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Uova croccanti al riso Nerone in crema di peperoni

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Con questa proposta pasquale è mio intento accontentare anche coloro che non vogliono mangiare il solito povero agnello o capretto. È un piatto un po’ complesso da realizzare ma decisamente appetitoso e scenografico. Si tratta di creare una panatura di riso nerone su delle uova sode.

Ingredienti per 4 persone:

  • 7 uova di media grandezza
  • 150 g di riso Nerone (Venere)
  • 3 peperoni gialli medi
  • 50 g di farina 00
  • 20 g di burro
  • 150 ml di latte
  • Olio di semi per frittura
  • Olio d’oliva per i peperoni
  • Sale pepe quanto basta

Come vi dicevo è un po’ complessa, si deve prestare attenzione alla cottura delle uova e al momento dell’impanatura.

Procedura:

In una pentola bollire il riso Nerone (Venere) in un litro d’acqua leggermente salata. Il riso nero cuoce a lungo ci vorranno ca. 45 minuti. Scolare e mettere da parte senza ungere con burro o olio.

Prendete 6 uova e ponetele in un pentolino riempito di acqua e mettetelo a scaldare. Portate l’acqua alla temperatura di 75° e cuocete le uova per 15 minuti. Se non avete la possibilità di controllare la temperatura portate ad ebollizione e poi abbassate il fuoco finché l’acqua non bolle più. Cuocete le uova per 8/9 minuti da quando inizia a bollire l’acqua. Completata la cottura mettete le uova sotto acqua corrente fredda e lasciate raffreddare.

Tagliate i peperoni a rombetti di ca. 3×3 cm facendo attenzione nel mondare bene la parte interna e i semi.

In una ampia padella versate un po’ d’olio e posizionate le fettine di peperoni preferibilmente con la polpa verso il basso. Cuocete i peperoni a fuoco medio affinché non inizino a abbrustolirsi, e comunque controllate che siano morbidi. Salate e spegnete il fuoco.

In un pentolino mettete il burro e ca. 20 gr. di farina, scaldate delicatamente fino ad ottenere una crema densa. In quel momento aggiungete il latte e la metà dei peperoni che avrete precedentemente frullato. Cuocete per 5 minuti a fuoco lento finché non si otterrà una crema vellutata. Salate e aggiungete un po’ di pepe.

Ora preparate le uova che avete precedentemente sbucciato. Fate attenzione che siano abbastanza asciutte. Ponete in un piatto ¾ del riso Venere. Passate le uova prima nella farina, di seguito nell’uovo sbattuto e impanatele con riso facendo attenzione che aderisca bene.

Versate in un pentolino l’olio per friggere e portatelo a temperatura di ca. 150°. Aiutandovi con un colino di metallo immergere le uova e friggetele per 8/9 minuti.

Servite sul piatto da portata versando prima la crema di peperoni, ponete poi un uovo intero e mezzo sulla crema e guarnite infine il patto con i peperoni ed il riso rimasto.

Buona Pasqua!

Sulla curiosità, ovvero una visita al Museo Galileo di Firenze

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A causa di un folle entusiasmo che spesso si trasmette ai turisti, soprattutto se visitano Firenze per la prima volta, è facile omettere il Museo Galileo anche se si trova proprio sulla riva del fiume Arno, in Piazza dei Giudici, dietro la famosa Galleria degli Uffizi. La visita al Museo Galileo di Firenze, ovvero al museo di storia della scienza è una proposta interessante non solo per gli amanti di scienza e astronomia, ma per tutti i visitatori attenti, curiosi della visione del mondo e delle idee che nascevano nella mente degli scienziati delle epoche di grandi scoperte. 

Situata davanti all’edificio una meridiana monumentale, il cui quadrante è stato tracciato sul selciato, rappresenta una sorta di biglietto di visita del museo. Nelle giornate di sole, l’ombra lasciata dal gnomone di bronzo ci ricorda del passare del tempo ed a volte, metaforicamente ci indica la strada. Appena superiamo la soglia del Palazzo Castellani, la sede del museo, veniamo introdotti nel mondo della collezione della famiglia Medici. 

L’intero primo piano è dedicato alla collezione medicea, a partire dai pezzi scientifici raccolti da Cosimo I de ‘Medici. La collezione fu in seguito arricchita dai suoi successori Francesco I e Ferdinando I. La collezione medicea include, tra l’altro, gli originali strumenti scientifici di Galileo, tra cui il compasso geometrico ed i telescopi. Una delle prime sale è dedicata all’astronomia ed al concetto del tempo che da sempre ha assillato l’uomo. Proprio lì troviamo elaborati orologi astronomici nonché una ricca collezione di orologi da tasca e di cronometri. I visitatori incantati strabuzzeranno gli occhi, vedendo situata in mezzo dell’altra sala un’enorme sfera armillare, realizzata alla fine del XVI secolo da Antonio Santucci, per poi ammirare gli astrolabi, molto più piccoli, nascosti dietro le vetrine museali accanto agli altri strumenti di navigazione realizzati con grande precisione ed i globi. Mentre nella sala seguente il facsimile del Mappamondo quattrocentesco di Fra’ Mauro (l’originale è conservato presso la Biblioteca Marciana di Venezia) è una rappresentazione del mondo disegnato “sottosopra”. L’opera ci farà giustamente ricordare che, in effetti, nell’universo i concetti di sopra e sotto sono del tutto relativi!

Invece il secondo piano del museo ospita una collezione di strumenti di fisica e di sperimentazione della dinastia degli Asburgo-Lorena. Nelle sale seguenti troverete, tra l’altro, “La mano che scrive”, un gioco meccanico realizzato da Friedrich von Knaus nel XVIII secolo. Poi, i visitatori saranno introdotti nel mondo degli strumenti matematici e di quelli chirurgici nonché dei  modelli anatomici di cera e terracotta realizzati con una straordinaria precisione. Alla fine i visitatori potranno ammirare gli strumenti di notevoli dimensioni d’osservazione dei fenomeni elettromagnetici ed elettrici. 

La visita al museo è uno straordinario viaggio attraverso il tempo, che rivela l’affascinante strada fatta dalla scienza attraverso i secoli. Una passeggiata attraverso i labirinti tortuosi delle menti degli scienziati di epoche passate, i quali con la curiosità dei bambini guardavano il cielo, scoprendo la straordinaria complessità del mondo che li circondava. Vale dunque la pena programmare alcune ore del pomeriggio per un incontro speciale con la storia della scienza, la quale in realtà non è altro che la storia di una curiosità fenomenale che fino ad oggi ispira e stimola l’essere umano allo sviluppo.

  • La collezione del museo è esposta su due piani divisi in diciotto sale tematiche. Il Museo Galileo è aperto ai visitatori tutti i giorni (la domenica ed i giorni festivi inclusi) dalle ore 9.30 alle 18.00 (il martedì dalle 9.30 alle 13.00).
  • Il biglietto intero costa 10 euro. Il museo offre però gli sconti per i gruppi, per i giovani e per le famiglie. Maggiori informazioni sul sito ufficiale: www.museogalileo.it

 

Fiat 124 Sport Spider: si parte!

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Anche se poco pratiche, le decappottabili attirano sempre l’attenzione, vengono associate alla spensieratezza e al lusso e forse per questo sono nella top list degli acquisti di chi gioca all’enalotto. Una volta venivano acquistate da persone benestanti per le scampagnate di fine settimana oppure per andare in giro da un locale all’altro delle grandi città come Roma, Milano o Parigi. Questo tipo di carrozzeria è perfetta per una guida calma e rilassante che nei frenetici tempi odierni è diventata un lusso.

Uscendo dal garage con, per esempio, la Fiat 124 Sport Spider, nel momento in cui apriamo il tetto in tela proviamo una sensazione di magia: ci scordiamo della routine, dei progetti, delle cose da sbrigare, ecc. Rimaniamo da soli con il cielo sopra la nostra testa e la strada che possiamo godere tranquillamente.

L’Italia abbandona di strade ideali per questo tipo di guida, centinaia di chilometri di percorsi immersi in splendidi paesaggi. Ed eccone tre di questi. La prima, costruita negli anni 1822-25 secondo il progetto di Carlo Donegani, è la Strada Statale dello Stelvio, meglio conosciuta come Passo dello Stelvio sulle Alpi. Il Valico dello Stelvio collega Bormio e Prato allo Stelvio. È il passo stradale più alto d’Italia [2.758 metri s.l.m.] e per questo motivo viene aperto soltanto stagionalmente nel periodo da maggio a novembre [nel 2019 18.05-07.11]. Sul tratto di circa 47 km, andando verso Bormio, ci sono 48 tornanti in salita e altri 40 in discesa. È anche uno dei percorsi più ripidi d’Europa con un dislivello complessivo di 1800 m. I panorami da mozzafiato e onnipresenti motociclisti alzano l’adrenalina agli automobilisti.

A quelli a cui piacciono i laghi avrei da proporre i 6 km della Strada della Forra [SP38] costruita nel 1938 e chiamata da W. Churchill l’ottava meraviglia del mondo. Costellata di strette gallerie e viadotti parte da Porto di Tremosine, passa lungo il Lago di Garda, per arrivare alle circostanti montagne nella località di Pieve. Sicuramente avremo qui modo di fare conoscenza del sistema italiano per le curve cieche: arrivando a tale curva con il clacson segnaliamo al guidatore in arrivo la nostra presenza. Una soluzione semplice e sagace, che almeno per un attimo permette di distogliersi dallo stress legato a questo percorso impegnativo. Nel “Quantum of Solace” James Bond non utilizzava questo metodo durante gli inseguimenti sulla Strada di Forra, ma lui se la cava in ogni situazione, voi invece dovete suonare il clacson a tutta forza.

Senza ombra di dubbio il più bel tratto costiero è la SS 163 che si estende lungo la Costiera amalfitana. Nel 1997 l’ha comprovato l’UNESCO inserendo i suoi dintorni nella lista del patrimonio mondiale. La strada che collega Positano con Vietri sul Mare consiste di 40 km stipati di strette curve e passa attraverso 15 paesini infilati come terrazze tra il mare e la scogliera. Qui il conducente ha due compiti, il primo è quello di passare il tratto in sicurezza. Invece il secondo sta nel trovare un punto dove sostare per almeno un attimo e godersi la spettacolare vista. Malgrado in alta stagione siano piene zeppe, Positano, Amalfi oppure Ravello sono i posti ideali per la sosta durante il viaggio.

Una volta lasciata la nostra Fiat sul ciglio della strada e quando i nostri occhi si immergono nei meravigliosi paesaggi, noteremo improvvisamente che la silhouette della macchina si sposa benissimo con il panorama, non lo contrasta ma lo completa, anzi accresce la percezione di unicità di questo momento e di questo luogo. La Fiat 124 Sport Spider è stata progettata da un americano, Tom Tjaarda, affascinato dal design italiano. Dopo lunghi e duri lavori di progettazione per lo studio Pininfarina ha adottato alle esigenze degli Italiani il suo prototipo di Corvette Rondine del 1963 che a suo tempo non era stato accettato da Chevrolet.

Sul finire degli anni Sessanta del Novecento la Fiat era una vera potenza con il 21% delle vendite nel mercato automobilistico d’Europa e aveva praticamente monopolizzato il mercato italiano. Nel 1968 ha prodotto 1 450 000 autovetture e ha raggiunto un fatturato pari a 1 130 miliardi di Lire, assumeva 157 mila dipendenti di cui 131,5 mila solo a Torino. Tuttavia il mercato principale del modello 124 Sport Spider era quello americano, dove veniva venduto l’80% delle automobili prodotte. Nel 1983 la Fiat si è ritirata dagli USA e la produzione della Spider è passata nelle mani di Pininfarina col nome Spider Azzurra. È stata riavviata la produzione della versione europea, sospesa dal 1975, chiamata Pininfarina Spider Europa.

Negli anni 1966-1985 la Fiat 124 Sport Spider [compreso il modello della Pininfarina], nelle versioni successive, era una delle decappottabili prodotte più a lungo nella storia. Anche se rimane molto indietro rispetto alla Morgana 4/4, la cui produzione dura ininterrottamente da 83 anni.

Nel 1971 la Fiat ha preso il controllo della società Abarth specializzata nei prototipi delle autovetture sportive, e da allora l’ha adattata ai requisiti rally. La versione 124 Abarth Rally ha goduto di tanti successi, vincendo, tra l’altro, il Rally di Polonia ben tre volte.

Diamo uno sguardo ai prezzi delle cabrio italiane, in particolare delle spider dell’inizio degli anni Settanta. La più economica era l’Autobianchi Bianchina i cui 25 cavalli costavano 635 mila Lire. La Fiat 124 Sport che valeva 1.550 mila Lire [96 cavalli] si posizionava a metà della classifica dei prezzi. Alfisti fedeli al proprio marchio per il modello 1600 [125 cavalli] pagavano 2.195 mila Lire, invece i clienti più facoltosi potevano ordinare una delle 14 Ferrari 365 GT California [320 cavalli], anch’essa progettata da Tom Tjaard, pagando 9,5 milioni di Lire.

Per un’altra decappottabile della Fiat bisognava aspettare fino al 1994 quando è stato lanciato il modello Barchetta, mentre la nuova 124 Spider – anche se creata sulla base della Mazda MX5 – è stata introdotta sul mercato nel 2016, ossia per il cinquantesimo anniversario del lancio della sua predecessora.

Il Modello AutoArt che presentiamo è la Fiat 124 2000 Spider America del 1979 che possiamo riconoscere a prima vista grazie ai brutti paraurti americani o i lampeggianti anteriori inseriti nella carrozzeria.

Particolarmente gradevoli sono i dettagli interni. Infine devo ammettere che invidio a tutti i proprietari delle cabrio, non le auto stesse ma il tempo che ci possono passare.

Fiat 124 CS2 2000 Spider America
Produzione: 1979-82 [tutte le serie 1966-83 + 1983-85 Pininfarina]
Esemplari prodotti: 31.360 [tutte le serie circa 200 mila]
Motore: Fiat 132 C3 031 4 cilindri in linea
Cilindrata: 1995 cm3
Potenza / giri: 102 cavalli / 5500
Velocità massima: 175 km/h
Accelerazione 0-100 km/h: 13,2 s
Marce: 5
Lunghezza: 4107 mm
Larghezza: 1613 mm
Altezza: 1270 mm
Passo: 2280 mm

Emergenza coronavirus: parchi e foreste vietati

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Venerdì, in un comunicato, il Ministero dell’Ambiente ha dichiarato che, per motivi di sicurezza e salute in relazione allo stato dell’epidemia dal 3 all’11 aprile, si introduce un divieto temporaneo di accesso alle foreste e i Parchi Nazionali rimangono chiusi. Il Ministero spiega che la decisione deriva dal fatto che molte persone, nonostante la minaccia dell’epidemia, si sono radunate in aree gestite dalle Foreste Demaniali. È stato aggiunto che il divieto di ingresso sarà applicato dalle Guardie Forestali e del Parco Nazionale. In Polonia ci sono 9,3 milioni di ettari di foreste, di cui 7,2 milioni di ettari sono sotto la gestione delle Foreste Demaniali. Ci sono anche 23 parchi nazionali nel paese, che coprono l’1% della Polonia. Il Ministero ha chiesto che questi divieti siano presi sul serio per il bene di tutti noi, solo la solidarietà e un comportamento responsabile fanno sperare in un accorciamento dell’epidemia e in un rapido ritorno alla vita normale.

In Polonia ristoranti e aziende donano oltre 44.353 pasti al personale sanitario impegnato nella lotta al COVID-19.

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Fornire pasti al personale sanitario che lotta contro la pandemia del coronavirus in Polonia – questo è l’obiettivo dell’iniziativa di solidarietà #MealsOnCall (in polacco #WzywamyPosiłki), che va avanti da due settimane in tutta la Polonia. Catene di ristoranti, società di catering, produttori di alimenti e bevande oltre ad un centinaio di piccole aziende del settore della ristorazione hanno velocemente aderito all’azione di solidarietà. Fino ad ora, sono stati consegnati oltre 44.353 pasti. L’iniziativa nasce dal desiderio di mostrare gratitudine e sostegno agli operatori che stanno combattendo in prima linea contro la pandemia di coronavirus. Le immagini del personale medico esausto provenienti dall’Italia e altri paesi che hanno cominciato prima la lotta alla pandemia hanno ispirato gli organizzatori a creare una campagna nazionale per sostenere il personale medico polacco. Gli organizzatori verificano lo stato della domanda di cibo e bevande nelle strutture mediche beneficiarie e inviano i pasti dove c’è maggior bisogno. Le strutture destinatarie comprendono ospedali, stazioni di ambulanza e laboratori diagnostici – ogni giorno questa lista di allunga. L’azione è iniziata venerdì 13 marzo con un post su Facebook di un privato con un appello ad aiutare il personale ospedaliero. In soli 3 giorni dalla pubblicazione, lo sviluppo degli eventi ha avuto un ritmo vertiginoso. Durante il fine settimana è stato istituito lo staff organizzativo e il lunedì, piccoli e grandi partner hanno iniziato ad unirsi a #MealsOnCall, consegnando gratuitamente i pasti e i loro prodotti alle strutture mediche in Polonia. Dietro #MealsOnCall c’è un gruppo di cittadini che si sono organizzati attraverso i social media. Lo staff del progetto si è organizzato nel giro di poche ore, spontaneamente, coinvolgendo professionisti provenienti da diversi ambiti: esperti in comunicazione e marketing e organizzatori di eventi, da Varsavia e Cracovia. Dopo alcuni giorni di intensa attività, il gruppo si è allargato con diverse decine di volontari in tutta la Polonia. Tra i partner strategici ci sono più di un centinaio di grandi e piccole aziende provenienti da tutta la Polonia. Anche la Camera di Commercio e dell’Industria Italiana in Polonia è diventata partner dell’iniziativa e contribuisce a promuovere l’azione tra aziende e ristoranti italiani in Polonia. L’elenco dei partner viene costantemente aggiornato sul sito web e sui social media di #MealsOnCall.

Esclamazioni, insulti ed epiteti: le espressioni volgari regionali

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In Italia, per via della presenza storica dei dialetti, ogni regione ha una sua specificità linguistica. Molte parole ed espressioni vengono automaticamente associate ad una particolare regione o città e sono fortemente legate agli stereotipi diffusi nella cultura e nei media italiani. Il cinema e la televisione, di cui si è parlato negli articoli precedenti, hanno contribuito a diffondere e rendere riconoscibili determinate forme linguistiche provenienti dai diversi dialetti.

Gli stereotipi regionali, naturalmente, traspaiono maggiormente nella commedia: nei film i personaggi romani, ad esempio, vengono generalmente mostrati come rozzi, chiassosi e irruenti, spesso inclini a deridere o insultare gli altri. Proprio grazie al cinema e alla televisione, gli insulti e le parolacce tipici della Capitale sono oggi conosciuti e capiti praticamente in tutta Italia. Tra le espressioni romane più note cʼè ad esempio lʼesclamazione ahó, generalmente usata per esprimere rabbia o disappunto verso unʼaltra persona, o li mortacci tua (“i tuoi parenti morti” in dialetto romano). Questʼultima forma, originariamente un insulto, si può oggi usare anche per esprimere sorpresa o addirittura rispetto e ammirazione nei confronti di una persona. Unʼespressione simile, a chi tʼè muort (“a chi ti è morto”) è comune in dialetto napoletano, ma in questo caso si è conservata la funzione di puro insulto. Forme simili a quella napoletana esistono anche in altri dialetti del Sud, ad esempio in Puglia o in Basilicata. In tutta Italia, ma in particolare al Centro-Sud, è diffusa la parola mannaggia (dal napoletano mal nʼaggia, cioè “male ne abbia”), originariamente usata come insulto e maledizione, e oggi soprattutto per esprimere ira o delusione.

Oltre alle imprecazioni contro i defunti, in varie regioni italiane (ad esempio in Veneto, in Piemonte o in Toscana) esistono le bestemmie, ovvero gli improperi legati alla religione cristiana. Molto spesso queste espressioni vengono censurate con eufemismi e usate come esclamazioni “normali”: in Toscana è comune, in molte imprecazioni, usare la parola Maremma (da una delle regioni storiche locali) al posto di Madonna; similmente, in Veneto lʼesclamazione òstrega (“ostrica”) è una forma attenuata per dire ostia. In Piemonte è comune lʼespressione bòja fàuss (“boia falso” in dialetto), usata come imprecazione o anche solo come esclamazione di sorpresa o di rabbia. La teoria più conosciuta sullʼorigine di questa espressione è che i torinesi insultassero il mestiere del boia, una professione particolarmente disonesta visto che il carnefice veniva pagato per la morte di altre persone. Esiste anche la variante Giuda fàuss (ovviamente “Giuda falso”), ma entrambe le espressioni rimangono comunque eufemismi: si dice bòja o Giuda per evitare di dire Dio.

Anche gli insulti usati rivolgendosi ad altre persone variano da regione a regione: in Toscana sono molto comuni parole come bischero o grullo (“stupido”), sentite come arcaiche in altre regioni. Le espressioni per chiamare una persona stupida sono molto diversificate: in Lombardia si dirà pirla, in Veneto mona, mentre la parola minchione, di origine siciliana, è usata sia al Sud che al Nord. A Milano, oltre a pirla, per dire “stupido” si usa anche lʼespressione testina. Lʼetimologia di queste parole regionali è generalmente volgare, ma molte di esse sono ormai talmente diffuse nella lingua di tutti i giorni da aver perso buona parte della loro connotazione scurrile originaria. Alcune espressioni offensive hanno unʼorigine meno volgare e più pittoresca, per esempio il termine romano cafone (“rozzo, ignorante, maleducato”). Questa parola, entrata ormai da tempo nellʼitaliano standard, potrebbe provenire da cʼa fune (cioè “con la fune”): secondo una delle teorie, lʼespressione veniva usata per deridere i contadini che, per non perdersi nelle grandi città, si legavano lʼuno con lʼaltro con una corda. Anche sullʼorigine della parola romana mignotta (“prostituta”) esiste una teoria piuttosto curiosa: a parere di molti essa deriverebbe da m. ignota, abbreviazione di madre ignota, usato un tempo nei documenti dellʼanagrafe quando venivano registrati i neonati abbandonati dalla madre. Da lì deriverebbe lʼespressione offensiva fijo de mignotta (“figlio di p…na”), che a sua volta avrebbe causato la diffusione della sola parola mignotta. A meno che, come sostenuto da altri, il termine non derivi dal francese mignonne (“bella, attraente”).

Morawiecki: avviato il sito sulle misure dello scudo anticrisi

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Dopo l’adozione rapida delle leggi dello scudo anticrisi che sono state poi istantaneamente firmate dal presidente della Repubblica, il primo ministro ha annunciato che insieme alle regolazioni dello scudo viene avviato un sito web che fornisce informazioni sulle misure che ne risultano. Il sito è un posto che connetterà gli imprenditori, i dipendenti e i datori di lavoro con i funzionari, le agenzie del governo e con il ZUS (Società per assicurazioni sociali). Servirà da sommario di informazioni e base dei link utili. “È una guida semplice; […] in un unico posto ci si trovano soluzioni proposte da una decina di enti nonché i moduli da completare online” ha inoltre commentato il ministro dello sviluppo Jadwiga Emilewicz. Le misure adottate nel quadro dello scudo il cui valore ammonta a 212 miliardi di zloty (quasi il 10% del Pil polacco) comprendono tre mesi d’esonero dai contributi dell’assicurazione sociale obbligatoria per le aziende di piccole dimensioni (fino a 9 persone), una prestazione “di sosta” di circa 2000 zloty, finanziamento parziale degli stipendi dei dipendenti (fino al 40% dello stipendio medio mensile) e gli orari di lavoro più flessibili.

Neve primaverile a Varsavia

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Una mattina del febbraio 2009 mi affaccio dalla finestra di un appartamento al quarto piano di un condominio popolare nel quartiere Ursus. Il panorama è grigio, edifici grigi, strade grigie, cielo grigio e in basso le persone sono puntini grigi in movimento. “Potrei mai vivere a Varsavia? No, mai!”

Passo quasi mezz’ora nel bus. Dentro incrocio sguardi evasivi di varsaviani diretti al lavoro. Fuori dal finestrino si susseguono architetture socialiste che danno al quartiere un’atmosfera compassata ma che nel loro ostinato rispetto degli standard urbanistici “condominio-spazio verde-area giochi-locale rifiuti-vialetto, e via a ripetere la sequenza” trasmettono senza dubbio una sensazione di rasserenante solidità.

Arrivo al centro, o almeno a quello che io presumo sia il centro essendoci il Castello Reale e il Rynek, la piazza della città vecchia. Per i varsaviani il centro anzi i centri della città sono altrove.

Nel Castello Reale scopro la sala Canaletto, realizzata appositamente per valorizzare la ventina di vedute di Varsavia dipinte da Bernardo Bellotto (qui chiamato il Canaletto) nei suoi ultimi anni di vita passati alla corte di Stanislao Poniatowski. Alcuni di questi quadri li troviamo riprodotti in poster fissati su appositi trespoli lungo il “trakt krolewski”, la via reale che porta dal Castello al Parco Lazienki. Quadri posizionati in modo da consentire ai passanti di paragonare idealmente le vedute del Bellotto con le ricostruzioni degli edifici settecenteschi fatte negli anni Cinquanta, quando Varsavia iniziava a ricucire la sua identità violata.

Una meritoria azione di restituzione alla città e ai varsaviani di parte dei palazzi e delle chiese dei tempi dell’ancien regime, architetture regali che poi ad inizio Novecento, contaminate dal modernismo di tram e luci elettriche, spinsero a chiamare Varsavia “la Parigi del Nord”.

Ora non so se succede solo a me ma ogni volta che mi imbatto nei trespoli con le vedute cado in un vortice di riflessioni che restano puntualmente senza risposta. A colpirmi è la ricerca del “vero” tra veduta pittorica e edificio realizzato. Penso al “vero architettonico” settecentesco che un eccezionale vedutista ha dipinto fedelmente, ma pur sempre artisticamente, su tela. Il “vero artistico” è poi stato la base per una ricostruzione inevitabilmente artificiale. Oggi il “vero artificiale” è però l’unico “vero tangibile” del primigenio “vero architettonico”. A questo punto come non porsi la domanda di cosa sia da considerarsi “vero”? Per fortuna il passo marziale di una aitante studentessa mi riporta al “vero contemporaneo”. La seguo per qualche metro lungo il “trakt krolewski” fino alla statua di Niccolò Copernico.

Dal 2010 lì vicino c’è una delle panchine musicali messe lungo la via reale in occasione dell’anniversario dei 200 anni della nascita di Frederyk Chopin. Basta schiacciare il pulsantino d’acciaio ed ecco che dalle casse acustiche nascoste nella panchina di pietra nera si sprigiona una polonaise o un notturno. Un’idea geniale!

Proseguo in direzione Parco Lazienki. Con sorpresa mi imbatto nelle statue di De Gaulle, cui è dedicata anche una rotonda, e di Ronald Regan e mi vien da pensare che anni di guerra fredda hanno un po’ sfuocato la percezione dei politici oltrecortina. Poco più avanti ecco il Parco Lazienki. L’imponente statua di Chopin che si riflette su uno specchio d’acqua domina l’entrata. Ai piedi di quel monumento ogni domenica d’estate, alle 12 e alle 16, virtuosi del pianoforte si esibiscono open air suonando Chopin. Concerti offerti gratuitamente dalla città di Varsavia. Migliaia di persone ascoltano assiepate e silenti. Famiglie con bambini, studenti, eleganti coppie di anziani varsaviani, turisti rispettosi, tutti civilmente seduti tra panchine e fazzoletti di erba. L’atmosfera è magica, un alternarsi di sonate e misurati applausi. Solo questa esperienza vale un viaggio a Varsavia.

Anche la forma del Parco Lazienki è plasmata da quel dolce pendio, digradante verso la Vistola, che caratterizza l’intera sponda occidentale di Varsavia. Ed è passeggiando tra vialetti, ponti e giardini, tra scoiattoli e pavoni, tra anfiteatri romantici, pagode orientaleggianti, specchi d’acqua e il bianco delle eleganti architetture disseminate nel Parco che mi riconcilio con questa città. La mia disposizione d’animo è improvvisamente cambiata. Coraggiosi raggi di sole bucano la plumbea atmosfera ridando colore a quello che mi circonda. Noto l’algida bellezza di una ragazza che passeggia. Piccoli edifici bianchi sbucano sommessamente dalla vegetazione, testimoni orgogliosi di una remota stagione del classicismo polacco che, esteticamente, sfida quarant’anni di rigori politici dell’urbanistica socialista.

L’anima della città si svela: il contrasto. L’eterna rinascita a dispetto di qualsiasi catastrofe sia essa fisica: come la sadica distruzione della città da parte di un esercito nazista che, in rotta dal fronte russo, avrebbe avuto ben altre priorità che radere al suolo la capitale polacca; che morale: come la lunga stagione vissuta sotto un potere estraneo, uno dei tanti governi che nel secolo scorso ammantati di filosofie politiche che celebravano il popolo in concreto privilegiavano un circolo ristretto di persone povere di ideali.

Il contrasto toglie certezze ma crea energie e così l’anima di Varsavia ribolle carica di aspettative. Costruire e ricostruire, abbattere per trasformare. La città pulsa, è una amante inquieta e ingestibile, ti allontani un mese e la ritrovi cambiata.

Il Palazzo della Cultura, ingombrante eredità in stile gotico staliniano, è anch’esso emblema di irrisolta contrapposizione. Un’imponente costruzione nel cuore della città che i polacchi non volevano e tuttora non amano ma che inevitabilmente accettano e guardano forse come il segno indelebile di una ferita rimarginata, materica rappresentazione di un passato da elaborare che oggi si cerca di sminuire accerchiandolo di arditi grattacieli espressione di una nuova Polonia in cerca di conferme.

Più o meno un anno dopo, nel maggio 2010, mi sveglio in un villino del quartiere Praga, ovvero nel lato orientale di Varsavia. La città è attraversata dalla Vistola e queste acque che scorrono incessanti da sud a nord in mezzo alla capitale sono un magnifico punto di riferimento geografico. La sponda occidentale ha sempre ospitato il potere politico ed economico con i relativi edifici di rappresentanza. A est, al di là dell’acqua, c’è l’altra faccia della capitale. Quartieri popolari che a volte diventano ricettacolo modaiolo di artisti e gallerie alternative. È un susseguirsi di isolati che raccontano l’evoluzione architettonica della città. È un piacere girare tra queste strade alla ricerca dei dignitosi e sempre attuali esempi di architettura funzionale-modernista degli anni Trenta del secolo scorso e delle fabbriche in mattoni, figlie della rivoluzione industriale ottocentesca, che oggi ospitano ristoranti, centri commerciali e curiosi musei come quello della Vodka o delle insegne neon. Tralascio invece le zone infestate dai condomini degli anni Sessanta e Settanta del Novecento e soprattutto i nuovi alveari del finto benessere contemporaneo. Palazzoni tirati su in fretta e furia per dare risposta ai desiderata di una nuova borghesia che accorre dai soporiferi paesini limitrofi per realizzare il sogno di lavorare nella capitale.

Quella mattina del 2010 attraverso il quartiere Praga e poi la Vistola in tram per raggiungere il vero centro della città: l’incrocio tra la via Jerozolimskie (la via di Gerusalemme) e la Marszalkowska (la via del Maresciallo). Arterie che si intersecano a cavallo di una trafficata rotonda sotto la quale si snoda un reticolo di sottopassi che connette i flussi umani varsaviani tra bus, metro, tram e la vicina stazione ferroviaria. Prima d’uscire di casa il cielo era azzurro poi, durante il tragitto in tram, è piovuto. Sceso alla fermata Krucza il vento tiepido aveva spazzato via le nuvole uggiose annunciando l’arrivo del sole. Dopo un centinaio di metri a piedi scendo nel reticolo di sottopassi.

Ho fame. Se voglio mangiare qualcosa posso scegliere tra due spuntini cult dei polacchi la parowka (hot dog) e la zapiekanka, un per me inguardabile mezzo sfilatino lasciato aperto a metà su cui prima depositano a casaccio varie verdure e salumi e poi riversano sopra ingenti quantità di ketchup. Sono tuttora allibito ogni volta che vedo sciccose ragazze agghindate di abiti firmati che colte da una puntina d’appetito si infilano la lunga zapiekanka in bocca. Senza sporcarsi e senza alcuna remora riguardo i microbi che potrebbero essersi depositati su quello sfilatino, da ore aperto a metà in attesa d’essere ingoiato. Io chiaramente preferisco la parowka inserita in un panino pre-bucato appositamente per ospitare il cilindro di carne. Il venditore su richiesta dà due spruzzate di senape nel foro del pane prima di affondarci la parowka. Pago e quindi avanzo nel sottopasso fino a sbucare sul piazzale della metro. Nevica. È maggio ma sta nevicando a grossi fiocchi. In un’ora ho visto cielo azzurro, pioggia, vento, e poi una luce che faceva presagire il trionfo del sole salvo essere invece preludio di una intensa nevicata.

A Varsavia anche il clima è inquieto. Ho letto che il 93% della Polonia si trova al di sotto dei 300 metri sul livello del mare. Per centinaia di chilometri in qualsiasi direzione ci si allontani dalla capitale non si trovano rilievi, nulla che possa riparare questi territori che sono perciò esposti a qualsiasi bizza climatica. Faccio questa riflessione rimanendo al coperto nel sottopasso a guardare la neve primaverile che cade su un signore che nel piazzale scoperto di Metro Centrum tamburella freneticamente con due bacchette su una batteria formata da schienali di vecchie sedie in legno. Dietro di lui un murales politico e la scalinata che sale ai giardini che circondano il Palazzo della Cultura.

Circa 11 anni dopo quel grigio risveglio in un qualche condominio di Ursus, mi trovo a gironzolare attorno allo Zamek Ujazdowski. È una antica residenza reale, per secoli utilizzata come ospedale, che dal 1985 è sede del Centrum Sztuki Wspolczesnej, l’omonimo museo d’arte moderna. Un luogo cui ritorno spesso, ne sono attratto fin da quando abitavo a Bielany prima e Zoliborz poi, ovvero nella parte opposta della città. Quando sentivo che i contrasti varsaviani cominciavano a pesarmi e a disorientarmi venivo qui perché mi sembrava di ritrovare le coordinate mentali. Camminando tra questi giardini, visitando qualche mostra d’avanguardia o frugando nel bookstore del museo calmavo le inquietudini e rimettevo le cose al loro posto seguendo razionalmente la sequenza: chi sono, dove sono, cosa voglio, ecc.

Solo oggi noto che il viale d’accesso è delimitato ai lati da panchine parlanti. Bianche sedute incise di sentenze in polacco e inglese tipo “The idea of revolution in an adolescent fantasy”, “Sometimes science advance faster than it should”, “Use what is dominant in a culture to change it quickly”. Le panchine sono una performance, temporanea ma ormai stabile, di Jenny Holzer, artista americana “truista” premiata alla 44^ Biennale di Venezia.

Truista? Cioè? Il “truismo” è un’affermazione vera (truth) ma banale, un concetto di “vero” di dominio pubblico e proprio per questo inutile da dire o scrivere. Jenny Holzer valorizza il “vero banale” trasformandolo in espressione artistica e in appunti di cose note che comunque nella nostra vita dobbiamo ricordare. Testi che mescola con versi di grandi autori tra cui quelli della premio Nobel polacca Wislawa Szymborska. Ad illuminarmi su quest’arte è l’amica filosofa Sofia, “filosofa-Sofia” che detto così sembra un involontario truismo.

Cammino verso casa e penso se dietro ad un truismo possa celarsi anche qualcosa di non scontato, se tra le virgole di una frase di banale senso comune si possano scovare nuovi concetti illuminanti. Per esempio: se sotto la superficiale coltre di una frase vera e banale come “mai dire mai” – che spesso pronunciamo ritualmente, senza pensare, a chiusura di un discorso – scoprissimo una smisurata, inesplorata, contraddittoria autenticità che ci sta aspettando?

Mi siedo su una panchina. Una normale panchina in legno che non suona e non parla. Ad alta voce dico: “Mai dire mai, chi ha il coraggio di lasciare aperte le porte allo stupore e all’inatteso non smetterà di restare sorpreso dalla vita.” Ho fatto il mio truismo! Ma immediatamente mi chiedo: se uno afferma che mai vivrebbe a Varsavia e poi dopo 11 anni si accorge di vivere a Varsavia, sarebbe da considerare come la “vera rappresentazione” del truismo “mai dire mai”?

Autrice della foto in evidenza: Witek Art
” Time of working is the time of travelling deep into yourself”

http://annazuzannawitek.wixsite.com/witekart2017
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Olga Tokarczuk: dopo la pandemia giungeranno tempi nuovi

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

“I confini sono di nuovo in bilico, ma presto inizierà una battaglia per una realtà nuova” ha scritto l’autrice polacca Olga Tokarczuk, vincitrice del Premio Nobel alla letteratura, sulle pagine del Frankfurter Allgemeine Zeitung. Secondo la Tokarczuk, la pandemia di Covid-19 ha rivelato una debolezza nell’idea dell’unità europea. “L’Unione Europea ha permesso agli Stati nazionali di prendere decisioni autonome. La paura del virus ha risvegliato la convinzione atavica della colpa dell’estraneo. ‘Il virus è venuto in Europa dall’esterno, non è nostro’ dicono. In Polonia i vacanzieri tornati dall’estero sono diventati sospetti. Il virus ci ricorda che i confini esistono ancora e ci fanno comodo. Il virus ha dimostrato che la nostra mobilità frenetica minaccia il pianeta. E ci ha costretto a porci una domanda: cosa cerchiamo di più?”. La Tokarczuk ha concluso così: “Negli ultimi duecento anni il paradigma della civiltà è stato: ‘siamo i padroni della creazione, perciò possiamo fare di tutto poiché il mondo ci appartiene’. Ma dopo la pandemia giungeranno tempi nuovi”.

Nuovo attacco di Gazeta Wyborcza agli italiani, l’ambasciatore Amati esige ed ottiene le scuse

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Il quotidiano polacco “Gazeta Wyborcza” ha inviato ai propri abbonati una newsletter dal titolo “Gli italiani sono una nazione di asini, non dobbiamo fare come loro”, suscitando la dura reazione del nostro ambasciatore a Varsavia, Aldo Amati. Il diplomatico ha risposto al quotidiano tramite i profili social dell’ambasciata, ottenendo le scuse di “Gazeta Wyborcza” e bloccando la pubblicazione dell’edizione cartacea in cui venivano utilizzate espressioni offensive verso gli italiani. “Che disgrazia leggere una mostruosità come questa mentre migliaia di italiani muoiono e i nostri medici lottano eroicamente rischiando la propria vita! Vergognatevi di questo insulto al popolo italiano”, le parole di Amati affidate ai social. “Gazeta Wyborcza” avrebbe citato le parole offensive di un presunto esperto di questioni sanitarie che aveva condannato la gestione da parte dell’Italia dell’emergenza coronavirus. La questione, ripresa dall’emittente televisiva statale “Tvp1”, che ha pubblicato le dure parole di Amati, è stata commentata anche dal viceministro degli Esteri polacco, Marcin Przydacz, che ha preso atto “con tristezza e incredulità” di quanto avvenuto. “In questo momento difficile, ti assicuro che una nazione coraggiosa come l’Italia ha il nostro rispetto”, ha scritto Przydacz su Twitter, rivolgendosi ad Amati. L’articolo di Gazeta Wyborcza segue di qualche settimana quello uscito tempo fa in cui nel titolo si leggeva “non facciamo come gli italiani”, anche quel titolo è stato poi modificato e anche in quel caso Gazeta Wyborcza si è scusata.