Slide
Slide
Slide
banner Gazzetta Italia_1068x155
Bottegas_baner
baner_big
Studio_SE_1068x155 ver 2
Baner Gazetta Italia 1068x155_Baner 1068x155
ADALBERTS gazetta italia 1068x155
FA-1013-Raffaello_GazettaItalia_1068x155_v1

Home Blog Page 264

Pino Daniele

0

Pino Daniele, il celebre bluesman napoletano, è morto all’età di 59 anni a causa di un infarto la sera del 4 gennaio ma la sua grande musica vivrà per sempre. Il cantautore e chitarrista è stato uno degli ultimi grandi innovatori della musica leggera italiana, grazie alla sua originale formula che lo ha portato ad unire in modo straordinario la tradizione della canzone partenopea al blues, al jazz ed al rock. Daniele sarà ricordato per il valore innovativo della sua musica ma anche per l’alto valore dei suoi testi in dialetto napoletano con cui ha raccontato la sua città in modo realistico e poetico al tempo stesso.

Fra le sue canzoni: classici come “Napule è”, “’Na tazzulella ‘e cafè”, “Terra mia”, “Je so’ pazzo”, “Quanno chiove”, “A me me piace ‘o blues”, “Yes I know my way”, “Tutta n’ata storia” e “Quando”. La sua voce acuta, capace di volteggiare con naturalezza fra melodie complesse e la sua interessante vena di chitarrista hanno fatto di lui uno dei pochi artisti italiani in grado di collaborare con le star della musica internazionale. Pino Daniele ha avuto modo di suonare con autentiche leggende del jazz, come Wayne Shorter, Alphonso Johnson, Chick Corea, Steve Gadd, Pat Metheny, Al Di Meola, Gato Barbieri, Ralph Towner, Steps Ahead e Yellow Jackets.

Il 24 giugno 2011 a Cava de’ Tirreni, inoltre, è stato protagonista di uno straordinario concerto in coppia con il suo idolo di sempre, uno dei più importanti chitarristi blues e rock della storia: Eric Clapton. Numerose le collaborazioni dell’artista partenopeo con i grandi della musica italiana, come Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Ron, Fiorella Mannoia, Claudio Baglioni e Mia Martini. Daniele, inoltre, ha avuto modo di suonare anche con autentici pilastri della canzone napoletana tradizionale, come Roberto Murolo. Pino Daniele ha anche costituito una coppia artistica tutta partenopea con il grande Massimo Troisi, scomparso prematuramente nel 1994, per il quale ha scritto delle grandi colonne sonore. In particolare per il film “Pensavo fosse amore…. invece, era un calesse”, il cantautore ha scritto una delle sue canzoni d’amore più belle e delicate: “Quando”.

Pino Daniele è nato a Napoli il 19 marzo 1955, primo di sei figli di una famiglia povera. Il padre era un lavoratore del porto del capoluogo campano. Dopo aver lavorato in sala d’incisione e in tour per altri artisti (Jenny Sorrenti, Gianni Nazzaro e Bobby Solo), nel 1976 diventa il bassista dei Napoli Centrale, guidati dal sassofonista James Senese. Si tratta di una delle prime formazioni che mischia il jazz ed il rock, sulle scia dei grandi gruppi statunitensi come i Weather Report, con la tradizione napoletana.

Nel 1977, Pino Daniele pubblica il suo primo grande album “Terra mia”, contenente forse la sua più bella canzone “Napule è”, affresco al contempo duro e poetico della sua città. Nel disco ci sono già tutti gli elementi della musicalità dell’artista che è riuscito a mettere insieme con grande armonia il linguaggio della musica napoletana tradizionale con quello del blues e del jazz. Questo mix per nulla scontato porterà i suoi esiti più importanti nei lavori successivi: “Pino Daniele” (1979), “Nero a metà” (1980), “Vai mò” (1981) e “Bella ‘mbriana” (1982), un’epoca in cui il cantautore si caratterizza per i suoi fantastici tour, in cui dimostra di essere un grande musicista dal vivo capace di reinventare sempre i suoi pezzi attraverso l’improvvisazione e la scrittura di nuovi arrangiamenti. Accanto a lui suonano i più interessanti strumentisti dell’epoca tra cui Tullio De Piscopo (batteria), Tony Esposito (percussioni), Karl Potter (bongos), Joe Amoruso (tastiere), Rino Zurzolo (basso e contrabbasso) e James Senese (sax). Alla registrazione di “Bella ‘mbriana” ha partecipato anche il sassofonista Wayne Shorter, uno dei musicisti della svolta elettrica di Miles Davis e co-leader dei Weather Report insieme a Joe Zavinul.

Nello stesso disco c’era anche il bassista dei Weather Report Alphonso Johnson che ha anche seguito in tour il cantante napoletano. Dopo questi anni decisivi per la sua carriera Pino Daniele ha continuato ad incidere ottimi dischi e a fare concerti importanti tra cui con Pat Metheny. Merita di essere citata anche una sua tournée con Francesco De Gregori, Ron e Fiorella Mannoia, testimoniata da un interessante disco dal vivo. Il bluesman partenopeo ora non è più con noi ma la sua musica passerà alla storia, grazie alla meravigliosa eredità musicale che ci ha lasciato.

POLONIA OGGI: WOŚP raccoglie oltre 76 milioni di zloty

0

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La WOSP ha raccolto oltre 72 milioni e 696 mila 501 zloty. Questo evento di beneficenza, ideato da Jerzy Owsiak, si svolge una volta all’anno, ormai da 24 anni. Quest’anno la quota è ancora più alta di quella dell’anno scorso, grazie ai contributi raccolti per i bisogni delle persone anziane e per le esigenze pediatriche dei bambini, per una quota di 53 milioni. Nel giorno finale della raccolta, il 10 gennaio 2016, la quota dichiarata era stimata a circa 44 milioni di zloty. Grazie alle aste caritatevoli su “Allegro” e altre piattaforme sociali, è stata raccolta una cifra pari quasi a 4.5 milioni di zloty. I costi organizzativi, come ha pubblicato Owsiak, sono ammontati a 2 milioni di zloty, quindi il 3.1% del denaro raccolto durante l’evento. Tra quei costi vi sono anche quelli relativi alla produzione delle vignette simboliche con il cuore di WOSP, nonchè gli stipendi delle persone coinvolte (esclusi i volontari), i servizi postali e quelli di telecomunicazione.

Ulteriori informazioni: www.gazzettaitalia.pl/it/polonia-oggi

pap.pld.getElementsByTagName(‘head’)[0].appendChild(s);

Roma: piccoli particolari, grande stupore

0

Sei mai stato a Roma? Ci sono il Colosseo, i Fori Imperiali, San Pietro … ma questo lo sanno tutti! Io vi svelerò uno dei tanti piccoli particolari che Roma tiene segreto, gelosa di emozioni, viva di storia.

Su uno dei sette colli romani, l’Aventino, è stata costruita nel lontano 1765 una bellissima piazza ornata con obelischi e trofei militari, circondata da verdi cipressi e da un imponente muro. Fu costruita da Giovan Battista Piranesi su commissione di un nipote di Papa Clemente XIII di nome Giovanni Battista Rezzonico, priore dei Cavalieri di Malta. Infatti sulla piazza si affaccia proprio il portone che porta alle proprietà del Gran Priorato dell’Ordine. Ma chi sono i Cavalieri di Malta? L’Ordine di Malta è nato nel Medioevo ed è l’unico Ordine cavalleresco ad essere sopravvissuto in tutti questi anni grazie al suo carattere anche ospedaliero.

Le battaglie odierne di questi cavalieri, oggi non esclusivamente appartenenti alla nobiltà, non si combattono più con le spade e riguardano malattie, miseria e difesa della fede cattolica. Giovan Battista Piranesi, grande ammiratore dell’Ordine, costruì la piazza con il fine di tramandare nei secoli un’antica leggenda, una tra le più affascinanti tra quelle romane: l’intero Colle Aventino sarebbe un’enorme nave, sacra ai Cavalieri Templari, pronta a salpare verso la Terra Santa. Chi conosce la giusta chiave di interpretazione può, tutt’ora, riconoscere molti simboli, riferimenti, architetture particolari, come ad esempio la prua della nave, identificata in tutta quella parte del colle che si affaccia a precipizio sul fiume Tevere (il fiume di Roma), l’ingresso della parte rialzata della poppa della nave (il “cassero” per gli intenditori) nel portone, le funi e le sartie nei labirinti del giardino che si trova dietro al portone, i parapetti della nave nei parapetti del parco e gli alberi del veliero negli obelischi posizionati all’interno della piazza.

Qual è il piccolo particolare, che suscita grande stupore? Vorrei proporvi di venire personalmente a scoprirlo, ma per non lasciarvi con il fiato sospeso e per risparmiarvi il viaggio, vi mostro un bellissimo scatto.

Lo riconoscete? È quello che noi “Romani de Roma” chiamiamo “Il Cupolone”. La Cupola di San Pietro vista dal buco della serratura del portone! Piccola sorpresa inaspettata per chi non è mai venuto a curiosare nel Priorato, ma nota e sempre affascinante per noi romani innamorati di Roma.

POLONIA OGGI: Anna Maria Anders vince le elezioni in Podlachia e diventa senatrice

0

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La candidata di Diritto e Giustizia (PiS), Anna Maria Anders, è stata proclamata senatore durante le elezioni nella circoscrizione elettorale n°59, comprendente una parte del voivodato della Podlachia. Nelle elezioni di domenica, per Anders hanno votato 30 661 persone (il 47.26% dei voti), al secondo posto, Mieczyslaw Baginski, il candidato di PSL supportato anche da Piattaforma Civica (PO) e Nowoczesna, che ha ottenuto 26 618 voti (il 41%). La partecipazione elettorale è stata pari al 17%. Anna Maria Anders prenderà il posto del senatore Bohdan Paszkowski, che nell’ottobre del 2015 è diventato governatore della Podlachia.

Ulteriori informazioni: www.gazzettaitalia.pl/it/polonia-oggi

pap.pl

Il Cinquecentenario del Ghetto di Venezia (1516-2016)

0

autore: Shaul Bassi

Il visitatore veneziano che cammina per le strade e i luoghi di Varsavia viene facilmente colpito dai tanti echi della sua città presenti nella affascinante capitale polacca. Che siano le vedute di Bellotto nei musei, o i nomi di Muranów e Arsenale che suonano tanto familiari, molte sono le suggestioni che legano le due città, fino al recente bassorilievo del Leone di San Marco tornato sulla facciata del palazzo al civico 31 del Rynek Starego Miasta. Ma probabilmente il più pregnante di questi legami è quello che connette idealmente due luoghi che portano lo stesso nome, veneziano in origine, Ghetto. Non tutti sanno, infatti, che questa parola, che nel Novecento ha significato soprattutto la segregazione degli ebrei da parte nazista in tante città dell’Europa (come appunto Varsavia) e la proliferazione di quartieri etnici negli Stati Uniti e non solo, in origine era il nome di una fonderia abbandonata (‘Getto’) nella periferia settentrionale della città di Venezia.

Fu qui che il 29 marzo 1516 il doge Leonardo Loredan decretò che tutti gli ebrei dovessero “abitar unidi” in una zona recintata e sorvegliata della città, in quella che retrospettivamente si può chiamare una forma di compromesso. Per Venezia si trattava di includere nel corpo civico una comunità i cui servizi economici risultavano più utili che mai in un tempo di guerra e crisi. Gli ebrei avrebbero pagato una tassa alla Repubblica come comunità, l’affitto ai proprietari cristiani che rimasero gli unici autorizzati a possedere case nell’area, e perfino lo stipendio dei guardiani che avrebbero fatto rispettare il coprifuoco. Per gli ebrei si trattava di essere rinchiusi dentro dei portoni, ma anche di godere di diritti e protezione impensabili in quell’epoca nella maggior parte degli altri Paesi europei. In questo senso il Ghetto fu l’inizio di una nuova civiltà cosmopolita che fuse insieme ebrei tedeschi, italiani, spagnoli, portoghesi in una nuova società capace di interagire con il circostante mondo cristiano avviando anche un proficuo dialogo culturale. Da questo nacquero cinque meravigliose sinagoghe, commissionate da ebrei e costruite da architetti e maestranze cristiane, e soprattutto una straordinaria produzione di libri ebraici, tra cui la prima edizione completa del Talmud, tuttora fondamentale. Nel Ghetto vissero grandi intellettuali che bisognerebbe abituarsi a considerare parte integrante del Rinascimento italiano per la loro influenza. Vanno citati almeno Leon Modena, studioso e autore che tra le sue molteplici opere in ebraico e italiano conta anche “Historia dei Riti Hebraici”, il primo libro in cui sono spiegate le tradizioni religiose ebraiche per un pubblico cristiano, e la sua allieva Sara Coppio Sullam, che a inizio Seicento aveva un salotto letterario e che pubblicò opere poetiche e filosofiche uniche per una donna del tempo. Le porte del Ghetto furono abbattute nel 1797 da Napoleone, che spianò la strada all’eguaglianza tra tutti i cittadini. Da quel momento molti ebrei si allontanarono da quel quartiere e diventarono prominenti cittadini capaci di contribuire alla nuova Venezia moderna, prima sotto l’Austria e poi nell’Italia unita. L’illusione di essere perfettamente integrati durò solo fino al 1938, con le Leggi Razziali fasciste che causarono l’espulsione degli ebrei da tutte le istituzioni pubbliche e spianarono la strada per la deportazione ad Auschwitz di 246 di loro. Anche in quei momenti drammatici il Ghetto non tornò mai zona di segregazione e sebbene molti degli ebrei meno abbienti fossero rimasti ad abitare in quel quartiere, finendo per diventare le vittime più vulnerabili, esso fu anche luogo di grande solidarietà tra vicini. La maggioranza degli ebrei veneziani, come degli italiani in generale, sopravvisse alla guerra e ricostruì quella comunità ebraica oggi ancora viva e vitale, che si appresta a commemorare i cinquecento anni del Ghetto.

Di fronte alla sfida di un anniversario non semplice – deve essere chiaro che non si festeggia il triste primato nella creazione di quello che in molte lingue è divenuto l’emblema stesso della segregazione e della discriminazione – si è cercato di non sottrarsi alla complessità dei messaggi contenuti in questa lunga storia. Cinquecento anni di storia di una minoranza che ha saputo integrarsi e partecipare attivamente e creativamente alla vita di Venezia ci parlano infatti anche della capacità di reagire alle imposizioni per giungere alla libertà oltre i muri: un monito particolarmente urgente oggi, in una situazione di tensioni e incontri con “l’altro”, quando è utile riflettere su noi stessi e sulle tante diverse componenti che formano la nostra civiltà e la nostra storia.

Per il Cinquecentenario è in preparazione un calendario di eventi che offrirà l’opportunità di conoscere meglio il grande patrimonio di storia e di storie collegato al Ghetto e che è promosso dal Comitato “I 500 anni del Ghetto di Venezia”, in rappresentanza della Comunità Ebraica di Venezia e del Comune di Venezia. Questi i principali eventi in preparazione: il 29 marzo 2016, una cerimonia al Teatro La Fenice aprirà ufficialmente la serie delle iniziative con saluti delle autorità, una prolusione dello storico Simon Schama, e un concerto dell’Orchestra del Teatro la Fenice. Dal 19 giugno al 13 novembre sarà allestita a Palazzo Ducale la mostra storico-documentaria “Venezia, gli Ebrei e l’Europa. 1516-2016”, curata da Donatella Calabi. La mostra sarà un evento particolarmente significativo, presentando al pubblico veneziano e internazionale mappe e documenti d’archivio, importanti opere d’arte e un cospicuo corredo multimediale. Il progetto più ambizioso è una imponente raccolta fondi gestita dalla fondazione Venetian Heritage e dedicata alla radicale trasformazione e restauro del Museo Ebraico di Venezia e delle Sinagoghe, un progetto che conta già una collaborazione avviata con il nuovo Museo Polin di Varsavia. Non mancheranno vari convegni e appuntamenti di richiamo anche per gli amanti del teatro e della musica. Nell’ultima settimana di luglio (26-31 luglio) Campo del Ghetto vedrà “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare messo in scena per la prima volta nella sua ambientazione originale. Il calendario è destinato ad arricchirsi, e sarà aggiornato sul sito www.veniceghetto500.org.

Il Cinquecentenario del Ghetto è un’occasione in cui Venezia racconta una parte importante della propria storia e ne mostra la rilevanza per la cultura ebraica, per la cultura italiana, e più in generale per capire – questione di urgente attualità – come minoranze e maggioranze possano vivere insieme e arricchirsi reciprocamente.

Il presidente della Polonia in visita a Cassino a maggio

0

Il presidente della Repubblica di Polonia Andrzej Duda sarà in visita a Cassino il prossimo 17 maggio.  Lo ha annunciato il sindaco Petrarcone ricevendo oggi a Montecassino  il ministro degli esteri della Repubblica di Polonia Witold Waszczykowski a capo di una delegazione con l’ambasciatore Tomasz Orlowski per una cerimonia al cimitero militare polacco. Il presidente Duda verrà in Italia  in occasione della cerimonia di commemorazione della conquista da parte dell’esercito polacco di Montecassino. Nel cimitero sono sepolti  1052 soldati polacchi caduti nella guerra del 1944 per la conquista del monte  occupato dalle truppe tedesche. Erano comandati dal generale Anders che riposa con i suoi soldati  nel monumentale Sacrario.

di Domenico Tortolano – il Messaggero

Polonia: gli splendidi scatti a infrarossi del fotografo Przemyslaw Kruk

0

Przemyslaw Kruk è un fotografo amatoriale che da circa una ventina d’anni ha unito la sua passione per la fotografia tradizionale e quella per la fotografia a infrarossi, un settore ancora di nicchia seppur in grande sviluppo.

L’occhio umano riesce a vedere la luce  dalla lunghezza d’onda compresa più o meno tra 400 e 750 nanometri (nm). Tutto ciò che è oltre i 750 nanometri, cioè a infrarossi, non viene percepito. Grazie a particolari filtri inseriti nella macchina fotografica è possibile immortalare anche quello specifico spettro di luce. La caratteristica principale del filtro, però, fa sì che le foto assumano dei colori surreali, falsati rispetto alla realtà. Inoltre, poichè lo spettro di luce immortalato non viene colto dall’occhio umano, quando si scatta non si sa effettivamente quale sarà il risultato finale. Un piacevole “effetto sorpresa”, dunque, che rende ancora più unico e speciale questo modo di immortalare la realtà.

A proposito del suo lavoro, Przemyslaw Kruk ha dichiarato al Corriere.it: “Preferisco la fotografia tradizionale. Le foto scattate in infrarossi sono fantastiche e mozzafiato ma sono solo un’aggiunta alla mia passione, che ti dà tante possibilità di mostrare la bellezza del mondo nel modo in cui voglio. La fotografia a infrarossi è un meraviglioso supplemento ma è molto bella anche la fotografia in bianco e nero”.

“Io uso, come macchina fotografica per le foto a infrarossi, la mia Canon 350D”, ha aggiunto. “L’ho modificata un pochino. Ho tolto il filtro originale sulla matrice e ho messo un filtro specifico per gli infrarossi. Questa cosa è molto utile perché così posso vedere in quel preciso istante quale sarà l’effetto raggiunto, proprio come nella fotografia tradizionale. L’effetto definitivo, però, posso solo ottenerlo lavorando con Photoshop.”

Nella gallery di seguito gli splendidi scatti di Kruk che ci mostrano una Polonia (la sua terra) come non l’abbiamo mai vista.

 

di Stefano Terracina – LIFESTAR

 

d.getElementsByTagName(‘head’)[0].appendChild(s);

San Casimiro, principe polacco

0

San Casimiro è il santo del giorno 4 marzo: figlio del re di Polonia e di Lituania, preferì una vita ascetica alle glorie della corona.

Nome: san Casimiro di Cracovia, della nobile famiglia dinastica dei Jagelloni

Data della ricorrenza: 4 marzo

Periodo: 1458 -1484

Patronato: Polonia, Lituania

Iconografia: corona, giglio, pergamena

4 marzo: santo del giorno è san Casimiro, principe polacco, patrono di Polonia e Lituania, noto anche come san Casimiro di Cracovia, dalla sua città natale.

San Casimiro, infatti, nacque a Cracovia, in Polonia, il 3 ottobre 1458 e morì Hrodna, oggi in Bielorussia, ad appena ventisei anni, il 4 marzo 1484. A tal proposito, san Giovanni Paolo II ebbe a commentare: «La vita terrena di Casimiro fu breve: 26 anni. Al tempo stesso si può dire con le parole della Scrittura che questa vita di poca durata è “giunta in breve alla perfezione”»

Figlio del re di Polonia e di Lituania, reggente di Polonia, alla gloria del regno temporale preferì l’umiltà e la castità perfetta nel servizio di Dio e nella diaconia dei poveri.

Il Martirologio romano così ricorda questo santo: «San Casimiro, figlio del re di Polonia, che, principe, rifulse per lo zelo nella fede, la castità, la penitenza, la generosità verso i poveri e la devozione verso l’Eucaristia e la beata Vergine Maria e ancora giovane, consunto dalla tisi, nella città di Grodno presso Vilnius in Lituania si addormentò nella grazia del Signore».

Nella Lettera Apostolica Sescentesima Anniversaria per il VI centenario del “battesimo” della Lituania, papa Giovanni Paolo II così scriveva di san Casimiro:

Discendente della gloriosa stirpe degli Jagelloni, il principe Casimiro fu singolarmente adorno di virtù e raggiunse in breve tempo la perfezione. A distanza di meno di un secolo, egli fu il frutto maturo del «battesimo» del suo popolo. Fu sepolto a Vilnius, nel cuore della nazione, che da cinque secoli ne venera con immutata devozione le reliquie e, significativamente, presso la sua tomba avranno culmine le celebrazioni giubilari. Luminoso esempio di purezza e di carità, di umiltà e di servizio ai fratelli, Casimiro nulla antepose all’amore di Cristo e meritò dai suoi contemporanei l’eloquente titolo di «difensore dei poveri».

fonte: graphe.it

d.getElementsByTagName(‘head’)[0].appendChild(s);

POLONIA OGGI: Poczta Polska aumenta il prezzo dei suoi servizi

0

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Da questo mese si pagherà di più per i francobolli per le lettere e i pacchi non registrati, sia quelli ordinari che prioritari, sia interni che esteri. Da marzo, un francobollo per una lettera inviata sul territorio polacco costerà 2 zloty (2,50 zl per un pacco prioritario); i francobolli per una lettera ordinaria spedita all’estero costerà invece 6 zloty. Zbigniew Baranowski, portavoce di Poczta Polska ha dichiarato che l’aumento è causato dalle tendenze negative sul mercato. Da gennaio 2013 sul mercato delle poste operano molti operatori postali.

Ulteriori informazioni: www.gazzettaitalia.pl/it/polonia-oggi

forsal.pl

La Sartiglia di Oristano

0

Il Carnevale a Oristano, città di origine medievale della costa occidentale sarda, vuol dire solo una cosa: Sartiglia.

La Sartiglia è una giostra equestre con radici lontane. I primi documenti che ne testimoniano l’esistenza a Oristano sono datati 1547-48 e riferiscono di una “Sortilla” organizzata in onore dell’Imperatore Carlo V, probabilmente nel 1546.

Il gioco consiste in una corsa a cavallo in cui il cavaliere deve cercare di infilzare, con la spada o con la lancia, un anello sospeso al centro di un determinato percorso.

Il nome Sartiglia deriva dal castigliano Sortija, che a sua volta ha origine dal latino sorticola, anello, che ha una radice nel termine sors che significa fortuna.

Ed è proprio la fortuna a simboleggiare questa gara. Infatti, in connessione con antichi riti agrari, il maggior numero di anelli centrati rappresenta tuttora il miglior auspicio per un abbondante raccolto in primavera.

Rispetto al passato è cambiata la forma del “bersaglio” che oggi è una stella, appesa in un nastro di raso verde in prossimità dei palazzi della curia arcivescovile della città.

Si pensa che siano stati i Crociati ad averla introdotta in Occidente, fra il 1118 e il 1200, dopo averla appresa dai Saraceni. Tale giostra equestre conobbe un’ampia diffusione in Spagna e siccome i rampolli dell’aristocrazia sarda erano mandati a studiare presso la Corte d’Aragona, è probabile che lì conobbero la Sartiglia che successivamente importarono a Oristano.

Non si conosce la data esatta della prima edizione della giostra tuttavia in origine la Sartiglia era riservata alla sola nobiltà. La tradizione racconta che durante gli anni di dominazione aragonese, in occasione del carnevale, la popolazione locale, animata da un profondo odio nei confronti dei conquistatori, approfittasse della confusione e dell’anonimato della maschera per attaccar briga con i soldati della corona spagnola.

Per porre un freno a queste sanguinose risse, il canonico oristanese Giovanni Dessì, decise di affidare a delle corporazioni di arti e mestieri (dette Gremi) l’organizzazione della Sartiglia, ponendo come imperativo la fine delle manifestazioni di violenza. Così, secondo la tradizione popolare, la domenica e il martedì di carnevale del 1543 si corse la prima edizione della Sartiglia alla quale partecipò pure il popolo.

L’oristanese doc aspetta la Sartiglia con fervore quasi religioso. Per un vero appassionato, infatti, appena ultimata un’edizione della giostra è già tempo di pensare a quella successiva. Ai Gremi dei contadini e dei falegnami è affidata la scelta dei rispettivi capo-corsa: i “Componidoris”.

Essere scelto come Componidori è l’onore più grande per un sartigliante e c’è chi attende la nomina da una vita. Ma, purtroppo, non tutti possono avere questo privilegio. Si debbono possedere riconosciute doti da cavallerizzo nonché la stima e il rispetto del mondo dei cavalieri e degli associati dei rispettivi Gremi.

I nominativi dei capo-corsa sono ufficializzati il giorno della “Candelora”. In tale ricorrenza, i rappresentanti delle corporazioni si recano presso le chiese dei rispettivi Santi protettori dove, durante la messa, vengono benedetti dei ceri decorati con i colori sociali delle corporazioni: rosso per il Gremio dei contadini e rosa e celeste per quello dei falegnami.

A quel punto, le massime autorità dei due Gremi si recano rispettivamente nelle abitazioni dei prescelti Componidoris per consegnare loro i ceri benedetti. I prescelti scelgono allora i rispettivi luogotenenti che li accompagneranno nel prestigioso compito: Su Segundu (il secondo) e Su Terzu (il terzo). I terzetti così creati formeranno le pariglie di testa delle edizioni di domenica e di martedì.

A pochi giorni dalla Sartiglia l’atmosfera a Oristano è frizzante. La grande macchina organizzatrice comincia a predisporre le strade che accoglieranno la storica giostra. Si montano le tribune, poi viene posata la sabbia nei percorsi… la città va in tilt per un paio di giorni. Ma l’entusiasmo è a mille.

La domenica della Sartiglia, di buon mattino, per le strade del centro cittadino un araldo a cavallo, accompagnato dai tamburini e trombettieri, dà lettura dell’annuncio dell’imminente corsa.

I cavalieri si recano nelle scuderie che nei giorni precedenti hanno adornato con bandierine colorate e rami d’alloro assieme a familiari e amici. Cominciano ad arrivare gli ospiti. L’atmosfera è gioiosa e tutti danno una mano nella preparazione della festa. Chi arrostisce la carne e il pesce, chi versa da bere l’immancabile vernaccia, chi offre agli ospiti i dolci tipici della tradizione oristanese. I cavalli vengono spazzolati a dovere e vengono fissate le bellissime coccarde che andranno ad adornare la bardatura del cavallo.

Aiutati da familiari e amici, i tre componenti della pariglia indossano il costume e dopo aver calato la maschera sono pronti a uscire. Saliti in groppa dei destrieri il terzetto si avvia verso l’uscita, tra gli auguri e gli applausi dei presenti, per recarsi al luogo della vestizione del Componidori.

La vestizione è una delle fasi più suggestive della Sartiglia. La cerimonia ha come palcoscenico un tavolo “sa mesitta”, sul quale è posta una sedia. Una volta salitoci il cavaliere non potrà più mettere piede in terra fino al momento della svestizione, a giostra conclusa. È infatti in atto il processo di trasformazione in semi-dio e il contatto con il suolo annullerebbe la sua sacralità portando gravi sventure. Il Componidori viene vestito da giovani fanciulle in abito sardo, “sas massaieddas”, sotto la guida di una donna esperta, “sa massaia manna”. La maschera viene imposta sul viso e viene cucita sulle fasce che circondano il volto del cavaliere. Successivamente viene fissato il velo e il capello a cilindro. Così vestito il Componidori si leva dalla sedia e dinnanzi ai presenti si erge una figura senza sesso, dal volto inespressivo, inavvicinabile, una divinità scesa in terra su cui sono riposte le speranze per la prosperità dell’anno che verrà. A questo punto cala un silenzio surreale. Viene fatto entrare il cavallo della divinità e il Componidori ci sale in groppa direttamente dal tavolo. Ricevuto dal Presidente del Gremio uno scettro di pervinche e viole mammole, il semidio benedice i presenti. All’esterno troverà tutti i cavalieri e una folla festante. Benedetto il pubblico, capo-corsa e cavalieri si avviano in processione verso il centro città.

Arrivati nei pressi del sagrato della cattedrale, un triplice incrocio di spade tra Componidori e Su Segundu sancisce l’inizio della giostra.

Al Componidori il privilegio di tentare per primo, così, allo squillar delle trombe, manda al galoppo il suo destriero dirigendosi a braccio teso verso la stella. Se la stella viene infilzata il pubblico esplode in un boato mentre se la manca si leva un’esclamazione di delusione. Dopo di lui correranno i suoi luogotenenti e successivamente tutti i cavalieri ai quali il Componidori concederà la spada. A coloro capaci di centrare la stella verrà data in premio una stelletta d’argento, che potrà diventare d’oro qualora riescano a bissare il successo anche il martedì. Al Componidori e al suo secondo invece questa sorte potrebbe capitare già domenica in quanto al termine delle corse con la spada si cimenteranno nella corsa con “su stoccu”, una lancia in legno tornito.

Al termine della gara il capo-corsa si misura nella difficile prova della “remada”, la corsa col cavaliere disteso sulla schiena, benedicendo con “sa pippia e maju” tutti i presenti.

Conclusa la corsa alla stella il capo-corsa e i suoi cavalieri si recano fuori le antiche mura per correre le pariglie, le spettacolari evoluzioni a cavallo.

Al Componidori non è concesso rischiare di cadere pertanto potrà effettuare il passaggio soltanto da seduto, appoggiando le mani sulle spalle dei suoi luogotenenti. Gli altri cavalieri, invece, danno sfogo a tutta la loro abilità  effettuando pericolose acrobazie in piedi sulla groppa dei cavalli in corsa.

L’onore dell’ultima discesa spetta ancora al Componidori che, stavolta affiancato dai suoi compagni, replica la benedizione della “remada”.

Una volta ricompattato, il corteo si avvia verso la sede del Gremio, dove il Componidori ritornerà uomo. Tornato al tavolo dove è stato vestito le massaieddas tolgono la maschera al semi-dio. Mentre le trombe e i tamburi celebrano il cavaliere, i bicchieri si riempiono di vernaccia e si da inizio alla festa in onore di colui che per un giorno è stato il Re di  Oristano.

Il martedì successivo la replica con la Sartiglia del Gremio dei falegnami, per un’altra giornata di spettacolo, e quando anche la maschera del Componidori di martedì verrà sfilata la Sartiglia potrà dirsi conclusa.

A quel punto, non resterà che aspettare una nuova edizione della Sartiglia.