, allegria e auguri di una buona giornata. Grande invece è la natura che circonda il paese. La foresta ci fa entrare fra le sue braccia come una madre benevola, che aspetta il ritorno dei suoi figli da un viaggio lontano. Ci mostra dei sentieri calpestati che conducono, come se fossero un denso labirinto, sempre più in alto verso le cime coperte dalla nebbia, come da una morbida coperta. Il vento porta con sé il profumo delle foglie di conifere e di resina e fa venire in mente le raccolte autunnali di castagne. Il fruscio dei faggi e delle betulle annuncia l’arrivo di una tempesta e un attimo dopo ogni rumore si calma completamente, anche il canto degli uccelli, e Orsigna momentaneamente diventa silenzio.

Comprendo pienamente l’amore che Tiziano Trrzani provò per questo posto. Questo scrittore e giornalista italiano (“In Asia”, “Un indovino mi disse”, “Buonanotte, signor Lenin!”, “Un altro giro di giostra”) era legato in modo particolare all’Orsigna, dove ogni anno, per anni, ritornava insieme alla famiglia. Il paese e i suoi boschi diventarono per l’autore un tranquillo rifugio ed alla fine anche il luogo in cui morì. 

Tiziano Terzani
1938-2004
Viaggiatore

Tutto qui. Così dice la scritta sulla pietra posata ai piedi dell’albero, davanti alla casa della famiglia Terzani. Tiziano non si autodefiniva un giornalista ma un viaggiatore; costantemente alla ricerca, curioso di ciò che era nascosto sotto le apparenze; sempre al centro degli eventi, sempre presente dove avvenivano degli importanti cambiamenti.

Mi vengono in mente le parole dello scrittore che disse rivolgendosi alla figlia Saskia: “E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vorrai parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio”. Respiro profondamente e approfittando del privilegio di trovarmi in questo luogo magico, decido anch’io di scambiare con lui due parole, e le foglie dell’albero ricominciano a sventolare, come se il loro fruscio fosse la risposta. 

“Se tu (…) cominci a percepire questo bosco come una cosa che vive, con una sua storia, tutto diventa più bello.”
T. Terzani, La fine è il mio inizio

Un percorso in montagna spesso seguito dallo scrittore nel corso della sua vita, oggi è chiamato con il suo nome. “Il sentiero di Tiziano Terzani” quando lo attraversiamo è vuoto e silenzioso. Solo da qualche parte in lontananza il cucù ci fa ricordare della sua presenza. Quasi nessuna traccia della pioggia torrenziale che abbiamo osservato poco prima sorseggiando il tè in un salotto accogliente. Solo sotto i nostri piedi sguazza un suono umido, e l’erba alta tocca i nostri polpacci, lasciando dei segni bagnati. Il verde del bosco invece sembra essere ancora più intenso. Anche il cielo si è avvicinato a noi, per darci il benvenuto. Le nuvole si sono abbassate, coprendo completamente le cime delle montagne e rendendole ancora più maestose. E quando poche ore dopo la nebbia sparisce, si svela la vetta più alta che, sullo sfondo di un cielo nuvoloso ma allo stesso tempo molto chiaro, appare in tutta la sua gloria come un essere modesto ma allo stesso tempo consapevole del suo valore. 

Equilibrio

Troviamo delle numerose torrette di sassi messi l’uno sull’altro in montagna, in una radura davanti all’Albero con gli occhi, da dove si vedono i tetti rossi delle case sottostanti di Orsigna. Lì, nel posto dove lo scrittore riposava e rifletteva, emergono oggi le pietre in equilibrio, simbolo dell’armonia, posate dai viandanti, arrivati qui prima di noi. Probabilmente saranno le stesse persone che hanno appeso all’albero una varietà di sciarpe, ricordi, biglietti di messaggi ed i cosiddetti lung-ta, ovvero bandiere di preghiera tibetane, spesso presenti nell’Himalaya. 

“Orsigna sono le mie Himalaya”, disse Terzani, e in questa frase le montagne dell’Asia assumono un significato completamente nuovo, diventando sinonimo di un rifugio, dove torniamo per riprendere il fiato o le distanze. Dal numero di lettere ed oggetti lasciati sotto l’albero, si può arrivare alla conclusione che questo posto è diventato un rifugio anche per molte altre persone arrivate qui dopo di lui.

L’albero con gli occhi a cui si dirigono gli amanti delle passeggiate in montagna e dei fedeli lettori di Terzani non è l’unico nelle montagne di Orsigna su cui Tiziano incollò gli occhi di ceramica portati dall’India. Un occhio simile bellissimo, lucido, come se commosso osservasse il mondo, è attaccato al tronco dell’albero, ai cui piedi poggia la pietra commemorativa. In questo modo, l’autore voleva mostrare a suo nipote che ogni cosa, inclusa la natura apparentemente immobile, è un essere vivente.

E infatti la foresta e il ruscello della montagna vivono e ci circondano dai loro suoni, e gli spazi di montagna riecheggiano del canto degli uccelli e della melodia del bosco. Orsigna è un’Italia diversa dal solito. Mentre nelle antiche città italiane, le vecchie mura raccontano storie e ci guidano attraverso angoli misteriosi e vicoli affollati dove nell’aria si sente l’aroma del caffè, ad Orsigna regnano i profumi del bosco ed è la natura stessa a farci da guida. Qui il passare del tempo è scandito non dagli orologi ma dal canto del cuculo che, timidamente, ogni tanto, ricorda la sua presenza. 

foto: Magda Karolina Romanow-Filim

Le conversazioni su Orsigna che si è rivelata, infatti, non solamente un luogo ma anche uno stato d’animo. Sulla foto l’autrice con Folco Terzani, fi glio di Tiziano

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